‘Un’è cosa ‘ppi fimmini…(“GALANTE” DEFINIZIONE DI LETTERATURA)

unnecosappifimmini_firmatoTra le tante attività da cui le donne di qualche tempo fa erano escluse, oltre a quelle ritenute socialmente maschili, c’era anche la scrittura, intesa come vera e propria attività letteraria. Di questa esclusione, creduta inconfutabile, si fece portavoce anche Benedetto Croce che, nella prima metà del Novecento (d.C.), sosteneva che le donne, appunto perché tali, non potessero entrare nella  vera letteratura, imprigionate com’erano ” nella scorrettezza, nella imprecisione e nell’ineguaglianza della forma”. Insomma le donne potevano scrivere, se ne avevano voglia e ne fossero capaci, solo nei loro diari o nei loro romantici epistolari, senza lasciarsi stuzzicare da velleità letterario-professionali.

Tra l’Ottocento e il Novecento, però, nonostante l’idea crociana di letteratura, il mondo dell’editoria si apre alle donne, a testimoniare che quella della scrittura non era solo passione o abilità maschile. Se il manuale della letteratura italiana su cui molti di noi hanno studiato, “il Petronio”, ci ha dato estese informazioni solo su poche autrici degne di essere inserite nel programma ministeriale, come Matilde Serao e Grazia Deledda, tuttavia non poche donne scrivevano e riuscivano a far pubblicare i loro lavori.

Alcune firmavano i loro scritti con il vero nome, come Ada Negri, Carolina Invernizio e Caterina Percoto, altre preferivano nascondersi o impreziosirsi dietro un falso nome come la  Marchesa Colombi, Neera, Jolanda e Sibilla Aleramo.

Questa presenza femminile nel panorama culturale continentale tra l’Otto e il Novecento ha una sua eco anche in Sicilia dove si struttura una narrativa femminile che ci suggerisce, sugli altri, i nomi di Maria Messina, Adelaide Bernardini Capuana ed Elvira Mancuso.

“Contessa, che è mai la vita?”

 

contessacosemailavita_firmato“Contessa, cos’è mai la vita…” forse questo si chiedeva Antonio Bruno, barone di Biancavilla, nella sua camera dell’albergo Italia a Catania in una solitaria sera d’estate. Con i versi di Carducci si interrogava  e aggiungeva ” E’ l’ombra di un sogno fuggente”. 

Fuggente fu proprio la vita di Antonio Bruno, nato a Biancavilla nel 1891 e morto a Catania nel 1932, durata, infatti, solo quarantun anni, ma vissuta con una vertiginosa intensità.

La sua biografia è così ricca di vicende che da sola basterebbe a vivacizzare quelle più noiose di insignificanti uomini, ma divenuti più famosi di lui. Viaggia molto Antonio Bruno e non solo in Italia, ma per tutta l’Europa, aiutato dalla sua padronanza delle lingue straniere e spinto da una continua esigenza di conoscenza  e da una profonda irrequietezza. Subito dopo aver conseguito la maturità classica, infatti, lascia la Sicilia per  Firenze  dove può finalmente respirare  un’aria culturale più aperta alle novità del tempo. Conosce Palazzeschi e Marinetti, profeti del futurismo, e collabora alla rivista “Lacerba”.

Facendo tesoro di questa esperienza, al suo ritorno in Sicilia dà vita a “Pickwick”, rivista letteraria di rinnovamento che va oltre la tradizione letteraria nazionale per concentrarsi anche su ciò che accade in Europa. Questa smania di nuovo nella letteratura lo porta anche a uno scontro personale con Villaroel e la sua poesia di stampo classicheggiante, documentato nel libello polemico ”Un poeta di provincia”. Non solo critico letterario e traduttore di scrittori europei come Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud e Poe, Antonio Bruno è anche poeta e, come poeta futurista, crea una poesia tutta nuova  nella forma che dissolve la parola, espressiva solo semanticamente, in giochi grafici, come appare in “Fuochi di Bengala”, o che diventa un poema-manifesto murale da leggersi sui muri di Catania.

Moderna la poesia di Antonio Bruno nella forma, ma antica nell’ispirazione  che nasce dall’amore, non corrisposto per una donna, Dolly Ferretti, identificata in Ada Fedora Novelli a cui dedica  anche “50 lettere d’amore”.

Proprio da questo motivo dell’amore non corrisposto parte la sua attività di scrittore con lo studio “Come amò e non fu riamato Giacomo Leopardi” che è anche un personale tributo all’infinita ammirazione per Leopardi a cui lo avvicinava anche la deformità fisica  che lo accompagnò dalla nascita.

Come per una terrena legge di contrappasso il barone Antonio Bruno oppone al suo gobbo aspetto un’eleganza  raffinata  dove ogni particolare, dalle scarpe inglesi alle camicie di seta, è curato e con il suo sarcasmo, spesso irridente, passeggia per la città di Catania sfiorando con un geranio rosso le facce dei passanti, predicendone anche la sorte.

Distaccato dalle quotidiane e pratiche incombenze e amante com’è della raffinatezza e della bellezza, ben presto dilapida tutto il suo patrimonio così da non possedere più un calesse che da Biancavilla lo trasporti a Catania dove tra l’altro deve rinunciare all’elegante Hotel Bristol per il più modesto Albergo Italia.

Proprio in una camera di questo albergo la sera del 28 agosto, come egli stesso  aveva annunciato, si uccide, scegliendo il modo più elegante per farlo: scivolare dal sonno alla morte. Si mette a letto e, mentre ingoia “settantadue” compresse di Veronal, gli tornano in mente senza volerlo, alcuni versi che ha imparato a scuola… e prova a ripeterli:

Contessa, che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno fuggente  

La favola breve è finita…”.

Il barone Antonio Bruno, però, non va oltre: non fa in tempo a ricordarne l’ultimo.