litterando va a scuola

Nel frattempo che Litterando se ne è stato chiuso nel placido e imperturbato mondo letterario nel quale ha anche ripercorso il muliebre scolastico cammino professionale, la vera scuola, quella attuale quella politicamente controllata e ministerialmente guidata, è divenuta oggetto di interesse di un illuminato DDL, il n.1680, presentato in Senato dalla senatrice Fedeli e da altri lungimiranti colleghi in data ante diem quartum decimum Kalendas Decembres Anno Domini MMXIV e ancora in attesa di approvazione.

La prima immagine del senatorio consesso volto a redigere il testo di legge, bdestrutturazionealzata alla mente di Litterando, la cui deformazione letteraria è ampiamente conosciuta, non ha potuto che suggerire un immediato accostamento al noto Circolo degli Scipioni che, nel lontano II secolo a.C, diffondeva un nuovo ideale di humanitas in cui, con una armonica sintesi tra la cultura greca e quella romana, si celebravano… nobiltà ed eccellenza dell’ingegno, buon gusto, dignità dell’uomo, misura, filantropia., mitezza d’animo, senso della giustizia, in una parola “civiltà”.

Con questa rassicurante idea che la politica potesse preoccuparsi della civiltà, Litterando ha iniziato con interesse a cimentarsi nella lettura della Relazione con cui è stato accompagnato il testo del DDL.

Se, a prima vista, Litterando aveva avuto l’impressione che il suddetto testo mirasse alla soluzione di rapporti conflittuali anche violenti riportati dalla cronaca, a mano a mano, però, che s’inoltrava nei meandri lessicali esposti, notava che al posto di parlare di individui da riappacificare o da rispettare, i legislatori si riferivano a non ben chiare “relazioni di genere” e che l’obiettivo cui educare le “nuove generazioni“ era ora il rispetto della diversità, ora dell’identità di genere.

Quello che appariva chiaro era “riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola”, eco della perentoria richiesta europea rivolta al sistema scolastico di impegnarsi a favorire il superamento di scelte culturali o professionali tradizionalmente individuate come “maschili” o “femminili”, ridisegnando i programmi e rivedendo i testi didattici.

Litterando, allora, non riusciva ad allontanare un certo timore che forse il Gran Consiglio d’Europa con l’Italia ai piedi da lì a poco non avrebbe certamente gradito che si continuasse a presentare ai discenti da (ri)formare uno dei più noti passi del libro VI dell’Iliade di Omero la cui poesia ora, alla luce delle nuove direttive ideologiche, non poteva non apparire secondaria e trascurabile di fronte agli “stereotipi sessisti” che fin troppo impunemente si ostinava a perpetuare.

E nostalgicamente, prima che un nuovo indice ne autorizzasse la distruzione, provava timidamente a rileggerli.

Dopo che(Ettore) disse così, mise in braccio alla sposa

il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,

sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,

l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così.

“ Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!

… Su, torna a casa, e pensa all’opere tue,

telaio e fuso; e alle ancelle comanda

di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini

tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio”.

Lasciati gli amati versi e continuando il cammino di un’ insperata ormai comprensione del testo, Litterando vedeva che alla paura europea le italiche menti aggiungevano il non meno urgente richiamo alla “ decostruzione critica delle forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate”.

L’immediato salto letterario a Pirandello era stato quasi naturale per Litterando nella sua ingenua assimilazione del mondo reale alla letteratura e, senza molta fatica, era riuscito a trovare nel trattato “L’umorismo” le parole di conferma che così risuonavano.

“La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili…”

A superarle sembrava che stesse arrivando ora il senatorio imperativo con l’improrogabile suddetta “decostruzione”. Pensare al superamento del pessimismo pirandelliano per disegno di legge, però, dava l’idea di una situazione ancora più pirandelliana di quelle immaginate dallo scrittore che ben sapeva come l’uomo, per quanto ingannato dalla nascita che ne aveva ingabbiato la vita, “flusso continuo” in una forma immobile, non potesse poi farne a meno per vivere in relazione ad altri e amare.

È quello che Litterando ricordava di Adriano Meis, in cui inutilmente si illudeva di vivere il Mattia Pascal dell’omonimo romanzo pirandelliano, quando, senza un’identità riconosciutagli, non poteva né denunciare il furto subito, né sposare la donna di cui si era innamorato.

E io? Che potevo far io’… Ma niente, niente, niente! Io non potevo far niente! Ancora una volta, niente! Mi sentii atterrato, annichilito… Io mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza la possibilità di rientrarvi….

Senza forma, infatti, c’è una vita fluida, come ricordava Vitangelo Moscarda, altro pirandelliano personaggio, protagonista del romanzo Uno, nessuno e centomila, quando diceva di essere, con commovente umano distacco, ”…Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo”. Quello che è poetico nel mondo delle parole che è la letteratura può rivelarsi pericoloso nella realtà. Per questo Litterando, era rimasto confuso di fronte al concreto e perentorio richiamo di “decostruzione” che veniva rivolto al mondo scolastico, da sempre, invece, impegnato alla costruzione di percorsi didattici e formativi. Non meno amareggiato era stato poi dall’avere il dubbio che forse dietro la proposta di un’educazione di genere e non di individui potesse insinuarsi la tanto discussa teoria gender che già in qualche non sparuto caso aveva avuto modo di entrare nel mondo della scuola, dove giovani e bambini vivono il loro tempo di crescita, e, superba della sua nuova Forza, scardinarvi i familiari equilibri tra il silenzio o il plauso dei presenti.

Litterando allora pensò alla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen; rivide il re vanitoso che, credendo di indossare magnifici vestiti realizzati con la millantata magica stoffa, invisibile agli sciocchi, procedeva invece in semplici brache, tra l’applauso della folla che fingeva di ammirarne l’eleganza; risentì la voce del bambino che con naturalezza gridò: “Il re è nudo!”, rivelando con poche e semplici parole quella che era la verità negata dalla moltitudine.

Sperò che, se fosse mai avvenuto nella realtà che si prospettava per le “nuove generazioni”, non sarebbe stato troppo tardi.

 

 

 

 

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