Elvira Mancuso, una voce che grida nel deserto?

Delle tre scrittrici siciliane, con le quali abbiamo voluto incamminarci in questo viaggio letterario nella Sicilia tra l’Otto e il Novecento, Elvira Mancuso (1867-1958), appare la più determinata e impegnata nella rivendicazione della tanto sofferta autonomia femminile.
Se Maria Messina aveva fatto del suo mondo artistico una via di fuga e di salvezza al soffocante isolamento personale e Adelaide Bernardini aveva trovato nel prestigioso cognome del marito, Luigi Capuana, la strada per i suoi successi artistici, la Mancuso mostra con le sue scelte di vita una nuova figura di “letterata”: quella della donna che cerca e trova nella cultura la sola possibilità di emancipazione femminile e che vede nella Scuola l’unica strada per raggiungerla.
Nata a Caltanissetta nel 1867, Elvira Mancuso sceglie di non sposarsi per dedicarsi agli studi letterari, alla scrittura e all’insegnamento.
Le sue prime prove narrative, Una storia vera, Sacrificio, Serata in provincia, Sogno sono pubblicate dal 1889 al 1891 sulla rivista femminile “Cordelia” (ora reperibili in Rita Verdirame, Polemiche e “bagattelle” letterarie tra Otto e Novecento c.e.c.m.) e firmate con lo pseudonimo di Ruggero Torres o con quello di Lucia Vermanos in cui viene anagrammato il suo vero nome. Sono racconti brevi che muovono dai modelli narrativi del Naturalismo, dai salotti delle novelle borghesi di Capuana, lontani dalla Sicilia angusta e pettegola delle Paesane; sono pagine leggere in cui, attraverso lievi intrecci narrativi, si muovono personaggi poco sanguigni, quasi superficiali e, spesso, di una melodrammaticità stancamente romantica.
La voce di Elvira Mancuso non ha conquistato ancora la sua forza convincente: bisogna aspettare qualche anno affinché la scrittrice sappia trovare non solo nella realtà storica e sociale del suo tempo, ma proprio nella sua stessa biografia, nella sua battaglia per l’emancipazione culturale femminile i suggerimenti necessari per il romanzo, Annuzza, la maestrina e per il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia.
Il romanzo, apparso nel 1906 e poi ripubblicato nel 1990 da Sellerio con il nuovo titolo Vecchia storia…inverosimile, è ambientato in un paesino del chiuso entroterra siciliano, Pietraperzia, in cui si muove una nuova figura di giovane donna, Annuzza.
Animata da una profonda volontà d’indipendenza e di ribellione nei confronti di un ambiente di esclusività maschile, la protagonista rifiuta il solito finale delle storie di donne del tempo, il matrimonio-sistemazione, ma paga con la sua vita questa scelta.
L’anno successivo vede la pubblicazione il saggio, Sulla condizione della donna borghese in Sicilia, che sembra quasi un commento puntuale al romanzo, in cui la Mancuso rivolge il suo appello agli “eminenti sociologi statisti, economisti” che, parlando o scrivendo dei problemi della Sicilia, non si sono occupati della condizione delle donne siciliane. Nel rivolgersi loro, però, la Mancuso vuole attirare l’attenzione delle donne, spronandole a liberarsi dell’atavica convinzione di essere inferiori all’uomo che, purtroppo, nella loro mentalità è letta come un irrevocabile decreto divino.
La sua è una battaglia per distogliere le giovani donne dalla “caccia al marito” e indirizzarle a una vera istruzione che, restituendo a tutte il significato profondo della loro dignità, suggerisca anche il desiderio e il modo di trovare in una loro posizione economica e sociale la loro indipendenza che possa sostituire la vecchia dote paterna. Elvira Mancuso è consapevole della difficoltà, quasi utopistica, con cui il “rimedio” da lei suggerito possa realizzarsi, ma è anche convinta del ruolo insostituibile della Scuola. Per questo a se stessa e ai suoi colleghi rivolge il categorico appello di risvegliare nelle alunne la consapevolezza della loro dignità che le faccia diventare delle “vere Donne, signore di se stesse, renitenti a divenire il cane domestico di un qualsiasi padrone”.
E’ ancora utopia?






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