Tutto il mondo (non) è paese.

Non poco amata è quella rassicurante sensazione di appartenere al luogo in cui  viviamo così da sentirci quasi  cullati, protetti e quotidianamente rassicurati dalle abitudini e consuetudini che finiamo per ritenere i  punti cardinali del nostro vivere. Che il microcosmo di appartenenza di un siciliano, ad esempio, possa essere ritrovato non solo qualche metro più in là del luogo di nascita ma anche oltre lo stretto ci viene suggerito dalla saggezza popolare ricordandoci che “tutto il mondo è paese” cosicché,  in nome di questa universalità umana,  il suddetto siciliano, curioso o intimorito da nuovi orizzonti, ma sicuro di ritrovare un po’ del suo mondo ovunque egli vada, parte.  Ben presto, però, si accorge che il famoso detto ha qualche eccezione che, insomma, non tutto il mondo è paese. 

Una prima incrinatura della sua certezza di sentirsi sempre a casa, il nostro povero siciliano l’avverte quando, credendo che almeno per quanto riguarda l’abitudine al caldo possa essere sufficientemente ben preparato, dichiara di non avere paura di affrontare l’estate in una grande città come Milano, ma viene subito sfiancato da una sensazione mai sperimentata. Infiacchito da un caldo bagnato e tramortito da un olezzo non proprio gradevole, capisce per la prima volta cosa fosse quella “puzza di vernice calda e di segatura bagnata” che in qualche distratto momento aveva letto tra le pagine di Brancati, mentre rimpiange il vento di scirocco che al confronto gli sembra tiepido e quasi rinfrescante.

Tutto il mondo (non) è paese.

Non perdendosi d’animo in questo afoso giorno d’estate e volendo uscire  la sera  con i nuovi amici, nel fissare com’è suo solito, l’incontro in quella vaga ora crepuscolare definita “arrifriscata” ha un’ulteriore prova che il suo paese non coincide con il mondo. La parola rimane incomprensibile innanzitutto perché non esiste il meneghino momento serale rinfrescante, visto che la  città restituisce  di sera con più forza e rabbia il caldo che ha dovuto sopportare durante il giorno e poi perché troppo vaga appare l’ora dell’appuntamento, lontana dalle categorie dello spirito nordico. L’arrifriscata, infatti, evoca quel refrigerante momento di pausa in un lungo giorno di caldo estivo che si avvia al crepuscolo, quella particolare “ora che volge al desio”, quando ci si sente più rinvigoriti, desiderosi di gustare con le nuove energie l’attimo che si sta vivendo e  più inclini ad attendere un nuovo giorno di fatica.  

Così, consapevole che dietro l’incomprensione verbale si nasconda una differenza esistenziale è naturale, allora, che, quando fiuta un altro siciliano come lui, anche se fino a quel momento era un perfetto estraneo, lo elegga come suo fraterno amico. È quello che accade a due “compari” siciliani, la cui amicizia era resa più forte dall’estraneità del mondo in cui si trovavano. In un’estiva, ma non afosa serata milanese, allora, vedendo all’uscita di un locale un giovane musicista, bravo ma non ancora così famoso da avere uno staff tecnico a cui delegare l’operazione di montare e smontare tutta la strumentazione necessaria all’esibizione e credendo di potersi divertire indisturbati alle sue spalle nel loro incomprensibile dialetto, resi alquanto audaci da qualche sorso in più di birra cominciarono a commentare  così: ”Talè: scarrica e carrica!”- “E c…..: ancora n’hai travagghiu!”- “Mih, a valìa!”

Il giovane artista, per quanto dotato di una stoica pazienza, dopo numerosi e poco esaltanti commenti fu costretto a reagire incalzando con ”Auh, ancora c(i)’ati a scassari a …” , completando la frase con l’unico complemento oggetto  che un siciliano verace riesce a pensare dopo il verbo “scassare”. 

Mai voce fu più musicale e mai parole risuonarono più gradevoli rivelando nell’affinità linguistica una profonda fraternità esistenziale che spinse i due compari a chiedere: 

“Ma allura macari tu si…?” “Sugnu, sugnu“ fu la breve ma inequivocabile risposta che, senza aver bisogno di alcuna precisazione geografica, ne dichiarava l’inequivocabile appartenenza ontologica.

Allora, mentre con lo sguardo reso più dolce e fraterno dall’improvvisa Rivelazione i due compari porgevano al nuovo amico la loro bottiglia di birra per  condividere quel momento  di inattesa familiarità,  un gradevole venticello estivo, allontanando alcune nubi, rendeva più chiaro e limpido il cielo e dava la sensazione che tutto il mondo in quell’attimo fosse un po’ più paese

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