Gioie del matrimonio…

“Signori, adesso lasciamo stare la grammatica e leggiamo un po’ il giornale” – sentenziò la prof. ai suoi allievi del corso serale, consapevole di averli “ ammorbati” abbastanza con accenti e apostrofi. Era, infatti, diventata una consuetudine alleggerire le lezioni d’italiano con la lettura in classe di qualche articolo del quotidiano, scelto con attenzione tra quelli che più potessero  interessare gli allievi e spingerli a un confronto collettivo. Essere riuscita a portare i suoi non giovanissimi alunni al punto di prendere la parola apertamente e liberamente esprimere le proprie opinioni in italiano era una conquista che inorgogliva l’ego da suffragetta sbarazzina che occupava una buona parte del suo animus da docente. Quando era iniziato il corso serale, l’impressione provata dalla prof, era stata contrastante: da una parte si era sentita subito a suo agio in quella classe di mamme e papà, educati e gentili spesso scortati dai figli; dall’altra si era sentita impotente di fronte alle difficoltà  che  l’italiano racchiudeva per loro: era, infatti, una lingua …quasi straniera, in cui non riuscivano ad esprimersi. 

L’invito della prof. in quel mite e luminoso pomeriggio di maggio, quando la luce del sole, regalando ancora  all’aula qualche striscia della sua luce  attraverso le finestre,  infondeva un imprecisato buon umore,  fu velocemente e piacevolmente accolto. L’articolo scelto riguardava le trasformazioni sociali e culturali della famiglia, delineando un nuovo modello familiare all’interno del quale  erano riscritti i ruoli con i relativi compiti dei coniugi. L’argomento di fondo, insomma, era  la collaborazione  “domestica”  dei mariti all’interno della famiglia, la loro nuova disponibilità a  svolgere,  in nome  di un nuovo e più profondo rispetto personale, le mansioni che erano da sempre state  ritenute di competenza femminile. La lettura in classe del pezzo suscitò vivaci interventi: quasi tutti chiedevano di parlare per esprimere senza timore il loro parere. Non solo le donne, come era prevedibile, ma anche gli uomini accettavano il nuovo modello famigliare proposto  e  affermavano che anche loro a casa davano una mano alle mogli per poter trascorrere insieme più tempo libero. Per un attimo la classe del corso serale sembrò superare tutte le manifestazioni delle femministe della prima ora: la conquista che le piazze avevano rivendicato urlando contro qualcuno, adesso veniva raggiunta come disponibilità per qualcuno. Pagine di storia superate da una più profonda scelta affettiva: l’amore invece che l’odio! La prof., con gli occhi inumiditi dalle lacrime di commozione, abbracciava con lo sguardo tutti i suoi allievi che le stavano dando una vera lezione di vita; quasi tutti: uno in particolare sembrava non prender parte al simposio e se ne stava seduto al suo banco in fondo all’aula, scarabocchiando qualcosa. Scuro in viso e non solo per il colorito della sua carnagione, con due occhi marroni e nervosi, un naso aquilino e una bocca piccola quasi a voler dimostrare la sua ostinazione al silenzio, sembrava voler ignorare il brulichio degli interventi e degli entusiasmi che la lettura del giornale aveva creato. Accortasi della sua indifferenza, la prof., che ad ogni costo voleva  rendere tutti partecipi della discussione in classe, gli si avvicinò  per accorciare anche la minima distanza materiale  e  con la voce impostata su un tono di dolce persuasione, gli chiese: “E lei, signor Chiavetta, che cosa ne pensa?”

 “ Di che cosa, professore”? rispose il signor Chiavetta, fingendo di non aver capito.

“ Ma di ciò di cui abbiamo parlato…” si affrettò a chiarire la docente suffragetta.

“ E di cosa avete parlato?” replicò con serafica calma l’interrogato.

“ … della necessaria collaborazione tra marito e moglie; del nuovo modo di manifestare il proprio affetto alla moglie aiutandola a casa …” spiegava la prof. cercando di convincerlo a condividere l’importanza di quella conquista  condivisa.

A questo punto il signor Chiavetta alzò il viso dal foglio, girò la testa in direzione della prof. e, fissandola negli occhi con uno sguardo che racchiudeva meraviglia per il basso livello di  comprensione che gli mostrava e disgusto per l’esplicita e personale provocazione  a cui era stato chiamato, rispose: “Professorè, ca s’avia a lavari i piatti, c’era bisognu ca mi maritava?!!”.


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