Atenae Atenarum

La prima sensazione che si prova trovandosi dentro l’aeroporto di Atene è di gioia erudita: vedere, infatti, le varie indicazioni in una lingua dagli illeggibili segni grafici ed essere in grado di decifrarne i caratteri e poi ritrovare il significato dà una vera soddisfazione che da sola risponde alla subdola domanda, di chi, cercandone solo un’utilità pratica ha spesso chiesto: “Ma a che serve il Liceo Classico?”.athene

Trovare la parola “exodos” e tradurla in “uscita” o “eisodos” e trovare il sinonimo in”entrata” ti riporta in un attimo alla grammatica del ginnasio che ripassi mentalmente ricordandoti che ex + il genitivo costruisce il complemento di moto da luogo, mentre eis + l’accusativo quello di moto a luogo. Sei ancora immersa nelle tue rimembranze scolastiche e senti una mamma dire alla bambina che vuole scendere giù dal passeggino un: “Meta, meta!”. Il tono ti suggerirebbe un rimprovero, ma un’altra illuminazione, il “meta tauta” = dopo queste cose, innumerevoli volte incontrato nelle traduzioni, ti fa pensare alla parola dopo, cosicché essere ad Atene ti dà l’impressione di fare una costante “versione di greco”.

Fuori dall’aeroporto, se ad accoglierti c’è un sole splendente in un cielo di un azzurro limpido, già, solo per il clima, ti senti come se fossi in Sicilia, non a caso chiamata “Magna Grecia”, e continui a percepire la generosa ospitalità dei Greci “sacra a Zeus” anche quando ti siedi in un bar e, prima che tu abbia chiesto qualcosa, vieni gentilmente salutato e rinfrancato da un bicchiere d’acqua offertoti spontaneamente.

I riferimenti letterari iniziano ad affacciarsi e ti portano all’Odissea. Ti sembra allora di vedere la scena in cui Menelao accoglie nella sua reggia Telemaco, il figlio di Ulisse e, prima ancora di chiedergli il motivo della visita lo invita a rinfrancarsi consumando insieme un generoso pasto.

Quando, all’imbrunire, poi dalla collina del Licabetto ti appare l’Egeo, capisci perché Omero lo chiamava “color del vino”. Non più azzurro, ma non ancora nero; rossiccio ma con venature brune è un mare triste e, se lo fissi intensamente, rischi di trovarvi lo sguardo di Egeo, quando ansioso aspettava il ritorno del figlio Teseo.

È tutto un alternarsi di immagini, ma anche di luoghi familiari: le salite ripide ti trasportano a Ragusa Ibla; le vie dolcemente curvate ed eleganti di gradevoli piante ti ripresentano Taormina e in un traffico impazzito trovi un modo di guidare già conosciuto che non esiti a definire “a catanisa” in cui, insieme a una vivace e musicale parlata di ispanica somiglianza, ritrovi l’aspetto comico che con quello tragico vive nell’anima dei Greci.

Ai turisti, però, è riservata la lingua inglese, parlata abilmente da tutti: anche dal tassista che, oltre alle indicazioni pratiche di vie e negozi, ti racconta dell’antico mito sulle origini della città e del suo nome. Con poche e semplici parole, che tali sono se hai una giovane figlia in grado di tradurle, ti riporta, allora, in un tempo lontano ma ancora presente in cui Atena e Poseidone in gara per pregiarsi del titolo di protettore della città nascente si sfidavano a suon di doni prodigiosi: Poseidone fece spuntare una sorgente, Atena piantò un ulivo convincendo i cittadini che le consacrarono la città. Dedicato a lei, la vergine dea o Athena Partènos, il Partenone, il grande tempio dorico voluto da Pericle nel V secolo a.C. e costruito sotto la guida di Fidia, imponente dall’acropoli domina la città e appare sempre fiero della sua grandezza pur con le ferite che la storia gli ha lasciato. Se lo osservi da vicino, la sua maestosità ti sgomenta, ma se lo vedi risplendere nel buio della sera, lo senti come un punto di riferimento. Lo guardi, infatti, e ti senti a casa, nella tua terra che non è solo quella in cui sei nato e da cui sei stato nutrito, ma è anche quella in cui si è formato il tuo pensiero e il tuo sentire.

E se, dopo siffatti pensieri, ritorni concretamente non solo con la mente ma anche con lo sguardo per terra, ti accorgi, camminando per le stradine della città, della presenza di non pochi cani che se ne stanno stramazzati a terra, o per dirla alla siciliana “accanazzati”. Ne osservi uno in particolare e, spelacchiato com’è, ti dà l’impressione che sia stanco e malinconico, suggerendoti immediatamente un’altra notissima immagine di cui, per non approfittare ulteriormente della pazienza di chi legge, viene qui risparmiata la citazione.

4 Thoughts on “Atenae Atenarum

  1. Stefania on 4 settembre 2014 at said:

    È sempre un piacere leggere i tuoi articoli!!!

  2. Cara Carla, sono stata ad Atene proprio quest’estate e ho vissuto prorpio le sensazioni che descrivi tu! Ho visto il tramonto dal monte Licabetto ed è davvero suggestivo.
    Purtroppo come giustamente non dici, fuori dal meraviglioso centro storico e dall’Acropoli, l’atmosfera non è altrettanto magica…
    Un abbraccio, a presto!

    • CarlaParano on 5 settembre 2014 at said:

      Tiziana, mi fa piacere sapere che condividiamo le stesse impressioni: belle e non. Un abbraccio anche a te!

Rispondi a Stefania Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post Navigation