Adelaide Capuana nata Bernardini

adelaide_prima parteLa combinazione dei due cognomi con cui viene qui presentata la scrittrice, siciliana d’adozione, suggerisce immediatamente il confronto con il pirandelliano “Giustino Roncella nato Boggiòlo”. Come questo personaggio che da insignificante impiegato viene felicemente catapultato nel mondo della moglie, una celebre scrittrice del cui successo vuole essere il regista, anche Adelaide Bernardini viene inaspettatamente proiettata nella vita di un grande scrittore, il siciliano Luigi Capuana, e, consapevole della fortuna toccatale, cerca di sfruttarla vantaggiosamente.

Nata a Narni nel 1872, secondo alcuni biografi o nel 1876, secondo altri, Adelaide Bernardini, dopo un soggiorno a Costantinopoli, dove lavora come maestra elementare, giovanissima si stabilisce a Roma. Qui, come in un copione da melodramma tardo romantico, abbandonata dal giovane ufficiale di cui si era innamorata, tenta il suicidio.

E’ l’estate del 1895. La notizia, riportata dai giornali locali, attira l’attenzione del sessantenne Luigi Capuana che, trovandosi a Roma, vuole conoscerla.

E’ questo per la Bernardini l’incontro fatale che sembra prometterle il passaggio dall’anonimato alla notorietà cui aspira come scrittrice e, sotto questa nuova protezione da cui si sente autorizzata a firmare i suoi lavori con il doppio cognome di Bernardini Capuana, si cimenta in rime, drammi commedie e soprattutto in novelle dove, come afferma Rita Verdirame, mostra una certa fluidità di scrittura che riuscirà a salvarla da un impietoso anonimato artistico.

Fra le storie narrate di amori infelici e amanti traditi, in sintonia con le nuove istanze  della letteratura femminile del tempo, si coglie l’intento della Bernardinicapuana di “sdoganare” l’adulterio femminile e per questo presenta la donna traditrice non più con i consueti tratti di personaggio assolutamente negativo da condannare senza appello, ma la rende una figura più complessa così da suscitare una certa immedesimazione da parte del lettore nelle nuove vicende e nelle scelte non del tutto condivisibili. Proprio questo avviene nei confronti della protagonista del racconto, “Colei che tradiva”, dove è lo stesso amante tradito, Livio Franchi, che, mentre rivela all’amico Ruggero Masi la sua insolita, non solo per quei tempi, rassegnazione libera da ogni desiderio di vendetta, sembra non voler condannare la donna traditrice. Si serve, infatti, della confessione in cui la stessa amata, ripercorrendo i suoi abituali tradimenti, si svela come vittima impotente di quell’“invisibile nemico” che agisce in lei e che frena il lettore dal proferire il perentorio quanto immediato giudizio da sempre racchiuso in tre sole sillabe.

La vasta produzione letteraria della Bernardinicapuana, per quanto pubblicata sulle riviste dell’epoca, viene, però, stroncata  dal critico palermitano Francesco Biondolillo, come ricorda  ancora una volta Rita Verdirame, che nella “Macellatio capuanae bernardinaeque” con ironia pungente si diverte a denigrare le smanie di scrittrice della Bernardini, diventata nel 1908 signora Capuana, ridicolizzando anche la cecità critica del di lei consorte, il maestro Luigi Capuana.

Nemmeno Verga e Pirandello sembrano apprezzarla e di questa antipatia Adelaide Capuana, nata Bernardini, saprà ripagarli al momento opportuno.    (Fine I parte)

Una preziosa riscoperta: Maria Messina

unapreziosariscoperta MM_firmatoNata nel 1887 ad Alimena in provincia di Palermo da Gaetana Valenza Traina, una nobildonna decaduta, e da Gaetano, ispettore scolastico, Maria Messina sembra trovare nella sua biografia elementi chiave della sua narrativa. Vive un’adolescenza non molto serena: è, infatti, isolata da tutti, chiusa all’interno della sua famiglia da cui la salva il fratello aiutandola a intraprendere gli studi e incoraggiando la sua inclinazione alla scrittura dove, a poco a poco, prendono forma personaggi e ambienti del suo narrare. Mentre i suoi lavori trovano ben presto editori disponibili alla loro pubblicazione, la giovane scrittrice lascia l’isola e, dopo vari spostamenti in Umbria, nelle Marche e in Toscana, nel 1911 si trasferisce a Napoli vivendo un periodo di serenità. Giovanissima conosce il successo: editori come Sandron e Treves pubblicano i suoi racconti che godono l’apprezzamento di Giuseppe Antonio Borgese e Ada Negri, mentre lo stesso Giovanni Verga con il quale, dal 1909 al 1921, ha una fitta corrispondenza epistolare, la incoraggia personalmente a pubblicare un suo lavoro. Proprio dal modello verghiano sembra originarsi il narrare della Messina che si muove tra personaggi senza possibilità di riscatto e condannati alla solitudine per il loro tentativo di ribellione: siano essi umili emigranti o donne di una realtà piccolo borghese.

E’ quanto accade, infatti, a Vanna, la protagonista del racconto Casa Paterna che, ritornata da sola nella casa nativa per fuggire dalle umiliazioni cui la sottopone il marito, un giovane avvocato che vuole spiccare nella Roma d’inizio secolo, non trova nella sua famiglia l’accoglienza sperata. La sua casa non le appartiene più: vi trova, infatti, nuovi volti e si accorge che sono affettivamente lontani quelli a lei, un tempo, famigliari. Fatta eccezione per Maria, un’amica prima che cognata, a lei legata da un sincero affetto, la povera Vanna è circondata da estranei che la giudicano e la puniscono con un continuo ed estenuante distacco per la sua colpa, l’arcaica e inesorabile ubris, di voler disobbedire alle convenienze sociali.

Vanna, sempre più isolata dalla “famiglia” e consapevole che la fuga dalla casa coniugale possa realmente comprometterne il buon nome e rovinare il futuro della giovane e nubile sorella, si arrende  e si rassegna a una vita senza speranza di felicità, accettando di ritornare a Roma.

Bastano, però, poche parole del marito, sempre più egoista e cinico, che, invitato dai fratelli, la raggiunge a ricordarle la vita da cui aveva tentato di fuggire.

Vanna capisce con estrema chiarezza che non può ricominciare la sua vecchia vita, ma non ha più scampo: scappa e si dirige verso la spiaggia aspettando che il mare, il suo mare, la raggiunga a compensarla della felicità che la vita le ha negato.

La vita dei personaggi della Messina è scandita da destini comuni e infatti anche Miriam e Severa, le due sorelle del romanzo L’amore negato, non hanno diritto alla felicità.

Come il titolo suggerisce è appunto l’impossibilità di essere amate  a determinare la stessa sconfitta nelle loro vite così differenti.

Diverse, infatti, queste figure appaiono sin dalle prime immagini in cui  si presentano: dolce, legata alla famiglia e serena del suo modesto lavoro di ricamatrice Miriam, nel cui nome si legge un’eco di quello dell’autrice, che nei suoi sogni quasi adolescenziali insegue l’idea del grande amore; arrogante, egoista e incapace di veri legami affettivi con i suoi familiari, invece, Severa, che all’inizio della narrazione non sembra aver tempo e voglia di innamorarsi impegnata com’è al raggiungimento del suo unico obiettivo: arricchirsi e farsi un nome, anche se solo come modista, nella buona società del luogo.

Un corteggiatore inaspettato, ma poi amato e creduto sincero farà irruzione nella semplice vita di Miriam e con la mancata fedeltà ne dissolverà i sogni senza riuscire ad abbatterne la forza d’animo; un giovane casualmente impiegato come contabile nel laboratorio si insinuerà giorno dopo giorno nel cuore e nei pensieri di Severa fino a farla impazzire non appena la povera modista scopre che sta per sposare un’altra.

Cosi come i suoi personaggi anche Maria Messina è senza riscatto: colpita dalla sclerosi multipla negli anni Trenta, cerca di ribellarsi alla malattia che ben presto la immobilizza impendendole di scrivere. Si chiude in una solitudine forzata e muore nel 1944 a Pistoia, dimenticata da tutti.

Nel 1980 è riscoperta da Leonardo Sciascia.

‘Un’è cosa ‘ppi fimmini…(“GALANTE” DEFINIZIONE DI LETTERATURA)

unnecosappifimmini_firmatoTra le tante attività da cui le donne di qualche tempo fa erano escluse, oltre a quelle ritenute socialmente maschili, c’era anche la scrittura, intesa come vera e propria attività letteraria. Di questa esclusione, creduta inconfutabile, si fece portavoce anche Benedetto Croce che, nella seconda metà dell’Ottocento (d.C.), sosteneva che le donne, appunto perché tali, non potessero entrare nella letteratura: insomma le donne potevano scrivere, se ne avevano voglia e ne fossero capaci, solo nei loro diari o nei loro romantici epistolari, senza lasciarsi stuzzicare da velleità letterario-professionali.

Tra l’Ottocento e il Novecento, però, nonostante l’idea crociana di letteratura, il mondo dell’editoria si apre alle donne, a testimoniare che quella della scrittura non era solo passione o abilità maschile. Se il manuale della letteratura italiana su cui molti di noi hanno studiato, “il Petronio”, ci ha dato estese informazioni solo su poche autrici degne di essere inserite nel programma ministeriale, come Matilde Serao e Grazia Deledda, tuttavia non poche donne scrivevano e riuscivano a far pubblicare i loro lavori.

Alcune firmavano i loro scritti con il vero nome, come Ada Negri, Carolina Invernizio e Caterina Percoto, altre preferivano nascondersi o impreziosirsi dietro un falso nome come la  Marchesa Colombi, Neera, Jolanda e Sibilla Aleramo.

Questa presenza femminile nel panorama culturale continentale tra l’Otto e il Novecento ha una sua eco anche in Sicilia dove si struttura una narrativa femminile che ci suggerisce, sugli altri, i nomi di Maria Messina, Adelaide Bernardini Capuana ed Elvira Mancuso.

“Contessa, che è mai la vita?”

 

contessacosemailavita_firmato“Contessa, cos’è mai la vita…” forse questo si chiedeva Antonio Bruno, barone di Biancavilla, nella sua camera dell’albergo Italia a Catania in una solitaria sera d’estate. Con i versi di Carducci si interrogava  e aggiungeva ” E’ l’ombra di un sogno fuggente”. 

Fuggente fu proprio la vita di Antonio Bruno, nato a Biancavilla nel 1891 e morto a Catania nel 1932, durata, infatti, solo quarantun anni, ma vissuta con una vertiginosa intensità.

La sua biografia è così ricca di vicende che da sola basterebbe a vivacizzare quelle più noiose di insignificanti uomini, ma divenuti più famosi di lui. Viaggia molto Antonio Bruno e non solo in Italia, ma per tutta l’Europa, aiutato dalla sua padronanza delle lingue straniere e spinto da una continua esigenza di conoscenza  e da una profonda irrequietezza. Subito dopo aver conseguito la maturità classica, infatti, lascia la Sicilia per  Firenze  dove può finalmente respirare  un’aria culturale più aperta alle novità del tempo. Conosce Palazzeschi e Marinetti, profeti del futurismo, e collabora alla rivista “Lacerba”.

Facendo tesoro di questa esperienza, al suo ritorno in Sicilia dà vita a “Pickwick”, rivista letteraria di rinnovamento che va oltre la tradizione letteraria nazionale per concentrarsi anche su ciò che accade in Europa. Questa smania di nuovo nella letteratura lo porta anche a uno scontro personale con Villaroel e la sua poesia di stampo classicheggiante, documentato nel libello polemico ”Un poeta di provincia”. Non solo critico letterario e traduttore di scrittori europei come Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud e Poe, Antonio Bruno è anche poeta e, come poeta futurista, crea una poesia tutta nuova  nella forma che dissolve la parola, espressiva solo semanticamente, in giochi grafici, come appare in “Fuochi di Bengala”, o che diventa un poema-manifesto murale da leggersi sui muri di Catania.

Moderna la poesia di Antonio Bruno nella forma, ma antica nell’ispirazione  che nasce dall’amore, non corrisposto per una donna, Dolly Ferretti, identificata in Ada Fedora Novelli a cui dedica  anche “50 lettere d’amore”.

Proprio da questo motivo dell’amore non corrisposto parte la sua attività di scrittore con lo studio “Come amò e non fu riamato Giacomo Leopardi” che è anche un personale tributo all’infinita ammirazione per Leopardi a cui lo avvicinava anche la deformità fisica  che lo accompagnò dalla nascita.

Come per una terrena legge di contrappasso il barone Antonio Bruno oppone al suo gobbo aspetto un’eleganza  raffinata  dove ogni particolare, dalle scarpe inglesi alle camicie di seta, è curato e con il suo sarcasmo, spesso irridente, passeggia per la città di Catania sfiorando con un geranio rosso le facce dei passanti, predicendone anche la sorte.

Distaccato dalle quotidiane e pratiche incombenze e amante com’è della raffinatezza e della bellezza, ben presto dilapida tutto il suo patrimonio così da non possedere più un calesse che da Biancavilla lo trasporti a Catania dove tra l’altro deve rinunciare all’elegante Hotel Bristol per il più modesto Albergo Italia.

Proprio in una camera di questo albergo la sera del 28 agosto, come egli stesso  aveva annunciato, si uccide, scegliendo il modo più elegante per farlo: scivolare dal sonno alla morte. Si mette a letto e, mentre ingoia “settantadue” compresse di Veronal, gli tornano in mente senza volerlo, alcuni versi che ha imparato a scuola… e prova a ripeterli:

Contessa, che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno fuggente  

La favola breve è finita…”.

Il barone Antonio Bruno, però, non va oltre: non fa in tempo a ricordarne l’ultimo.