C’era una volta il Natale

– Bambini, adesso che avete capito com’è il racconto fantastico, proviamo a inventarne uno sul Natale. Ricordatevi che i personaggi e luoghi non devono essere necessariamente immaginari, ma possono essere anche apparentemente normali: l’importante è che vivano storie fantastiche che non si realizzano nella vita normale.

Non finisco la mia precisazione sull’aspetto fantastico, quasi chimerico, del filo conduttore della narrazione che subito arriva la richiesta di un chiarimento.

Ma allora possiamo raccontare il Natale degli anni passati come se fosse un racconto fantastico? Non possiamo più fare, infatti, tutto quello che facevamo prima. Non ci possiamo abbracciare, né baciare, non possiamo fare lo spettacolo di Natale …

Spiazzata dalla loro acuta osservazione, devo ammettere che il più semplice, il più abitudinario dei nostri Natali passati ha ormai il sapore di un sogno e che tutte le azioni quotidiane appaiono come le più fantastiche vicende.

-Sì, certo, anche parlare adesso dei Natali passati può essere un esempio di racconto fantastico che speriamo di inserire di nuovo tra quelli realistici.

Inizi tu, maestra?

-Va bene.

Resto in silenzio il tempo che mi serve per ripensare al Natale di una volta che oggi  appare lontano, irraggiungibile e irrealizzabile, quindi inizio il mio racconto.

C’era una volta Il Natale, il mio Natale, quello vero, fatto di incontri reali, di abbracci di ritorni nella mia famiglia dove c’era ancora mio padre. Questo Natale era annunciato al telefono dalla sua voce squillante, quando già il primo dicembre iniziava a fare il conto alla rovescia dei giorni che mancavano al nostro arrivo. Dico nostro perché nel Natale dei ricordi, in cui gli attimi, i sapori e le sensazioni sono così intrecciati da non riuscire più a distinguere gli anni che si sono via via sommati, mi rivedo con le mie figlie ancora piccole e abbracciate dalla tenerezza di mio padre.

L’avvento era allora la celebrazione di un’altra attesa: quella del ritorno a casa, dove mio padre ci aspettava. Lo rivedo fermo sul marciapiede davanti al portone di casa, quasi nascosto nel cappotto, con l’immancabile cappello in testa e avvolto nella sciarpa  da cui appariva il suo viso che il freddo colorava di un rosso violaceo. Vedendoci, i suoi occhi brillavano di felicità, come quelli di un bambino che sa vivere in modo assoluto la felicità del momento. Ci abbracciava e prendeva per mano le mie figlie e questa immagine  mi  rendeva felice perché  tra le sue mani vedevo la parte migliore di me.

Se il nostro arrivo a casa avveniva nel tardo pomeriggio, capitava anche di sentire per le vie il suono dei musicanti che restituivano le antiche melodie della novena di Natale,  regalando così al momento del rientro a casa la magica illusione del ritorno alla  mia infanzia.

Tra abbracci con i miei fratelli e mia madre, gli affollati momenti di condivisione del caffè nella cucina e i saluti agli amici, il tempo dell’attesa correva veloce al giorno di Natale, la Grande Festa, aspettata ogni anno con lo stesso infantile entusiasmo e celebrata con una liturgia famigliare. La sua preparazione iniziava settimane prima con un preciso rituale che partiva dall’ideazione del menu e annessa organizzazione della spesa cui mio padre si dedicava con vera dedizione. Nell’uscire di casa per comprare ciò che era necessario, infatti, realizzava la sua vocazione a prendersi cura della famiglia e trovava la gioia di essere ancora capace di accudire noi figli e coccolare le sue nipoti. Se la fase ideativa del Natale gastronomico era prerogativa dei miei genitori, quella della sua realizzazione era condivisa con noi figli, nuore e nipoti e spaziava dall’aiuto in cucina alla preparazione della tavola.  Quest’ultimo era un momento di particolare difficoltà che ogni anno comportava un certosino calcolo matematico tra il numero di quanti saremmo stati a condividere il pranzo di Natale e lo spazio a disposizione. Sistematicamente, visto che il tavolo rimaneva sempre quello, ma cresceva ogni anno il numero dei commensali,  si partiva, non proprio metaforicamente, alla ricerca di tavolinetti da aggiungere al grande tavolo del soggiorno. Prima si bussava alla vicina e, se anche lei ne aveva avuto bisogno per un motivo non molto diverso, allora i miei fratelli li chiedevano in prestito a qualche amico barista. A questo punto si passava ad apparecchiare la tavola, fase che creava delle vere crisi famigliari mettendo il partito dei separatisti con me in testa, che suggeriva di apparecchiare separatamente due tavole per guadagnare più spazio, contro quello degli  unitari, capeggiato tenacemente da mia cognata  Enza, che in nome di un #fare comunità, lottava per una grande unica tavolata.

Dal momento che nei miei ricordi c’è sia la versione separatista che unitaria, credo che negli anni ci sia stata un’alternanza di scelta. Separata o unita, la tavola di Natale alla fine riusciva a sfoggiare sempre le tovaglie rosse, ben stirate e profumate di fresco bucato, mostrava i patti e i bicchieri del servizio buono e risplendeva delle vecchie e solide posate d’argento, pronta per il grande pranzo. Atteso con pazienza, il grande giorno rivelava la sua importanza anche dal numero delle portate e dalla loro quantità immaginata, come accade di solito nelle cucine siciliane, più per un intero esercito che per un pranzo di famiglia. Poi, davanti a un vassoio di picciddati, sigillo delle origini leonfortesi della mia famiglia, e uno di cassatelle, prova di quelle agirine di mio marito, non ci accorgevamo neanche che la giornata finiva, avvolta dall’odore del caffè che si preparava senza sosta per condividere un po’ del calore del Natale con i parenti e gli amici che erano venuti a trovarci per gli auguri. La malinconia del giorno che tramontava era mitigata dall’attesa di un’altra festa, quella del 31 Dicembre, in cui il Natale sfumava, ma non finiva del tutto.

Si ripeteva il rituale preparatorio della festa e si arrivava al brindisi con cui si accoglieva il nuovo anno accompagnando gli auguri che ci si scambiava con la speranza di ritrovarci tutti insieme anche l’anno successivo. Questo era l’augurio che facevo in silenzio mentre baciavo mio padre che mi appariva ogni anno sempre più invecchiato e più fragile.

La fine del Capodanno portava con sé inevitabilmente la nostra partenza che non ci trovava mai pronti.

Mio padre ci salutava sforzandosi di apparire sereno, ma la sua voce era quasi sommessa e gli occhi tristi.  Non ci accompagnava fino alla macchina che mio fratello aveva posteggiato sotto casa, mentre ci aspettava per accompagnarci in aeroporto.

Si affacciava al balcone accanto a mia madre e noi, prima di entrare in macchina, alzavamo lo sguardo sulle loro figure che anche da lontano apparivano tristi e  li salutavamo agitando le mani. Per fortuna la distanza di cinque piani che ci separava non permetteva di scrutare il viso di mio padre che, come mia madre spesso mi ricorda, piangeva come un bambino.

La voce rassicurante di mio fratello, che, coerente al suo nome, è sempre stato il nostro angelo custode, interrompeva il nostro triste silenzio con la sua proposta di salutare il paesello con discesa lungo il corso che finiva proprio con la curva da cui appariva la Matrice. Passandovi davanti, mentre mi facevo il segno della croce, come per un atavico  e istintivo gesto, capivo che mi lasciavo alle spalle il mio paese e il Natale che ancora una volta mi aveva regalato.

C’era una volta il Natale e con lui c’era un tempo anche mio padre.

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