[II parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Nel 1903 arrivò presto la catastrofe temuta e di quel giorno ho nitidi e chiari ricordi.

Arrivò una lettera da mio suocero ma non indirizzata a me e, non avendo la delicatezza di aspettare mio marito, l’aprii e lessi il disastro che annunziava: si era allagata la grande zolfara di Aragona in cui era stata investita la mia dote e così la mia ricchezza e il vitalizio di cui vivevamo erano andati perduti per sempre.

Rimasi paralizzata nella mia anima e nel corpo. Non riuscii più a camminare e a non avere altra sensazione all’infuori della rabbia contro i Pirandello che mi avevano sfruttato e contro mio marito che non aveva tutelato i miei interessi.

La rabbia divenne la mia malattia: la Portolano che era in me non poteva non impazzire di fronte alla perdita dei soldi, l’unico valore riconosciuto.

Nella mia rabbia folle allora vedevo solo la fine del mio potere, mentre adesso, con questo nuovo sguardo che mi è concesso, vedo che lui si trovò di fronte allo sfacelo della sua vita.

Se avessi amato veramente, avrei saputo sostenerlo e tenere salda la mia famiglia e invece gli rinfacciavo i miei sacrifici che, fatti senza amore, per chi li riceve sono solo condanne senza scampo.

E lui che avrebbe potuto fare di più? Si preparava per il concorso come professore ordinario al Magistero, faceva lezioni private, chiedeva di essere commissario d’esami fuori Roma per avere compensi più alti. Si riscattò con il suo lavoro che gli permetteva di sostenere la famiglia senza il mio aiuto.

Non aveva tempo per la sua Arte eppure riusciva a scrivere mentre mi assisteva di notte alla luce di una lampada attenuata dal paralume per non disturbarmi.

Dal nostro dramma, però, nacque il successo e così arrivò il 1904, l’anno de Il fu Mattia Pascal, il suo primo grande romanzo. Continuò a cercare un senso  ai nostri giorni senza senso nelle storie che la vita gli suggeriva e  così non aveva un attimo di tregua tra il  “vero” lavoro, secondo me, e la  scrittura  per lui vitale.

Stavolta, però, per le novelle che i giornali pubblicavano, veniva pagato e io non potevo più rimproverargli niente. Eppure non ero capace di gioirne: ero immobile nella mente e nella mia anima più che nel corpo.

Ricordo, infatti, la sua felicità per il successo del romanzo che gli veniva riconosciuto  con una serata in suo onore alla Casina Valadier e sento ancora le sue parole con cui mi chiese di accompagnarlo. Era la prima uscita dopo la mia guarigione, ma mi vedevo dimagrita, mi sentivo tanto fragile e mi sentivo fuori posto: non capii quanto per lui fosse importante essere insieme in un ambiente che riconosceva la sua Arte e in un momento che ci ricordava come fossimo riusciti a superare il disastro che ci stava distruggendo. Avrebbe potuto essere l’inizio della nostra nuova vita, indipendente dai nostri genitori, ma io non credevo abbastanza in me né in noi per ricominciare anzi per cominciare a vivere. Quella sera non riuscivo a vedere la vita che rifioriva e sentivo il peso di una vecchiaia invisibile agli occhi degli altri, ma che sentivo dentro di me. Il mio sguardo freddo che quella sera respingeva il suo entusiasmo mi allontanava dalla sua vita che non sarebbe mai stata anche la mia.

Erano già passati dieci anni di matrimonio e io continuavo a non capire che si era veramente innamorato di me e non volevo vedere che l’unico motivo che dava un senso al nostro matrimonio non era, in realtà, la mia dote; anzi  dopo il disastro, non fui capace di dimenticarla non  riuscendo a credere che proprio dal suo essersi dissolta avrei potuto liberare il mio matrimonio dalla catena degli interessi con cui era nato. Sentivo, invece, che perdendo la mia forza economica, non avrei più potuto giustificare l’orgoglio della mia superiorità su di lui: adesso la famiglia non dipendeva dai miei soldi, ma dal guadagno di mio marito.

Ero veramente strana e, se prima lo rimproveravo perché non aveva il ruolo di capofamiglia, ma dipendeva dai miei soldi, accettando di sottomettersi a me, adesso rischiavo di impazzire per non essere più indipendente da lui. E per questo continuavo a essere dura e feroce con lui e farlo sentire in colpa rinfacciandogli i disastrosi investimenti del padre.

Lui mite e umile, versava nelle mie mani tutto lo stipendio, abbassandosi ma con signorilità, a chiedermi i soldi anche per comprare le sigarette. Sapevo amministrare i soldi ma non i sentimenti: come un eterno Minotauro insaziabile non ero contenta mai di niente né di lui, mentre lui sapeva essere grato per quello che avevo potuto permettergli.

Intanto diventava famoso e io, guarendo dalla paralisi del corpo, mi ammalavo di una gelosia maniacale che era una  malattia senza scampo e nella mia pazzia diventavo sempre più aggressiva.

La mia ossessione esplose in una gelosia infernale e obbligai il mio piccolo Stefano a diventarne il paladino : doveva accompagnare il padre quando andava a passeggiare o con gli amici.

Ad un tratto, però, capii che cosa stavo per perdere e proprio per lui si accese una passione irrazionale come ero io e folle fu il mio desiderio di riconquistarlo.

Lui mi riamò, sperando di riportarmi nella normalità, negatami, di donna. Adesso posso dire che fu una pazzia: sì una pazzia credere che il suo amore, anche se immenso, avrebbe potuto salvarmi.

Non fu facile neanche il periodo della tregua. Ero complicata, doppia: fuori gelosa e cattiva, dentro di me paurosa e in attesa di un suo gesto che parlasse di vera intimità.

Lui capì, seppe leggere la mia disperazione come quella di una donna debole e inadeguata e mi riamò cercandomi con tutto se stesso.

Non si stancava di capirmi e cercava sempre di giustificarmi e con delicatezza chiedeva ai figli di assecondarmi, di farmi sentire viva, “ragionando e inventando”, come diceva lui, sintonizzandosi con me e con i miei pensieri. Ma non mi bastava: era sempre un alternarsi di pace e di rabbia e rischiai di farli impazzire.

Sapeva rispondere con dolci pensieri alla mia durezza e provava pietà per me, per la mia giovinezza svanita tra il mio corpo sfiorito dalle gravidanze. Io, invece, posso dire che non gli ho mai dato la possibilità di superare insieme il baratro che inghiottiva la mia mente, anche se lui vi sapeva leggere fino  a dialogare e sapeva ricomporre i miei mille frammenti in una sola persona.

A volte sapevamo essere una coppia. Ricordo una passeggiata, se non sbaglio era il 1906,  come una coppia normale e felice. Il momento felice, però, durava poco: subito, improvvisa e indomabile ritornava l’ossessione della gelosia che mi portava ad avere crisi feroci anche davanti ai miei figli.

Disperato, pensò alla separazione per difenderli e proteggere quella fragile serenità che era rimasta nelle loro vite, ma il pensiero di peggiorare il mio male lo frenava: in fondo mi aveva sempre voluto bene e riusciva a volermene anche dopo le liti.

Ero gelosa della sua Arte come di un’altra donna e trovai un po’ di pace quando, per prepararsi al concorso come professore ordinario al Magistero, tralasciò la sua scrittura.

Così quei “soldi sicuri” che come insegnante riusciva a portare a casa mi resero più serena e tra la tempesta ci fu ancora qualche attimo di pace.

Era il 1908 e ricordo ancora la gioia per la casa più grande di via Palestro in cui ci trasferimmo e dove riuscii a sentirmi serena  con la mia famiglia nonostante fossi a Roma, anzi quell’anno rinunciai alla solita fuga a Girgenti.

Lui riprese a scrivere e ad avere successo ma non riuscivo a esserne felice e mi sentivo ancora  più cupa e gelosa.

La situazione peggiorò quando nel 1909 morì mio padre e io divenni di nuovo ricca della mia eredità ma ancora più povera d’amore.

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