Fabio Gori, un eroe per caso

marsina strettaSin dalla prima presentazione del protagonista nella pirandelliana novella Marsina Stretta si percepisce che si è di fronte a una situazione anomala e insolita che sta per scardinare l’equilibrio della consueta quotidianità di Fabio Gori, un semplice professore di lettere che del suo stato sociale porta con sé, oltre all’orgoglio del parlar forbito, l’essenzialità di una vita modesta e riservata.

Da questo suo mondo, purtroppo, il professor Gori sta per essere catapultato fuori. È stato, infatti, invitato alle nozze di una sua alunna, Cesara Reis, e per l’occasione deve indossare una marsina che sin dal momento delle prove lo irrita come viene puntualizzato dalle prime parole che il narratore ci rivolge: ‘’Quel giorno, però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d’indossar la marsina ed era fuori dalla grazia di Dio’’. I suggerimenti per la lettura di tutta la novella sono qui: la marsina, l’irritazione e l’esser fuori dalla grazia di Dio, elementi che trasformano il nostro tranquillo professor Gori in un eroe per caso i cui maldestri tentativi di provare la marsina appaiono come la vestizione comica di un don Chisciotte di provincia che, suo malgrado, dovrà salvare una fanciulla sola e indifesa.

Se le note di comicità sembrano dominare il racconto del narratore, un’attenta lettura della novella rivela, però, che il carattere prevalente è quello del grottesco, cioè della rilettura comica del tragico o la sua sdrammatizzazione umoristica, come poi Pirandello spiegherà nel saggio su L’Umorismo del 1908. Sull’alternarsi di situazioni comiche e tragiche, sul grottesco quindi, si articola l‘intreccio della novella che ce ne offre subito un esempio nella raffigurazione del professore davanti al portone di casa della sposa quando con in mano un mazzo di fiori, suo misero dono di nozze, immobilizzato nella marsina stretta e già un po’ scucita, apprende dal portinaio che il matrimonio non si farà più perché è morta la madre della sposa. Da questa imbarazzante situazione iniziale in cui è forte lo stridore tra l’abito elegante con cui Gori si è mascherato e l’atmosfera funebre in cui si è imbattuto egli, però, senza saperlo uscirà fuori, proprio grazie alla tanto odiata marsina, da vincitore ed eroe di una guerra combattuta da solo. In questa guerra Gori si schiera inconsapevolmente quando, avendo ascoltato le parole del portinaio, decide di entrare a casa della sua allieva, in quella casa dove insieme alla madre sono morti anche i sogni di vita della sposa. Di fronte a questo “sgarbo” fatto da una madre alla figlia, simbolo di quello che la vita fa agli uomini, Gori allora trova la rabbia sufficiente per  difendere Cesara dalla beffa della vita, imponendole di sposarsi nonostante la morte della madre e nonostante i parenti nemici.

Eccoli schierati: la vecchia madre in testa, dal viso incartapecorito come la sua anima arida e incapace di provare sincero affetto per l’infelice nuora; le sorelle, due zitellone insignificanti copie sbiadite della madre; il fratello, infine, che nell’eccessiva compostezza garbata nasconde un’inveterata abitudine alla finzione e alla sottomissione alle convenzioni sociali. Tra loro non trova posto lo sposo, figura diafana dall’inconsistente carattere come è già annunciato nel vuoto di memoria che inizialmente impedisce a Gori di ricordarne il cognome.

Gori, sperduto, in mezzo al nemico e solo con la sua goffaggine che lievita sempre di più allo scucirsi della manica, si avvia, però, al processo di eroizzazione che si alimenta dell’irritabilità per il sentirsi fuori posto e che poi trova un colpo di grazia alla vista della vecchia madre, morta proprio il giorno in cui la figlia avrebbe dovuto sposarsi.

Nelle fasi più accese della lotta, Gori ritrova proprio nella sua marsina l’armatura di cui ha bisogno: non perché questa sia una corazza di ferro, ma, anzi, proprio perché è una stretta giacca di stoffa che, scucendoglisi addosso, lo irrita, rendendogli insopportabile il dolore della ragazza e la cattiveria dei nemici. I punti più convincenti della sua arringa, la sua guerra in definitiva, coincidono proprio con i momenti in cui appare più ridicolo. Quando, infatti, riesce a strappare Cesara dai piedi del letto della madre lo fa al prezzo di una profonda scucitura della manica e, quando espone le sue argomentazioni ai parenti dello sposo, lo fa con una tale forza emotiva che gli costa lo strappo definitivo della manica suscitando le risate generali.

Eroe il professor Gori, ma ridicolo. È solo lui, tuttavia, a non poter ridere di se stesso: questo lo sa bene quando si accorge in chiesa, dove è riuscito a spingere Cesara affinché si sposasse, di essere rimasto senza la manica che deve andare a riacciuffare nel campo nemico, per restituirla insieme alla marsina che ha noleggiato. L’eroe, senza più il fastidioso problema, ha perso tutto l’impeto guerriero: questo lo si coglie nella timidezza con cui chiede della manica e nella delicatezza con cui, dopo averla trovata, la riavvolge in un giornale. Strano eroe davvero il professor Gori, se per vincere la battaglia della sua timidezza ha avuto bisogno dell’irritazione che una marsina stretta gli ha arrecato, fino a farlo uscire “fuori dalla grazia di Dio”.

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