“ … Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria …”

In queste semplici e accorate parole che Francesca da Rimini rivolge a Dante  viene ricordata l’universale verità che non c’è dolore più grande che ripensare i giorni felici quando questi non ci sono più. Questo vivere nel ricordo di un prima che non c’è più sembra più doloroso dell’eterno turbine del vento  da cui è trascinata insieme a Paolo e agli altri “peccator carnali”, così puniti nel V girone infernale.

Nelle parole che Dante poeta  suggerisce a Francesca c’è il dolore che l’uomo Dante conosce  bene perché lo ha vissuto sulla sua carne, sulla sua anima  tesa inutilmente al ritorno verso la terra e la casa di prima. Guardare alla propria storia dal ponte del ricordo nei giorni e nelle terre d’esilio di certo ha reso più pungente la nostalgia, il dolore, cioè, per un ritorno impossibile. 

Ognuno ha un prima a cui rivolge il pensiero con rimpianto e in questi giorni in cui tutti viviamo l’esilio dalla nostra vita di un tempo lo sappiamo bene.

Il prima che rimpiangiamo sono i giorni e i momenti  di qualche mese fa, che  chiamavamo banali, ma ora preziosi perché sembrano irraggiungibili.

Camminare tra la gente e le bancarelle affollate del mercato, entrare in un supermercato per la nostra spesa senza minimamente sospettare che potesse essere una delle più preziose e difficili azioni quotidiane, andare a teatro o al cinema e condividere uno dei braccioli della nostra poltrona, prendere l’aereo non solo per i viaggi turistici, ma per poter riabbracciare i genitori e i familiari da cui ci  si stacca sempre con quel ben noto dolore che si  riesce a mitigare solo al pensiero di poterli rivedere presto. Anche l’odiosa attesa dal nostro medico appare come un lusso che non possiamo più permetterci se si pensa alla vicinanza agli altri pazienti a cui ci siamo disabituati. Distanza di sicurezza e contagio sono le parole che martellano il nostro quotidiano vivere al punto che, non abbracciamo né baciamo i nostri figli e, diventati maniaci della pulizia, laviamo di continuo le nostre case, i nostri oggetti, i nostri vestiti terrorizzati come siamo che gli indumenti che s’indossano fuori possano veicolare il temuto virus da cui siamo ossessionati.  

Allora oggi ricordiamo con rabbia tutte le occasioni perse, quelle in cui ci siamo ostinati a voler restare soli, senza sospettare che saremmo stati condannati a esserlo davvero. L’immagine di piazza San Pietro deserta resta la rappresentazione più chiara di questa nuova e mai immaginata solitudine che toglie il respiro.

Questi sono i giorni in cui si ha paura di stare male perché si sa che si è condannati a soffrire da soli senza stringere le mani di chi ami e di chi ti ama e in cui il pensiero della solitudine rende ancora più pauroso il momento della morte che mai come adesso può vantare un assoluto potere sugli uomini: li priva, infatti, dell’ultimo e pietoso saluto con cui i parenti e gli amici s’illudono di rendere la loro consolatoria compagnia nell’ultimo viaggio terreno.

La vita va avanti nonostante tutto.

Alcuni, per fortuna, possono permettersi il lusso di restare a casa e non da soli riscoprendo la forza dello stare insieme, altri sono soli in case troppo vuote e provano a non lasciarsi inghiottire dal silenzio grazie a vecchi numeri di telefono che non digitavano più, altri ancora devono uscire per il loro lavoro e, nonostante la loro paura, fingere una normalità che non esiste. C’è poi chi è in trincea con armi insufficienti se non scariche addirittura, ma non si sottrae alla dura lotta.

Questi sono i giorni del dopo, i giorni in cui, come un assurdo ossimoro, anche  gli alunni sognano di tornare a scuola perché adesso ha il significato di una normalità ritrovata; i giorni in cui si fanno promesse di una vita più autentica, se si avrà la possibilità di ritornare a viverne una di nuovo; i giorni in cui il silenzio delle città fa paura, opprime e rende più lancinante l’urlo delle sirene delle ambulanze.

Questi giorni ci hanno fatto invecchiare velocemente e, guardandoci allo specchio e guardando negli occhi di chi ci sta accanto, vediamo una nuova velata, ma vera tristezza dove prima c’era uno sguardo vivace.

Non siamo più quelli che eravamo e non ci sono più tutti quelli che conoscevamo. Troppi se ne sono andati. Tra gli amici c’è chi è andata via mentre condivideva con noi  parole  che adesso  sono diventate “troppo gelate per sciogliersi al sole”. 

C’è chi è andato via in attimo così veloce che non ha fatto in tempo a spegnere sul suo volto l’abituale sorriso ancora impresso negli occhi degli amici.

Sono i giorni della nostalgia  che le note  che della Passacaglia in G minore di  Haendel, rendono più pungente mentre diventa il desiderio di un ritorno a ciò che eravamo: felici senza saperlo.

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