Sputi di letteratura

Allora Carmela, fingendo d’avere la tosse, sputò tre volte dietro a sé, e infilò l’uscio: Crepate!  

Leggendo il finale di Tre colombe e una fava, novella di Luigi Capuana, si resta colpiti dalla volgarità del gesto di Carmela, una delle protagoniste femminili. Per poterlo inquadrare meglio, però, è necessario andare indietro nella narrazione dei fatti e recuperare la trama e le dinamiche dei vari personaggi che prendono vita da un evento tragico: la morte della giovane moglie di compare Nino, il protagonista maschile del racconto. Che fosse Santa di nome e di fatto, lo si capisce  subito dalle prime battute, se,  “quantunque coi dolori del parto, gli aveva preparato la minestra e aveva messo a letto i bambini, bella e florida, allegra come al solito, scherzando coi figliuoli che non volevano addormentarsi”. Proprio il ricordo della moglie così piena di vita rende surreale la scena della sua morte e del vuoto lasciato al punto che il povero Nino farneticava arrivando a desiderare che la sorte della moglie fosse toccata, invece, ai figli.

A fare scudo contro un simile dolore non esitano ad accorrere le vicine di casa che da un indistinto e corale insieme si precisano come una triade di vigorose fanciulle: Nela, Ciccia e Carmela. Come tre Grazie, accomunate dall’unico intento di offrire conforto al selvaggio dolore di compare Nino, entrano nella casa dell’inconsolabile vedovo che ben presto ne sente il benefico aiuto e infatti … “invece d’una, ora aveva tre mogli in casa, l’una meglio dell’altra; senza cattive intenzioni, s’intende, perché egli badava poco a quelle tre ragazze che gli si affaccendavano intorno … Era assai ch’egli già notasse il letto sprimacciato molto meglio di quando viveva la sant’anima; la biancheria più bianca e più odorosa; i bambini più ravvivati e più puliti; il desinare e la cena più saporiti.”.

Com’era prevedibile, l’armoniosa collaborazione delle tre ragazze si sfalda in un crescendo di rivalità e “dopo tre giorni si guardavano in cagnesco, quasi se lo disputassero, facendo a chi meglio potesse servirlo, precorrendone i desideri, cercando ognuna di mostrarsi più attenta, più accorta, più lesta dell’altra.”. Ignaro dei contrasti tra le sue dame di carità il povero compare Nino, “badava a godersi quella grazia di Dio, né parlava più della morta, né sospirava più, quantunque rimanesse sempre in casa, anche dopo che i giorni del lutto erano terminati”. Una mattina quella beatitudine viene incrinata dalla visita della zia Peppa, mamma di Nela, e dello zio Paolo, padre di Ciccia, per un motivo mai sospettato  da compare Nino che sembrava confermare il detto omnia munda mundis. Viene così a sapere che la gente iniziava a sparlare per la quotidiana permanenza  delle ragazze nella sua casa e dalle parole della zia Peppa e dello zio Paolo viene messo di fronte alla necessità di  una scelta: i servizi a patto del matrimonio. L’arrivo di Carmela che, senza intermediari a perorare la sua causa si presenta come al solito per il suo aiuto quotidiano, interrompe la delicata conversazione, ma dà lo spunto allo zio Paolo per  rimarcare le dicerie contro di lei abilmente sintetizzate in un “Ho capito, compare: vi piace mangiare nel piatto dove altri ha mangiato prima di voi. Buon pro vi faccia!”.

Inconsapevolmente lo zio Paolo spiana la strada a Carmela perché, mostrandosi offesa dalle calunnie appena sentite, nel momento in cui sta per lasciare la casa , nonostante il dispiacere di non poter rivedere i bambini, viene pregata da Nino a restare proprio  in nome di “ quelle creaturine”.

Lei resta, ma ritornano anche le altre due vestali del focolare e per il povero Nino inizia un periodo infernale, dal momento che ognuna pretende di svolgere da sola i servizi domestici. La casa perde la tranquillità e il lindore dei giorni passati, mentre compare Nino non ha più pace. Allora si fa coraggio e decide di scegliere una nuova moglie, ma solo per il bene dei bambini, almeno così dice, anche se  in questa scelta è spinto dal ricordo delle braccia di Carmela, “braccia fresche e sode, dalla pelle fina, che gli avevano accarezzato la guancia“. Dopo averle fatto giurare che quelle contro di lei sono solo dicerie infondate, la sposa. Ritornando dalla chiesa Carmela, sentendo ancora lo zio Paolo che con malignità accenna ancora al suo discutibile passato e accorgendosi di Nela e Ciccia che ridono sguaiatamente, “fingendo d’avere la tosse, sputò tre volte dietro a sé, e infilò l’uscio: Crepate!“

A questo punto il gesto di Carmela non appare più solo volgare, ma sembra volere essere un atto di protezione contro l’invidia delle rivali. Grazie agli accostamenti involontari che la nostra memoria sa fare, di quel gesto scopriamo una familiarità letteraria impensata. Il ricordo, nebuloso in un primo momento, diventa più nitido e, grazie al recupero di vecchie e ingiallite fotocopie dell’età dei giovanili studi, può fermarsi su alcuni versi di Teocrito. 

Per passare da Luigi Capuana, scrittore e teorico del verismo, a Teocrito, poeta greco del III a. C. il salto temporale non è piccolo,  ma breve è la distanza dell’aere natio di entrambi. Le loro pagine letterarie, lontane nel tempo, sono state generate da una terra comune: Mineo, terra di nascita dello scrittore verista, e Siracusa, quella del poeta greco, sono, infatti, in Sicilia, un tempo chiamata anche Magna Grecia.  Al poeta siracusano sono attribuiti componimenti poetici, chiamati Idilli, e in alcune parti rivelano versi che colpiscono per l’identica drammatizzazione del gesto scaramantico.

Nel VI idillio, dal titolo I cantori, viene rappresenta una gara fra i due pastori poeti, Dafni e Dameta, che ha come argomento la storia d’amore di Polifemo e Galatea.  Alla fine del componimento si legge che, per fare ingelosire Galatea, Polifemo finge di avere un’altra donna e si compiace della propria bellezza e proprio per allontanare il malocchio contro di lui descrive il rito di scongiuro con questo suono“ mè bascantõ dé, trììs eìs emòn éptusa kólpon” che vuol dire  “Per non essere guardato di malocchio sputai tre volte nel mio petto”.

Nel VII idillio, Le talisie, che prende il nome di una festa agreste, trova posto un’altra gara di canto pastorale che accompagna i protagonisti, Simichida e Licida , mentre attraversano la campagna per recarsi alla festa. Prima di concludere il suo canto, anche Semichida  ci regala parole che confermano la diffusa ritualità  superstiziosa e attraverso un ritmato ”Ámmin d’asuchía te méloi graía te pareíe /ãtis epiftúsdoisa tà mè kalà vósfin erúkoi ci dicono  “Ci sorrida la serenità e ci protegga una vecchia che, spuntando sopra, possa tenere lontano da noi la sventura”.

Insomma che lo sputo sia un forte antidoto al male lo avvalora anche Giuseppe Pitrè, il medico letterato e studioso del folclore siciliano quando dice che “il triplice sputo…in certe occasioni è una vera tavola di salvezza”. Quali siano queste occasioni glielo spiega Salvatore  Salomone-Marino, l’amico medico con cui condivideva la passione per gli studi delle tradizioni popolari siciliane, che così scrive: “Accade sovente…di vedere qualcuno del nostro popolo, che andato a visitare un infermo, sputi tre volte al limitare dell’uscio; di vedere qualche congiunta di una donna in soprapparto, che si affaccia alla finestra e sputa tre volte…; di vedere un uomo che guardato fiso da qualche nota femina impudica, sputa anch’esso; come, viceversa, fa qualche donna che è presa di mira dall’occhio di tale che gode fama di vizioso notturno…”.

A utilizzare ancora il triplice sputo, ma esteso a ogni occasione  ritenuta di malaugurio, interviene il commendatore Gervasio, superstizioso protagonista di “Non è vero…ma ci credo”,  brillante commedia di Peppino De Filippo. Più volte, infatti, seguendone i movimenti in scena, lo si vedeva – è d’obbligo il verbo  al passato purtroppo –  ripetere l’ormai noto gesto scaramantico che testimonia come Napoli avesse la stessa radice culturale della Magna Grecia. Con una condivisione necessariamente virtuale perché quella materiale rischierebbe di avvicinare più mali di quelli che si vorrebbero evitare, ci associamo al suo gesto, sperando di allontanare questa iattura, meglio chiamata camurría nel parlar siciliano, che da troppo tempo ormai tiene lontana la vita dalle scene dei teatri. 

Bibliografia: Luigi Capuana, Le Paesane; Raffaele Cantarella, Letteratura Greca, Società Editrice Dante Alighieri; Dario Del Corno, Letteratura Greca, Principato; Giuseppe Pitrè, Usi e Costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Vol. IV, Clio

*Immagine tratta da internet

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