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Uno sguardo al romanzo: Annuzza, la maestrina (poi Vecchia storia…inverosimile)

romanzo_mancusoIl romanzo inizia con l’immediata notizia del fidanzamento della giovanissima Annuzza Milazzo, figlia della za Calogera Tess’e mancia, con il massaro Pasquale Stancavuò. Sin dalle prime pagine le fisionomie dei personaggi principali si rivelano incompatibili fra di loro e si ha quasi un’intuizione delle dinamiche che muoveranno le vicende della trama.

Da una parte si muove il giovane fidanzato, un massaro ignorante, ma di buon cuore e anche benestante con “una casa, una tenuta…due mule e un bel pugno di monete bianche…” che si mostra innamorato e felice di questo legame; dall’altra si fa avanti Annuzza, un’orfana, ricca solo della sua intelligenza e di “molto amor proprio“ che non è “altrettanto felice” di quel fidanzamento che ha accettato solo per non deludere le speranze della madre. Tra i due fidanzati si colloca la za Calogera, la mamma di Annuzza,“ una povera vedova, che da molti anni sudava il suo pane e quello dell’adorata figliola“ che appare subito “beata” all’idea di sistemare la figlia con un vantaggioso matrimonio non sperato.

Nel romanzo la Mancuso con un raccontare vicino al naturalismo di Capuana ripropone l’esistenziale dramma verghiano dei personaggi che vorrebbero fuggire alla loro sorte che nella protagonista si intreccia con quello storico e sociale della Sicilia di fine Ottocento non ancora pronta per l’emancipazione femminile. Animata da un forte desiderio d’indipendenza e da una tenace volontà per ottenerla, Annuzza, infatti, rifiuta di adeguarsi all’unico modello di comportamento femminile proposto che culminava con il matrimonio-sistemazione scegliendo di studiare per ottenere ”la Patente di maestra” e determinare così il suo destino futuro.

Di questo distacco dal contesto storico e socioculturale in cui ha la ventura di vivere parla anche il suo aspetto fisico con il suo essere “sottile, come tutte le adolescenti che non hanno finito di crescere“ che la allontana dal femminile modello di mediterranea corposità; con quei “due grand’occhi scuri, intelligenti e fieri” e con quel mostrare“ nel portamento un’impronta di serietà e di sostenutezza signorile”. Con la sua  algida bellezza aristocratica ed emotivamente glaciale così da sembrare incapace di un profondo sentimento d’affetto anche nei confronti della povera madre, Annuzza non appare nell’immediatezza un’eroina positiva e come tale non viene subito amata.

Sin dalle prime descrizioni e per quasi tutto lo svolgersi del romanzo il personaggio sentimentalmente positivo sembra proprio Pasquale, il fidanzato che accetta da Annuzza il patto di rimandare il matrimonio fino al conseguimento del diploma di maestra rivelando nell’amore che sente per questa “gioia di figlia” la capacità e la forza di rompere le convenzioni sociali del tempo che non accettavano di certo le idee di emancipazione femminile.

Pasquale innamorato e “superbo” della sua Annuzza così istruita, accetta sempre e tutto e si offre anche di pagare le spese necessarie per suo il soggiorno a Caltanissetta dove potrà continuare gli studi per diventare una maestra. Senza saperlo, però, egli contribuisce ad un allontanamento inesorabile: mentre Annuzza procede sulla sua strada dello studio che la fa progredire culturalmente, facendole desiderare una vita diversa da quella prospettata con il rozzo fidanzato, Pasquale resta quasi prigioniero della sua ignoranza che trasforma in solitari monologhi i tentativi di parlarle.

Sui due giovani si illude di vegliare la madre di Annuzza, che porta  nei suoi umili gesti e pensieri i millenni di sottomissione che le donne povere della Sicilia hanno imparato dalla nascita; spera di veder sistemata la sua Annuzza con Pasquale ma non riesce a scongiurare la rottura del fidanzamento da parte della figlia. “La za Calogera, sbalordita e sconvolta… rimase a guardar sua figlia senza dir verbo. Finalmente la prese per le braccia, cercò di rabbonirla, tentò anche, piagnucolando,…di rammentare in quali strettezze vivevano ambedue, prima che Pasquale le aiutasse”.

Ancora una volta i due protagonisti procedono per strade diverse: Pasquale si immola perché, per difendere l’onore di Annuzza, messo in discussione dalle irriverenti parole di don Filippo, assessore corrotto e strozzino, lo affronta in una rissa e viene ingiustamente accusato di averlo accoltellato, finendo così in carcere; Annuzza, in un crescendo di maturazione personale,trova il coraggio di prendere la decisione che più le sta a cuore: lasciare Pasquale e restituirgli i soldi e i regali ricevuti per riconquistare la libertà.

Questa scelta, però, impone alle due donne di ipotecare la casa per ottenere i soldi necessari al riscatto e, in un intreccio determinante per il finale del romanzo, il destino vuole che sia proprio don Filippo, l’usuraio affrontato da Pasquale, a concedere il prestito.

A questo punto il romanzo non solo ha una pausa nel ritmo della narrazione dove si attenua l’intensità drammatica delle vicende ma tralascia l’osservazione delle vicende di Annuzza per seguire da vicino l’altro protagonista.

Pasquale, infatti, passato il primo periodo di disperazione per la fine del fidanzamento con Annuzza, appresa non appena esce dal carcere, si sposa con Bastiana, una cugina,e si avvia a una vita che appare stemperarsi in una maggiore serenità esistenziale.

Bastiana non è Annuzza. E’ “matura, scialba, impassibile” ma è una perfetta moglie che tiene la casa come “una chiesina”, si occupa di lui lo aiuta anche in campagna.

“Egli …era contento …ch’ella fosse assolutamente dissimile da Annuzza e che niente niente nella pingue figura di Bastiana, nelle sue tarde e misurate movenze, nella faccia bianca e slavata, negli occhi senza espressione, nel parlare pacato e prettamente contadinesco, gli richiamasse quell’immagine aborrita e pur troppo rimpianta.”

E’ quella di Pasquale una quiete senza vita, non ha il sapore della profonda pace così come è solo gratitudine il sentimento che riesce a provare per la moglie che …”senza sua intenzione, senza saper come, in certi momenti …si sorprendeva a chiamarla col nome di quell’altra!” Ma quell’altra sta per tornare nella vita di Pasquale. Un giorno inaspettatamente la vicina casa delle due donne si riapre e da quello spiraglio esiguo e fragile passerà nei pensieri e nell’animo del giovane sposo un‘idea fissa che un giorno, dopo averla vista, diventa “impeto di correre ad afferrarla, a reclamarla per sua!”. Poi l’epilogo veloce e inaspettato.

La za Calogera entra in scena e irrompe nella casetta degli sposi per restituire i soldi e i regali che Pasquale aveva donato alla figlia e riferisce ingenuamente che Annuzza vorrebbe una ricevuta. L’idea di compensare l’amore provato per la sua fidanzata di un tempo con due “paroline di ricevuta” portano al culmine il  silenzioso, ma non meno profondo, processo di follia che Pasquale ha vissuto all’arrivo di Annuzza.

In un istante il non sopito dolore di essere stato rifiutato fa sì che solo il sospetto che Annuzza possa essere in un non ben chiaro obbligo con don Filippo, al quale egli immagina sia destinata la ricevuta richiesta, diventi folle gelosia. Qui il racconto si ferma e si riapre il sipario sul dramma in atto dove si muovono solo i due protagonisti che le vicende hanno cambiato: il mite e paziente Pasquale trasformato in carnefice e la fredda e distante Annuzza diventata l’indifesa vittima sacrificale.

Bastiana e la za Calogera sembrano solo due comparse impotenti e incapaci di fermare la tragedia perché, come appare nella misogina descrizione della Mancuso, “sulla porta, impigliatesi insieme nelle loro gonne, si arrestarono per disbrigarsi” lasciando così a Pasquale il tempo di avventarsi su Annuzza.

Quando la za Calogera arriva sulla scena è troppo tardi: trova la sua Annuzza senza vita e lei, la madre che aveva sempre vegliato su quell’unica figlia, capisce che non è stata in grado di proteggerla e, mentre “piangendo, smaniando, tentò di sollevarla da terra” ricrea una plastica immagine di pietà, interrotta solo dai lamenti di Pasquale che, sfogata la sua furia animalesca, continua a chiedersi, quasi rantolando: “Annuzza, mia!!…Come ti ho potuta uccidere?” La sua Annuzza muore senza averlo mai tradito, senza essere venuta mai meno al suo onore di giovane donna, ma solo per aver voluto conquistare la sua indipendenza e la libertà di non sposare l’uomo che non amava.

Senza saperlo è stata la sua colpa più grande.

Elvira Mancuso, una voce che grida nel deserto?

elvira mancuso

Delle tre scrittrici siciliane, con le quali abbiamo voluto incamminarci in questo viaggio letterario nella Sicilia  tra l’Otto e il Novecento, Elvira Mancuso (1867-1958), appare la più determinata e impegnata nella rivendicazione della tanto sofferta autonomia femminile.

Se Maria Messina aveva fatto del suo mondo artistico una via di fuga e di salvezza al soffocante isolamento personale e Adelaide Bernardini aveva trovato nel prestigioso cognome del marito, Luigi Capuana, la strada per i suoi successi artistici, la Mancuso mostra con le sue scelte di vita una nuova figura di letterata: quella della donna che  cerca e trova nella cultura la sola possibilità di emancipazione femminile e che vede nella Scuola l’unica strada per raggiungerla. 

Nata a Caltanissetta nel 1867, Elvira Mancuso sceglie di non sposarsi per dedicarsi agli studi letterari, alla scrittura e all’insegnamento.

Le sue prime prove narrative, Una storia vera, Sacrificio Serata in provincia, Sogno sono pubblicate dal 1889 al 1891 sulla rivista femminile “Cordelia” e firmate con lo pseudonimo di Ruggero Torres o  con quello di Lucia Vermanos  in cui viene anagrammato il suo vero nome. Sono racconti brevi che muovono dai modelli narrativi del Naturalismo, dai salotti delle novelle borghesi di Capuana, lontani dalla Sicilia angusta e pettegola delle Paesane; sono pagine leggere in cui, attraverso lievi intrecci narrativi, si muovono personaggi poco sanguigni, quasi superficiali e, spesso, di una melodrammaticità stancamente romantica.

La voce di Elvira Mancuso non ha conquistato ancora la sua forza convincente: bisogna aspettare qualche anno affinché la scrittrice sappia trovare non solo nella realtà storica e sociale del suo tempo, ma proprio nella sua stessa biografia, nella sua battaglia per l’emancipazione culturale femminile i suggerimenti necessari  per il romanzo, Annuzza, la maestrina e  per il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia.

Nel 1906 viene pubblicato il romanzo (ripubblicato poi nel 1990 da Sellerio con il nuovo titolo Vecchia storia…inverosimile) ambientato in un paesino del chiuso entroterra siciliano, Pietraperzia, in cui si muove una nuova figura di giovane donna, Annuzza.

Animata da una profonda volontà d’indipendenza e di ribellione nei confronti di un ambiente di esclusività maschile, la protagonista rifiuta il solito finale delle storie di donne del tempo, il matrimonio-sistemazione, ma paga con la sua vita questa scelta.

L’anno successivo vede la pubblicazione il saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia che sembra quasi un commento puntuale al romanzo, in cui la Mancuso rivolge il suo appello agli “eminenti sociologi statisti, economisti” che, parlando o scrivendo dei problemi della Sicilia, non si sono occupati della condizione delle donne siciliane. Nel rivolgersi loro, però, la Mancuso vuole attirare l’attenzione delle donne affinché si liberino dell’atavica accettazione di una  irrevocabile inferiorità dall’uomo che, nella loro stessa mentalità, è letta come un decreto divino.

La sua è una battaglia per distogliere le giovani donne dalla “caccia al marito” e indirizzarle a una vera istruzione che, restituendo a tutte il significato profondo della loro dignità, suggerisca anche il desiderio e il modo di trovare nella loro posizione economica e sociale l’indipendenza che possa sostituire la vecchia dote paterna. Elvira Mancuso è consapevole della difficoltà, quasi utopistica, con cui il “rimedio” da lei suggerito possa realizzarsi, ma è anche convinta del ruolo insostituibile della Scuola. Per questo a se stessa e ai suoi colleghi rivolge il categorico appello di risvegliare nelle alunne la consapevolezza della loro dignità che le faccia diventare delle “vere Donne, signore di se stesse, renitenti a divenire il cane domestico di un qualsiasi padrone”.

E’ ancora utopia?

Adelaide Capuana nata Bernardini (II parte)

adelaide_seconda parteQuesto momento arriva nell’anno 1922. La signora Capuana, già vedova dal 1915, è unica proprietaria del manoscritto originale del romanzo I Malavoglia che Verga aveva donato all’amico Luigi Capuana e, dando prova di una grande sensibilità artistica oltre che affettiva nei confronti dei vecchi amici del marito, mette in vendita il prezioso manoscritto. Lo invia a Bologna dove, durante le celebrazioni in ricordo dello scrittore siciliano da poco morto, viene esposto al Teatro Comunale, in attesa di poter trovare un acquirente generoso.

Immediata la raggiunge, travolgendola, la reazione di Luigi Pirandello che, instancabilmente con lettere aperte e interventi vari, coinvolge la stampa del tempo cosicché la signora Capuana si vede costretta a vendere il romanzo autografo alla famiglia dell’autore a un prezzo che non era quello sperato. Colpita, ma non ancora affondata, la signora Adelaide si arma ancora una volta di salomonica pazienza per trovare l’occasione di restituire il colpo. Non deve aspettare tanto: il 20 novembre dello stesso anno, infatti, trova il modo di polemizzare con Luigi Pirandello accusandolo, in una sua lettera aperta inviata al “ Giornale d’Italia”, di aver plagiato nel dramma Vestire gli ignudi la novella “Dal taccuino di Ada” di Luigi Capuana e suggerendogli come titolo di eventuali nuovi lavori Spogliare i morti” e Calunniare i vivi”.

La signora Capuana, però, senza sospettarlo, fa una doppia mossa falsa: ammette una caduta di stile del consorte e dimostra di non aver saputo cogliere la profondità del dramma pirandelliano.

Nell’immediato svolgersi dei fatti del I atto di “Vestire gli ignudi”, si scopre come antefatto che Ersilia Drei, giovane maestra elementare, impiegata come governante presso la famiglia del console italiano a Smirne, è stata accusata di essere responsabile della morte della bambina affidatale e, cacciata via dal console, ritorna a Roma. Qui, scoprendo che il giovane ufficiale di marina con cui proprio durante il soggiorno a Smirne aveva avuto una relazione sta per sposare un’altra, tenta di avvelenarsi in un giardino della città, ma portata in ospedale dai passanti, viene salvata. La notizia, riportata da un giornale, impressiona lo scrittore Ludovico Nota che non esita ad aiutarla accogliendola in casa.

Anche se poi il dramma pirandelliano evolverà in intrecci sempre più complicati per svelare attraverso i tratti contraddittori dei personaggi il dramma della vita stessa, cosa che sembra sfuggita alla signora Capuana, è innegabile, però, che l’antefatto da cui prende le mosse sia un fatto di cronaca ben conosciuto dalla Bernardini.

Si tratta della vicenda accaduta nel 1895 alla giovanissima Adelaide che un anno dopo lo stesso Capuana narratore, non proprio cavallerescamente rispettoso del riserbo dovuto al Capuana coniuge, aveva utilizzato nella sua novella, “Dal taccuino di Ada” dove nel semplice diminutivo della protagonista Ada, era facilmente identificabile l’identità della futura signora Capuana.

Da galantuomo siciliano Pirandello non vuole rispondere con i toni offensivi che la “ridicola” accusa rivoltagli avrebbe meritato e qualche giorno dopo si rivolge alla signora dalle pagine de “L’Epoca” spiegando di essersi ispirato semplicemente alle vicende umane suggeritegli dalla vita, riservandosi, però, di difendersi ancora con l’arma che uno scrittore ha in mano: il mondo artistico dove personaggi fatti di parole, possono, però, dire meglio le verità scomode. Si serve, infatti, del barone Nuti, un personaggio di Ciascuno a suo modo del 1923, per ironizzare proprio sul suggerimento della Bernardinicapuana.

Arrabbiato dopo aver assistito a un lavoro teatrale in cui ritrova messe in scena le non esaltanti vicende personali, il barone, irrompendo nella platea durante il I intermezzo corale così esclama: ”E’ un’altra cosa però mi pare s’insegni qua, caro signore: a calpestare i morti e a calunniare i vivi!”.

Ripetendo qualche momento dopo in modo “convulso”, come ci dice la stessa didascalia pirandelliana, “Calpestare i morti e calunniare i vivi”, quasi a scandire in modo inequivocabile le parole della Bernardini cui il maestro Luigi Pirandello con ironia elegantemente velata dà ancora una volta una lezione.

Nel 1944 Adelaide Capuana nata Bernardini muore e, se non avesse avuto la vantaggiosa sfortuna di essersi perdutamente innamorata in quel lontano 1895 dell’uomo sbagliato per il quale aveva rischiato di morire, intenerendo poi il cuore di Luigi Capuana, resta il dubbio che sarebbe ricordata solo come una “scrittrice assolutamente mediocre”, per dirla con Riccardo Reim, fra le tante muliebri voci letterarie.

Adelaide Capuana nata Bernardini

adelaide_prima parteLa combinazione dei due cognomi con cui viene qui presentata la scrittrice, siciliana d’adozione, suggerisce immediatamente il confronto con il pirandelliano “Giustino Roncella nato Boggiòlo”. Come questo personaggio che da insignificante impiegato viene felicemente catapultato nel mondo della moglie, una celebre scrittrice del cui successo vuole essere il regista, anche Adelaide Bernardini viene inaspettatamente proiettata nella vita di un grande scrittore, il siciliano Luigi Capuana, e, consapevole della fortuna toccatale, cerca di sfruttarla vantaggiosamente.

Nata a Narni nel 1872, secondo alcuni biografi o nel 1876, secondo altri, Adelaide Bernardini, dopo un soggiorno a Costantinopoli, dove lavora come maestra elementare, giovanissima si stabilisce a Roma. Qui, come in un copione da melodramma tardo romantico, abbandonata dal giovane ufficiale di cui si era innamorata, tenta il suicidio.

E’ l’estate del 1895. La notizia, riportata dai giornali locali, attira l’attenzione del sessantenne Luigi Capuana che, trovandosi a Roma, vuole conoscerla.

E’ questo per la Bernardini l’incontro fatale che sembra prometterle il passaggio dall’anonimato alla notorietà cui aspira come scrittrice e, sotto questa nuova protezione da cui si sente autorizzata a firmare i suoi lavori con il doppio cognome di Bernardini Capuana, si cimenta in rime, drammi commedie e soprattutto in novelle dove, come afferma Rita Verdirame, mostra una certa fluidità di scrittura che riuscirà a salvarla da un impietoso anonimato artistico.

Fra le storie narrate di amori infelici e amanti traditi, in sintonia con le nuove istanze  della letteratura femminile del tempo, si coglie l’intento della Bernardinicapuana di “sdoganare” l’adulterio femminile e per questo presenta la donna traditrice non più con i consueti tratti di personaggio assolutamente negativo da condannare senza appello, ma la rende una figura più complessa così da suscitare una certa immedesimazione da parte del lettore nelle nuove vicende e nelle scelte non del tutto condivisibili. Proprio questo avviene nei confronti della protagonista del racconto, “Colei che tradiva”, dove è lo stesso amante tradito, Livio Franchi, che, mentre rivela all’amico Ruggero Masi la sua insolita, non solo per quei tempi, rassegnazione libera da ogni desiderio di vendetta, sembra non voler condannare la donna traditrice. Si serve, infatti, della confessione in cui la stessa amata, ripercorrendo i suoi abituali tradimenti, si svela come vittima impotente di quell’“invisibile nemico” che agisce in lei e che frena il lettore dal proferire il perentorio quanto immediato giudizio da sempre racchiuso in tre sole sillabe.

La vasta produzione letteraria della Bernardinicapuana, per quanto pubblicata sulle riviste dell’epoca, viene, però, stroncata  dal critico palermitano Francesco Biondolillo, come ricorda  ancora una volta Rita Verdirame, che nella “Macellatio capuanae bernardinaeque” con ironia pungente si diverte a denigrare le smanie di scrittrice della Bernardini, diventata nel 1908 signora Capuana, ridicolizzando anche la cecità critica del di lei consorte, il maestro Luigi Capuana.

Nemmeno Verga e Pirandello sembrano apprezzarla e di questa antipatia Adelaide Capuana, nata Bernardini, saprà ripagarli al momento opportuno.    (Fine I parte)

Una preziosa riscoperta: Maria Messina

unapreziosariscoperta MM_firmatoNata nel 1887 ad Alimena in provincia di Palermo da Gaetana Valenza Traina, una nobildonna decaduta, e da Gaetano, ispettore scolastico, Maria Messina sembra trovare nella sua biografia elementi chiave della sua narrativa. Vive un’adolescenza non molto serena: è, infatti, isolata da tutti, chiusa all’interno della sua famiglia da cui la salva il fratello aiutandola a intraprendere gli studi e incoraggiando la sua inclinazione alla scrittura dove, a poco a poco, prendono forma personaggi e ambienti del suo narrare. Mentre i suoi lavori trovano ben presto editori disponibili alla loro pubblicazione, la giovane scrittrice lascia l’isola e, dopo vari spostamenti in Umbria, nelle Marche e in Toscana, nel 1911 si trasferisce a Napoli vivendo un periodo di serenità. Giovanissima conosce il successo: editori come Sandron e Treves pubblicano i suoi racconti che godono l’apprezzamento di Giuseppe Antonio Borgese e Ada Negri, mentre lo stesso Giovanni Verga con il quale, dal 1909 al 1921, ha una fitta corrispondenza epistolare, la incoraggia personalmente a pubblicare un suo lavoro. Proprio dal modello verghiano sembra originarsi il narrare della Messina che si muove tra personaggi senza possibilità di riscatto e condannati alla solitudine per il loro tentativo di ribellione: siano essi umili emigranti o donne di una realtà piccolo borghese.

E’ quanto accade, infatti, a Vanna, la protagonista del racconto Casa Paterna che, ritornata da sola nella casa nativa per fuggire dalle umiliazioni cui la sottopone il marito, un giovane avvocato che vuole spiccare nella Roma d’inizio secolo, non trova nella sua famiglia l’accoglienza sperata. La sua casa non le appartiene più: vi trova, infatti, nuovi volti e si accorge che sono affettivamente lontani quelli a lei, un tempo, famigliari. Fatta eccezione per Maria, un’amica prima che cognata, a lei legata da un sincero affetto, la povera Vanna è circondata da estranei che la giudicano e la puniscono con un continuo ed estenuante distacco per la sua colpa, l’arcaica e inesorabile ubris, di voler disobbedire alle convenienze sociali.

Vanna, sempre più isolata dalla “famiglia” e consapevole che la fuga dalla casa coniugale possa realmente comprometterne il buon nome e rovinare il futuro della giovane e nubile sorella, si arrende  e si rassegna a una vita senza speranza di felicità, accettando di ritornare a Roma.

Bastano, però, poche parole del marito, sempre più egoista e cinico, che, invitato dai fratelli, la raggiunge a ricordarle la vita da cui aveva tentato di fuggire.

Vanna capisce con estrema chiarezza che non può ricominciare la sua vecchia vita, ma non ha più scampo: scappa e si dirige verso la spiaggia aspettando che il mare, il suo mare, la raggiunga a compensarla della felicità che la vita le ha negato.

La vita dei personaggi della Messina è scandita da destini comuni e infatti anche Miriam e Severa, le due sorelle del romanzo L’amore negato, non hanno diritto alla felicità.

Come il titolo suggerisce è appunto l’impossibilità di essere amate  a determinare la stessa sconfitta nelle loro vite così differenti.

Diverse, infatti, queste figure appaiono sin dalle prime immagini in cui  si presentano: dolce, legata alla famiglia e serena del suo modesto lavoro di ricamatrice Miriam, nel cui nome si legge un’eco di quello dell’autrice, che nei suoi sogni quasi adolescenziali insegue l’idea del grande amore; arrogante, egoista e incapace di veri legami affettivi con i suoi familiari, invece, Severa, che all’inizio della narrazione non sembra aver tempo e voglia di innamorarsi impegnata com’è al raggiungimento del suo unico obiettivo: arricchirsi e farsi un nome, anche se solo come modista, nella buona società del luogo.

Un corteggiatore inaspettato, ma poi amato e creduto sincero farà irruzione nella semplice vita di Miriam e con la mancata fedeltà ne dissolverà i sogni senza riuscire ad abbatterne la forza d’animo; un giovane casualmente impiegato come contabile nel laboratorio si insinuerà giorno dopo giorno nel cuore e nei pensieri di Severa fino a farla impazzire non appena la povera modista scopre che sta per sposare un’altra.

Cosi come i suoi personaggi anche Maria Messina è senza riscatto: colpita dalla sclerosi multipla negli anni Trenta, cerca di ribellarsi alla malattia che ben presto la immobilizza impendendole di scrivere. Si chiude in una solitudine forzata e muore nel 1944 a Pistoia, dimenticata da tutti.

Nel 1980 è riscoperta da Leonardo Sciascia.