ripassando…foscolo, pascoli e d’annunzio

la sera+seraSe ci si è trovati ad avere tra le mani un testo di letteratura e ripassare, per motivi personali o filiali, il programma di italiano dell’ultimo anno del liceo, di certo ci si sarà soffermati su Foscolo, Pascoli e d’Annunzio. Leggendo, dopo una loro collocazione cronologica, le pagine “antologizzate” che in generale tutti gli insegnanti riescono a presentare nei programmi finali, non si sarà potuto fare a meno di notare quasi una ripetizione del motivo della sera, pur con diverse modulazioni nel titolo che così risuona: “Alla sera” di Ugo Foscolo,  “La mia sera” di Giovanni Pascoli e “La sera fiesolana” di Gabriele d’Annunzio.

Allora, provando ad ascoltare le parole che questi poeti ci hanno regalato si scopre che, affidato a schemi metrici tradizionali o innovati, a pause, a parole ora solenni ora evocative e a suoni di infantile eco loro ci consegnano un messaggio più profondo che rende più completa la parafrasi o spiegazione veloce che ne avremmo voluto dare. Si ha quasi un’intuizione che quello della sera non sia solo un momento di pausa del loro giorno che tramonta ma diventi l’occasione per superare il presente e farsi ricerca di un luogo, più che un tempo, desiderato raggiungibile solo con la poesia in uno slancio temporale che si scandisce nel passato, nel presente o nel futuro.

Proprio a un vago ed esistenziale futuro sembra guardare Ugo Foscolo quando nella sera “vaga” con i suoi pensieri “su l’orme che vanno al nulla eterno”, ossimoro all’apparenza semplice, ma che risuona come un indefinito religioso compimento futuro della sua umana esistenza. E’ una meditazione sussurrata con la leggerezza di quel “forse” iniziale ma solenne quella che nella pace serale Foscolo affida all’endecasillabo, il verso dei poemi, della commedia dantesca, per una virile visione d’insieme dove il presente viene sentito con i travagli delle vicende biografiche e politiche. Ma l’adulta e impegnata meditazione si lascia sfiorare dalle immagini care della sera che è bramata in tutte le stagioni, sia quando è “corteggiata” dal dolce vento di primavera o dalle nuvole estive, sia quando è resa ancora più scura dalle fitte tenebre invernali. La sera è amata perché “soavemente” dà pace allo “spirito guerrier” del poeta che vi trova un’anticipazione di quella “fatal quiete” in cui finalmente potrà addormentarsi.

Al movimento in un futuro vagheggiato come luogo temporale della pace si contrappone il ritorno al passato in Pascoli che trova l’avvio nella contrapposizione tra il giorno “pieno di lampi” che è identificato con il presente del poeta adulto e la sera che con la sua promessa di stelle assicura una dimensione di pace capace di riportarlo all’Infanzia, ai giorni prima del tempo di dolore. Tale passaggio, che metricamente è affidato all’uso del novenario, il verso delle infantili cantilene, è nella prima strofa timidamente accennato dal “gre-gre” di ranelle, l’onomatopeico verso delle rane che è proprio del parlar dei piccoli, poi nella seconda strofa è puntualizzato dalla constatazione che il giorno si è allontanato avendo lasciato un innocuo “dolce singulto” nella sera che adesso è solo “umida”. La tempesta metaforica del giorno è lontana.  Già nella terza strofa, infatti, il poeta può assaporare la pace serale che lo proietta in una più ampia dimensione di beatitudine: la sua infanzia. Nella quarta strofa il ricordo dell’infanzia del poeta è ancora legata a un’immagine del presente: si tratta dei voli di rondini nella pace della sera che semanticamente legano la visione dei piccoli in attesa del cibo al nido del poeta, la sua casa lontana nel tempo, ma ancora viva e presente nel suo animo. Nell’ultima strofa non c’è più una contrapposizione tra il giorno/presente e la sera/passato: il giorno è lontano e, attraverso la parola poetica dell’onomatopeico “Don…Don”, il poeta è arrivato al suo mondo infantile in cui risente il suono famigliare delle campane, trasfigurato dalla poetica sinestesia in  “voci di tenebra azzurra” che  come “canti di culla” lo guidano in questo passaggio  indietro nel tempo dove egli, “sul far della sera”,  sente, senza la finzione del ricordo ma in una totale identificazione nell’io infantile, la madre”…e poi nulla”.

Il nulla che, nel superamento dei limiti di una percezione sensoriale, può anche coincidere con l’identificazione del Tutto cui conduce la parola poetica è, paradossalmente, il punto d’arrivo del percorso dannunziano nella sua sera fiesolana attraverso un progressivo sentire e poi farsi Natura in un momento, solo apparentemente, presente. Questo processo, articolato in una varietà di metri che vanno dall’endecasillabo, al senario passando anche per il novenario, è suggerito da una sera di giugno nella stagione di attesa dell’estate e inizia con l’augurio che il poeta, attraverso un’immediata sinestesia, così rivolge alla donna amata: “Fresche le mie parole ne la sera/ ti sien come il fruscìo che fan le foglie / del gelso…”. È un invito al silenzio verbale per percepire dapprima la voce della Natura che parla con il fruscio delle foglie del gelso e poi è un passaggio a una pausa contemplativa per assaporare la calma serale “mentre la Luna è prossima a le soglie/cerule e par che innanzi a sé distenda un velo/ove il nostro sogno si giace…”. La “sperata pace” non può annullare le sensazioni che la Natura vuole regalare e il poeta, sostituendo il consueto e autoreferenziale parlar degli innamorati, invita l’amata ancora una volta a sentirle attraverso le sue parole “Dolci…/…come la pioggia che bruiva/ tiepida e fuggitiva …”.  La pioggia di giugno sembra accarezzare tutta la Natura che attraverso le parole del poeta può respirare così da essere sentita.

Solo accettando di percepirne le voci il poeta e la donna amata possono quasi dimenticare se stessi e divenire parte del Tutto di cui attraverso la poesia si giunge a conoscenza. “…io ti dirò verso qual reami/ d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti/ eterne a l’ombra de gli antichi rami/ parlano del mistero sacro dei monti…”. Per questo mistero poetico ogni cosa è viva e le colline fiesolane possono nella sera con la loro bellezza continuare a consolare “sì che pare/che ogni sera l’anima le possa amare/ d’amor più forte.”

La sera non è eterna: è un attimo di attesa nella notte già annunziata dalle “prime stelle”. Breve ma intensa allora la sera invita il poeta e la sua donna a vivere pienamente l’attimo “trasumanando” -per dirla con il Padre Dante- nella Natura in un avvolgente e sensoriale respiro universale.

A lezione da Esopo: uno “scecco” per ogni occasione

uno scecco per ogni occasioneL’attribuire virtù o vizi agli animali per riferirli agli uomini è vecchia storia: lo scrittore greco Esopo già nel VI secolo a. C. nelle sue favole o MUTOI aveva antropomorfizzato numerosi animali per simboleggiare quasi tutte le sfumature psicologiche possibili. Proprio dal ricco elenco esopiano viene preso in prestito l’animale che per eccellenza  la “lingua siciliana” elegge a simbolo dell’umano agire e pensare: l’asino ovvero ‘u sceccu. In realtà nel mondo di Esopo si affiancano leoni, volpi, agnelli, lupi e non pochi  altri animali, ma dell’asino viene fuori un variegato catalogo  psicologico che ne sfata la diffusa catalogazione nella categoria della pazienza. L’asino, infatti, ora è invidioso del cibo del mulo o della voce delle cicale; ora è dannosamente astuto, come nel caso dell’asino che portava il sale; talvolta è anche vanitoso per doti che non ha.

Il siciliano traduce immagini e caratteristiche della favola greca semplificandole in brevi ed efficaci espressioni, “detti”, modi dire, proverbi in miniatura  adatti alle varie occasioni  della vita.

Si vuole – sarebbe meglio dire si voleva perché adesso il buonismo verbalmente corretto non lo permette più – sottolineare la poca attitudine allo studio di un alunno, di un figlio? Ecco il paragone asinino già bell’e pronto: Sceccu quazatu!  Lo sceccu quazato suggerisce l’immagine dell’asino vestito come un essere umano che, nell’ossimoro delle due realtà, quella bestiale e quella umana, rende ancora più evidente l’ignoranza mascherata. A esaudire la legittima domanda sull’attendibilità della premessa, a proposito della relazione tra fonti greche e i proverbi siciliani sullo sceccu, giunge il racconto esopiano dell’asino che si riveste della pelle di un leone per spaventare gli animali, ma che non riesce a ingannare la volpe che lo aveva sentito ragliare.

Se, invece, si è di fronte a una persona di dubbie capacità e doti personali, ma che, vivendo in un contesto particolare o risplendendo di luce riflessa, ostenta un orgoglio e una vanità esagerati, si  può adoperare l’espressione Sceccu/a di Gerusalemme. La contestualizzazione storica dell’espressione ci riporta al racconto evangelico dell’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme a dorso di un asino tra le acclamazioni di esultanza della folla, mentre l’allusione popolare  si serve di questa immagine per  svelarci la vanità della bestia che credeva rivolte a sé le manifestazioni di lode. Anche quest’immagine è presa in prestito da Esopo nel cui racconto si parla di un asino che, fedelmente al mondo pagano del tempo, porta la statua di un dio; entra in una città e, credendo che la gente  rivolga a lui le lodi con cui accoglie la divinità, inorgoglitosi, si mette a ragliare rifiutandosi di procedere.

Nel caso in cui si vogliano chiarire inequivocabilmente le proprie posizioni, rivendicando diritti al di là di legami sociali o parentali, viene in soccorso il famoso detto: “‘U cumpari è cumpari, ma’ u sceccu da vigna l’amu a livari”. In quest’espressione, in verità, l’asino non incarna un difetto particolare dell’elenco esopiano, ma, presentandosi in uno stato di assoluta passività e dipendenza dal padrone, fa mostra di quella che, al di là del modello greco di riferimento, sembra riconosciuta nell’immaginario popolare come caratteristica  principale  che ne stabilisce la dimensione ontologica prima che psicologica: la pazienza.

Tra gli asini pazienti e costretti a sopportare il peso loro imposto, però, c’è una categoria più penalizzata: ‘u sceccu de issara”, il cui carico, se è corretta l’identificazione con il gesso, non doveva essere certo fra i più leggeri.

CHE FAI TU, LUNA, IN CIEL?

luna_3maggio2014“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa, luna?” Così Leopardi si rivolge alla sua “Silenziosa Luna” chiedendole di svelargli le “mille cose” e i mille perché della vita di ogni uomo. Non è solo un’immagine poetica il colloquio-monologo del pastore errante leopardiano: quello tra l’uomo e la Luna è un eterno dialogo silenzioso quasi un appuntamento con se stesso. E’ allora contemplazione assoluta, quasi mistica, della pace che un notturno lunare, quando il cielo è limpido e l’aria è serena, sa regalare agli uomini ispirando loro un unico sentire che si è rivelato attraverso parole e versi che la storia ha modellato.

Così si legge in Omero mentre nell’VIII canto dell’ILIADE descrive il paesaggio lunare che riesce a commuovere anche il semplice pastore: “quando in cielo limpida è la Luna / e tremule e graziose a lei dintorno / brillano le stelle, allor che l’aria / è senza vento e allo sguardo tutte/si svelano le torri e le selve / e le cime dei monti”.

Mille e mille anni trascorrono da questi versi, ma l’immagine del notturno lunare resta immutata e mostra la sua freschezza e nitidezza nella contemplazione che Leopardi affida a “La sera del dì di festa” dove “Dolce e chiara è la notte e senza vento, / E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna”.

Quasi un secolo dopo ritroviamo un’eco di questo paesaggio lunare in Nuttata ‘e sientimento, una canzone napoletana che così dice: “chiara è ‘a Luna, doce ‘o viento, calmo è ‘o mare. Qui l’assenza di vento di omerica e leopardiana visione viene sostituita da un serale venticello (doce)  che rinfranca, mentre la pace notturna abbandona la sua stasi contemplativa e diventa notte “’e sientimento che nun è fatta pe’ durmì”. Diventa, insomma, invito ad amare che nella notte può essere anche malinconico se si ha di fronte “il calmo chiaro di luna triste e bello che fa sognare…e singhiozzare”, come ricorda Verlaine.

Il chiaro di Luna che invita ad amare, però, non è solo immagine visiva. E’ anche sussurro nella notte di note che si levano dall’animo innamorato di Beethoveen e diventano una “Serenata al chiaro di Luna” per la Contessina Giulietta Guicciardi. In un Adagio di solenne e struggente contemplazione l’immagine della Luna è racchiusa nelle mani che toccano i tasti di un pianoforte e guida i bassi lenti e forti della sinistra e suggerisce malinconici e profondi arpeggi alla destra. Siamo nel 1801 e molti decenni dopo quasi alla fine del secolo ecco un altro pianoforte suonare nella notte. E’ “Il clair de Lune” di Debussy che, pur senza la solenne staticità contemplativa, ma con tocchi di sfuggente malinconia e lieve nostalgia fa rivivere le sensazioni quasi universali provate al riflesso argentato della Luna.

Ancora “Blue”, non nell’accezione cromatica ma nell’ indefinibile e malinconica fisionomia evocativa è la Luna nello swing regalatoci da Frank Sinatra  che a Lei cantava “Blue moon, you saw me standing alone/without a dream in my heart/without a love of my own” (malinconica luna, tu mi hai visto stare da solo, senza un sogno nel mio cuore, senza un amore tutto mio).

Con modulazioni e armonie più orecchiabili i ritmati passaggi jazz diventano accordi più semplici nelle notti degli innamorati di partenopea anima dove  occorre poco: basta, infatti, “‘na voce,  ‘na chitarra  e ‘o poco ‘e luna…pe’ fa ‘na serenata” e dove è altrettanto sufficiente la tenue luce di un quarto di Luna per scoprire l’inganno di non essere riamati “Nun ‘nce vo’ na luna chiena pe’ capì si me vuo’ bene“.

Insomma la Luna rende più insopportabile il distacco da chi si ama specie se si affaccia luminosa sul mare come ricordava Fred Buscaglione che così cantava: “Guarda che luna, guarda che mare/in questa notte senza te vorrei morire/ perché son solo a ricordare”.

A Lei che sorridendo sembra guardare gli innamorati e comprenderli, così si rivolgeva Gianni Togni negli anni 80 con un semplice giro armonico “Luna tu parli solamente a chi è innamorato/ chissà quante canzoni ti hanno già dedicato” ricordandoci che Lei, la Luna, è sempre compagna degli amanti.

Può essere amica o pericolosa galeotta soprattutto se a mezzanotte fa da sfondo a un incontro fra amanti, come ricordava il Quartetto Cetra che esortava: “Non ti fidare di un bacio a mezzanotte / se c’è la luna in ciel non ti fidar/ perché perché la Luna a mezzanotte riesce sempre a farti innamorar”.

Sa diventare anche severa sentinella che fa arrossire le pudiche ragazze di un tempo e allora le viene chiesto dai giovani amanti di smorzare il suo sfavillio nell’oscurità notturna che con briosi accenti da operetta le cantano: “Sii cortese con me, non brillar che la bella nell’ombra sol si fa baciare; sperando, in fondo, che Lei continui a brillare perché la sua assenza è terribile perdita di una luce amica, se fa dire alla poetessa Saffo “Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte; giovinezza dilegua e io nel mio letto resto sola”; non può che essere desolazione come ci ricorda Leopardi che scrive “Scende la luna; e si scolora il mondo;/ spariscon l’ombre ed una/oscurità la valle e il mondo imbruna,/orba la notta resta”.

Per fortuna Lei, la Luna, ritorna fedele all’appuntamento con l’uomo e continua a ripetere il miracolo, come fece con Ciaula quando ”Grande, placida, come un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia…mentr’ella saliva pel cielo…col suo ampio velo di luce…nella notte ora piena del suo stupore”.

Uno sguardo al romanzo: Annuzza, la maestrina (poi Vecchia storia…inverosimile)

romanzo_mancusoIl romanzo inizia con l’immediata notizia del fidanzamento della giovanissima Annuzza Milazzo, figlia della za Calogera Tess’e mancia, con il massaro Pasquale Stancavuò. Sin dalle prime pagine le fisionomie dei personaggi principali si rivelano incompatibili fra di loro e si ha quasi un’intuizione delle dinamiche che muoveranno le vicende della trama.

Da una parte si muove il giovane fidanzato, un massaro ignorante, ma di buon cuore e anche benestante con “una casa, una tenuta…due mule e un bel pugno di monete bianche…” che si mostra innamorato e felice di questo legame; dall’altra si fa avanti Annuzza, un’orfana, ricca solo della sua intelligenza e di “molto amor proprio“ che non è “altrettanto felice” di quel fidanzamento che ha accettato solo per non deludere le speranze della madre. Tra i due fidanzati si colloca la za Calogera, la mamma di Annuzza,“ una povera vedova, che da molti anni sudava il suo pane e quello dell’adorata figliola“ che appare subito “beata” all’idea di sistemare la figlia con un vantaggioso matrimonio non sperato.

Nel romanzo la Mancuso con un raccontare vicino al naturalismo di Capuana ripropone l’esistenziale dramma verghiano dei personaggi che vorrebbero fuggire alla loro sorte che nella protagonista si intreccia con quello storico e sociale della Sicilia di fine Ottocento non ancora pronta per l’emancipazione femminile. Animata da un forte desiderio d’indipendenza e da una tenace volontà per ottenerla, Annuzza, infatti, rifiuta di adeguarsi all’unico modello di comportamento femminile proposto che culminava con il matrimonio-sistemazione scegliendo di studiare per ottenere ”la Patente di maestra” e determinare così il suo destino futuro.

Di questo distacco dal contesto storico e socioculturale in cui ha la ventura di vivere parla anche il suo aspetto fisico con il suo essere “sottile, come tutte le adolescenti che non hanno finito di crescere“ che la allontana dal femminile modello di mediterranea corposità; con quei “due grand’occhi scuri, intelligenti e fieri” e con quel mostrare“ nel portamento un’impronta di serietà e di sostenutezza signorile”. Con la sua  algida bellezza aristocratica ed emotivamente glaciale così da sembrare incapace di un profondo sentimento d’affetto anche nei confronti della povera madre, Annuzza non appare nell’immediatezza un’eroina positiva e come tale non viene subito amata.

Sin dalle prime descrizioni e per quasi tutto lo svolgersi del romanzo il personaggio sentimentalmente positivo sembra proprio Pasquale, il fidanzato che accetta da Annuzza il patto di rimandare il matrimonio fino al conseguimento del diploma di maestra rivelando nell’amore che sente per questa “gioia di figlia” la capacità e la forza di rompere le convenzioni sociali del tempo che non accettavano di certo le idee di emancipazione femminile.

Pasquale innamorato e “superbo” della sua Annuzza così istruita, accetta sempre e tutto e si offre anche di pagare le spese necessarie per suo il soggiorno a Caltanissetta dove potrà continuare gli studi per diventare una maestra. Senza saperlo, però, egli contribuisce ad un allontanamento inesorabile: mentre Annuzza procede sulla sua strada dello studio che la fa progredire culturalmente, facendole desiderare una vita diversa da quella prospettata con il rozzo fidanzato, Pasquale resta quasi prigioniero della sua ignoranza che trasforma in solitari monologhi i tentativi di parlarle.

Sui due giovani si illude di vegliare la madre di Annuzza, che porta  nei suoi umili gesti e pensieri i millenni di sottomissione che le donne povere della Sicilia hanno imparato dalla nascita; spera di veder sistemata la sua Annuzza con Pasquale ma non riesce a scongiurare la rottura del fidanzamento da parte della figlia. “La za Calogera, sbalordita e sconvolta… rimase a guardar sua figlia senza dir verbo. Finalmente la prese per le braccia, cercò di rabbonirla, tentò anche, piagnucolando,…di rammentare in quali strettezze vivevano ambedue, prima che Pasquale le aiutasse”.

Ancora una volta i due protagonisti procedono per strade diverse: Pasquale si immola perché, per difendere l’onore di Annuzza, messo in discussione dalle irriverenti parole di don Filippo, assessore corrotto e strozzino, lo affronta in una rissa e viene ingiustamente accusato di averlo accoltellato, finendo così in carcere; Annuzza, in un crescendo di maturazione personale,trova il coraggio di prendere la decisione che più le sta a cuore: lasciare Pasquale e restituirgli i soldi e i regali ricevuti per riconquistare la libertà.

Questa scelta, però, impone alle due donne di ipotecare la casa per ottenere i soldi necessari al riscatto e, in un intreccio determinante per il finale del romanzo, il destino vuole che sia proprio don Filippo, l’usuraio affrontato da Pasquale, a concedere il prestito.

A questo punto il romanzo non solo ha una pausa nel ritmo della narrazione dove si attenua l’intensità drammatica delle vicende ma tralascia l’osservazione delle vicende di Annuzza per seguire da vicino l’altro protagonista.

Pasquale, infatti, passato il primo periodo di disperazione per la fine del fidanzamento con Annuzza, appresa non appena esce dal carcere, si sposa con Bastiana, una cugina,e si avvia a una vita che appare stemperarsi in una maggiore serenità esistenziale.

Bastiana non è Annuzza. E’ “matura, scialba, impassibile” ma è una perfetta moglie che tiene la casa come “una chiesina”, si occupa di lui lo aiuta anche in campagna.

“Egli …era contento …ch’ella fosse assolutamente dissimile da Annuzza e che niente niente nella pingue figura di Bastiana, nelle sue tarde e misurate movenze, nella faccia bianca e slavata, negli occhi senza espressione, nel parlare pacato e prettamente contadinesco, gli richiamasse quell’immagine aborrita e pur troppo rimpianta.”

E’ quella di Pasquale una quiete senza vita, non ha il sapore della profonda pace così come è solo gratitudine il sentimento che riesce a provare per la moglie che …”senza sua intenzione, senza saper come, in certi momenti …si sorprendeva a chiamarla col nome di quell’altra!” Ma quell’altra sta per tornare nella vita di Pasquale. Un giorno inaspettatamente la vicina casa delle due donne si riapre e da quello spiraglio esiguo e fragile passerà nei pensieri e nell’animo del giovane sposo un‘idea fissa che un giorno, dopo averla vista, diventa “impeto di correre ad afferrarla, a reclamarla per sua!”. Poi l’epilogo veloce e inaspettato.

La za Calogera entra in scena e irrompe nella casetta degli sposi per restituire i soldi e i regali che Pasquale aveva donato alla figlia e riferisce ingenuamente che Annuzza vorrebbe una ricevuta. L’idea di compensare l’amore provato per la sua fidanzata di un tempo con due “paroline di ricevuta” portano al culmine il  silenzioso, ma non meno profondo, processo di follia che Pasquale ha vissuto all’arrivo di Annuzza.

In un istante il non sopito dolore di essere stato rifiutato fa sì che solo il sospetto che Annuzza possa essere in un non ben chiaro obbligo con don Filippo, al quale egli immagina sia destinata la ricevuta richiesta, diventi folle gelosia. Qui il racconto si ferma e si riapre il sipario sul dramma in atto dove si muovono solo i due protagonisti che le vicende hanno cambiato: il mite e paziente Pasquale trasformato in carnefice e la fredda e distante Annuzza diventata l’indifesa vittima sacrificale.

Bastiana e la za Calogera sembrano solo due comparse impotenti e incapaci di fermare la tragedia perché, come appare nella misogina descrizione della Mancuso, “sulla porta, impigliatesi insieme nelle loro gonne, si arrestarono per disbrigarsi” lasciando così a Pasquale il tempo di avventarsi su Annuzza.

Quando la za Calogera arriva sulla scena è troppo tardi: trova la sua Annuzza senza vita e lei, la madre che aveva sempre vegliato su quell’unica figlia, capisce che non è stata in grado di proteggerla e, mentre “piangendo, smaniando, tentò di sollevarla da terra” ricrea una plastica immagine di pietà, interrotta solo dai lamenti di Pasquale che, sfogata la sua furia animalesca, continua a chiedersi, quasi rantolando: “Annuzza, mia!!…Come ti ho potuta uccidere?” La sua Annuzza muore senza averlo mai tradito, senza essere venuta mai meno al suo onore di giovane donna, ma solo per aver voluto conquistare la sua indipendenza e la libertà di non sposare l’uomo che non amava.

Senza saperlo è stata la sua colpa più grande.

Elvira Mancuso, una voce che grida nel deserto?

elvira mancuso

Delle tre scrittrici siciliane, con le quali abbiamo voluto incamminarci in questo viaggio letterario nella Sicilia  tra l’Otto e il Novecento, Elvira Mancuso (1867-1958), appare la più determinata e impegnata nella rivendicazione della tanto sofferta autonomia femminile.

Se Maria Messina aveva fatto del suo mondo artistico una via di fuga e di salvezza al soffocante isolamento personale e Adelaide Bernardini aveva trovato nel prestigioso cognome del marito, Luigi Capuana, la strada per i suoi successi artistici, la Mancuso mostra con le sue scelte di vita una nuova figura di letterata: quella della donna che  cerca e trova nella cultura la sola possibilità di emancipazione femminile e che vede nella Scuola l’unica strada per raggiungerla. 

Nata a Caltanissetta nel 1867, Elvira Mancuso sceglie di non sposarsi per dedicarsi agli studi letterari, alla scrittura e all’insegnamento.

Le sue prime prove narrative, Una storia vera, Sacrificio Serata in provincia, Sogno sono pubblicate dal 1889 al 1891 sulla rivista femminile “Cordelia” e firmate con lo pseudonimo di Ruggero Torres o  con quello di Lucia Vermanos  in cui viene anagrammato il suo vero nome. Sono racconti brevi che muovono dai modelli narrativi del Naturalismo, dai salotti delle novelle borghesi di Capuana, lontani dalla Sicilia angusta e pettegola delle Paesane; sono pagine leggere in cui, attraverso lievi intrecci narrativi, si muovono personaggi poco sanguigni, quasi superficiali e, spesso, di una melodrammaticità stancamente romantica.

La voce di Elvira Mancuso non ha conquistato ancora la sua forza convincente: bisogna aspettare qualche anno affinché la scrittrice sappia trovare non solo nella realtà storica e sociale del suo tempo, ma proprio nella sua stessa biografia, nella sua battaglia per l’emancipazione culturale femminile i suggerimenti necessari  per il romanzo, Annuzza, la maestrina e  per il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia.

Nel 1906 viene pubblicato il romanzo (ripubblicato poi nel 1990 da Sellerio con il nuovo titolo Vecchia storia…inverosimile) ambientato in un paesino del chiuso entroterra siciliano, Pietraperzia, in cui si muove una nuova figura di giovane donna, Annuzza.

Animata da una profonda volontà d’indipendenza e di ribellione nei confronti di un ambiente di esclusività maschile, la protagonista rifiuta il solito finale delle storie di donne del tempo, il matrimonio-sistemazione, ma paga con la sua vita questa scelta.

L’anno successivo vede la pubblicazione il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia che sembra quasi un commento puntuale al romanzo, in cui la Mancuso rivolge il suo appello agli “eminenti sociologi statisti, economisti” che, parlando o scrivendo dei problemi della Sicilia, non si sono occupati della condizione delle donne siciliane. Nel rivolgersi loro, però, la Mancuso vuole attirare l’attenzione delle donne affinché si liberino dell’atavica accettazione di una  irrevocabile inferiorità dall’uomo che, nella loro stessa mentalità, è letta come un decreto divino.

La sua è una battaglia per distogliere le giovani donne dalla “caccia al marito” e indirizzarle a una vera istruzione che, restituendo a tutte il significato profondo della loro dignità, suggerisca anche il desiderio e il modo di trovare nella loro posizione economica e sociale l’indipendenza che possa sostituire la vecchia dote paterna. Elvira Mancuso è consapevole della difficoltà, quasi utopistica, con cui il “rimedio” da lei suggerito possa realizzarsi, ma è anche convinta del ruolo insostituibile della Scuola. Per questo a se stessa e ai suoi colleghi rivolge il categorico appello di risvegliare nelle alunne la consapevolezza della loro dignità che le faccia diventare delle “vere Donne, signore di se stesse, renitenti a divenire il cane domestico di un qualsiasi padrone”.

E’ ancora utopia?

Adelaide Capuana nata Bernardini (II parte)

adelaide_seconda parteQuesto momento arriva nell’anno 1922. La signora Capuana, già vedova dal 1915, è unica proprietaria del manoscritto originale del romanzo I Malavoglia che Verga aveva donato all’amico Luigi Capuana e, dando prova di una grande sensibilità artistica oltre che affettiva nei confronti dei vecchi amici del marito, mette in vendita il prezioso manoscritto. Lo invia a Bologna dove, durante le celebrazioni in ricordo dello scrittore siciliano da poco morto, viene esposto al Teatro Comunale, in attesa di poter trovare un acquirente generoso.

Immediata la raggiunge, travolgendola, la reazione di Luigi Pirandello che, instancabilmente con lettere aperte e interventi vari, coinvolge la stampa del tempo cosicché la signora Capuana si vede costretta a vendere il romanzo autografo alla famiglia dell’autore a un prezzo che non era quello sperato. Colpita, ma non ancora affondata, la signora Adelaide si arma ancora una volta di salomonica pazienza per trovare l’occasione di restituire il colpo. Non deve aspettare tanto: il 20 novembre dello stesso anno, infatti, trova il modo di polemizzare con Luigi Pirandello accusandolo, in una sua lettera aperta inviata al “ Giornale d’Italia”, di aver plagiato nel dramma Vestire gli ignudi la novella “Dal taccuino di Ada” di Luigi Capuana e suggerendogli come titolo di eventuali nuovi lavori Spogliare i morti” e Calunniare i vivi”.

La signora Capuana, però, senza sospettarlo, fa una doppia mossa falsa: ammette una caduta di stile del consorte e dimostra di non aver saputo cogliere la profondità del dramma pirandelliano.

Nell’immediato svolgersi dei fatti del I atto di “Vestire gli ignudi”, si scopre come antefatto che Ersilia Drei, giovane maestra elementare, impiegata come governante presso la famiglia del console italiano a Smirne, è stata accusata di essere responsabile della morte della bambina affidatale e, cacciata via dal console, ritorna a Roma. Qui, scoprendo che il giovane ufficiale di marina con cui proprio durante il soggiorno a Smirne aveva avuto una relazione sta per sposare un’altra, tenta di avvelenarsi in un giardino della città, ma portata in ospedale dai passanti, viene salvata. La notizia, riportata da un giornale, impressiona lo scrittore Ludovico Nota che non esita ad aiutarla accogliendola in casa.

Anche se poi il dramma pirandelliano evolverà in intrecci sempre più complicati per svelare attraverso i tratti contraddittori dei personaggi il dramma della vita stessa, cosa che sembra sfuggita alla signora Capuana, è innegabile, però, che l’antefatto da cui prende le mosse sia un fatto di cronaca ben conosciuto dalla Bernardini.

Si tratta della vicenda accaduta nel 1895 alla giovanissima Adelaide che un anno dopo lo stesso Capuana narratore, non proprio cavallerescamente rispettoso del riserbo dovuto al Capuana coniuge, aveva utilizzato nella sua novella, “Dal taccuino di Ada” dove nel semplice diminutivo della protagonista Ada, era facilmente identificabile l’identità della futura signora Capuana.

Da galantuomo siciliano Pirandello non vuole rispondere con i toni offensivi che la “ridicola” accusa rivoltagli avrebbe meritato e qualche giorno dopo si rivolge alla signora dalle pagine de “L’Epoca” spiegando di essersi ispirato semplicemente alle vicende umane suggeritegli dalla vita, riservandosi, però, di difendersi ancora con l’arma che uno scrittore ha in mano: il mondo artistico dove personaggi fatti di parole, possono, però, dire meglio le verità scomode. Si serve, infatti, del barone Nuti, un personaggio di Ciascuno a suo modo del 1923, per ironizzare proprio sul suggerimento della Bernardinicapuana.

Arrabbiato dopo aver assistito a un lavoro teatrale in cui ritrova messe in scena le non esaltanti vicende personali, il barone, irrompendo nella platea durante il I intermezzo corale così esclama: ”E’ un’altra cosa però mi pare s’insegni qua, caro signore: a calpestare i morti e a calunniare i vivi!”.

Ripetendo qualche momento dopo in modo “convulso”, come ci dice la stessa didascalia pirandelliana, “Calpestare i morti e calunniare i vivi”, quasi a scandire in modo inequivocabile le parole della Bernardini cui il maestro Luigi Pirandello con ironia elegantemente velata dà ancora una volta una lezione.

Nel 1944 Adelaide Capuana nata Bernardini muore e, se non avesse avuto la vantaggiosa sfortuna di essersi perdutamente innamorata in quel lontano 1895 dell’uomo sbagliato per il quale aveva rischiato di morire, intenerendo poi il cuore di Luigi Capuana, resta il dubbio che sarebbe ricordata solo come una “scrittrice assolutamente mediocre”, per dirla con Riccardo Reim, fra le tante muliebri voci letterarie.

Adelaide Capuana nata Bernardini

adelaide_prima parteLa combinazione dei due cognomi con cui viene qui presentata la scrittrice, siciliana d’adozione, suggerisce immediatamente il confronto con il pirandelliano “Giustino Roncella nato Boggiòlo”. Come questo personaggio che da insignificante impiegato viene felicemente catapultato nel mondo della moglie, una celebre scrittrice del cui successo vuole essere il regista, anche Adelaide Bernardini viene inaspettatamente proiettata nella vita di un grande scrittore, il siciliano Luigi Capuana, e, consapevole della fortuna toccatale, cerca di sfruttarla vantaggiosamente.

Nata a Narni nel 1872, secondo alcuni biografi o nel 1876, secondo altri, Adelaide Bernardini, dopo un soggiorno a Costantinopoli, dove lavora come maestra elementare, giovanissima si stabilisce a Roma. Qui, come in un copione da melodramma tardo romantico, abbandonata dal giovane ufficiale di cui si era innamorata, tenta il suicidio.

E’ l’estate del 1895. La notizia, riportata dai giornali locali, attira l’attenzione del sessantenne Luigi Capuana che, trovandosi a Roma, vuole conoscerla.

E’ questo per la Bernardini l’incontro fatale che sembra prometterle il passaggio dall’anonimato alla notorietà cui aspira come scrittrice e, sotto questa nuova protezione da cui si sente autorizzata a firmare i suoi lavori con il doppio cognome di Bernardini Capuana, si cimenta in rime, drammi commedie e soprattutto in novelle dove, come afferma Rita Verdirame, mostra una certa fluidità di scrittura che riuscirà a salvarla da un impietoso anonimato artistico.

Fra le storie narrate di amori infelici e amanti traditi, in sintonia con le nuove istanze  della letteratura femminile del tempo, si coglie l’intento della Bernardinicapuana di “sdoganare” l’adulterio femminile e per questo presenta la donna traditrice non più con i consueti tratti di personaggio assolutamente negativo da condannare senza appello, ma la rende una figura più complessa così da suscitare una certa immedesimazione da parte del lettore nelle nuove vicende e nelle scelte non del tutto condivisibili. Proprio questo avviene nei confronti della protagonista del racconto, “Colei che tradiva”, dove è lo stesso amante tradito, Livio Franchi, che, mentre rivela all’amico Ruggero Masi la sua insolita, non solo per quei tempi, rassegnazione libera da ogni desiderio di vendetta, sembra non voler condannare la donna traditrice. Si serve, infatti, della confessione in cui la stessa amata, ripercorrendo i suoi abituali tradimenti, si svela come vittima impotente di quell’“invisibile nemico” che agisce in lei e che frena il lettore dal proferire il perentorio quanto immediato giudizio da sempre racchiuso in tre sole sillabe.

La vasta produzione letteraria della Bernardinicapuana, per quanto pubblicata sulle riviste dell’epoca, viene, però, stroncata  dal critico palermitano Francesco Biondolillo, come ricorda  ancora una volta Rita Verdirame, che nella “Macellatio capuanae bernardinaeque” con ironia pungente si diverte a denigrare le smanie di scrittrice della Bernardini, diventata nel 1908 signora Capuana, ridicolizzando anche la cecità critica del di lei consorte, il maestro Luigi Capuana.

Nemmeno Verga e Pirandello sembrano apprezzarla e di questa antipatia Adelaide Capuana, nata Bernardini, saprà ripagarli al momento opportuno.    (Fine I parte)

Una preziosa riscoperta: Maria Messina

unapreziosariscoperta MM_firmatoNata nel 1887 ad Alimena in provincia di Palermo da Gaetana Valenza Traina, una nobildonna decaduta, e da Gaetano, ispettore scolastico, Maria Messina sembra trovare nella sua biografia elementi chiave della sua narrativa. Vive un’adolescenza non molto serena: è, infatti, isolata da tutti, chiusa all’interno della sua famiglia da cui la salva il fratello aiutandola a intraprendere gli studi e incoraggiando la sua inclinazione alla scrittura dove, a poco a poco, prendono forma personaggi e ambienti del suo narrare. Mentre i suoi lavori trovano ben presto editori disponibili alla loro pubblicazione, la giovane scrittrice lascia l’isola e, dopo vari spostamenti in Umbria, nelle Marche e in Toscana, nel 1911 si trasferisce a Napoli vivendo un periodo di serenità. Giovanissima conosce il successo: editori come Sandron e Treves pubblicano i suoi racconti che godono l’apprezzamento di Giuseppe Antonio Borgese e Ada Negri, mentre lo stesso Giovanni Verga con il quale, dal 1909 al 1921, ha una fitta corrispondenza epistolare, la incoraggia personalmente a pubblicare un suo lavoro. Proprio dal modello verghiano sembra originarsi il narrare della Messina che si muove tra personaggi senza possibilità di riscatto e condannati alla solitudine per il loro tentativo di ribellione: siano essi umili emigranti o donne di una realtà piccolo borghese.

E’ quanto accade, infatti, a Vanna, la protagonista del racconto Casa Paterna che, ritornata da sola nella casa nativa per fuggire dalle umiliazioni cui la sottopone il marito, un giovane avvocato che vuole spiccare nella Roma d’inizio secolo, non trova nella sua famiglia l’accoglienza sperata. La sua casa non le appartiene più: vi trova, infatti, nuovi volti e si accorge che sono affettivamente lontani quelli a lei, un tempo, famigliari. Fatta eccezione per Maria, un’amica prima che cognata, a lei legata da un sincero affetto, la povera Vanna è circondata da estranei che la giudicano e la puniscono con un continuo ed estenuante distacco per la sua colpa, l’arcaica e inesorabile ubris, di voler disobbedire alle convenienze sociali.

Vanna, sempre più isolata dalla “famiglia” e consapevole che la fuga dalla casa coniugale possa realmente comprometterne il buon nome e rovinare il futuro della giovane e nubile sorella, si arrende  e si rassegna a una vita senza speranza di felicità, accettando di ritornare a Roma.

Bastano, però, poche parole del marito, sempre più egoista e cinico, che, invitato dai fratelli, la raggiunge a ricordarle la vita da cui aveva tentato di fuggire.

Vanna capisce con estrema chiarezza che non può ricominciare la sua vecchia vita, ma non ha più scampo: scappa e si dirige verso la spiaggia aspettando che il mare, il suo mare, la raggiunga a compensarla della felicità che la vita le ha negato.

La vita dei personaggi della Messina è scandita da destini comuni e infatti anche Miriam e Severa, le due sorelle del romanzo L’amore negato, non hanno diritto alla felicità.

Come il titolo suggerisce è appunto l’impossibilità di essere amate  a determinare la stessa sconfitta nelle loro vite così differenti.

Diverse, infatti, queste figure appaiono sin dalle prime immagini in cui  si presentano: dolce, legata alla famiglia e serena del suo modesto lavoro di ricamatrice Miriam, nel cui nome si legge un’eco di quello dell’autrice, che nei suoi sogni quasi adolescenziali insegue l’idea del grande amore; arrogante, egoista e incapace di veri legami affettivi con i suoi familiari, invece, Severa, che all’inizio della narrazione non sembra aver tempo e voglia di innamorarsi impegnata com’è al raggiungimento del suo unico obiettivo: arricchirsi e farsi un nome, anche se solo come modista, nella buona società del luogo.

Un corteggiatore inaspettato, ma poi amato e creduto sincero farà irruzione nella semplice vita di Miriam e con la mancata fedeltà ne dissolverà i sogni senza riuscire ad abbatterne la forza d’animo; un giovane casualmente impiegato come contabile nel laboratorio si insinuerà giorno dopo giorno nel cuore e nei pensieri di Severa fino a farla impazzire non appena la povera modista scopre che sta per sposare un’altra.

Cosi come i suoi personaggi anche Maria Messina è senza riscatto: colpita dalla sclerosi multipla negli anni Trenta, cerca di ribellarsi alla malattia che ben presto la immobilizza impendendole di scrivere. Si chiude in una solitudine forzata e muore nel 1944 a Pistoia, dimenticata da tutti.

Nel 1980 è riscoperta da Leonardo Sciascia.

‘Un’è cosa ‘ppi fimmini…(“GALANTE” DEFINIZIONE DI LETTERATURA)

unnecosappifimmini_firmatoTra le tante attività da cui le donne di qualche tempo fa erano escluse, oltre a quelle ritenute socialmente maschili, c’era anche la scrittura, intesa come vera e propria attività letteraria. Di questa esclusione, creduta inconfutabile, si fece portavoce anche Benedetto Croce che, nella seconda metà dell’Ottocento (d.C.), sosteneva che le donne, appunto perché tali, non potessero entrare nella letteratura: insomma le donne potevano scrivere, se ne avevano voglia e ne fossero capaci, solo nei loro diari o nei loro romantici epistolari, senza lasciarsi stuzzicare da velleità letterario-professionali.

Tra l’Ottocento e il Novecento, però, nonostante l’idea crociana di letteratura, il mondo dell’editoria si apre alle donne, a testimoniare che quella della scrittura non era solo passione o abilità maschile. Se il manuale della letteratura italiana su cui molti di noi hanno studiato, “il Petronio”, ci ha dato estese informazioni solo su poche autrici degne di essere inserite nel programma ministeriale, come Matilde Serao e Grazia Deledda, tuttavia non poche donne scrivevano e riuscivano a far pubblicare i loro lavori.

Alcune firmavano i loro scritti con il vero nome, come Ada Negri, Carolina Invernizio e Caterina Percoto, altre preferivano nascondersi o impreziosirsi dietro un falso nome come la  Marchesa Colombi, Neera, Jolanda e Sibilla Aleramo.

Questa presenza femminile nel panorama culturale continentale tra l’Otto e il Novecento ha una sua eco anche in Sicilia dove si struttura una narrativa femminile che ci suggerisce, sugli altri, i nomi di Maria Messina, Adelaide Bernardini Capuana ed Elvira Mancuso.

“Contessa, che è mai la vita?”

 

contessacosemailavita_firmato“Contessa, cos’è mai la vita…” forse questo si chiedeva Antonio Bruno, barone di Biancavilla, nella sua camera dell’albergo Italia a Catania in una solitaria sera d’estate. Con i versi di Carducci si interrogava  e aggiungeva ” E’ l’ombra di un sogno fuggente”. 

Fuggente fu proprio la vita di Antonio Bruno, nato a Biancavilla nel 1891 e morto a Catania nel 1932, durata, infatti, solo quarantun anni, ma vissuta con una vertiginosa intensità.

La sua biografia è così ricca di vicende che da sola basterebbe a vivacizzare quelle più noiose di insignificanti uomini, ma divenuti più famosi di lui. Viaggia molto Antonio Bruno e non solo in Italia, ma per tutta l’Europa, aiutato dalla sua padronanza delle lingue straniere e spinto da una continua esigenza di conoscenza  e da una profonda irrequietezza. Subito dopo aver conseguito la maturità classica, infatti, lascia la Sicilia per  Firenze  dove può finalmente respirare  un’aria culturale più aperta alle novità del tempo. Conosce Palazzeschi e Marinetti, profeti del futurismo, e collabora alla rivista “Lacerba”.

Facendo tesoro di questa esperienza, al suo ritorno in Sicilia dà vita a “Pickwick”, rivista letteraria di rinnovamento che va oltre la tradizione letteraria nazionale per concentrarsi anche su ciò che accade in Europa. Questa smania di nuovo nella letteratura lo porta anche a uno scontro personale con Villaroel e la sua poesia di stampo classicheggiante, documentato nel libello polemico ”Un poeta di provincia”. Non solo critico letterario e traduttore di scrittori europei come Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud e Poe, Antonio Bruno è anche poeta e, come poeta futurista, crea una poesia tutta nuova  nella forma che dissolve la parola, espressiva solo semanticamente, in giochi grafici, come appare in “Fuochi di Bengala”, o che diventa un poema-manifesto murale da leggersi sui muri di Catania.

Moderna la poesia di Antonio Bruno nella forma, ma antica nell’ispirazione  che nasce dall’amore, non corrisposto per una donna, Dolly Ferretti, identificata in Ada Fedora Novelli a cui dedica  anche “50 lettere d’amore”.

Proprio da questo motivo dell’amore non corrisposto parte la sua attività di scrittore con lo studio “Come amò e non fu riamato Giacomo Leopardi” che è anche un personale tributo all’infinita ammirazione per Leopardi a cui lo avvicinava anche la deformità fisica  che lo accompagnò dalla nascita.

Come per una terrena legge di contrappasso il barone Antonio Bruno oppone al suo gobbo aspetto un’eleganza  raffinata  dove ogni particolare, dalle scarpe inglesi alle camicie di seta, è curato e con il suo sarcasmo, spesso irridente, passeggia per la città di Catania sfiorando con un geranio rosso le facce dei passanti, predicendone anche la sorte.

Distaccato dalle quotidiane e pratiche incombenze e amante com’è della raffinatezza e della bellezza, ben presto dilapida tutto il suo patrimonio così da non possedere più un calesse che da Biancavilla lo trasporti a Catania dove tra l’altro deve rinunciare all’elegante Hotel Bristol per il più modesto Albergo Italia.

Proprio in una camera di questo albergo la sera del 28 agosto, come egli stesso  aveva annunciato, si uccide, scegliendo il modo più elegante per farlo: scivolare dal sonno alla morte. Si mette a letto e, mentre ingoia “settantadue” compresse di Veronal, gli tornano in mente senza volerlo, alcuni versi che ha imparato a scuola… e prova a ripeterli:

Contessa, che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno fuggente  

La favola breve è finita…”.

Il barone Antonio Bruno, però, non va oltre: non fa in tempo a ricordarne l’ultimo.