Socrus, ovvero la suocera

Tra i ricordi scolastici un posto ben saldo, anche a dispetto dei tanti decenni che sono passati, è occupato dalla coppia Plauto-Terenzio, i commediografi latini più conosciuti del periodo arcaico e sempre citati insieme, anche se diversi per intenti artistici.

Mi sembra di sentire le spiegazioni della mia prof. che cercava di far capire a una classe di studenti anni luce lontani da quel mondo di antiche lettere la differenza fra i due scrittori e, prestando nuove parole a quei ricordi lontani ma vivi, i due autori riemergono dal loro universo letterario in cui hanno avuto la pazienza di aspettare. Di una comicità plateale Plauto che scriveva palliate, le commedie latine “dell’astuzia e della fortuna” ricche di colpi di scena, di agnizioni finali e vivacizzate anche da battute e immagini del linguaggio militaresco, visto che erano destinate a un pubblico di soldati o ex soldati della seconda guerra cartaginese; più riflessivo Terenzio, invece, che al teatro comico plautino ne sostituisce uno più impegnato e che vuole sottrarre i personaggi alla tipizzazione e renderli più veri.

contrari-litterandoTra le fabule che si offrono a questa meditazione, un posto occupa l’Hecyra, la suocera, che è quella in cui l’autore vuole dimostrare che non tutte le suocere sono poi così cattive, cercando di sfatare l’immagine non proprio amorevole che anche il mondo antico aveva istituzionalizzato. Il riscatto delle suocere è affidato da Terenzio allora a Sostrata, moglie di Lachete e madre di Panfilo che, dopo il matrimonio del figlio, era andata ad abitare con i due sposi perché preferiva la vita in città a quella in campagna che le avrebbe potuto offrire il marito. Obbligato per motivi d’eredità a partire per un’altra città, Panfilo lascia la madre e la moglie Filumena da sole. In un primo tempo le due donne vanno d’accordo, ma poi inspiegabilmente Filumena cambia atteggiamento nei confronti di Sostrata e, fingendo di essere stata chiamata dalla madre per un serio motivo, lascia la casa coniugale senza più ritornarvi.

Il suo atteggiamento remissivo e mite Sostrata lo mostra quando, dopo aver ripetutamente e inutilmente mandato a chiamare Filumena, decide lei stessa di andare a trovarla e, nonostante non venga ricevuta, non se ne lamenta. Deve tra l’altro sopportare anche i rimproveri del marito che, ritornato dalla campagna per affrontare la delicata situazione con il padre di Filumena e ritenendo la moglie, come per legge universale, responsabile del contrasto con la nuora, le si rivolge così: “ E così, di comune accordo, tutte le suocere odiano profondamente le nuore”.

Lei stessa, confusa per quello che è accaduto, vorrebbe sapere che cosa abbia spinto Filumena a scappare, non ne sa il motivo e si ostina a esclamare: “Povera me, che non ho la più pallida idea di quello di cui mi si accusa! …In futuro scoprirai di avermi accusata ingiustamente, lo so”. Il giudizio del marito contro di lei, però, è senza appello come appare dalle parole non prive di misoginia che le rivolge: “È il tuo brutto carattere la sua malattia, nient’altro, ne sono convinto; e come potrebbe essere altrimenti? Non ce n’è una di voi che non desideri che il proprio figlio prenda moglie, siete voi a trovare il partito che vi va a genio, ma come su vostra istigazione l’hanno presa, così su vostra istigazione la rimandano indietro”.

La situazione appare sempre più complicata quando Fidippo, il padre di Filumena, riferisce l’ostinazione della figlia a non volere tornare nella casa con Sostrata in assenza di Panfilo, ma ribadisce l’amicizia che lo lega a Lachete con cui, per esigenze sceniche, si reca al foro lasciando sola Sostrata che, in un accorato monologo, cerca così di discolparsi e di smentire l’immagine negativa che della suocera si è imposta universalmente: “ …Ma gli dei mi siano testimoni: rispetto all’accusa di mio marito sono innocente! Discolparsi, però, non è così facile, visto che hanno fatto di tutto per far credere che tutte le suocere sono malvagie; in verità non lo possono dire di me, visto che ho sempre trattato mia nuora come se fosse mia figlia…”.

Ritorna Panfilo e viene avvisato del contrasto tra la moglie e la madre. Intanto l’intreccio della fabula si complica ulteriormente e si dipana poi con colpi di scena che si ritiene più giusto non svelare qui, ma va detto che Panfilo, deluso poi per avere scoperto qual era la ragione che ha allontanato da casa Filumena, prende una decisione che sicuramente turberà la muliebre sensibilità di tutti i tempi: sceglie di vivere con la madre invece che con la moglie.

Sostrata, però, mostrando una maturità vicina a più moderni tempi, preferisce lasciare liberi i due giovani e ritirarsi in campagna insieme a Lachete e con amorevoli parole così si rivolge al figlio: “So bene, figlio mio, che tua moglie se ne sia andata a causa del mio caratteraccio, sebbene tu ti sforzi di non darlo a vedere; ma gli dei mi assistano e possa avere da te quello che più desidero, se è vero che non le feci mai nulla per cui dovessi meritare il suo odio. Se già prima ero sicura del tuo amore per me, adesso me ne hai dato la prova: poco fa, infatti, tuo padre mi ha raccontato come tu abbia dimostrato di preferire me a tua moglie. Ora sono decisa a ricambiare il tuo affetto per farti vedere che non ami un’ingrata… Ho preso la decisione di andarmene a vivere in campagna con tuo padre, in modo che la mia presenza non dia noia e non ci sia alcuna ragione che impedisca alla tua Filumena di ritornare da te … “.

Consapevole della necessità che i due giovani debbano da soli recuperare un equilibrio che inspiegabilmente ai suoi occhi era stato interrotto del quale lei ingiustamente era stata ritenuta responsabile e, temendo che l’ostilità della nuora possa alimentarsi della sua presenza, preferisce uscire di scena anche a costo di andare a vivere in campagna, luogo da lei non amato.

Con la rara virtù della delicata discrezione di cui è capace sa dire: È tempo che io mi metta da parte”.

(continua…)

 

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