[III parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Ero diventata  davvero indipendente e libera di scappare da casa. Con la nuova ricchezza ero più irrequieta, nomade alla ricerca perenne di ciò che non ero. S’intensificarono i viaggi per la Sicilia che imposero ai miei figli continui cambiamenti dalla scuola agli amici, ma io sembravo indifferente: in me prevaleva l’orgoglio di essere una Portolano, adesso una ricca proprietaria. Dovevo e volevo esercitare il mio potere proprio in Sicilia, allora ridiventavo mio padre e ne assumevo la durezza.

Non mi fermavano le obiezioni di mio marito che mi ripeteva che, così facendo, stavo per disgregare la nostra famiglia, del resto lui, nell’illusione che a Girgenti avrei trovato la pace sperata, non si opponeva.

Non era ancora pronto alla separazione definitiva e nell’estate del 1911 mi raggiunse a Girgenti per riportarmi a Roma, ma non senza propormi una tregua e cercare un accordo. Si arrivò a un compromesso: lui avrebbe dato più importanza al mio ruolo economico e io avrei avuto più considerazione per il suo bisogno letterario.

Rientrai a Roma fiduciosa nel nuovo inizio atteso con tutta me stessa, ma dalla calma siciliana passai a una nuova crisi che gli suggerì un’ipotesi di separazione.

Di fronte alla sua determinazione di staccarsi da me, io puntualmente ritornavo a essere più trattabile e a voler salvare il matrimonio, ma non era semplice: era un continuo alternarsi di alti e bassi, di pace e guerra. Approfittando della sua pazienza, come avevo sempre fatto, avanzavo pretese inconciliabili con la ricostruzione della famiglia: i miei figli dovevano stare con me in Sicilia.

Quando lui capì che non poteva più restare al mio servizio, si spezzò l’idea di salvare la famiglia e sentì allora all’improvviso il peso di ciò che avevo preteso: strapparlo dalla sua Arte.

Forte dell’arroganza del mio riconquistato potere economico, cercai spietatamente di separarlo dai figli.

Lui allora vacillò e cominciò a sentirsi in balia della mia follia, rassegnandosi ad accettare che doveva liberarsi di me per vivere.

Si allontanò, rinunziando a ogni vano tentativo di salvarmi: mi allontanò dal suo cuore e divenni allora solo “ la pazza”.

Stanco ormai di essere paziente e vittima senza mai tregua, s’impose di essere forte contro la mia insaziabile voracità e io divenni una nemica da allontanare per difendere i figli. Anche loro erano contro di me, ma lo meritavo. Non volevano radicarsi a Girgenti: Stefano preferì restare a Roma con il padre, Fausto lo seguì e con me, in quell’anno, il 1913, rimase solo Lietta.

Lavorò ancora di più per mantenerli senza il mio aiuto. Si umiliò a chiedere i soldi agli amici, mentre io m’inorgoglivo di essere la ricca  Antonietta Portolano che  sapeva gestire i suoi affari da sola e senza il suo aiuto.

 Passava il tempo e più stavo lontano da lui, tanto più mi staccavo dal suo mondo e dalla sua vita e, mentre sentivo la fine del nostro matrimonio, quasi m’inorgoglivo perché per me era la prova della sua inettitudine. Lo disprezzavo e disprezzavo tutti i Pirandello al punto che vietavo ai miei figli, quando erano in Sicilia, di incontrare i nonni e gli zii.

Era già arrivato il 1914 e i venti di guerra che si percepivano turbavano la mia mente già sconvolta. Non sapevo che Stefano avesse già annunciato al padre di volersi arruolare, ma con il presentimento che ogni madre ha, sentivo una terribile angoscia al punto che una notte urlai dal balcone della mia casa di Girgenti. Urlavo contro preti e soldati che mi perseguitavano: erano fantasmi della mia mente malata, ma io credevo di vederli.

Ricordo la confusione e rivedo la scena. I vicini accorrono, chiamano la forza pubblica, chiamano il pretore che ufficialmente dichiara la mia pazzia e ordina di internarmi. Viene avvisato mio marito e lui si precipita. Pur nella mia follia che mi aveva ossessionato contro di lui, appena lo vidi, corsi ad abbracciarlo: avevo capito, da sempre, che lui era la mia forza, il mio sostegno e, perdendo lui, mi sarei persa.

Con la dolcezza e la delicatezza d’animo che gli faceva ricordare la grandezza del suo amore per me, si assunse la responsabilità di riportarmi a Roma e scongiurò il mio internamento.

La pazzia era entrata in casa e nella sua vita.  Non si può dire che io non l’abbia ispirato: scrisse, infatti, di follia e di gelosia. Adesso risento con una nuova consapevolezza le parole di un suo romanzo, Si gira, che così risuonano ”questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di pazzia ragionante, tipica, tipica forma di paranoia, anche con deliri di persecuzione” .

Era il mio ritratto. Ero pazza e la mia pazzia era lui e questa era la vera pazzia perché lui era un puro.

 Stava per finire il 1914. Il 31 Dicembre Stefano si arruolò come volontario e fu poi prigioniero per tre anni. Dopo la partenza di Stefano per la guerra, me ne stavo in disparte a vedere vivere la vita degli altri, non prendendo parte alle piccole gioie famigliari: mi davo da fare solo per preparare i pacchi da inviargli. Ben presto Fausto e Lietta divennero il bersaglio delle mie sfuriate e loro erano sempre dolci con me.

Lietta doveva assistermi e non capivo il tormento di quel continuo quanto inutile dispendio di sé e della sua giovane voglia di vivere: doveva stare accanto a me per ore a ricamare, doveva assaggiare i cibi perché tra le mie fissazioni c’era quella di essere avvelenata, aveva il compito di farmi prendere le medicine, di mettermi a letto. Lei, la figlia, costretta a farmi da madre. Ma io non ero contenta del suo paziente sacrifico, anzi arrivai ad addossarle la mia gelosia perché in simbiosi con il padre. Di fronte a un litigio crudele e per lei umiliante arrivò a tentare il suicidio e dovette abbandonare la casa per sottrarsi alle mie ire e alle mie aggressioni adesso anche violente.

Era giunto il momento di allontanarmi, ma si aspettava che ci fosse anche Stefano. Quando dopo la guerra ritornò a casa, il ricovero fu inevitabile. Non ci fu neanche bisogno di un’ordinanza: era ancora valida quella emanata dal pretore di Girgenti nel 1914.

Nel gennaio 1919 entrai nella casa di cura “Villa Giuseppina” sulla Nomentana a Roma e vi restai per quarant’anni fino alla mia morte, che, come disse mio figlio Fausto, fu  soltanto “l’annullamento di un nulla”.

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