Ed è subito sera: quando Quasimodo cita Dante

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 “Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole

Ed è subito sera.”

Chi potrebbe dire di non aver mai subito il fascino di trovare racchiuso in questi pochi versi un profondo e sofferto ragionar della vita e del suo drammatico svolgersi?

In questo essenziale discorso poetico, infatti, che si struttura in una semplice e asciutta terzina si ha l’idea del dramma individuale e collettivo dell’uomo che si accorge di essere fragile e condannato inesorabilmente alla conoscenza del dolore.

Che si tratti di una condizione di dolore universale quella che il poeta vuole comunicare lo si coglie attraverso il pronome indefinito “ognuno” a cui l’aggettivo “solo”, però, dà inesorabilmente l’amaro significato della solitudine: il dolore universale infatti, appare un’esperienza individuale  che non si alleggerisce nella condivisione.

A rendere più amara la consapevolezza che la vita sia dolore è lo scoprire vana l’illusione che nella giovanile età aveva accompagnato il poeta, e con lui ogni uomo, di essere al centro della terra e di poter essere  l’artefice del proprio destino. La scoperta determina un immane senso di sconfitta che è tanto più amara quanto più il poeta ha creduto in quel  “raggio di sole” che ha illuminato la sua esistenza: felicità provata forse per  un attimo o solo immaginata nei giorni della giovinezza spensierata e leopardianamente “vaga di speranza”. Diventa allora un raggio che trafigge e annienta perché, a ricordare il suo breve e illusorio corso mentre ci si ritrova nella triste realtà della vita, si è come sconfitti e impotenti: non si può tornare indietro e il ricordo pesa e ferisce. Nel termine “trafitto”, di sole tre sillabe, è chiuso lo stesso sentimento di dolore legato al ricordo dei giorni felici irripetibili e in questa lontananza inesorabile ancora più impressi a cui allude Francesca da Rimini quando così Dante la fa parlare nel V canto dell’Inferno: (E quella a me) “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice nella miseria;/ e ciò lo sa ‘l tuo dottore.”

Quello che Quasimodo sintetizza in tre sillabe Dante esprime in tre versi e, se si è sensibili al fascino del simbolismo che pervade la Comedìa dantesca dove il tre è il numero fondamentale, si è spinti a credere che ciò  non possa  essere del tutto casuale.

Ancora al numero tre sembra rimandare Francesca in questa terzina quando sa  e dice che il suo è un dolore che Dante conosce, sia nell’esperienza diretta della sua vita sia nell’immedesimazione  poetica suggeritagli da Virgilio a cui lei  si riferisce con parole chiare e sicure.

Il suo ricordare doloroso ci appare come un ritorno indietro nel tempo, quando era lontana dall’immaginare il suo tragico destino di dannata, allorché la vita era scandita dai “dolci sospiri” per l’amato e quei giorni passati ma non dimenticati adesso nell’eternità della pena infernale le appaiono dolorosamente irraggiungibili. Francesca, però, non è sola nel suo infelice ricordare: sa che anche Virgilio ne ha conosciuto i segni  che sono rivelati da quell’ “infandum …dolorem” che Enea è costretto a “renovare” ricordando la sua città un tempo splendida ma irrimediabilmente distrutta.  Nelle parole di Francesca e nel silenzio eloquente di Virgilio si sente la voce di Dante che,  grazie alla sua forza poetica, riesce a far rivivere nella loro nostalgia, che è il dolore per un ritorno impossibile, proprio la sua, quella di un esiliato costretto a non rivedere più la sua città e condannato a vivere lontano dalla sua storia. Con questa dolce condivisione poetica che alleggerisce il peso del dolore e sembra dare conforto, l’Inferno dantesco nel pur breve respiro di una terzina ci appare paradossalmente meno tragico del “cuor della terra” su cui Quasimodo sembra condannato a vivere in solitudine il dolore per la vita che conosce solo per un attimo la luce del sole ed è inghiottita “subito” da una “sera” troppo buia per “riveder le stelle”.

ricordando mio padre

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Caro papà, quest’anno è il decimo anno trascorso da quel martedì 3 agosto, il giorno che ha segnato per sempre la nostra vita e anche la tua. Da quel giorno, infatti, hai cambiato modo di essere tra noi diventando una presenza silenziosa e invisibile, ma viva nei ricordi dei tuoi giorni passati con noi.

Vorrei avere la certezza della fede per credere che le mie parole possano arrivarti nella tua felicità sovrumana che, se c’è, tu hai ben meritato, ma i miei pensieri hanno il peso del dubbio e dell’incertezza e allora posso solo sperare che ciò possa essere vero e che tu riesca a sentirmi.

Come stai, papà caro? Anche tu hai lottato con te stesso per accettare il distacco come abbiamo dovuto fare noi? Cosa hai fatto tutti questi anni senza di noi?

Noi abbiamo dovuto imparare a fatica a ritrovarti in tante cose che ti appartenevano: a volte era uno di quei pezzi che suonavi, altre volte erano giornate dell’estate leonfortese, come tu chiamavi quella in cui il caldo del giorno era mitigato da un venticello serale; erano anche i preparativi per le feste di Natale e Pasqua, era l’attesa dei nostri compleanni che tu vivevi sempre con entusiasmo. Abbiamo dovuto ritrovare la tua presenza nell’assenza e abbiamo dovuto abituarci a salutarti guardando la tua foto sulla tua tomba su cui ormai portiamo i ciclamini in inverno e le rose a primavera, illudendoci che tu ne sia contento.

Sono passati dieci anni e di solito per gli anniversari di questo tipo ci si serve dei manifesti murali, incaricati di richiamare alla memoria degli amici e dei conoscenti un po’ distratti il ricordo di chi non c’è più, ma per il tuo è stata scelta questa lettera sperando veramente che aiuterà a ricordarti.

Eri forte come un leone, ma mite come un agnello e semplice come un bambino per questo gioivi delle piccole cose: amavi camminare in riva al mare e raccogliere le conchiglie da portare a Chiara e Maria Pia; fare lunghe passeggiate con il tuo “compare” per tutto il tuo paese; sederti al tuo pianoforte e suonare. Avevi la fede dei semplici per ciò sapevi affidarti alla Provvidenza e riuscivi a essere sempre paziente; eri allegro e gioioso e questo lo hanno capito e amato i tuoi alunni per i quali sei sempre rimasto il loro “Maestro Parano”. Non riuscivi a non amare, anzi vivevi dell’amore per noi e per tutti i tuoi amici riuscendo così anche a ricaricare il tuo cuore che spesso negli ultimi anni si stancava.

Quel 3 agosto, però, non ce l’hai fatta, nonostante la tua gioia di vederci tutti riuniti come non accadeva da qualche tempo. Te ne sei andato lasciando tutti,  noi e gli amici, come storditi dal dolore di averti perso. Chiunque ci ha salutato in quei momenti del distacco ha ricordato un tuo gesto gentile, affettuoso, premuroso e sembrava triste per avere perduto un amico.

Per questo, nell’illusione di parlare con te che questa lettera mi regala, vorrei anche che le mie parole mi aiutassero a renderti ancora vivo in tutti quelli che ti hanno conosciuto e che non hanno potuto fare a meno di volerti bene perché tu sei stato uno di quei beni preziosi che la vita ogni tanto concede.

Maturità: domande che non ti aspetteresti

Nel prepararsi all’esame orale d’italiano per la maturità, di solito, ci si concentra sugli argomenti relativi ai vari autori del programma ritenuti abbastanza probabili se non certi. Nelle litanie sommesse delle ripetizioni, che nei giorni di attesa dell’esame diventano una vera e propria liturgia studentesca, si spazia dal preromanticismo di Foscolo, alla storia in Manzoni; vi si aggiunge il pessimismo leopardiano nelle sue varie fasi con un passaggio brusco alla Scapigliatura e #alnoncihomaicapitoniente Carducci. Tra Naturalismo e Verismo l’ideale dell’ostrica di Verga scivola leggero e veloce insieme alle novelle e ai romanzi, un po’ meno d’Annunzio che, solo per quanto ha scritto, non si riesce a ricordare senza sbirciare sulla pagina degli appunti. Per la maggior parte degli studenti “graziati”, soltanto per l’esame orale, dagli esigui programmi svolti, a questo punto del lavoro resterebbe solo Pascoli che, tra la poetica del Fanciullino e Il gelsomino notturno, in qualche modo si localizza nell’iperuranio letterario; per qualcun altro dal programma dilatato, invece, in questo momento del ripasso sarebbe necessario rivedere Svevo, aspettandosi la consueta domanda del suo rapporto con la psicanalisi, e Pirandello che potrebbe portare a tante strade interpretative: dalla sua sicilianità e alla fase verista, dall’umorismo e relativi influssi di Bergson, al doloroso rapporto dell’Io con i suoi “centomila” aspetti e con la società.

maturità_domande che non ti aspetterestiSu queste domande gli studenti di tutti i tempi hanno sempre atteso di essere esaminati sapendo di fare i conti con la temuta quanto varia dose di sadismo dei commissari ma mai, invece, avrebbero immaginato di sentire una richiesta che in un giorno della fine di luglio -gli esami  un tempo iniziavano a luglio- sarebbe risuonata con queste precise parole: “Lei sicuramente avrà sentito parlare di certa interpretazione critica che ha messo a confronto, trovandovi delle somiglianze, la V Sinfonia di Beethoven e la poesia “A se stesso” di Leopardi. Ce ne vuole parlare?”

Ora in quei momenti in cui il candidato riesce a malapena ricordare la data di nascita dei suoi genitori ed è in una condizione d’insicurezza tale da far dipendere la propria autostima dalla minima sfumatura espressiva dello sguardo o dal lieve movimento epidermico del volto dei commissari scrutati con certosina attenzione per trovarvi approvazione o disgusto per ciò che egli, in uno stato di lucidità intermittente, sta  esponendo; in un momento come questo, allora, a sentire la richiesta di un siffatto confronto si presentò all’infelice candidato la immediata tentazione di salutare la commissione e, obtorto collo, uscir via. Considerate le conseguenze non proprio incoraggianti di tale azione, il disorientato quanto ammutolito candidato, si rassegnò a restare al proprio posto facendo mostra di una calma dotta ed erudita, mentre in frammenti di secondi, che nell’attesa di sentire emettere un qualsiasi suono dalle proprie corde vocali risultavano eterni, cercava disperatamente di ricordare, qualora mai se ne fosse udito il suono, la dannata melodia per il disperato confronto.  Sperava intanto nel silenzio plumbeo della sua mente che si fosse trattata della popolare riduzione ta-ta-ta-taa/ ta-ta-ta-taa che era l’unico fraseggio musicale che alla sua mente da “capra”, per prendere in prestito una definizione del fratello musicista, si presentava come beethoviana. Ritenendo sempre valido il motto Vox populi, vox Dei e data per certa che questa fosse la V sinfonia indicata, restava uno sforzo di memoria nel cercare di ricordare la poesia di Leopardi. “…Non è dei piccoli né dei grandi idilli …”- Diceva fra sé, mentre all’illuminazione letteraria …seguiva il buio. Poi ecco riaffiorare un titolo: Il ciclo d’Aspasia, snobbato e letto sempre di corsa dopo aver indugiato su altri spazi lirici e su altre figure femminili, certo un po’ più gentili e leopardianamente “vaghe” come Silvia o Nerina.

Il buio, a un tratto, cominciò a farsi meno fitto mentre continuava la luce insperata: “…Aspasia, il nome della cortigiana di Pericle, ha nella sua collocazione storica un giudizio inequivocabile agli occhi di Leopardi che vi adombra la Torgioni Tozzetti, la donna inutilmente amata. La poesia indicata per l’inopinato confronto” – continuava la vocina illuminata da inaspettate reminiscenze poetiche – “è tratta da questo ciclo”, mentre ne suggeriva l’incipit che così ritornava alla memoria…

Or poserai per sempre, / Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo, / Ch’eterno io mi credei. Perì.

“Il primo dato su cui basare l’argomentazione richiesta” -pensava il sempre meno letargico candidato- “potrebbe essere la brevità dei versi e la punteggiatura  nervosa che interrompe continuamente il periodo e crea un ritmo spezzato. Sembra, infatti, che in quest’ultimo Leopardi manchi il grande respiro del fraseggio poetico delle poesie più famose come …“

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, /E questa siepe, che da tanta parte /Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

“O come…”

Silvia, rimembri ancora / Quel tempo della tua vita mortale, /Quando beltà splendea / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / E tu lieta e pensosa, il limitare / Di gioventù salivi?

Dal pensiero passò alla parola e, senza averlo potuto immaginare soltanto qualche attimo prima, il confronto fra i due giganti dell’arte, donata quale conforto alle umane genti, fu bell’ e fatto e si presentò in questi termini: “Ciò che accomuna i due artisti nella creazione delle due opere indicate sembra il ritmo spezzato grazie a un gioco di pause musicali nella partitura e di interpunzioni forti nella scrittura che riesce a  dare l’idea di un’intensa e nervosa tensione emotiva …”

Per dovere di cronaca va detto che a questo confronto se ne sarebbe potuto sostituire un altro, suggerito da Angelino Parano, che sarebbe stato così modulato:  “Sunavanu ‘nda stissa banna“.

Glossario per i lettori al di fuori della Magna Grecia

Sunavanu: suonavano

‘nda: nella

Stissa: stessa

Banna: banda musicale

Suggerimenti dalla maturità: ride la gazza, nera sugli aranci.  

La lirica tratta dalla raccolta ed è subito sera del 1942  si colloca nella fase della poesia ermetica di Quasimodo ed è affidata a un linguaggio che, rifuggendo da un disteso messaggio descrittivo, si carica di simbolismi da cui, tra immagini luminose e musicali, si ricava l’emozione lirica dell’autore: l’irrompere della vita dai ricordi dell’infanzia richiamati dal reale e concreto gioco dei fanciulli che nel silenzio della sera fa dire al poeta “Forse è un vero segno della vita”, della vita che egli visse un tempo.

Maturità_quasimodoNasce allora la nostalgia di ieri, di rivedere i giorni di sole della giovinezza che ritornano attraverso la memoria con cui il poeta li può rivivere nella parola poetica del suo linguaggio ermetico che si presenta, però, non come uno dei più chiusi. Metricamente si scandisce nell’endecasillabo, frammentato dall’uso continuo degli enjambement che volutamente interrompono la continuità sintattica spezzandone la chiarezza logica. Il tributo alla tradizione letteraria, oltre che nell’uso del metro poetico per eccellenza, lo si coglie dall’incipit di foscoliana memoria che ci riporta alla sera, motivo famigliare anche a Pascoli e d’Annunzio, a cui analogicamente il poeta è avvicinato nel suo attimo poetico. Nella sera, di cui il vocio di vita che raggiunge il poeta appare come una gentile voce di “pietà”, è più dolce e malinconico il ritorno al passato avviato dal gioco infantile che attraverso i ricordi lo riporta alla vita della sua infanzia quando la vitalità è un fuoco che brucia e non si ha la coscienza del dolore. La memoria, infatti, interrompe l’oblio e i ricordi diventano ombre non più sbiadite ma riaccese di quella vita che si avverte nell’acqua della marea che con il suo impeto sale dal pozzo. Il poeta allora sembra voler dire che questo tempo di nuova vita non gli appartiene nella realtà, ma che a vivere sono solo i ricordi, immagini consumate. In questo caso il termine “arsi” avrebbe il significato di consumati dal tempo e dalla stanchezza degli anni. Ma il linguaggio ermetico è anche polivalente, si presta spesso a un’ambigua interpretazione, omette i nessi sintattici e lascia aperta la possibilità interpretativa. E allora “arsi” isolato dalle due virgole, potrebbe avere il significato di un verbo al passato remoto che racchiude la vita che un tempo fu del poeta e di cui ora restano i ricordi “remoti simulacri”.

Con un altro passaggio di memoria analogica il suo passato rievoca la Sicilia, “la terra impareggiabile”, che riaffiora con il suo selvaggio ma dolce profumo di zagare, i fiori degli aranci. La Sicilia è anche terra del mito, dove al vento può essere chiesto di spingere la luna indietro in un mondo di classiche atmosfere evocato da quel “nudi dormono fanciulli” e dove nuvole e alberi si incontrano in un dispiegarsi vitale della natura vigorosa come la corsa dei cavalli e prepotente come il mare tanto caro al poeta. Il mito, però, non riesce a obliare il dolore che il poeta sente intorno. La Storia con i suoi venti di guerra è già in moto mentre la Storia individuale del poeta è già lontana dai ridenti giorni dell’infanzia. L’airone ne simboleggia l’immagine. Forse è il profilo del poeta che vola lontano con la poesia, ma da vicino è brutto a vedersi e prima di volare “s’avanza verso l’acqua” per fiutare in un lento dolore “tra le spine”. Mentre l’airone-poeta cerca e scava nel dolore un ricordo da cui poter volare, qualcuno osserva: la gazza che nell’ossimoro costruito su un’ardita sinestesia ride sugli aranci lasciando l’ambigua immagine di una risata di speranza focalizzata dalla presenza degli aranci o di un ghigno beffardo evocato dall’aggettivo “nera”.

Proprio il nero è uno dei poli dell’alternanza cromatica in cui sembra oscillare la lirica; l’altro è semanticamente rappresentato dai termini riaccese, fuoco che evocano il giallo-rosso del fuoco e della luce. Questa alternanza suggerisce un’altra lirica del poeta: “Ed è subito sera”, da cui è nato il nome di tutta la raccolta. In un breve istante la sera, che porta in sé il colore scuro del buio, si oppone al colore della luce solare. Opposizione che da cromatica si fa simbolica. E’ il buio della vita che passa in un attimo lasciando nel poeta il ricordo di un passato in cui egli, come “trafitto” dalla luce che svanisce in un attimo troppo veloce, si sente sconfitto dal non poter vivere la vita di un tempo.

ripassando…foscolo, pascoli e d’annunzio

la sera+seraSe ci si è trovati ad avere tra le mani un testo di letteratura e ripassare, per motivi personali o filiali, il programma di italiano dell’ultimo anno del liceo, di certo ci si sarà soffermati su Foscolo, Pascoli e d’Annunzio. Leggendo, dopo una loro collocazione cronologica, le pagine “antologizzate” che in generale tutti gli insegnanti riescono a presentare nei programmi finali, non si sarà potuto fare a meno di notare quasi una ripetizione del motivo della sera, pur con diverse modulazioni nel titolo che così risuona: “Alla sera” di Ugo Foscolo,  “La mia sera” di Giovanni Pascoli e “La sera fiesolana” di Gabriele d’Annunzio.

Allora, provando ad ascoltare le parole che questi poeti ci hanno regalato si scopre che, affidato a schemi metrici tradizionali o innovati, a pause, a parole ora solenni ora evocative e a suoni di infantile eco loro ci consegnano un messaggio più profondo che rende più completa la parafrasi o spiegazione veloce che ne avremmo voluto dare. Si ha quasi un’intuizione che quello della sera non sia solo un momento di pausa del loro giorno che tramonta ma diventi l’occasione per superare il presente e farsi ricerca di un luogo, più che un tempo, desiderato raggiungibile solo con la poesia in uno slancio temporale che si scandisce nel passato, nel presente o nel futuro.

Proprio a un vago ed esistenziale futuro sembra guardare Ugo Foscolo quando nella sera “vaga” con i suoi pensieri “su l’orme che vanno al nulla eterno”, ossimoro all’apparenza semplice, ma che risuona come un indefinito religioso compimento futuro della sua umana esistenza. E’ una meditazione sussurrata con la leggerezza di quel “forse” iniziale ma solenne quella che nella pace serale Foscolo affida all’endecasillabo, il verso dei poemi, della commedia dantesca, per una virile visione d’insieme dove il presente viene sentito con i travagli delle vicende biografiche e politiche. Ma l’adulta e impegnata meditazione si lascia sfiorare dalle immagini care della sera che è bramata in tutte le stagioni, sia quando è “corteggiata” dal dolce vento di primavera o dalle nuvole estive, sia quando è resa ancora più scura dalle fitte tenebre invernali. La sera è amata perché “soavemente” dà pace allo “spirito guerrier” del poeta che vi trova un’anticipazione di quella “fatal quiete” in cui finalmente potrà addormentarsi.

Al movimento in un futuro vagheggiato come luogo temporale della pace si contrappone il ritorno al passato in Pascoli che trova l’avvio nella contrapposizione tra il giorno “pieno di lampi” che è identificato con il presente del poeta adulto e la sera che con la sua promessa di stelle assicura una dimensione di pace capace di riportarlo all’Infanzia, ai giorni prima del tempo di dolore. Tale passaggio, che metricamente è affidato all’uso del novenario, il verso delle infantili cantilene, è nella prima strofa timidamente accennato dal “gre-gre” di ranelle, l’onomatopeico verso delle rane che è proprio del parlar dei piccoli, poi nella seconda strofa è puntualizzato dalla constatazione che il giorno si è allontanato avendo lasciato un innocuo “dolce singulto” nella sera che adesso è solo “umida”. La tempesta metaforica del giorno è lontana.  Già nella terza strofa, infatti, il poeta può assaporare la pace serale che lo proietta in una più ampia dimensione di beatitudine: la sua infanzia. Nella quarta strofa il ricordo dell’infanzia del poeta è ancora legata a un’immagine del presente: si tratta dei voli di rondini nella pace della sera che semanticamente legano la visione dei piccoli in attesa del cibo al nido del poeta, la sua casa lontana nel tempo, ma ancora viva e presente nel suo animo. Nell’ultima strofa non c’è più una contrapposizione tra il giorno/presente e la sera/passato: il giorno è lontano e, attraverso la parola poetica dell’onomatopeico “Don…Don”, il poeta è arrivato al suo mondo infantile in cui risente il suono famigliare delle campane, trasfigurato dalla poetica sinestesia in  “voci di tenebra azzurra” che  come “canti di culla” lo guidano in questo passaggio  indietro nel tempo dove egli, “sul far della sera”,  sente, senza la finzione del ricordo ma in una totale identificazione nell’io infantile, la madre”…e poi nulla”.

Il nulla che, nel superamento dei limiti di una percezione sensoriale, può anche coincidere con l’identificazione del Tutto cui conduce la parola poetica è, paradossalmente, il punto d’arrivo del percorso dannunziano nella sua sera fiesolana attraverso un progressivo sentire e poi farsi Natura in un momento, solo apparentemente, presente. Questo processo, articolato in una varietà di metri che vanno dall’endecasillabo, al senario passando anche per il novenario, è suggerito da una sera di giugno nella stagione di attesa dell’estate e inizia con l’augurio che il poeta, attraverso un’immediata sinestesia, così rivolge alla donna amata: “Fresche le mie parole ne la sera/ ti sien come il fruscìo che fan le foglie / del gelso…”. È un invito al silenzio verbale per percepire dapprima la voce della Natura che parla con il fruscio delle foglie del gelso e poi è un passaggio a una pausa contemplativa per assaporare la calma serale “mentre la Luna è prossima a le soglie/cerule e par che innanzi a sé distenda un velo/ove il nostro sogno si giace…”. La “sperata pace” non può annullare le sensazioni che la Natura vuole regalare e il poeta, sostituendo il consueto e autoreferenziale parlar degli innamorati, invita l’amata ancora una volta a sentirle attraverso le sue parole “Dolci…/…come la pioggia che bruiva/ tiepida e fuggitiva …”.  La pioggia di giugno sembra accarezzare tutta la Natura che attraverso le parole del poeta può respirare così da essere sentita.

Solo accettando di percepirne le voci il poeta e la donna amata possono quasi dimenticare se stessi e divenire parte del Tutto di cui attraverso la poesia si giunge a conoscenza. “…io ti dirò verso qual reami/ d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti/ eterne a l’ombra de gli antichi rami/ parlano del mistero sacro dei monti…”. Per questo mistero poetico ogni cosa è viva e le colline fiesolane possono nella sera con la loro bellezza continuare a consolare “sì che pare/che ogni sera l’anima le possa amare/ d’amor più forte.”

La sera non è eterna: è un attimo di attesa nella notte già annunziata dalle “prime stelle”. Breve ma intensa allora la sera invita il poeta e la sua donna a vivere pienamente l’attimo “trasumanando” -per dirla con il Padre Dante- nella Natura in un avvolgente e sensoriale respiro universale.

A lezione da Esopo: uno “scecco” per ogni occasione

uno scecco per ogni occasioneL’attribuire virtù o vizi agli animali per riferirli agli uomini è vecchia storia: lo scrittore greco Esopo già nel VI secolo a. C. nelle sue favole o MUTOI aveva antropomorfizzato numerosi animali per simboleggiare quasi tutte le sfumature psicologiche possibili. Proprio dal ricco elenco esopiano viene preso in prestito l’animale che per eccellenza  la “lingua siciliana” elegge a simbolo dell’umano agire e pensare: l’asino ovvero ‘u sceccu. In realtà nel mondo di Esopo si affiancano leoni, volpi, agnelli, lupi e non pochi  altri animali, ma dell’asino viene fuori un variegato catalogo  psicologico che ne sfata la diffusa catalogazione nella categoria della pazienza. L’asino, infatti, ora è invidioso del cibo del mulo o della voce delle cicale; ora è dannosamente astuto, come nel caso dell’asino che portava il sale; talvolta è anche vanitoso per doti che non ha.

Il siciliano traduce immagini e caratteristiche della favola greca semplificandole in brevi ed efficaci espressioni, “detti”, modi dire, proverbi in miniatura  adatti alle varie occasioni  della vita.

Si vuole – sarebbe meglio dire si voleva perché adesso il buonismo verbalmente corretto non lo permette più – sottolineare la poca attitudine allo studio di un alunno, di un figlio? Ecco il paragone asinino già bell’e pronto: Sceccu quazatu!  Lo sceccu quazato suggerisce l’immagine dell’asino vestito come un essere umano che, nell’ossimoro delle due realtà, quella bestiale e quella umana, rende ancora più evidente l’ignoranza mascherata. A esaudire la legittima domanda sull’attendibilità della premessa, a proposito della relazione tra fonti greche e i proverbi siciliani sullo sceccu, giunge il racconto esopiano dell’asino che si riveste della pelle di un leone per spaventare gli animali, ma che non riesce a ingannare la volpe che lo aveva sentito ragliare.

Se, invece, si è di fronte a una persona di dubbie capacità e doti personali, ma che, vivendo in un contesto particolare o risplendendo di luce riflessa, ostenta un orgoglio e una vanità esagerati, si  può adoperare l’espressione Sceccu/a di Gerusalemme. La contestualizzazione storica dell’espressione ci riporta al racconto evangelico dell’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme a dorso di un asino tra le acclamazioni di esultanza della folla, mentre l’allusione popolare  si serve di questa immagine per  svelarci la vanità della bestia che credeva rivolte a sé le manifestazioni di lode. Anche quest’immagine è presa in prestito da Esopo nel cui racconto si parla di un asino che, fedelmente al mondo pagano del tempo, porta la statua di un dio; entra in una città e, credendo che la gente  rivolga a lui le lodi con cui accoglie la divinità, inorgoglitosi, si mette a ragliare rifiutandosi di procedere.

Nel caso in cui si vogliano chiarire inequivocabilmente le proprie posizioni, rivendicando diritti al di là di legami sociali o parentali, viene in soccorso il famoso detto: “‘U cumpari è cumpari, ma’ u sceccu da vigna l’amu a livari”. In quest’espressione, in verità, l’asino non incarna un difetto particolare dell’elenco esopiano, ma, presentandosi in uno stato di assoluta passività e dipendenza dal padrone, fa mostra di quella che, al di là del modello greco di riferimento, sembra riconosciuta nell’immaginario popolare come caratteristica  principale  che ne stabilisce la dimensione ontologica prima che psicologica: la pazienza.

Tra gli asini pazienti e costretti a sopportare il peso loro imposto, però, c’è una categoria più penalizzata: ‘u sceccu de issara”, il cui carico, se è corretta l’identificazione con il gesso, non doveva essere certo fra i più leggeri.

CHE FAI TU, LUNA, IN CIEL?

luna_3maggio2014“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa, luna?” Così Leopardi si rivolge alla sua “Silenziosa Luna” chiedendole di svelargli le “mille cose” e i mille perché della vita di ogni uomo. Non è solo un’immagine poetica il colloquio-monologo del pastore errante leopardiano: quello tra l’uomo e la Luna è un eterno dialogo silenzioso quasi un appuntamento con se stesso. E’ allora contemplazione assoluta, quasi mistica, della pace che un notturno lunare, quando il cielo è limpido e l’aria è serena, sa regalare agli uomini ispirando loro un unico sentire che si è rivelato attraverso parole e versi che la storia ha modellato.

Così si legge in Omero mentre nell’VIII canto dell’ILIADE descrive il paesaggio lunare che riesce a commuovere anche il semplice pastore: “quando in cielo limpida è la Luna / e tremule e graziose a lei dintorno / brillano le stelle, allor che l’aria / è senza vento e allo sguardo tutte/si svelano le torri e le selve / e le cime dei monti”.

Mille e mille anni trascorrono da questi versi, ma l’immagine del notturno lunare resta immutata e mostra la sua freschezza e nitidezza nella contemplazione che Leopardi affida a “La sera del dì di festa” dove “Dolce e chiara è la notte e senza vento, / E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna”.

Quasi un secolo dopo ritroviamo un’eco di questo paesaggio lunare in Nuttata ‘e sientimento, una canzone napoletana che così dice: “chiara è ‘a Luna, doce ‘o viento, calmo è ‘o mare. Qui l’assenza di vento di omerica e leopardiana visione viene sostituita da un serale venticello (doce)  che rinfranca, mentre la pace notturna abbandona la sua stasi contemplativa e diventa notte “’e sientimento che nun è fatta pe’ durmì”. Diventa, insomma, invito ad amare che nella notte può essere anche malinconico se si ha di fronte “il calmo chiaro di luna triste e bello che fa sognare…e singhiozzare”, come ricorda Verlaine.

Il chiaro di Luna che invita ad amare, però, non è solo immagine visiva. E’ anche sussurro nella notte di note che si levano dall’animo innamorato di Beethoveen e diventano una “Serenata al chiaro di Luna” per la Contessina Giulietta Guicciardi. In un Adagio di solenne e struggente contemplazione l’immagine della Luna è racchiusa nelle mani che toccano i tasti di un pianoforte e guida i bassi lenti e forti della sinistra e suggerisce malinconici e profondi arpeggi alla destra. Siamo nel 1801 e molti decenni dopo quasi alla fine del secolo ecco un altro pianoforte suonare nella notte. E’ “Il clair de Lune” di Debussy che, pur senza la solenne staticità contemplativa, ma con tocchi di sfuggente malinconia e lieve nostalgia fa rivivere le sensazioni quasi universali provate al riflesso argentato della Luna.

Ancora “Blue”, non nell’accezione cromatica ma nell’ indefinibile e malinconica fisionomia evocativa è la Luna nello swing regalatoci da Frank Sinatra  che a Lei cantava “Blue moon, you saw me standing alone/without a dream in my heart/without a love of my own” (malinconica luna, tu mi hai visto stare da solo, senza un sogno nel mio cuore, senza un amore tutto mio).

Con modulazioni e armonie più orecchiabili i ritmati passaggi jazz diventano accordi più semplici nelle notti degli innamorati di partenopea anima dove  occorre poco: basta, infatti, “‘na voce,  ‘na chitarra  e ‘o poco ‘e luna…pe’ fa ‘na serenata” e dove è altrettanto sufficiente la tenue luce di un quarto di Luna per scoprire l’inganno di non essere riamati “Nun ‘nce vo’ na luna chiena pe’ capì si me vuo’ bene“.

Insomma la Luna rende più insopportabile il distacco da chi si ama specie se si affaccia luminosa sul mare come ricordava Fred Buscaglione che così cantava: “Guarda che luna, guarda che mare/in questa notte senza te vorrei morire/ perché son solo a ricordare”.

A Lei che sorridendo sembra guardare gli innamorati e comprenderli, così si rivolgeva Gianni Togni negli anni 80 con un semplice giro armonico “Luna tu parli solamente a chi è innamorato/ chissà quante canzoni ti hanno già dedicato” ricordandoci che Lei, la Luna, è sempre compagna degli amanti.

Può essere amica o pericolosa galeotta soprattutto se a mezzanotte fa da sfondo a un incontro fra amanti, come ricordava il Quartetto Cetra che esortava: “Non ti fidare di un bacio a mezzanotte / se c’è la luna in ciel non ti fidar/ perché perché la Luna a mezzanotte riesce sempre a farti innamorar”.

Sa diventare anche severa sentinella che fa arrossire le pudiche ragazze di un tempo e allora le viene chiesto dai giovani amanti di smorzare il suo sfavillio nell’oscurità notturna che con briosi accenti da operetta le cantano: “Sii cortese con me, non brillar che la bella nell’ombra sol si fa baciare; sperando, in fondo, che Lei continui a brillare perché la sua assenza è terribile perdita di una luce amica, se fa dire alla poetessa Saffo “Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte; giovinezza dilegua e io nel mio letto resto sola”; non può che essere desolazione come ci ricorda Leopardi che scrive “Scende la luna; e si scolora il mondo;/ spariscon l’ombre ed una/oscurità la valle e il mondo imbruna,/orba la notta resta”.

Per fortuna Lei, la Luna, ritorna fedele all’appuntamento con l’uomo e continua a ripetere il miracolo, come fece con Ciaula quando ”Grande, placida, come un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia…mentr’ella saliva pel cielo…col suo ampio velo di luce…nella notte ora piena del suo stupore”.

Uno sguardo al romanzo: Annuzza, la maestrina (poi Vecchia storia…inverosimile)

romanzo_mancusoIl romanzo inizia con l’immediata notizia del fidanzamento della giovanissima Annuzza Milazzo, figlia della za Calogera Tess’e mancia, con il massaro Pasquale Stancavuò. Sin dalle prime pagine le fisionomie dei personaggi principali si rivelano incompatibili fra di loro e si ha quasi un’intuizione delle dinamiche che muoveranno le vicende della trama.

Da una parte si muove il giovane fidanzato, un massaro ignorante, ma di buon cuore e anche benestante con “una casa, una tenuta…due mule e un bel pugno di monete bianche…” che si mostra innamorato e felice di questo legame; dall’altra si fa avanti Annuzza, un’orfana, ricca solo della sua intelligenza e di “molto amor proprio“ che non è “altrettanto felice” di quel fidanzamento che ha accettato solo per non deludere le speranze della madre. Tra i due fidanzati si colloca la za Calogera, la mamma di Annuzza,“ una povera vedova, che da molti anni sudava il suo pane e quello dell’adorata figliola“ che appare subito “beata” all’idea di sistemare la figlia con un vantaggioso matrimonio non sperato.

Nel romanzo la Mancuso con un raccontare vicino al naturalismo di Capuana ripropone l’esistenziale dramma verghiano dei personaggi che vorrebbero fuggire alla loro sorte che nella protagonista si intreccia con quello storico e sociale della Sicilia di fine Ottocento non ancora pronta per l’emancipazione femminile. Animata da un forte desiderio d’indipendenza e da una tenace volontà per ottenerla, Annuzza, infatti, rifiuta di adeguarsi all’unico modello di comportamento femminile proposto che culminava con il matrimonio-sistemazione scegliendo di studiare per ottenere ”la Patente di maestra” e determinare così il suo destino futuro.

Di questo distacco dal contesto storico e socioculturale in cui ha la ventura di vivere parla anche il suo aspetto fisico con il suo essere “sottile, come tutte le adolescenti che non hanno finito di crescere“ che la allontana dal femminile modello di mediterranea corposità; con quei “due grand’occhi scuri, intelligenti e fieri” e con quel mostrare“ nel portamento un’impronta di serietà e di sostenutezza signorile”. Con la sua  algida bellezza aristocratica ed emotivamente glaciale così da sembrare incapace di un profondo sentimento d’affetto anche nei confronti della povera madre, Annuzza non appare nell’immediatezza un’eroina positiva e come tale non viene subito amata.

Sin dalle prime descrizioni e per quasi tutto lo svolgersi del romanzo il personaggio sentimentalmente positivo sembra proprio Pasquale, il fidanzato che accetta da Annuzza il patto di rimandare il matrimonio fino al conseguimento del diploma di maestra rivelando nell’amore che sente per questa “gioia di figlia” la capacità e la forza di rompere le convenzioni sociali del tempo che non accettavano di certo le idee di emancipazione femminile.

Pasquale innamorato e “superbo” della sua Annuzza così istruita, accetta sempre e tutto e si offre anche di pagare le spese necessarie per suo il soggiorno a Caltanissetta dove potrà continuare gli studi per diventare una maestra. Senza saperlo, però, egli contribuisce ad un allontanamento inesorabile: mentre Annuzza procede sulla sua strada dello studio che la fa progredire culturalmente, facendole desiderare una vita diversa da quella prospettata con il rozzo fidanzato, Pasquale resta quasi prigioniero della sua ignoranza che trasforma in solitari monologhi i tentativi di parlarle.

Sui due giovani si illude di vegliare la madre di Annuzza, che porta  nei suoi umili gesti e pensieri i millenni di sottomissione che le donne povere della Sicilia hanno imparato dalla nascita; spera di veder sistemata la sua Annuzza con Pasquale ma non riesce a scongiurare la rottura del fidanzamento da parte della figlia. “La za Calogera, sbalordita e sconvolta… rimase a guardar sua figlia senza dir verbo. Finalmente la prese per le braccia, cercò di rabbonirla, tentò anche, piagnucolando,…di rammentare in quali strettezze vivevano ambedue, prima che Pasquale le aiutasse”.

Ancora una volta i due protagonisti procedono per strade diverse: Pasquale si immola perché, per difendere l’onore di Annuzza, messo in discussione dalle irriverenti parole di don Filippo, assessore corrotto e strozzino, lo affronta in una rissa e viene ingiustamente accusato di averlo accoltellato, finendo così in carcere; Annuzza, in un crescendo di maturazione personale,trova il coraggio di prendere la decisione che più le sta a cuore: lasciare Pasquale e restituirgli i soldi e i regali ricevuti per riconquistare la libertà.

Questa scelta, però, impone alle due donne di ipotecare la casa per ottenere i soldi necessari al riscatto e, in un intreccio determinante per il finale del romanzo, il destino vuole che sia proprio don Filippo, l’usuraio affrontato da Pasquale, a concedere il prestito.

A questo punto il romanzo non solo ha una pausa nel ritmo della narrazione dove si attenua l’intensità drammatica delle vicende ma tralascia l’osservazione delle vicende di Annuzza per seguire da vicino l’altro protagonista.

Pasquale, infatti, passato il primo periodo di disperazione per la fine del fidanzamento con Annuzza, appresa non appena esce dal carcere, si sposa con Bastiana, una cugina,e si avvia a una vita che appare stemperarsi in una maggiore serenità esistenziale.

Bastiana non è Annuzza. E’ “matura, scialba, impassibile” ma è una perfetta moglie che tiene la casa come “una chiesina”, si occupa di lui lo aiuta anche in campagna.

“Egli …era contento …ch’ella fosse assolutamente dissimile da Annuzza e che niente niente nella pingue figura di Bastiana, nelle sue tarde e misurate movenze, nella faccia bianca e slavata, negli occhi senza espressione, nel parlare pacato e prettamente contadinesco, gli richiamasse quell’immagine aborrita e pur troppo rimpianta.”

E’ quella di Pasquale una quiete senza vita, non ha il sapore della profonda pace così come è solo gratitudine il sentimento che riesce a provare per la moglie che …”senza sua intenzione, senza saper come, in certi momenti …si sorprendeva a chiamarla col nome di quell’altra!” Ma quell’altra sta per tornare nella vita di Pasquale. Un giorno inaspettatamente la vicina casa delle due donne si riapre e da quello spiraglio esiguo e fragile passerà nei pensieri e nell’animo del giovane sposo un‘idea fissa che un giorno, dopo averla vista, diventa “impeto di correre ad afferrarla, a reclamarla per sua!”. Poi l’epilogo veloce e inaspettato.

La za Calogera entra in scena e irrompe nella casetta degli sposi per restituire i soldi e i regali che Pasquale aveva donato alla figlia e riferisce ingenuamente che Annuzza vorrebbe una ricevuta. L’idea di compensare l’amore provato per la sua fidanzata di un tempo con due “paroline di ricevuta” portano al culmine il  silenzioso, ma non meno profondo, processo di follia che Pasquale ha vissuto all’arrivo di Annuzza.

In un istante il non sopito dolore di essere stato rifiutato fa sì che solo il sospetto che Annuzza possa essere in un non ben chiaro obbligo con don Filippo, al quale egli immagina sia destinata la ricevuta richiesta, diventi folle gelosia. Qui il racconto si ferma e si riapre il sipario sul dramma in atto dove si muovono solo i due protagonisti che le vicende hanno cambiato: il mite e paziente Pasquale trasformato in carnefice e la fredda e distante Annuzza diventata l’indifesa vittima sacrificale.

Bastiana e la za Calogera sembrano solo due comparse impotenti e incapaci di fermare la tragedia perché, come appare nella misogina descrizione della Mancuso, “sulla porta, impigliatesi insieme nelle loro gonne, si arrestarono per disbrigarsi” lasciando così a Pasquale il tempo di avventarsi su Annuzza.

Quando la za Calogera arriva sulla scena è troppo tardi: trova la sua Annuzza senza vita e lei, la madre che aveva sempre vegliato su quell’unica figlia, capisce che non è stata in grado di proteggerla e, mentre “piangendo, smaniando, tentò di sollevarla da terra” ricrea una plastica immagine di pietà, interrotta solo dai lamenti di Pasquale che, sfogata la sua furia animalesca, continua a chiedersi, quasi rantolando: “Annuzza, mia!!…Come ti ho potuta uccidere?” La sua Annuzza muore senza averlo mai tradito, senza essere venuta mai meno al suo onore di giovane donna, ma solo per aver voluto conquistare la sua indipendenza e la libertà di non sposare l’uomo che non amava.

Senza saperlo è stata la sua colpa più grande.

Elvira Mancuso, una voce che grida nel deserto?

elvira mancuso

Delle tre scrittrici siciliane, con le quali abbiamo voluto incamminarci in questo viaggio letterario nella Sicilia  tra l’Otto e il Novecento, Elvira Mancuso (1867-1958), appare la più determinata e impegnata nella rivendicazione della tanto sofferta autonomia femminile.

Se Maria Messina aveva fatto del suo mondo artistico una via di fuga e di salvezza al soffocante isolamento personale e Adelaide Bernardini aveva trovato nel prestigioso cognome del marito, Luigi Capuana, la strada per i suoi successi artistici, la Mancuso mostra con le sue scelte di vita una nuova figura di letterata: quella della donna che  cerca e trova nella cultura la sola possibilità di emancipazione femminile e che vede nella Scuola l’unica strada per raggiungerla. 

Nata a Caltanissetta nel 1867, Elvira Mancuso sceglie di non sposarsi per dedicarsi agli studi letterari, alla scrittura e all’insegnamento.

Le sue prime prove narrative, Una storia vera, Sacrificio Serata in provincia, Sogno sono pubblicate dal 1889 al 1891 sulla rivista femminile “Cordelia” e firmate con lo pseudonimo di Ruggero Torres o  con quello di Lucia Vermanos  in cui viene anagrammato il suo vero nome. Sono racconti brevi che muovono dai modelli narrativi del Naturalismo, dai salotti delle novelle borghesi di Capuana, lontani dalla Sicilia angusta e pettegola delle Paesane; sono pagine leggere in cui, attraverso lievi intrecci narrativi, si muovono personaggi poco sanguigni, quasi superficiali e, spesso, di una melodrammaticità stancamente romantica.

La voce di Elvira Mancuso non ha conquistato ancora la sua forza convincente: bisogna aspettare qualche anno affinché la scrittrice sappia trovare non solo nella realtà storica e sociale del suo tempo, ma proprio nella sua stessa biografia, nella sua battaglia per l’emancipazione culturale femminile i suggerimenti necessari  per il romanzo, Annuzza, la maestrina e  per il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia.

Nel 1906 viene pubblicato il romanzo (ripubblicato poi nel 1990 da Sellerio con il nuovo titolo Vecchia storia…inverosimile) ambientato in un paesino del chiuso entroterra siciliano, Pietraperzia, in cui si muove una nuova figura di giovane donna, Annuzza.

Animata da una profonda volontà d’indipendenza e di ribellione nei confronti di un ambiente di esclusività maschile, la protagonista rifiuta il solito finale delle storie di donne del tempo, il matrimonio-sistemazione, ma paga con la sua vita questa scelta.

L’anno successivo vede la pubblicazione il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia che sembra quasi un commento puntuale al romanzo, in cui la Mancuso rivolge il suo appello agli “eminenti sociologi statisti, economisti” che, parlando o scrivendo dei problemi della Sicilia, non si sono occupati della condizione delle donne siciliane. Nel rivolgersi loro, però, la Mancuso vuole attirare l’attenzione delle donne affinché si liberino dell’atavica accettazione di una  irrevocabile inferiorità dall’uomo che, nella loro stessa mentalità, è letta come un decreto divino.

La sua è una battaglia per distogliere le giovani donne dalla “caccia al marito” e indirizzarle a una vera istruzione che, restituendo a tutte il significato profondo della loro dignità, suggerisca anche il desiderio e il modo di trovare nella loro posizione economica e sociale l’indipendenza che possa sostituire la vecchia dote paterna. Elvira Mancuso è consapevole della difficoltà, quasi utopistica, con cui il “rimedio” da lei suggerito possa realizzarsi, ma è anche convinta del ruolo insostituibile della Scuola. Per questo a se stessa e ai suoi colleghi rivolge il categorico appello di risvegliare nelle alunne la consapevolezza della loro dignità che le faccia diventare delle “vere Donne, signore di se stesse, renitenti a divenire il cane domestico di un qualsiasi padrone”.

E’ ancora utopia?

Adelaide Capuana nata Bernardini (II parte)

adelaide_seconda parteQuesto momento arriva nell’anno 1922. La signora Capuana, già vedova dal 1915, è unica proprietaria del manoscritto originale del romanzo I Malavoglia che Verga aveva donato all’amico Luigi Capuana e, dando prova di una grande sensibilità artistica oltre che affettiva nei confronti dei vecchi amici del marito, mette in vendita il prezioso manoscritto. Lo invia a Bologna dove, durante le celebrazioni in ricordo dello scrittore siciliano da poco morto, viene esposto al Teatro Comunale, in attesa di poter trovare un acquirente generoso.

Immediata la raggiunge, travolgendola, la reazione di Luigi Pirandello che, instancabilmente con lettere aperte e interventi vari, coinvolge la stampa del tempo cosicché la signora Capuana si vede costretta a vendere il romanzo autografo alla famiglia dell’autore a un prezzo che non era quello sperato. Colpita, ma non ancora affondata, la signora Adelaide si arma ancora una volta di salomonica pazienza per trovare l’occasione di restituire il colpo. Non deve aspettare tanto: il 20 novembre dello stesso anno, infatti, trova il modo di polemizzare con Luigi Pirandello accusandolo, in una sua lettera aperta inviata al “ Giornale d’Italia”, di aver plagiato nel dramma Vestire gli ignudi la novella “Dal taccuino di Ada” di Luigi Capuana e suggerendogli come titolo di eventuali nuovi lavori Spogliare i morti” e Calunniare i vivi”.

La signora Capuana, però, senza sospettarlo, fa una doppia mossa falsa: ammette una caduta di stile del consorte e dimostra di non aver saputo cogliere la profondità del dramma pirandelliano.

Nell’immediato svolgersi dei fatti del I atto di “Vestire gli ignudi”, si scopre come antefatto che Ersilia Drei, giovane maestra elementare, impiegata come governante presso la famiglia del console italiano a Smirne, è stata accusata di essere responsabile della morte della bambina affidatale e, cacciata via dal console, ritorna a Roma. Qui, scoprendo che il giovane ufficiale di marina con cui proprio durante il soggiorno a Smirne aveva avuto una relazione sta per sposare un’altra, tenta di avvelenarsi in un giardino della città, ma portata in ospedale dai passanti, viene salvata. La notizia, riportata da un giornale, impressiona lo scrittore Ludovico Nota che non esita ad aiutarla accogliendola in casa.

Anche se poi il dramma pirandelliano evolverà in intrecci sempre più complicati per svelare attraverso i tratti contraddittori dei personaggi il dramma della vita stessa, cosa che sembra sfuggita alla signora Capuana, è innegabile, però, che l’antefatto da cui prende le mosse sia un fatto di cronaca ben conosciuto dalla Bernardini.

Si tratta della vicenda accaduta nel 1895 alla giovanissima Adelaide che un anno dopo lo stesso Capuana narratore, non proprio cavallerescamente rispettoso del riserbo dovuto al Capuana coniuge, aveva utilizzato nella sua novella, “Dal taccuino di Ada” dove nel semplice diminutivo della protagonista Ada, era facilmente identificabile l’identità della futura signora Capuana.

Da galantuomo siciliano Pirandello non vuole rispondere con i toni offensivi che la “ridicola” accusa rivoltagli avrebbe meritato e qualche giorno dopo si rivolge alla signora dalle pagine de “L’Epoca” spiegando di essersi ispirato semplicemente alle vicende umane suggeritegli dalla vita, riservandosi, però, di difendersi ancora con l’arma che uno scrittore ha in mano: il mondo artistico dove personaggi fatti di parole, possono, però, dire meglio le verità scomode. Si serve, infatti, del barone Nuti, un personaggio di Ciascuno a suo modo del 1923, per ironizzare proprio sul suggerimento della Bernardinicapuana.

Arrabbiato dopo aver assistito a un lavoro teatrale in cui ritrova messe in scena le non esaltanti vicende personali, il barone, irrompendo nella platea durante il I intermezzo corale così esclama: ”E’ un’altra cosa però mi pare s’insegni qua, caro signore: a calpestare i morti e a calunniare i vivi!”.

Ripetendo qualche momento dopo in modo “convulso”, come ci dice la stessa didascalia pirandelliana, “Calpestare i morti e calunniare i vivi”, quasi a scandire in modo inequivocabile le parole della Bernardini cui il maestro Luigi Pirandello con ironia elegantemente velata dà ancora una volta una lezione.

Nel 1944 Adelaide Capuana nata Bernardini muore e, se non avesse avuto la vantaggiosa sfortuna di essersi perdutamente innamorata in quel lontano 1895 dell’uomo sbagliato per il quale aveva rischiato di morire, intenerendo poi il cuore di Luigi Capuana, resta il dubbio che sarebbe ricordata solo come una “scrittrice assolutamente mediocre”, per dirla con Riccardo Reim, fra le tante muliebri voci letterarie.