Maturità: domande che non ti aspetteresti

Nel prepararsi all’esame orale d’italiano per la maturità, di solito, ci si concentra sugli argomenti relativi ai vari autori del programma ritenuti abbastanza probabili se non certi. Nelle litanie sommesse delle ripetizioni, che nei giorni di attesa dell’esame diventano una vera e propria liturgia studentesca, si spazia dal preromanticismo di Foscolo, alla storia in Manzoni; vi si aggiunge il pessimismo leopardiano nelle sue varie fasi con un passaggio brusco alla Scapigliatura e #alnoncihomaicapitoniente Carducci. Tra Naturalismo e Verismo l’ideale dell’ostrica di Verga scivola leggero e veloce insieme alle novelle e ai romanzi, un po’ meno d’Annunzio che, solo per quanto ha scritto, non si riesce a ricordare senza sbirciare sulla pagina degli appunti. Per la maggior parte degli studenti “graziati”, soltanto per l’esame orale, dagli esigui programmi svolti, a questo punto del lavoro resterebbe solo Pascoli che, tra la poetica del Fanciullino e Il gelsomino notturno, in qualche modo si localizza nell’iperuranio letterario; per qualcun altro dal programma dilatato, invece, in questo momento del ripasso sarebbe necessario rivedere Svevo, aspettandosi la consueta domanda del suo rapporto con la psicanalisi, e Pirandello che potrebbe portare a tante strade interpretative: dalla sua sicilianità e alla fase verista, dall’umorismo e relativi influssi di Bergson, al doloroso rapporto dell’Io con i suoi “centomila” aspetti e con la società.

maturità_domande che non ti aspetterestiSu queste domande gli studenti di tutti i tempi hanno sempre atteso di essere esaminati sapendo di fare i conti con la temuta quanto varia dose di sadismo dei commissari ma mai, invece, avrebbero immaginato di sentire una richiesta che in un giorno della fine di luglio -gli esami  un tempo iniziavano a luglio- sarebbe risuonata con queste precise parole: “Lei sicuramente avrà sentito parlare di certa interpretazione critica che ha messo a confronto, trovandovi delle somiglianze, la V Sinfonia di Beethoven e la poesia “A se stesso” di Leopardi. Ce ne vuole parlare?”

Ora in quei momenti in cui il candidato riesce a malapena ricordare la data di nascita dei suoi genitori ed è in una condizione d’insicurezza tale da far dipendere la propria autostima dalla minima sfumatura espressiva dello sguardo o dal lieve movimento epidermico del volto dei commissari scrutati con certosina attenzione per trovarvi approvazione o disgusto per ciò che egli, in uno stato di lucidità intermittente, sta  esponendo; in un momento come questo, allora, a sentire la richiesta di un siffatto confronto si presentò all’infelice candidato la immediata tentazione di salutare la commissione e, obtorto collo, uscir via. Considerate le conseguenze non proprio incoraggianti di tale azione, il disorientato quanto ammutolito candidato, si rassegnò a restare al proprio posto facendo mostra di una calma dotta ed erudita, mentre in frammenti di secondi, che nell’attesa di sentire emettere un qualsiasi suono dalle proprie corde vocali risultavano eterni, cercava disperatamente di ricordare, qualora mai se ne fosse udito il suono, la dannata melodia per il disperato confronto.  Sperava intanto nel silenzio plumbeo della sua mente che si fosse trattata della popolare riduzione ta-ta-ta-taa/ ta-ta-ta-taa che era l’unico fraseggio musicale che alla sua mente da “capra”, per prendere in prestito una definizione del fratello musicista, si presentava come beethoviana. Ritenendo sempre valido il motto Vox populi, vox Dei e data per certa che questa fosse la V sinfonia indicata, restava uno sforzo di memoria nel cercare di ricordare la poesia di Leopardi. “…Non è dei piccoli né dei grandi idilli …”- Diceva fra sé, mentre all’illuminazione letteraria …seguiva il buio. Poi ecco riaffiorare un titolo: Il ciclo d’Aspasia, snobbato e letto sempre di corsa dopo aver indugiato su altri spazi lirici e su altre figure femminili, certo un po’ più gentili e leopardianamente “vaghe” come Silvia o Nerina.

Il buio, a un tratto, cominciò a farsi meno fitto mentre continuava la luce insperata: “…Aspasia, il nome della cortigiana di Pericle, ha nella sua collocazione storica un giudizio inequivocabile agli occhi di Leopardi che vi adombra la Torgioni Tozzetti, la donna inutilmente amata. La poesia indicata per l’inopinato confronto” – continuava la vocina illuminata da inaspettate reminiscenze poetiche – “è tratta da questo ciclo”, mentre ne suggeriva l’incipit che così ritornava alla memoria…

Or poserai per sempre, / Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo, / Ch’eterno io mi credei. Perì.

“Il primo dato su cui basare l’argomentazione richiesta” -pensava il sempre meno letargico candidato- “potrebbe essere la brevità dei versi e la punteggiatura  nervosa che interrompe continuamente il periodo e crea un ritmo spezzato. Sembra, infatti, che in quest’ultimo Leopardi manchi il grande respiro del fraseggio poetico delle poesie più famose come …“

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, /E questa siepe, che da tanta parte /Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

“O come…”

Silvia, rimembri ancora / Quel tempo della tua vita mortale, /Quando beltà splendea / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / E tu lieta e pensosa, il limitare / Di gioventù salivi?

Dal pensiero passò alla parola e, senza averlo potuto immaginare soltanto qualche attimo prima, il confronto fra i due giganti dell’arte, donata quale conforto alle umane genti, fu bell’ e fatto e si presentò in questi termini: “Ciò che accomuna i due artisti nella creazione delle due opere indicate sembra il ritmo spezzato grazie a un gioco di pause musicali nella partitura e di interpunzioni forti nella scrittura che riesce a  dare l’idea di un’intensa e nervosa tensione emotiva …”

Per dovere di cronaca va detto che a questo confronto se ne sarebbe potuto sostituire un altro, suggerito da Angelino Parano, che sarebbe stato così modulato:  “Sunavanu ‘nda stissa banna“.

Glossario per i lettori al di fuori della Magna Grecia

Sunavanu: suonavano

‘nda: nella

Stissa: stessa

Banna: banda musicale

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