Non amo che le cose che potevano essere e non sono state. Parte 2

Dalle lettere di questa intensa e complessa corrispondenza emergono dei tratti concreti di Amalia che suggeriscono un immediato confronto con una poetica figura femminile a lei contrastante: La Signorina Felicita, protagonista dell’omonimo poemetto a lei dedicato da Gozzano.

Amalia è bella, di una bellezza che piace a Guido. I capelli che lui immagina divisi “alla foggia antica”, appaiono ondulati sulle tempie e sono raccolti con un nodo dietro la nuca.

Bella e “fresca” la sua bocca, gli occhi “d’una dolcezza quasi servile”. Veste e cammina “con l’eleganza un po’ stracca e trasognata”. È degna del ritratto di un pittore per cui posa indossando “un abito a lungo strascico grigio perla, viola pallido e oro, scollato a rettangolo lungo e stretto che … dà un’aria fra ieratica e maestosa d’imperatrice bizantina”, ma nella realtà lei a volte si sente “un’anima così borghese, vuota, vigliacchetta anche”.

Per Guido la sua immagine può anche essere “dolce e immutabile, fresca … come alla stanchezza del pellegrino il ricordo di una sosta estiva in un giardino ombroso”.  Non così appare Amalia dalle sue autobiografiche parole sia quando si lamenta stancamente della sua pigrizia cittadina dicendo: “Esco a passeggio ogni giorno e m’attardo per le vie, nel sole tiepido, scioccamente, senza pensieri, con la mente svanita e col passo indolente di chi va senza meta”; sia quando,  ammettendo di non essere idilliaca,  si lamenta così della sua vacanza agreste: “Sono qui da tre giorni già annoiata e stanca di questa casa e di questa campagna prima di averne respirato l’aria”. 

Se Amalia conosce la noia di chi può permettersi l’ozio spensierato, la Signorina Felicita, invece, non appare mai inoperosa  e si affaccia dai versi di Gozzano con la sua semplice e rassicurante concretezza quotidiana mentre tosta il caffè, rammenda con  pazienza le lenzuola,  taglie e cuce le camicie del padre e canta nella sua cucina che profuma di basilico. Non è bella come Amalia anzi è “quasi brutta, priva di lusinga nelle … vesti quasi campagnole”, ma ha un’espressione  “buona e casalinga” e biondi capelli intrecciati; non ha la bocca fresca di Amalia ma una bocca rossa, “larga nel ridere e nel bere”;  il suo volto è “quadro senza sopracciglia” con leggere lentiggini in cui spiccano due occhi azzurri che non suggeriscono immagini di eterea eleganza, ma il concreto paragone con “un azzurro di stoviglia”.

Lei, la Signorina Felicita, lo ha amato e nella sua semplicità ha provato a lusingarlo con inesperta ma innata civetteria femminile, senza mai essere capace di trovare quelle raffinate parole che, invece, usava inutilmente Amalia.  Eppure con la sua ignoranza di chi “ha fatto la seconda classe” riesce a piacergli e a regalargli la speranza di renderlo felice più “d’un’intellettuale gemebonda” in cui sembra potersi rispecchiare proprio l’infelice Amalia.

 A lei, però, che è stata l’amante viva, concreta e reale, Guido chiede di diventare “la compagna dei sogni” mentre a Felicita, figura fatta di vaga e indefinita poesia, confessa il suo desiderio  di voler unire le loro vite per sempre sussurrandone la concreta e definita richiesta con “Accetterebbe?”.

Sembra che Guido Gozzano giochi a trasformare in sogno la realtà e a dare concretezza al sogno preferendo amare l’impossibile, l’inesistente, sia esso un ricordo in cui è tramontata la vita vissuta o un’ immagine poetica che può solo sostentarsi d’impalpabile sogno.

Accanto a Felicita, uscendo dalle pagine di un vecchio album di fotografie, si siede Carlotta, l’amica di nonna Speranza, che Guido guarda con malinconica tristezza mentre ne immagina la fresca giovinezza di diciassettenne che vive la  sua vita di un tempo. È proprio l’irrealizzabilità di quell’amore, provato per la giovane amica della nonna, lo spinge a inseguirne il sogno e a dirle, nella malinconica rassegnazione tinta di rosa come il vestito che lei indossa per la foto di quel  28 giugno 1850, lontano nel tempo, ma vicino nell’anima di Guido ,”Ove sei / o sola che – forse – potrei amare, amare d’amore?”. 

Giovane come Carlotta ma contemporanea agli anni di Guido  dalla poesia Le due strade, appare e svanisce  di corsa sulla sua bicicletta la giovane Graziella, “la dolcesorridente, forte e bella” fanciulla, immagine della bellezza  e della vivacità giovanile che lui non ha saputo o voluto cogliere, ma solo rimpiangere  prima di averla potuto amare, mentre la vede scomparire senza che lei  gli avesse detto “una parola sola”. 

Non più giovane, ma evocando il profumo della bellezza passata, in cui Guido si perde per ritrovarsi bambino, mentre lei lo bacia “di tra le sbarre come si bacia un uccellino in gabbia”, avanza Cocotte, protagonista dell’omonima poesia in cui il poeta ha voluto ricordarla. E a lei, che per Guido non fu mai “la cattiva signorina” come ai suoi occhi di bambino, invece, soleva additarla la mamma, proprio a lei  con prepotente dolcezza così parla.

“Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state….!”.

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