maestre in…letteratura

La letteratura, oltre a essere da sempre un tormento per la maggior parte degli studenti di tutti i tempi, è sempre apparsa uno specchio fedele della vita quotidiana, non solo per il fatto che rivela le sfumature del pensare e del parlare più complesso, ma anche perché sa informarci delle mode, delle abitudini e delle professioni più comuni. Tra quelle di casa nostra ce n’è una in particolare che appare più familiare e che contemporaneamente rappresenta meglio la donna nel suo percorso di emancipazione culturale e quindi socio-economica: quella della maestra. Amata e idealizzata o accusata e rifiutata, la figura della maestra si diffonde in Italia subito dopo l’Unità, quando la scuola elementare pubblica e obbligatoria diventa un elemento fondamentale dello Stato Unitario, volto al processo di alfabetizzazione nazionale. Insomma l’esigenza di avere più insegnanti con cui contrastare l’analfabetismo apre le porte alle maestre che in questo ruolo possono realizzare l’ontologica attitudine materna e domestica, l’unica che si è ancora in grado di riconoscerle. Dalla società alla letteratura il passo è breve e così la maestra che per la sua giovane età è ribattezzata la “maestrina”, diventa personaggio letterario conquistando una sua immortalità artistica grazie alle pagine di narrativa che la ritraggono.maestre in letteratura

L’elenco delle opere che parlano della maestra è veramente lungo pertanto è stato necessario fare una scelta che tuttavia, anche nel limitato numero di esempi, ci aiuta a seguirne il cammino nella storia.

La prima che ci viene incontro in questa passeggiata letteraria è la vecchia maestra Cristina che dalle novecentesche pagine di Giovanni Guareschi viene fuori in tutto il suo ottocentesco carattere come …una donnetta piccola e magra che tutti avevano sempre visto perché aveva insegnato l’abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli, e adesso viveva sola in una casetta un po’ fuori dell’abitato e ce la faceva a tirare avanti con la pensione soltanto perché, quando mandava nelle botteghe a comprare mezz’etto di burro o di carne o altra roba da mangiare, le facevano pagare il mezz’etto ma gliene davano due o tre etti. Di certo la maestra Cristina era considerata un monumento nazionale non per la sua forza economica: solo il suo rigore morale di cui l’aspetto didattico era un riflesso, infatti, l’avevano portata a fare soggezione a tutti e a non esitare a segnare con il lapis rosso e blu gli errori trovati nel manifesto scritto dal sindaco Peppone, il suo vecchio e non proprio brillante alunno, e a scrivervi 4 e Asino!

Mentre immaginiamo la scena della pubblica fustigazione ortografica, ecco che dal deamicisiano mondo scolastico con un’esuberanza tutta giovanile vediamo correre davanti a noi la “maestrina dalla penna rossa”. Nonostante sia nata da una scrittura più antica di quella da cui è stata disegnata la maestra di Giovanni Guareschi, tuttavia appare più giovane. È sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre …; poi, quando escono, corre come una bimba dietro all’uno e all’altro, per rimetterli in fila, e a questo tira su il bavero, e a quell’altro abbottona il cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché non s’accapiglino, supplica i parenti che non li castighino in casa e porta delle pastiglie a quei che han la tosse… e ritorna a casa ogni giorno arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta.

La giovane età delle maestre non è sempre un motivo di allegria: l’inesperienza con cui affrontano i primi incarichi lontano da casa può anche rendere più penosa la loro esistenza. Anche se riconosciute istituzionalmente, non sempre sono accettate dalla comunità in cui vengono a trovarsi e spesso devono sopportare grossolanità e irriverente sarcasmo. Appaiono allora tristi e infelici, quasi invecchiate nonostante i loro vent’anni, come Assunta, la maestrina dei primi del Novecento che incontriamo in una novella di Federico Tozzi.

Non era brutta: aveva i capelli sottilissimi e morbidi, quasi senza nessuna pettinatura…Aveva gli occhi azzurri e così tristi che parevano oscuri.

Sembra quasi che voglia rendersi invisibile pur di sfuggire alle risate ostili degli avventori dell’osteria dove lei è solita andare e lo capiamo dalla semplicità dimessa con cui, per cancellare ogni traccia di apparente eleganza, …portava un grembiulino come fanno le alunne a scuola e dalla timidezza con cui parla, come se chiedesse il permesso agli altri.

Della pesante condizione cui le maestre sono costrette dal regolamento vigente che non esita a mandarle in posti lontani anche dalla loro regione di appartenenza si fa portavoce proprio Tozzi affidando a uno dei protagonisti della novelle le sue riflessioni che risuonano come un appello… Per far la maestra in questi posti, dovrebbero prendere una nata proprio qui.

Non mandatecele di lontano, dalle città.Come vuoi che ci possa vivere?

Non è difficile neanche immaginare dove possa vivere la maestrina tozziana che di certo non abiterà in una casa comoda, ma avrà a disposizione qualche semplice stanza. Proprio come ci conferma la pirandelliana maestrina Boccarmè quando dice: La mia casa?…Io non ne ho. La casa della scuola. Un anditino, una cameretta (sì bella ariosa)e una cucinetta, che mi ci posso appena rigirare.

Proprio in questa camera di monacale semplicità spicca un ritratto cui aveva comprato quella cornice da quattro soldi e non perché lo vedessero gli altri lo aveva appeso lì alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa che ….c’era stato davvero – eccolo là- un uomo nella sua vita.

Anche se le l’aveva lasciata, tradendo la sua promessa di sposarla e ne aveva fatto scempio per un capriccio momentaneo con lui aveva sentito veramente di vivere e adesso nella solitudine della sua camera mentre lo guarda si sente meno sola e meno vecchia quasi mendicando un ricordo di vita.

Così Miriam Boccarmè, delicata creatura letteraria, ci restituisce una nuova immagine della maestra di fine Ottocento: non solo algida vestale della propria reputazione ma una nuova figura di donna innamorata anche se non ricambiata.

Tra “amori senza amore” e solitarie esistenze intanto la maestrina tra Otto e Novecento procede per la strada, pur lenta e difficile verso l’emancipazione che per Annuzza, protagonista di” Vecchia storia…inverosimile”, il romanzo di Elvira Mancuso, ha innanzi tutto il sapore di un riscatto economico.

La grande speranza, che infondeva coraggio alla madre e alla figlia, era la stessa: cioè, che Annuzza potesse diventar maestra, e così- pensavano loro- mettersi in grado di guadagnare “lautamente”, senza star soggetta, come le serve , e senza sfacchinare come le operaie.

A costo di enormi sacrifici Annuzza riesce a frequentare il convitto di Caltanissetta e ottiene la Patente di maestra, ma, per la fine tragica a cui la destina la sua autrice, non fa in tempo ad assaporare la possibilità della sua rivincita sociale né tantomeno la libertà esistenziale.

Ancora nella prima metà del Novecento la nostra maestrina è una figura socialmente debole per la miseria di stipendio e storicamente fragile per la subordinazione alle autorità politiche e amministrative cui deve sottostare: deve, infatti, rispettare rigide regole morali e adeguarsi all’ideologia politica vigente se vuole ottenere il rilascio dell’attestato di moralità da cui è condizionato imprescindibilmente il posto di lavoro

A dimostrarlo in tutta la sua evidenza è la maestra di Pietrasecca, l’abbruzzese villaggio in cui Ignazio Silone ambienta il suo romanzo Vino e pane. La signorina Patrignani, però, invece di attirare il lettore con una sorta di simpatia affettiva, lo respinge con la sua orgogliosa superbia mostrata verso i contadini del villaggio, mentre la sentiamo quasi leggere a voce alta e stridula “Le notizie di Roma” o dire della gente semplice a lei intorno che è molto ignorante e se ascolta una persona istruita… capisce quasi sempre il contrario.

Non meno irritante l’autore la fa apparire quando la descrive nel pieno del suo totale vassallaggio filogovernativo.

La maestra recava sul petto, sopra il cuore, l’emblema del partito governativo. Tra una frase e l’altra ella sospirava profondamente e l’emblema tricolore sobbalzava come una barchetta su onde agitate.

Sembra che la tanto sospirata indipendenza delle maestre debba fare i conti con la storia e aspettare tempi più maturi per una sua piena realizzazione fino a quando, sul finire degli anni Cinquanta, dalle pagine dell’autobiografico “Diario di una maestrina” di Maria Giacobbe non viene ad affascinarci una dinamica e forte figura di maestra, reale e letteraria insieme. Tra le pagine in cui è descritta la vita dei suoi piccoli alunni nel Nuorese si sente la nuova forza che la maestra ha acquistato e non solo nel porsi come punto di riferimento per le famiglie povere e disagiate, ma anche nel sapere diventare una figura autorevole e “simpatica” ai numerosi alunni scatenati, come lei magistralmente sa qui descrivere.

I bambini erano ventisei e…la prima settimana mi fu molto faticosa; il maestro che sostituivo…doveva essere molto amato dai suoi allievi che guardavano me come usurpatrice… Mi sforzavo di “svolgere il programma”, mi sforzavo di essere piacevole, cercavo di divertirli…niente! Tutto urtava contro il ghiaccio della loro antipatia. Finalmente un giorno, la terra o il cielo mi vennero in aiuto sotto forma di una grande biscia… A un tratto strisciò dentro l’aula… Quando fu …sotto la lavagna, con la rapidità silenziosa e repentina del gatto un ragazzo del primo banco le si gettò sopra con le mani aperte e la catturò… Era il mio momento. Anche io sono cresciuta in campagna e da bambina mi piaceva giocare con le bisce. Perciò non ebbi difficoltà ad impadronirmi del rettile… Io non solo non ero scappata come qualunque altra avrebbe fatto, ma la toccavo senza ribrezzo e l’ammiravo.

A volerne dare una lettura più approfondita, quello della maestrina Maria Giacobbe sembra allora l’allegorico racconto di una vittoria più importante.

Quando la letteratura non s’impara a scuola

Gli esami, si sa, non sono mai solo dei figli che li devono sostenere: diventano, infatti, una prova collettiva e non solo nella pazienza a cui tutta la famiglia è chiamata nel sopportare stoicamente il nervosismo legittimo dei futuri candidati, ma a volte anche nella vera e propria fase di studio. Se poi in famiglia si aggira con fare affettuosamente disponibile una madre dalle velleità didattico letterarie, per l’esaminanda non c’è più pace perché, oltre allo studio o al ripasso delle materie d’esami deve anche trovare il tempo per “accontentare” la suddetta genitrice accettando di ripassare con lei gli autori di letteratura in programma, dovendo anche fingere di esserle grata per l’approfondimento in verità non richiesto. jpg_sabaLa madre letterata allora, sicura dei suoi passati studi, con aria felice e soddisfatta inizia il per lei indispensabile ripasso letterario, andando spedita con Foscolo, Manzoni e Leopardi, volando addirittura leggera su Verga e Pirandello.   Quando, però, s’imbatte in  Saba, deve arrestare la corsa e provare a ricordare qualche elemento che possa aiutarla, trovando nelle sue reminiscenze solo il lungo nome “ungarettisabamontale” della triade indistinta in cui il povero autore è rimasto collocato. Per prendere tempo, come uno studente avvezzo ad aggirare la più insidiosa delle interrogazioni, allora chiede di “vedere insieme la poesia in programma” nella speranza tra un verso e una parafrasi, potesse riafferrare il perduto scibile.

E così, aperto il libro su Città vecchia,“poeteggia”.

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.

Poi chiosa.

”Qui il poeta ci indica qual è e come appare la strada che lo porta verso casa e dà all’aggettivo oscura una doppia valenza semantica: poco importante e buia, se è illuminata solo da qualche fanale che si rispecchia nelle pozzanghere”. Riprende la poesia.

Qui tra la gente che viene e che va

dall’osteria alla casa o al lupanare,

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.

E richiosa:

“Proprio negli aspetti più umili e bassi della sua città, uomini e cose, come rifiuti lasciati dal mare il poeta ritrova l’infinito…”. Accortasi dello sguardo titubante della di lei figlia, con fare autoritario la invita a seguire la parafrasi, quasi rimproverandola dell’inaccettabile distrazione e imperdonabile disinteresse.

“Ma questa somiglia a una canzone di De Andrè?!”_ esclama la bistrattata studentessa.

“Ma che dici ?”

“Sì, l’ascolto sempre… e si intitola proprio La Città vecchia

Non del tutto convinta della rivelazione e imitando il San Tommaso di evangelica memoria, si dispone ad ascoltare attentamente il brano incriminato e, dopo l’iniziale ritmo di una ballabile mazurka, le si fanno chiare le parole che sembrano parlare della stessa città…

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi

ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi..

Indubbia appare la somiglianza anche all’incredula mamma letterata che, senza perdersi d’animo, incalza :

“Vedi? L’immagine rimanda alla via oscura di cui parla Saba, che qui, però, appare quasi dimenticata da Dio”. E riprende l’ascolto  tra le sempre più orecchiabili note:

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli

In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori

Lì ci troverai i ladri gli assassini……

ma se capirai, se li cercherai fino in fondo

se non sono gigli son pur sempre figli

vittime di questo mondo.

“L’umanità che anima la città di De Andrè è simile a quella di Saba…” continua a spiegare ormai affascinata dall’inaspettata somiglianza letteraria mentre legge

Qui prostituta e marinaio, il vecchio

Che bestemmia, la femmina che bega

sono tutte creature della vita

e del dolore…

s’agita in esse, come in me, il Signore.

…ma, mentre in De Andrè l’umanità appare sola e abbandonata  dal buon Dio, in Saba si sente che proprio questa bassa e semplice umanità diventa religiosa testimonianza del divino e…

“Basta, così, mamma: ho capito!”.

Delusa per l’interruzione forzata alla parafrasi in corso, ma grata alla figlia per l’inaspettata lezione di letteratura comparata, la nostra genitrice didattico-letteraria  le sorride soddisfatta delle inaspettate conoscenze filiali e da allora continua a rivolgere a tutte le mamme il doveroso appello di non arrabbiarsi con i loro figli se con le cuffie all’orecchio si aggirano per casa ascoltando musica invece di studiare sui libri: senza saperlo, infatti, stanno ampliando i loro orizzonti letterari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la solitudine di don peppantonio

Che non fosse facile la vita di don Peppantonio, il protagonista dell’omonima novella di Luigi Capuana, lo si capisce dall’elenco delle sue azioni quotidiane attraverso le quali ci viene subito così presentato ”Sì, zappava, arava, potava, faceva ogni lavoro campagnolo come un contadino…”. Si ha subito l’impressione, però, che egli sia solo in questa sua faticosa esistenza che, per essere compresa del tutto, ci spinge a fare un salto indietro nel tempo e immaginarla in un piccolo paese siciliano subito dopo l’unità d’Italia dove sarà facile ritrovare in lui  la solitudine storica in cui il nuovo stato aveva lasciato tutti i contadini meridionali materializzandosi solo per esigere nuove e pesadonpeppantonio 01nti tasse. Sembra di vederlo e compatirlo allora..” quando il suo povero asino affondava nella melma fino alla pancia e bisognava gridare : – Aiuto, santi cristiani! – e tirarlo su per la coda e lavargli d’addosso il carico di legna, don Peppantonio diventava rosso come un peperone …e mandava accidenti al sindaco, agli assessori, all’esattore, al ricevitore, a tutti…anche a Vittorio Emanuele, che avrebbe dovuto pensarci lui a far le strade buone, come si metteva in tasca i quattrini delle tasse..!”

Nella sua rabbiosa, ma in fondo giusta, protesta don Peppantonio è solo, non trovando nessuno con cui condividerla pur nel suo piccolo paese che anzi appare solo una coralità pettegola dove i vari personaggi più rappresentativi del vivere sociale come il canonico, il farmacista, il ragazzo di bottega, si divertono a stuzzicarne gli sfoghi e le imprecazioni, senza essere capace di comprenderne le ragioni.

“Lo facevano a posta per stuzzicarlo, ogni volta che don Peppantonio andava a sedersi nella farmacia o su gli scalini del Collegio di Maria, per godersi il sole, ed era uno spasso. Egli gonfiava, sbuffava un buon pezzo, mordendosi la lingua per non sparlare e, all’ultimo, quando scoppiava come una bomba, chi ne toccava, ne toccava. La sua linguaccia lasciava il bollo, come un bottone di fuoco”.

Le sue parole infuocate d’ira don Peppantonio non le risparmia neanche al Padreterno che ai suoi occhi sembra prendersi gioco degli uomini, mandando la pioggia quando si ha bisogno del sole e negandola quando “le campagne fanno piangere”, dandoci così l’idea che la sua solitudine sia divenuta l’ esistenziale scontro dell’uomo solo contro Dio. Nella sua irruenza contadina, allora, non può che trovare semplici parole che dal confronto della sua quotidiana e inesorabile fatica con la vita terrena di Cristo diventano, nell’immediata e umana accusa del torto subito, quasi tragicomiche: “Voi, Signore, quando andavate pel mondo non dovevate pensare a niente, non facevate niente. Io, invece, zappare, arare, seminare, mietere, trebbiare, lavorare peggio di un animale, se non volevo crepare di fame. Voi, con tanto di faccia tosta, vi presentavate in casa altrui, e dovevano imbandir la tavola per voi e pei vostri discepoli. Mancava il vino? Mutavate l’acqua in vino. Io, invece, dovevo comprarlo, e mezzo aceto, quando avevo i soldi per comprarlo”.

Gridare la sua rabbia  è l’unica cosa che don Peppantonio può fare e, anche se che in questa lotta impari contro l’Onnipotente a cui la vita lo costringe non può vincere, non si fa piegare dalla paura. Neanche dopo la polmonite che quasi l’aveva ucciso, si rassegna ad accettare “l’ingiustizia” divina: anzi alle parole del canonico che in quella malattia aveva visto un segno del castigo divino si infuoca di più e grida: ”O che Domineddio deve prendersela con me, verme di terra?…Dovrebbe prendersela con un Dio pari suo; allora andrebbe bene.”

Don Peppantonio sa anche che tutta l’umanità subisce il suo stesso torto in un continuo avvicendarsi di tempi e per questo nella sua rabbia egli sente e dà voce a quella di tutti gli uomini la cui pazienza è messa alla prova. Lo fa, sorprendendoci, con un riferimento biblico, retaggio dei suoi giovanili studi in seminario, così continuando: “…So che Giobbe gliele spiattellò chiare e tonde a Domineddio. E fece benissimo; perché il Signore si abusa della propria potenza e ci manda addosso tanti malanni che non li sopporterebbe neppure un macigno. Egli se ne sta lassù, in paradiso, fra gli angioli e i santi che cantano e suonano, e fa orecchi di mercante quando gli gridiamo: ”Dacci il nostro pane quotidiano!”.

Egli, in definitiva,  non osa dubitare  dell’esistenza di Dio: non ha, infatti, né vorrebbe avere le intellettuali armi filosofiche per farlo. Quello che è inaccettabile per il nostro protagonista è proprio l’ingiusta imperturbabilità divina di fronte alla fatica dell’uomo, ma ciò non mette in discussione “ le cose sante e giuste” come il rosario, la messa e la confessione per “il santo precetto della Pasqua” che a lui “piacciono”  e scandiscono i momenti solenni della sua vita.

Appare così un personaggio contraddittorio e complesso pur nella sua elementare semplicità: infatti, se da una parte è quotidianamente arrabbiato con Dio,  non esita a rivelarsi un  fervente praticante;  e se all’apparenza si impone come un  burbero e irruente contadino, in realtà  è un uomo buono e dall’animo delicato che, avendo una mattina di gennaio trovato una creatura avvolta fra due stracci dietro la porta del Monastero Vecchio, non aveva esitato a portarla a casa sua. Nonostante  poi la disapprovazione di donna Rosa, sua sorella, l’aveva cresciuta come se fosse sua figlia provando un profondo affetto  paterno che  gli fa dire ” E, se costei non ha babbo né mamma, ché il cielo l’ha fatta e la terra l’ha raccolta non vuol dire niente… Il vero babbo son io che l’ho allevata e cresciuta…”  Questo sentimento  lo rende pudicamente  tenero e lo restituisce come figura poeticamente delicata e storicamente fuori dal suo tempo.  Appunto per ciò, quando un giorno rimprovera la sua Tegònia “…la guardava sottecchi, intenerito. Se non fosse stata presente la megera di sua sorella, avrebbe anche fatto una carezza alla povera figliola che singhiozzava in un canto”. Cresciuta in fretta la sua Tegònia, infatti, gli scontri si fanno frequenti: don Peppantonio sogna per lei un buon matrimonio e per ciò non vuole neanche sentir parlare di Pietro, lo sfaccendato figlio di mastro Mommo, il ciabattino, che invece, ricambiato, le gira intorno. Come suo solito non riesce a stare zitto e, incontrato mastro Mommo,  non esita a dirgli senza mezzi termini: “Lo fate stare cheto vostro figlio? O debbo mandarvelo a casa con le gambe rotte?” Le cose, però, non vanno come avrebbe sperato e, quando Tegònia una notte fugge di casa proprio con Pietro, don Peppantonio non regge al dolore.

“E mentre egli moriva, colei ch’era stata da lui raccolta appena nata…e cresciuta e amata come una figliola…domandava sorridendo al suo Pietro: – Mi vuoi bene?“.

Fabio Gori, un eroe per caso

marsina strettaSin dalla prima presentazione del protagonista nella pirandelliana novella Marsina Stretta si percepisce che si è di fronte a una situazione anomala e insolita che sta per scardinare l’equilibrio della consueta quotidianità di Fabio Gori, un semplice professore di lettere che del suo stato sociale porta con sé, oltre all’orgoglio del parlar forbito, l’essenzialità di una vita modesta e riservata.

Da questo suo mondo, purtroppo, il professor Gori sta per essere catapultato fuori. È stato, infatti, invitato alle nozze di una sua alunna, Cesara Reis, e per l’occasione deve indossare una marsina che sin dal momento delle prove lo irrita come viene puntualizzato dalle prime parole che il narratore ci rivolge: ‘’Quel giorno, però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d’indossar la marsina ed era fuori dalla grazia di Dio’’. I suggerimenti per la lettura di tutta la novella sono qui: la marsina, l’irritazione e l’esser fuori dalla grazia di Dio, elementi che trasformano il nostro tranquillo professor Gori in un eroe per caso i cui maldestri tentativi di provare la marsina appaiono come la vestizione comica di un don Chisciotte di provincia che, suo malgrado, dovrà salvare una fanciulla sola e indifesa.

Se le note di comicità sembrano dominare il racconto del narratore, un’attenta lettura della novella rivela, però, che il carattere prevalente è quello del grottesco, cioè della rilettura comica del tragico o la sua sdrammatizzazione umoristica, come poi Pirandello spiegherà nel saggio su L’Umorismo del 1908. Sull’alternarsi di situazioni comiche e tragiche, sul grottesco quindi, si articola l‘intreccio della novella che ce ne offre subito un esempio nella raffigurazione del professore davanti al portone di casa della sposa quando con in mano un mazzo di fiori, suo misero dono di nozze, immobilizzato nella marsina stretta e già un po’ scucita, apprende dal portinaio che il matrimonio non si farà più perché è morta la madre della sposa. Da questa imbarazzante situazione iniziale in cui è forte lo stridore tra l’abito elegante con cui Gori si è mascherato e l’atmosfera funebre in cui si è imbattuto egli, però, senza saperlo uscirà fuori, proprio grazie alla tanto odiata marsina, da vincitore ed eroe di una guerra combattuta da solo. In questa guerra Gori si schiera inconsapevolmente quando, avendo ascoltato le parole del portinaio, decide di entrare a casa della sua allieva, in quella casa dove insieme alla madre sono morti anche i sogni di vita della sposa. Di fronte a questo “sgarbo” fatto da una madre alla figlia, simbolo di quello che la vita fa agli uomini, Gori allora trova la rabbia sufficiente per  difendere Cesara dalla beffa della vita, imponendole di sposarsi nonostante la morte della madre e nonostante i parenti nemici.

Eccoli schierati: la vecchia madre in testa, dal viso incartapecorito come la sua anima arida e incapace di provare sincero affetto per l’infelice nuora; le sorelle, due zitellone insignificanti copie sbiadite della madre; il fratello, infine, che nell’eccessiva compostezza garbata nasconde un’inveterata abitudine alla finzione e alla sottomissione alle convenzioni sociali. Tra loro non trova posto lo sposo, figura diafana dall’inconsistente carattere come è già annunciato nel vuoto di memoria che inizialmente impedisce a Gori di ricordarne il cognome.

Gori, sperduto, in mezzo al nemico e solo con la sua goffaggine che lievita sempre di più allo scucirsi della manica, si avvia, però, al processo di eroizzazione che si alimenta dell’irritabilità per il sentirsi fuori posto e che poi trova un colpo di grazia alla vista della vecchia madre, morta proprio il giorno in cui la figlia avrebbe dovuto sposarsi.

Nelle fasi più accese della lotta, Gori ritrova proprio nella sua marsina l’armatura di cui ha bisogno: non perché questa sia una corazza di ferro, ma, anzi, proprio perché è una stretta giacca di stoffa che, scucendoglisi addosso, lo irrita, rendendogli insopportabile il dolore della ragazza e la cattiveria dei nemici. I punti più convincenti della sua arringa, la sua guerra in definitiva, coincidono proprio con i momenti in cui appare più ridicolo. Quando, infatti, riesce a strappare Cesara dai piedi del letto della madre lo fa al prezzo di una profonda scucitura della manica e, quando espone le sue argomentazioni ai parenti dello sposo, lo fa con una tale forza emotiva che gli costa lo strappo definitivo della manica suscitando le risate generali.

Eroe il professor Gori, ma ridicolo. È solo lui, tuttavia, a non poter ridere di se stesso: questo lo sa bene quando si accorge in chiesa, dove è riuscito a spingere Cesara affinché si sposasse, di essere rimasto senza la manica che deve andare a riacciuffare nel campo nemico, per restituirla insieme alla marsina che ha noleggiato. L’eroe, senza più il fastidioso problema, ha perso tutto l’impeto guerriero: questo lo si coglie nella timidezza con cui chiede della manica e nella delicatezza con cui, dopo averla trovata, la riavvolge in un giornale. Strano eroe davvero il professor Gori, se per vincere la battaglia della sua timidezza ha avuto bisogno dell’irritazione che una marsina stretta gli ha arrecato, fino a farlo uscire “fuori dalla grazia di Dio”.

L’orgoglio di chiamarsi Tufano

TufanoUno dei privilegi di essere siciliani è quello di avere un legame spontaneo, quasi inconsapevole con la civiltà greca, come è provato dalla presenza di molte tracce linguistiche nel parlare siciliano; anzi è proprio il caso di dire che il siciliano ha una corsia preferenziale, un viottolo, una “trazzera” attraverso cui arriva direttamente al greco: il dialetto. E’ proprio per la naturalezza, la familiarità e la facilità di accesso a questo sentiero linguistico che il siciliano, il quale per atavica pigrizia non oserebbe muovere un passo in più di quello dovuto, lo percorre. Insomma, quanto più il nostro siciliano è convinto di essere radicato nella sua lingua, nel suo mondo lontano da velleità culturali, dal parlare forbito, tanto più mostra il legame con il mondo greco che geograficamente Sicilia non è, ma che ne è parte essenziale. Sono proprio parole non più adoperate o in fase di estinzione per un processo di “italianizzazione” del parlar quotidiano ad esser la prova più tangibile di tale legame. L’elenco completo sarebbe lungo e di certo non troverebbe in questo spazio il luogo più adatto per una completa ed esauriente analisi, ma su alcuni nomi, però, sembra proprio il caso di doversi soffermare. Si tratta, per la precisione, di alcuni nomi propri il cui suono, improponibile a orecchie ormai avvezze a nomi di più delicate sonorità, si modula così: Niria, Filumena e Tufano. Del primo nome è scomparsa la forma dialettale, ma ne è rimasta la traduzione italiana che lo annovera ancora tra i nomi erroneamente ritenuti “ moderni”: Andrea. Questo nome, infatti, è inequivocabilmente di origine greca e ci riporta al significato di uomo, ma anche coraggio, valore: tutte le qualità, le virtù che un vero uomo doveva possedere nell’antica civiltà greca.

Il nome Filumena, dal duro suono dialettale, ma dal dolcissimo significato di “amata” è ormai in fase di definitiva estinzione. Nei suoi confronti è stata fatta un’operazione linguistica poco corretta: infatti, la sua traduzione italiana di Filomena, nel tentativo di alleggerirlo foneticamente attraverso l’apertura vocalica della “u” in “o” lo ha allontanato dalla sua più fedele forma greca “Filumene”.

Il terzo nome Tufano dal suono indolente, quasi ad evocare una pigrizia ancestrale, è quasi trasformato del tutto nella sua traduzione. L’italiano Epifanio, infatti, mentre mantiene della forma arcaica solo la parte finale – fano che ci riporta al significato greco del verbo “ phainomai”, apparire, si avvicina più al nome di una solenne festività del periodo natalizio, l’Epifania, ovvero la Manifestazione, con cui si ricorda la visita dei Magi al Bambin Gesù. Sembrerebbe quindi che il nome Tufano trovi solo nella sua traduzione di Epifanio e nel relativo collegamento alla più dotta Epifania una vera nobilitazione semantica oltre che fonetica, ma non è così! Il tanto snobbato e scalcolato nome Tufano nel suo legame di sangue con la lingua greca, racchiude un significato più profondo, più nobile, più sacro, proponendosi come un vero gioiello di ermeneutica. Recupera, infatti, nel suo suono Tu un’eco della parola greca Theù cioè di Dio, chiarendo e approfondendo la generica Manifestazione nella più profonda Manifestazione di Dio. Forti del valore di tale significato, i due o tre contemporanei a cui è toccato in sorte un simile dotto nome siciliano, senza nulla togliere a chi sottolineava tempo fa “ l’importanza” di chiamarsi Ernesto”, potranno proclamare a testa alta il loro orgoglio di chiamarsi “Tufano”.

gioie del matrimonio

piatti sporchi_“Signori, adesso lasciamo stare la grammatica e leggiamo un po’ il giornale..” sentenziò la prof. ai suoi allievi del corso serale, consapevole di averli ammorbati abbastanza con accenti e apostrofi. Era, infatti, una consuetudine alleggerire le lezioni d’italiano con la lettura in classe di qualche articolo del quotidiano, scelto con attenzione tra quelli che più potessero interessare gli allievi e spingerli a un confronto collettivo. Essere riuscita a portare i suoi non giovanissimi alunni al punto di prendere la parola apertamente e liberamente esprimere le proprie opinioni era una conquista che inorgogliva l’ego da suffragetta sbarazzina che occupava una buona parte del suo animus da docente.

L’invito della prof. in quel mite e luminoso pomeriggio di maggio, quando la luce del sole, regalando ancora  all’aula qualche striscia della sua luce  attraverso le finestre,  infondeva un imprecisato buon umore,  fu velocemente e piacevolmente accolto. L’articolo scelto riguardava le trasformazioni sociali e culturali della famiglia, delineando un nuovo modello familiare all’interno del quale  erano riscritti i  nuovi  ruoli con i relativi compiti dei coniugi. L’argomento di fondo, insomma, era  la collaborazione  “domestica”  dei mariti all’interno della famiglia, la loro nuova disponibilità a  svolgere,  in nome  di un nuovo e più profondo rispetto personale, le mansioni che erano da sempre state  di competenza femminile. La lettura in classe del pezzo suscitò vivaci interventi: quasi tutti chiedevano di intervenire per esprimere senza timore il loro parere. Non solo le donne, come era prevedibile, ma anche gli uomini accettavano il nuovo modello famigliare proposto  e  affermavano che anche loro nella loro famiglia davano una mano alle mogli per poter trascorrere insieme più tempo libero.  Per un attimo la classe del corso serale sembrò superare tutte le manifestazioni delle femministe della prima ora: la conquista che le piazze avevano rivendicato urlando contro qualcuno, adesso veniva raggiunta come   disponibilità per qualcuno. Pagine di storia superate da una più profonda scelta affettiva: l’amore invece che l’odio! La prof., con gli occhi inumiditi dalle lacrime di commozione, abbracciava con lo sguardo tutti i suoi allievi che le stavano dando una vera lezione di vita; quasi tutti: uno in particolare sembrava non prender parte al simposio e se ne stava seduto al suo banco in  fondo all’aula, scarabocchiando qualcosa. Scuro in viso e non solo per il colorito della sua carnagione, con due occhi marroni e nervosi, un naso aquilino e una bocca piccola quasi a voler dimostrare la sua ostinazione al silenzio, sembrava voler ignorare il brulichio degli interventi e degli entusiasmi che la lettura del giornale aveva creato. Accortasi della sua indifferenza, la prof., che ad ogni costo voleva rendere tutti partecipi della discussione in classe, gli si avvicinò  per accorciare anche la minima distanza materiale  e,  con la voce impostata su un tono di dolce persuasione, gli chiese: “ ..E lei, signor Chiavetta, che cosa ne pensa.?”

“ Di che cosa, professore’?- rispose il signor Chiavetta, fingendo di non aver capito.

“..Ma di  ciò di cui abbiamo parlato..”- si affrettò a chiarire la docente suffragetta.

“E di cosa avete parlato?” – replicò con serafica calma l’interrogato.

“ …Ma della necessaria collaborazione tra marito e moglie; del nuovo modo di manifestare il proprio affetto alla moglie aiutandola a casa…” – spiegava la prof. cercando di convincerlo a condividere l’importanza di quella conquista collettiva.

A questo punto il signor Chiavetta alzò il viso dal foglio, girò la testa in direzione della prof. e, fissandola negli occhi con uno sguardo che racchiudeva meraviglia per il basso livello di comprensione che gli mostrava e disgusto per l’esplicita e personale provocazione a cui era stato chiamato, rispose: “ Professore’, s’avia a lavari i piatti,  annunca mi maritava?!!”


DIZIONARIO  SICILIANO-ITALIANO

S’avia a = se dovevo

lavari= lavare

annunca = altrimenti, allora

mi maritava=  mi sposavo

Insegnare..che passione*

(* del termine sono stati presi in considerazione due dei tanti significati che il dizionario Garzanti riporta
1) grande interesse o amore verso qualcosa;
2) dolore, sofferenza.
Il lettore  qui è libero di accoglierne l’accezione che ritiene più opportuna.)

Sulla scuola  italiana tutti hanno scritto e continuano a scrivere qualcosa. A volte sono pagine nostalgiche di chi ripensa alla poesia che la scuola ha saputo regalare come ci rivela uno sguardo ai “Racconti di scuola”  di Giovanni Mosca; altre volte invece  sono pagine scritte con la rabbia  quasi amorevole propria degli innamorati delusi come quelle firmate da Paola Mastrocola che nella scuola ha creduto e continua a voler credere, nonostante lo sfacelo che ha inspiegabilmente ma inesorabilmente iniziato a disgregarla; non mancano quelle che lasciano il sapore amaro come di uno strano livore che si affaccia dietro la professionale precisione di chi ha saputo redigere veritiere statistiche con contabilità aritmetiche degli sprechi scolastici, frutto di insane gestioni, come si coglie nel libro di Mario Giordano il cui titolo “5 in condotta” ne è un  non velato annuncio.
Ci sono poi pagine rivolte agli insegnanti  come la famosa “Lettera a una professoressa” di don Milani, scritta quando quella dell’insegnante era una figura a cui veniva concessa un’incontestabile identità professionale che aveva ancora il sapore di una seria funzione educativa ed evocava un insito alone di rispettabilità di cui  non pochi tra i genitori e studenti adesso fanno fatica ad avere l’idea.primo giorno di scuola 10sett2014
È qui superfluo elencare i libri su cui gli insegnanti hanno studiato: lo si creda o no, infatti,  è un’ipotesi da tenete in considerazione che proprio loro, gli insegnanti, si siano dedicati alla loro formazione culturale e quindi professionale, anche se non ci si stancherà mai di sottolineare che quella dell’insegnante non è una professione come le altre che si può esercitare solo con titoli conseguiti, ma un mestiere che trasforma  ontologicamente chi lo svolge prima di diventare una consuetudine deontologica.
E non è facile essere insegnanti né così scontato.
Non bastano, infatti, i moniti pedagogici della Montessori o di Decroly, né i richiami di Piaget sulla necessità di conoscere il mistero dello sviluppo completo del bambino, elemento imprescindibile per permettergli ogni forma di apprendimento; non si è sicuri nemmeno  se si può vantare una solida e onnisciente preparazione, ma bisogna, superare la  vera prova iniziatica: entrare in classe.
Come ogni iniziazione che si rispetti anche la prova che il futuro insegnante deve superare ha le sue difficoltà che cambiano in relazione all’età dei guerrieri-studenti con cui confrontarsi in “singolar tenzone”.
Se il campo assegnato è quello della scuola secondaria allora la bravura consisterà nell’affrontare, rimanendo indenni, prima lo sguardo invasivo e indagatore  più di una tac dei suddetti guerrieri, poi sentire un inspiegabile entusiasmo a voler rimanere in classe in quel momento e ritornarvi ancora nei giorni futuri, provando anche a sfidare l’indifferenza in cui si è intanto trasformata la forza dell’iniziale sguardo dei giovani discendi.
Per la  scuola elementare, invece, la  difficile prova iniziatica si svolge non il primo giorno in classe ma nei giorni che lo precedono, scanditi dai funambolici e reiterati tentativi di formulare l’ORARIO dove incastrare disponibilità di palestra, laboratori e la presenza in più classi degli insegnanti specialisti, che, vista la non ancora acquisita competenza dell’ubiquità, rende tale operazione una delle meno semplici.
Riuscendo, però, a superare questa prova il passo per sentirsi insegnanti è vicino.  Anzi può anche capitare che il battezzando, didatticamente parlando, senta di essere un insegnante magari quando su una sedia, di cui si è accontentato non essendo riuscito ad ottenere l’ambitissima e preziosissima scala dell’istituto, sta, martello in una mano e puntine nell’altra,  per attaccare al muro le classiche lettere dell’alfabetiere murale, immaginando di spiegarle e rispiegarle agli alunni.
E allora proprio agli insegnanti, prima che il suono della campana riconsegnerà un altro anno scolastico, sembra quasi naturale rivolgere auguri vecchi e nuovi.
A chi, stanco, continua a fare i conti alla rovescia per la meritata pensione e a chi, invece, calcola punteggi  sibillini  nell’attesa sempre più vana di entrare in ruolo.
A chi è ancora animato dal sacro fuoco dei progetti scolastici e riesce ancora a sperare di cambiare  tutto ciò che non va e a chi vive con indifferenza i suoi giorni nella scuola forse perché è rimasto troppe volte bruciato dalla sua stessa passione di cambiarla.
A chi fa e mantiene i buoni propositi di mantenere la calma e mostrare sempre uno stoico autocontrollo e a chi si inferocisce per un altro scritto con l’apostrofo, ma poi, dopo il suo urlo didattico, non è capace di dare severe punizioni.
Agli insegnanti delle superiori  e alle loro battaglie da moderni gladiatori nelle arene scolastiche e ai maestri elementari.
A questi ultimi è bene riservare auguri particolari: perciò, nonostante la nuova mania ministeriale che vorrebbe trasformarli in  tuttologi e chiamarli asetticamente “insegnanti della scuola primaria”, l’augurio più bello che si possa fare è che, riuscendo a sottrarsi alla tentazione di guardare come unico modello l’ irraggiungibile Pico della Mirandola, eclettico conoscitore dell’umano sapere, possano ancora voler somigliare al più semplice maestro Perboni che si muove con una delicata e nello stesso tempo profonda  bontà nella pagina di Edmondo de Amicis che,  per chi avesse ancora voglia di leggere, viene qui riportata.

Il nostro maestro
18, martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina. Durante l’entrata, mentre egli era già seduto al suo posto, s’affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell’anno scorso, per salutarlo; s’affacciavano, passando, e lo salutavano: – Buongiorno, signor maestro. – Buongiorno, signor Perboni; – alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano.  Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornar con lui. Egli rispondeva: – Buongiorno- stringeva le mani che gli porgevano; ma non guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse. Poi guardava noi, l’uno dopo l’altro, attento. Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare, gli prese il viso tra le mani e lo guardò;  poi gli domandò che cosa aveva e gli posò una mano sulla fronte per sentir s’era calda. In quel mentre un ragazzo dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta. Egli si voltò tutt’a un tratto; il ragazzo risedette d’un colpo, e restò lì, col capo basso, ad aspettare il castigo. Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: -Non lo far più. – Nient’altro. Tornò al tavolino e finì di dettare. Finito di dettare ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua voce grossa, ma buona: -Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo si passarlo bene. Studiate e siate buoni. […] Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me. Non voglio aver da punire nessuno. Non vi domando una promessa a parole; sono certo che, nel vostro cuore, mi avete già detto di sì. E vi ringrazio.- In quel punto entrò il bidello a dare il FINIS. Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti. Il ragazzo che s’era rizzato sul banco s’accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: – Signor maestro, mi perdoni.- Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: -Va’, figliuol mio.-
Riduzione tratta da E. De Amicis, “Cuore”
Edizione di riferimento Newton Compton, Milano 1994

Atenae Atenarum

La prima sensazione che si prova trovandosi dentro l’aeroporto di Atene è di gioia erudita: vedere, infatti, le varie indicazioni in una lingua dagli illeggibili segni grafici ed essere in grado di decifrarne i caratteri e poi ritrovare il significato dà una vera soddisfazione che da sola risponde alla subdola domanda, di chi, cercandone solo un’utilità pratica ha spesso chiesto: “Ma a che serve il Liceo Classico?”.athene

Trovare la parola “exodos” e tradurla in “uscita” o “eisodos” e trovare il sinonimo in”entrata” ti riporta in un attimo alla grammatica del ginnasio che ripassi mentalmente ricordandoti che ex + il genitivo costruisce il complemento di moto da luogo, mentre eis + l’accusativo quello di moto a luogo. Sei ancora immersa nelle tue rimembranze scolastiche e senti una mamma dire alla bambina che vuole scendere giù dal passeggino un: “Meta, meta!”. Il tono ti suggerirebbe un rimprovero, ma un’altra illuminazione, il “meta tauta” = dopo queste cose, innumerevoli volte incontrato nelle traduzioni, ti fa pensare alla parola dopo, cosicché essere ad Atene ti dà l’impressione di fare una costante “versione di greco”.

Fuori dall’aeroporto, se ad accoglierti c’è un sole splendente in un cielo di un azzurro limpido, già, solo per il clima, ti senti come se fossi in Sicilia, non a caso chiamata “Magna Grecia”, e continui a percepire la generosa ospitalità dei Greci “sacra a Zeus” anche quando ti siedi in un bar e, prima che tu abbia chiesto qualcosa, vieni gentilmente salutato e rinfrancato da un bicchiere d’acqua offertoti spontaneamente.

I riferimenti letterari iniziano ad affacciarsi e ti portano all’Odissea. Ti sembra allora di vedere la scena in cui Menelao accoglie nella sua reggia Telemaco, il figlio di Ulisse e, prima ancora di chiedergli il motivo della visita lo invita a rinfrancarsi consumando insieme un generoso pasto.

Quando, all’imbrunire, poi dalla collina del Licabetto ti appare l’Egeo, capisci perché Omero lo chiamava “color del vino”. Non più azzurro, ma non ancora nero; rossiccio ma con venature brune è un mare triste e, se lo fissi intensamente, rischi di trovarvi lo sguardo di Egeo, quando ansioso aspettava il ritorno del figlio Teseo.

È tutto un alternarsi di immagini, ma anche di luoghi familiari: le salite ripide ti trasportano a Ragusa Ibla; le vie dolcemente curvate ed eleganti di gradevoli piante ti ripresentano Taormina e in un traffico impazzito trovi un modo di guidare già conosciuto che non esiti a definire “a catanisa” in cui, insieme a una vivace e musicale parlata di ispanica somiglianza, ritrovi l’aspetto comico che con quello tragico vive nell’anima dei Greci.

Ai turisti, però, è riservata la lingua inglese, parlata abilmente da tutti: anche dal tassista che, oltre alle indicazioni pratiche di vie e negozi, ti racconta dell’antico mito sulle origini della città e del suo nome. Con poche e semplici parole, che tali sono se hai una giovane figlia in grado di tradurle, ti riporta, allora, in un tempo lontano ma ancora presente in cui Atena e Poseidone in gara per pregiarsi del titolo di protettore della città nascente si sfidavano a suon di doni prodigiosi: Poseidone fece spuntare una sorgente, Atena piantò un ulivo convincendo i cittadini che le consacrarono la città. Dedicato a lei, la vergine dea o Athena Partènos, il Partenone, il grande tempio dorico voluto da Pericle nel V secolo a.C. e costruito sotto la guida di Fidia, imponente dall’acropoli domina la città e appare sempre fiero della sua grandezza pur con le ferite che la storia gli ha lasciato. Se lo osservi da vicino, la sua maestosità ti sgomenta, ma se lo vedi risplendere nel buio della sera, lo senti come un punto di riferimento. Lo guardi, infatti, e ti senti a casa, nella tua terra che non è solo quella in cui sei nato e da cui sei stato nutrito, ma è anche quella in cui si è formato il tuo pensiero e il tuo sentire.

E se, dopo siffatti pensieri, ritorni concretamente non solo con la mente ma anche con lo sguardo per terra, ti accorgi, camminando per le stradine della città, della presenza di non pochi cani che se ne stanno stramazzati a terra, o per dirla alla siciliana “accanazzati”. Ne osservi uno in particolare e, spelacchiato com’è, ti dà l’impressione che sia stanco e malinconico, suggerendoti immediatamente un’altra notissima immagine di cui, per non approfittare ulteriormente della pazienza di chi legge, viene qui risparmiata la citazione.

Ed è subito sera: quando Quasimodo cita Dante

unraggiodiluce

 “Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole

Ed è subito sera.”

Chi potrebbe dire di non aver mai subito il fascino di trovare racchiuso in questi pochi versi un profondo e sofferto ragionar della vita e del suo drammatico svolgersi?

In questo essenziale discorso poetico, infatti, che si struttura in una semplice e asciutta terzina si ha l’idea del dramma individuale e collettivo dell’uomo che si accorge di essere fragile e condannato inesorabilmente alla conoscenza del dolore.

Che si tratti di una condizione di dolore universale quella che il poeta vuole comunicare lo si coglie attraverso il pronome indefinito “ognuno” a cui l’aggettivo “solo”, però, dà inesorabilmente l’amaro significato della solitudine: il dolore universale infatti, appare un’esperienza individuale  che non si alleggerisce nella condivisione.

A rendere più amara la consapevolezza che la vita sia dolore è lo scoprire vana l’illusione che nella giovanile età aveva accompagnato il poeta, e con lui ogni uomo, di essere al centro della terra e di poter essere  l’artefice del proprio destino. La scoperta determina un immane senso di sconfitta che è tanto più amara quanto più il poeta ha creduto in quel  “raggio di sole” che ha illuminato la sua esistenza: felicità provata forse per  un attimo o solo immaginata nei giorni della giovinezza spensierata e leopardianamente “vaga di speranza”. Diventa allora un raggio che trafigge e annienta perché, a ricordare il suo breve e illusorio corso mentre ci si ritrova nella triste realtà della vita, si è come sconfitti e impotenti: non si può tornare indietro e il ricordo pesa e ferisce. Nel termine “trafitto”, di sole tre sillabe, è chiuso lo stesso sentimento di dolore legato al ricordo dei giorni felici irripetibili e in questa lontananza inesorabile ancora più impressi a cui allude Francesca da Rimini quando così Dante la fa parlare nel V canto dell’Inferno: (E quella a me) “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice nella miseria;/ e ciò lo sa ‘l tuo dottore.”

Quello che Quasimodo sintetizza in tre sillabe Dante esprime in tre versi e, se si è sensibili al fascino del simbolismo che pervade la Comedìa dantesca dove il tre è il numero fondamentale, si è spinti a credere che ciò  non possa  essere del tutto casuale.

Ancora al numero tre sembra rimandare Francesca in questa terzina quando sa  e dice che il suo è un dolore che Dante conosce, sia nell’esperienza diretta della sua vita sia nell’immedesimazione  poetica suggeritagli da Virgilio a cui lei  si riferisce con parole chiare e sicure.

Il suo ricordare doloroso ci appare come un ritorno indietro nel tempo, quando era lontana dall’immaginare il suo tragico destino di dannata, allorché la vita era scandita dai “dolci sospiri” per l’amato e quei giorni passati ma non dimenticati adesso nell’eternità della pena infernale le appaiono dolorosamente irraggiungibili. Francesca, però, non è sola nel suo infelice ricordare: sa che anche Virgilio ne ha conosciuto i segni  che sono rivelati da quell’ “infandum …dolorem” che Enea è costretto a “renovare” ricordando la sua città un tempo splendida ma irrimediabilmente distrutta.  Nelle parole di Francesca e nel silenzio eloquente di Virgilio si sente la voce di Dante che,  grazie alla sua forza poetica, riesce a far rivivere nella loro nostalgia, che è il dolore per un ritorno impossibile, proprio la sua, quella di un esiliato costretto a non rivedere più la sua città e condannato a vivere lontano dalla sua storia. Con questa dolce condivisione poetica che alleggerisce il peso del dolore e sembra dare conforto, l’Inferno dantesco nel pur breve respiro di una terzina ci appare paradossalmente meno tragico del “cuor della terra” su cui Quasimodo sembra condannato a vivere in solitudine il dolore per la vita che conosce solo per un attimo la luce del sole ed è inghiottita “subito” da una “sera” troppo buia per “riveder le stelle”.

ricordando mio padre

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Caro papà, quest’anno è il decimo anno trascorso da quel martedì 3 agosto, il giorno che ha segnato per sempre la nostra vita e anche la tua. Da quel giorno, infatti, hai cambiato modo di essere tra noi diventando una presenza silenziosa e invisibile, ma viva nei ricordi dei tuoi giorni passati con noi.

Vorrei avere la certezza della fede per credere che le mie parole possano arrivarti nella tua felicità sovrumana che, se c’è, tu hai ben meritato, ma i miei pensieri hanno il peso del dubbio e dell’incertezza e allora posso solo sperare che ciò possa essere vero e che tu riesca a sentirmi.

Come stai, papà caro? Anche tu hai lottato con te stesso per accettare il distacco come abbiamo dovuto fare noi? Cosa hai fatto tutti questi anni senza di noi?

Noi abbiamo dovuto imparare a fatica a ritrovarti in tante cose che ti appartenevano: a volte era uno di quei pezzi che suonavi, altre volte erano giornate dell’estate leonfortese, come tu chiamavi quella in cui il caldo del giorno era mitigato da un venticello serale; erano anche i preparativi per le feste di Natale e Pasqua, era l’attesa dei nostri compleanni che tu vivevi sempre con entusiasmo. Abbiamo dovuto ritrovare la tua presenza nell’assenza e abbiamo dovuto abituarci a salutarti guardando la tua foto sulla tua tomba su cui ormai portiamo i ciclamini in inverno e le rose a primavera, illudendoci che tu ne sia contento.

Sono passati dieci anni e di solito per gli anniversari di questo tipo ci si serve dei manifesti murali, incaricati di richiamare alla memoria degli amici e dei conoscenti un po’ distratti il ricordo di chi non c’è più, ma per il tuo è stata scelta questa lettera sperando veramente che aiuterà a ricordarti.

Eri forte come un leone, ma mite come un agnello e semplice come un bambino per questo gioivi delle piccole cose: amavi camminare in riva al mare e raccogliere le conchiglie da portare a Chiara e Maria Pia; fare lunghe passeggiate con il tuo “compare” per tutto il tuo paese; sederti al tuo pianoforte e suonare. Avevi la fede dei semplici per ciò sapevi affidarti alla Provvidenza e riuscivi a essere sempre paziente; eri allegro e gioioso e questo lo hanno capito e amato i tuoi alunni per i quali sei sempre rimasto il loro “Maestro Parano”. Non riuscivi a non amare, anzi vivevi dell’amore per noi e per tutti i tuoi amici riuscendo così anche a ricaricare il tuo cuore che spesso negli ultimi anni si stancava.

Quel 3 agosto, però, non ce l’hai fatta, nonostante la tua gioia di vederci tutti riuniti come non accadeva da qualche tempo. Te ne sei andato lasciando tutti,  noi e gli amici, come storditi dal dolore di averti perso. Chiunque ci ha salutato in quei momenti del distacco ha ricordato un tuo gesto gentile, affettuoso, premuroso e sembrava triste per avere perduto un amico.

Per questo, nell’illusione di parlare con te che questa lettera mi regala, vorrei anche che le mie parole mi aiutassero a renderti ancora vivo in tutti quelli che ti hanno conosciuto e che non hanno potuto fare a meno di volerti bene perché tu sei stato uno di quei beni preziosi che la vita ogni tanto concede.