per ch’io te sovra te corono e mitrio _ Malinconiche considerazioni dantesche quasi senili

Che la Divina Commedia sia una di quelle grandi opere che s’impara ad amare fuori dai banchi scolastici è una verità indiscussa e che non smetta mai di svelare le innumerevoli facce della verità che racchiude è  un principio altrettanto innegabile. Purtroppo, dal momento che ci è stata consegnata in un linguaggio molto lontano dal nostro e richiede sempre una decifrazione lessicale, la Comedìa dantesca non si prende facilmente  tra le mani nei momenti di distesa lettura che ci possiamo concedere. Insomma se non si è docenti con l’obbligo ministeriale di insegnarla o poveri alunni con lo stesso obbligo di studiarla, non la sfioriamo minimamente, pur consapevoli della grandezza.

Per fortuna ci sono i figli che ancora la studiano a dare l’occasione a qualche genitore o genitrice di riaccostarsi a quelle pagine tanto difficili quanto profonde. È facile immaginare che cosa può accadere in un periodo di fine maggio se una mamma, che non è riuscita a lasciarsi alle spalle il “giovenile” amore  per la letteratura, vede che la propria figlia sta studiando gli ultimi canti del purgatorio per la verifica finale. Per naturale empatia si offre a far ripetere i canti danteschi assegnati,  e, insistendo di fronte ai ripetuti cortesi rifiuti della figlia, riesce a ottenerne il consenso,  estortole più per sfinimento che per necessario bisogno.

Trovato un sacrosanto motivo per accostarsi a Dante, s’immerge nello studio dei canti in questione che sono quelli in cui si conclude il viaggio  nel Purgatorio e, senza  la paura di interrogazioni o la responsabilità di spiegazioni,  si inoltra in una lettura più distesa.

Tra i versi incontrati in questo letterario ritorno di fiamma, ritrova quelli che aveva imparato a memoria e che aveva amato di più per la dolce  e tenera immagine che riuscivano a disegnare e a occhi chiusi li ripete:

 

“Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio.”

(Purgatorio, XXVII, vv. 139 – 142)

 

La loro contestualizzazione riconduce al XXVII canto del Purgatorio, al momento in cui Virgilio, Dante e con loro il poeta Stazio, giungono in cima alla montagna del Purgatorio dopo essere passati attraverso le fiamme, ultima prova che Dante deve superare per liberarsi di tutto il peso del suo limite umano,  vero ostacolo  all’incontro con la Rivelazione verso cui lo accompagnerà Beatrice.

Una parafrasi articolata dei versi che restituisce nel messaggio dantesco tutta la intensità del sentimento di Virgilio così allora risuona: “Non aspettare più una mia parola o un gesto, un accenno a darti la sicurezza che fino a ora hai cercato nel tuo cammino verso la vita. La tua capacità di discernimento è ormai matura, libera dagli ostacoli della tua giovanile immaturità e sarebbe un grave errore non seguirla per ciò io ti nomino signore di te stesso, libero e indipendente dal giudizio degli altri.

Qui Virgilio, in sintesi, riconosce la maturazione di Dante e ne decreta la libertà e l’autonomia di pensiero e di scelta.

Adesso, però, il significato racchiuso dal dolce suono di questi versi appare diverso e svela un’altra faccia della verità che era riuscita a cogliere fino a quel momento. Se quei versi, infatti, erano il sigillo della libertà riconosciuta a Dante, adesso rivelavano anche la voce sommessa ma ferma di Virgilio che, esaurito il suo compito, sa tirarsi indietro.

Con la consapevolezza acquisita da tempo che quello della Divina Commedia è il meno letterario dei mondi evocati,  la mamma con il rigo della lettera cerca subito di tradurre le immagini  suggerite da quei versi in universali  ritratti di vita comune.

L’immagine immediata che prende forma è quella del distacco, necessario per i figli che possono così vivere la loro vita e volare lontano, ma doloroso per chi resta a guardare la loro partenza. Virgilio diventa allora il volto e la voce di padri e madri che a un tratto capiscono che il loro compito non è più quello di guidare i figli, di proteggerli camminando al loro fianco e tenendoli per mano, perché sono già diventati autonomi e sanno camminare da soli. La grandezza di Virgilio appare proprio nel riconoscere la conclusione del suo ruolo e nella consapevolezza non rinnegata di ammettere che Dante non ha più bisogno di una guida e per questo lo nomina signore di se stesso. Con la solennità di un rito sacro Virgilio celebra l’autonomo pensare di Dante,  cioè la sua nuova libertà, conquistata  attraverso un faticoso cammino di crescita e, mentre pronunzia le parole di questa ufficiale investitura, la sua voce sembra forte senza alcuna incrinatura che possa rivelare il sotterraneo  ma non meno forte dolore che prova all’idea dell’imminente e inevitabile separazione da Dante.

Il tempo del suo viaggio alla guida di questo figlio improvvisamente trovato gli ha regalato il prezioso e inestimabile senso della vita che l’essere genitori sa regalare agli uomini e che consiste nell’avere il chiaro e improrogabile obiettivo quotidiano di pensare alla felicità dei figli.

Virgilio non tentenna, non esita anche se che cosa lo attende. Esaurito il suo compito, infatti, dovrà ritornare nel Limbo, monotona e uniforme inesistenza senza tempo da cui era uscito per vivere inattesi giorni di vita da padre. Vi ritornerà cambiato: la sua paternità, infatti, non può essere stata una condizione temporanea, ma una nuova e perenne dimensione esistenziale e per questo la separazione dal figlio gli lascia un vuoto dentro di sé, ma proprio la speranza che Dante, figlio, possa trovare la strada che cercava gli regala un frammento  di felicità da portare con sé nella sua solitudine di sempre.

È doveroso precisare che, mentre la madre filodantesca si perdeva in queste malinconiche considerazioni, la di lei figlia si preparava da sola per la verifica d’italiano per superarla poi brillantemente.

 

 

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