Insegnare..che passione*

(* del termine sono stati presi in considerazione due dei tanti significati che il dizionario Garzanti riporta
1) grande interesse o amore verso qualcosa;
2) dolore, sofferenza.
Il lettore  qui è libero di accoglierne l’accezione che ritiene più opportuna.)

Sulla scuola  italiana tutti hanno scritto e continuano a scrivere qualcosa. A volte sono pagine nostalgiche di chi ripensa alla poesia che la scuola ha saputo regalare come ci rivela uno sguardo ai “Racconti di scuola”  di Giovanni Mosca; altre volte invece  sono pagine scritte con la rabbia  quasi amorevole propria degli innamorati delusi come quelle firmate da Paola Mastrocola che nella scuola ha creduto e continua a voler credere, nonostante lo sfacelo che ha inspiegabilmente ma inesorabilmente iniziato a disgregarla; non mancano quelle che lasciano il sapore amaro come di uno strano livore che si affaccia dietro la professionale precisione di chi ha saputo redigere veritiere statistiche con contabilità aritmetiche degli sprechi scolastici, frutto di insane gestioni, come si coglie nel libro di Mario Giordano il cui titolo “5 in condotta” ne è un  non velato annuncio.
Ci sono poi pagine rivolte agli insegnanti  come la famosa “Lettera a una professoressa” di don Milani, scritta quando quella dell’insegnante era una figura a cui veniva concessa un’incontestabile identità professionale che aveva ancora il sapore di una seria funzione educativa ed evocava un insito alone di rispettabilità di cui  non pochi tra i genitori e studenti adesso fanno fatica ad avere l’idea.primo giorno di scuola 10sett2014
È qui superfluo elencare i libri su cui gli insegnanti hanno studiato: lo si creda o no, infatti,  è un’ipotesi da tenete in considerazione che proprio loro, gli insegnanti, si siano dedicati alla loro formazione culturale e quindi professionale, anche se non ci si stancherà mai di sottolineare che quella dell’insegnante non è una professione come le altre che si può esercitare solo con titoli conseguiti, ma un mestiere che trasforma  ontologicamente chi lo svolge prima di diventare una consuetudine deontologica.
E non è facile essere insegnanti né così scontato.
Non bastano, infatti, i moniti pedagogici della Montessori o di Decroly, né i richiami di Piaget sulla necessità di conoscere il mistero dello sviluppo completo del bambino, elemento imprescindibile per permettergli ogni forma di apprendimento; non si è sicuri nemmeno  se si può vantare una solida e onnisciente preparazione, ma bisogna, superare la  vera prova iniziatica: entrare in classe.
Come ogni iniziazione che si rispetti anche la prova che il futuro insegnante deve superare ha le sue difficoltà che cambiano in relazione all’età dei guerrieri-studenti con cui confrontarsi in “singolar tenzone”.
Se il campo assegnato è quello della scuola secondaria allora la bravura consisterà nell’affrontare, rimanendo indenni, prima lo sguardo invasivo e indagatore  più di una tac dei suddetti guerrieri, poi sentire un inspiegabile entusiasmo a voler rimanere in classe in quel momento e ritornarvi ancora nei giorni futuri, provando anche a sfidare l’indifferenza in cui si è intanto trasformata la forza dell’iniziale sguardo dei giovani discendi.
Per la  scuola elementare, invece, la  difficile prova iniziatica si svolge non il primo giorno in classe ma nei giorni che lo precedono, scanditi dai funambolici e reiterati tentativi di formulare l’ORARIO dove incastrare disponibilità di palestra, laboratori e la presenza in più classi degli insegnanti specialisti, che, vista la non ancora acquisita competenza dell’ubiquità, rende tale operazione una delle meno semplici.
Riuscendo, però, a superare questa prova il passo per sentirsi insegnanti è vicino.  Anzi può anche capitare che il battezzando, didatticamente parlando, senta di essere un insegnante magari quando su una sedia, di cui si è accontentato non essendo riuscito ad ottenere l’ambitissima e preziosissima scala dell’istituto, sta, martello in una mano e puntine nell’altra,  per attaccare al muro le classiche lettere dell’alfabetiere murale, immaginando di spiegarle e rispiegarle agli alunni.
E allora proprio agli insegnanti, prima che il suono della campana riconsegnerà un altro anno scolastico, sembra quasi naturale rivolgere auguri vecchi e nuovi.
A chi, stanco, continua a fare i conti alla rovescia per la meritata pensione e a chi, invece, calcola punteggi  sibillini  nell’attesa sempre più vana di entrare in ruolo.
A chi è ancora animato dal sacro fuoco dei progetti scolastici e riesce ancora a sperare di cambiare  tutto ciò che non va e a chi vive con indifferenza i suoi giorni nella scuola forse perché è rimasto troppe volte bruciato dalla sua stessa passione di cambiarla.
A chi fa e mantiene i buoni propositi di mantenere la calma e mostrare sempre uno stoico autocontrollo e a chi si inferocisce per un altro scritto con l’apostrofo, ma poi, dopo il suo urlo didattico, non è capace di dare severe punizioni.
Agli insegnanti delle superiori  e alle loro battaglie da moderni gladiatori nelle arene scolastiche e ai maestri elementari.
A questi ultimi è bene riservare auguri particolari: perciò, nonostante la nuova mania ministeriale che vorrebbe trasformarli in  tuttologi e chiamarli asetticamente “insegnanti della scuola primaria”, l’augurio più bello che si possa fare è che, riuscendo a sottrarsi alla tentazione di guardare come unico modello l’ irraggiungibile Pico della Mirandola, eclettico conoscitore dell’umano sapere, possano ancora voler somigliare al più semplice maestro Perboni che si muove con una delicata e nello stesso tempo profonda  bontà nella pagina di Edmondo de Amicis che,  per chi avesse ancora voglia di leggere, viene qui riportata.

Il nostro maestro
18, martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina. Durante l’entrata, mentre egli era già seduto al suo posto, s’affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell’anno scorso, per salutarlo; s’affacciavano, passando, e lo salutavano: – Buongiorno, signor maestro. – Buongiorno, signor Perboni; – alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano.  Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornar con lui. Egli rispondeva: – Buongiorno- stringeva le mani che gli porgevano; ma non guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse. Poi guardava noi, l’uno dopo l’altro, attento. Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare, gli prese il viso tra le mani e lo guardò;  poi gli domandò che cosa aveva e gli posò una mano sulla fronte per sentir s’era calda. In quel mentre un ragazzo dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta. Egli si voltò tutt’a un tratto; il ragazzo risedette d’un colpo, e restò lì, col capo basso, ad aspettare il castigo. Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: -Non lo far più. – Nient’altro. Tornò al tavolino e finì di dettare. Finito di dettare ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua voce grossa, ma buona: -Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo si passarlo bene. Studiate e siate buoni. […] Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me. Non voglio aver da punire nessuno. Non vi domando una promessa a parole; sono certo che, nel vostro cuore, mi avete già detto di sì. E vi ringrazio.- In quel punto entrò il bidello a dare il FINIS. Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti. Il ragazzo che s’era rizzato sul banco s’accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: – Signor maestro, mi perdoni.- Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: -Va’, figliuol mio.-
Riduzione tratta da E. De Amicis, “Cuore”
Edizione di riferimento Newton Compton, Milano 1994

2 Thoughts on “Insegnare..che passione*

  1. anna di vita on 11 settembre 2014 at said:

    Una splendida fotografia dell’attuale clima all’interno delle classi e della scuola intera! Leggendo questo articolo rivedo gli insegnanti, i bambini, gli adolescenti e i ragazzi delle tante esperienze da educatore esterno all’istituzione e, forse per questo, con una lente d’ingrandimento diversa…Gli insegnanti che possiedono la dote di comunicare il sapere e le emozioni con gli alunni, gli insegnanti che urlano ma trasmettono il nulla; i ragazzi che vivono le contraddizioni del nostro periodo e i ragazzi che sono una fonte a cui attingere!
    Complimenti alla brava studentessa che ricordo al liceo e oggi alla brava insegnante con grandi capacità di cogliere il vero senso della scuola.
    Anna Di Vita

    • CarlaParano on 11 settembre 2014 at said:

      Anna, ti ringrazio per il tempo che hai impiegato a leggere il post, ma soprattutto perché hai ricordato gli indimenticabili anni del Liceo. In questa pagina ho voluto parlare della scuola e dei suoi insegnanti.Chi vive nella scuola sa che questa è un’avventura quotidiana e che come tutte le avventure regala emozioni ma anche rischi. Il rischio più grande di un insegnante è perdere proprio l’entusiasmo e la capacità di emozionarsi ed emozionare ancora nonostante tutto… Buona giornata!

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