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‘Na tazzulella ‘e cafè

“Lo preparo un caffè? “ oppure  “Metti su il caffè!” sono le frasi che  sentiamo o pronunciamo  come preludio all’incontro con il caffè, atteso momento della nostra laica liturgia delle ore che ogni giorno celebriamo tra mattutino e vespri.

Indispensabile al mattino, quando, nel quotidiano rito del risveglio,  ci dà  la forza necessaria per  affrontare l’inizio di ogni giorno che non ci trova mai pronti, meritato  momento di  pausa che ci rinfranca durante le nostre giornate non sempre facili. Se è un momento d’impagabile gratificazione personale che ci concediamo nella tranquillità della solitudine, acquista un gusto particolare se quello del caffè diventa un momento di conviviale condivisione che permette di rinnovare le promesse di amicizia e di affetto con le persone a noi care e rende più leggera l’atmosfera in cui è necessario confrontarsi con chi ha idee diverse dalle nostre. Insomma del caffè non si può fare a meno al punto che si fa fatica a pensare che noi Europei non lo abbiamo conosciuto da sempre. Bisogna aspettare il XVII secolo d. C. quando fa il suo ingresso grazie ai commerci con l’Oriente portando con sé anche la novità di luoghi dove trovarlo e gustarlo. Sorgono e si diffondono le varie botteghe del caffè della cui importanza si ha un’eco nella goldoniana commedia “La Bottega del caffè” del 1750 e si assiste man mano alla loro trasformazione socio-culturale cosicché da luoghi solo per bere caffè, diventano centri di incontri culturali.

Proprio evocandone l’ambiente leggero, diventato luogo di confronto per dibattere di argomenti politico-sociali di fronte a una tazza di buon caffè, nasce nel 1764 la rivista “Il caffè”, un importante strumento di diffusione del pensiero illuminista che ebbe, però, una vita brevissima.

Senza nulla togliere alla sua valenza socio-culturale, nell’immaginario comune il caffè rimanda immediatamente alla gustosa bevanda, delizia per il palato, di cui appare consapevole Giuseppe Parini quando, nel 1765, invitando  il giovin signore  nella  sua non proprio mattutina colazione a preferirlo alla cioccolata, lo chiama la nettarea bevanda.

Se nella descrizione pariniana il suo gusto è dolce come il nettare, il suo profumo penetrante viene sottolineato, invece, da Gozzano che così si rivolge alla Signorina Felicita : “Tosti il caffè e il buon aroma si diffonde intorno”.  Sembra che “ il buon aroma” respirato da Gozzano abbia un potere consolatorio regalando un’immagine di momentanea, ma irrinunciabile felicità proprio come quella ricordata da Edoardo de Filippo nella commedia  Questi fantasmi del 1945 quando dice:  “Vedete quanto ci vuole poco per rendere felice un uomo: una “tazzina di caffè presa, tranquillamente, qui fuori …”.  A questo gioiello domestico, appena decantato da Edoardo, deve il titolo una vecchissima canzone napoletana con cui si passa dall’ambito della letteratura alta a quello della canzone  in cui i testi, anche  se devono adeguare la loro metrica e il loro lessico alle esigenze della partitura musicale, spesso offrono momenti di vera poesia. 

S’intitola A tazza ‘e cafè e risale al 1918, quando Vittorio Fassone musicò il testo di Giuseppe Capaldo, giovane cameriere al caffè Portoricco di Napoli, che, ispirandosi all’algida e scontrosa cassiera del locale, Brigida, così cantava:  “Ma cu sti mode, oje Brìggeta, tazza  ‘e cafè parite: sotto tenite ‘o zuccaro, e ‘ncoppa amara site…”

Fino a qui Napoli appare la città per eccellenza del caffè e questo lo conferma, Domenico Modugno in una sua canzone del 1958, ‘O cafè, che  nel ritornello, con un allegro ritmo di tarantella, ci ricorda “Ah! Che bello ‘o ccafè! Sulo a Napule ‘o ssanno fa’“.

Non bisogna essere grandi critici musicali per non ritrovarne l’eco in Don Raffaè, famosa canzone di Fabrizio De Andrè del 1990, pur nella piccola ma non insignificante variante del testo che dice “Ah che bell’o cafè pure in carcere ‘o sanno fa”. In questo lungo periodo che passa tra le citate canzoni di Modugno e De Andrè, il caffè, intanto, continua il suo cammino nel mondo musicale e nel 1967 lo troviamo in Spaghetti a Detroit  mentre un triste e inappetente Fred Bongusto  tra spaghetti, pollo, patatine e una tazzina di caffè, appunto, rimpiange  Lola e la loro passionale storia a Detroit.

Il caffè vede finire storie d’amore e ne propizia il sorgere di altre, così come crede Riccardo Del Turco, quando nel 1969 chiede alla donna di cui si sta innamorando: “Ma cosa hai messo nel caffè? … perché l’amore che non c’era adesso c’è.”

Il caffè, soprattutto nel rituale mattutino in cui viene preparato, appare garante di amori quotidiani,  di sicuro meno passionali, ma più sereni che si disegnano nelle immagini di un lui che lo aspetta ancora in dormiveglia e di una lei in cucina a prepararlo. In questo rassicurante quadretto casalingo, non sospettando minimamente le reazioni di chi avrebbe potuto vedervi un inaccettabile stereotipo di genere, Lucio Battisti poteva tranquillamente asserire nella sua Anna del 1970 “La mattina c’è chi mi prepara il caffè”, nel 1974 Drupi  gli faceva eco seraficamente cantando “Sereno è rimanere a letto ancora un po’ e sentirti giù in cucina che già prepari il mio caffè” e qualche tempo dopo, nel 1978, Claudio Baglioni nella sua Un po’ di più ne riproduceva l’atmosfera ripetendo “Il frigo russava dalla cucina e tu canticchiavi facendo il caffè”. Passano i decenni, ma la stessa immagine ritorna nei seguenti versi che così cantano: “Resto, resto a letto mentre sento già l’odore del caffè”. Si tratta di Pigro, un brano scritto nel 2004 da Pino Daniele che al caffè aveva dedicato nel 1977 una delle sue canzoni d’esordio: ‘Na tazzulella ‘e cafè.  Qui, però, la tazzina del caffè non evoca il sereno e leggero momento di pace quotidiana, ma, spostandosi in un’atmosfera di pungente denuncia socio-politica, appare come il contentino con cui viene tenuto a bada il  popolo dai potenti di turno.

Nel suo cammino tra le storie di ogni giorno il caffè può essere utilizzato per ingannare il tempo come accade a un’annoiata Fiorella Mannoia che nel suo Caffè nero bollente del 1981grida: “Ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente”, ma può anche accompagnare i sogni e le promesse di Quattro amici al bar cui Gino Paoli nel 1991 dice: “tra un bicchier  di coca e un caffè … tra un bicchier di vino e un caffè … tra un bicchier di whisky e un caffè tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però”.

Il caffè, pur nella sua lunga e complessa strada percorsa, non perde del tutto la sua capacità di regalare attimi di felicità. Lo sa Vasco Rossi quando nella sua Tu vuoi da me qualcosa del 2001 dice: “Per essere felici per te ci vuole un caffè”.Non di uno solo per essere felice ma di Settemila caffè per stare sveglio mentre guida, dice di aver bisogno Alex Britti nel 2007 cantando “Settemila caffè li ho già presi perché sono stanco di stare al volante e vorrei arrivare entro sera da te”.

Non si può concludere questa breve storia del caffè senza accennare al Caffè sospeso.Il nome vago e gentile farebbe pensare al titolo di una poesia crepuscolare o di un brano di musica leggera, ma si tratta di una generosa e discreta usanza che la città di Napoli ha saputo generare e tramandare: quella di lasciare un caffè pagato per chi non può permetterselo. 

In questo semplice gesto in cui si vuole condividere una delle gioie della vita con un altro che, pur non conosciuto, non è considerato estraneo, c’è la spontanea partenopea attuazione di quell’alleanza civile  umanamente necessaria invocata da Leopardi, quando, nella Ginestra, spera che l’uomo, consapevole del comune destino d’infelicità si avvicini agli altri uomini “porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune.”

Che la Ginestra sia stata scritta a Torre del Greco, tra il Vesuvio e il golfo di Napoli, forse non è solo un’insignificante coincidenza.

Non amo che le cose che potevano essere e non sono state. Parte 2

Dalle lettere di questa intensa e complessa corrispondenza emergono dei tratti concreti di Amalia che suggeriscono un immediato confronto con una poetica figura femminile a lei contrastante: La Signorina Felicita, protagonista dell’omonimo poemetto a lei dedicato da Gozzano.

Amalia è bella, di una bellezza che piace a Guido. I capelli che lui immagina divisi “alla foggia antica”, appaiono ondulati sulle tempie e sono raccolti con un nodo dietro la nuca.

Bella e “fresca” la sua bocca, gli occhi “d’una dolcezza quasi servile”. Veste e cammina “con l’eleganza un po’ stracca e trasognata”. È degna del ritratto di un pittore per cui posa indossando “un abito a lungo strascico grigio perla, viola pallido e oro, scollato a rettangolo lungo e stretto che … dà un’aria fra ieratica e maestosa d’imperatrice bizantina”, ma nella realtà lei a volte si sente “un’anima così borghese, vuota, vigliacchetta anche”.

Per Guido la sua immagine può anche essere “dolce e immutabile, fresca … come alla stanchezza del pellegrino il ricordo di una sosta estiva in un giardino ombroso”.  Non così appare Amalia dalle sue autobiografiche parole sia quando si lamenta stancamente della sua pigrizia cittadina dicendo: “Esco a passeggio ogni giorno e m’attardo per le vie, nel sole tiepido, scioccamente, senza pensieri, con la mente svanita e col passo indolente di chi va senza meta”; sia quando,  ammettendo di non essere idilliaca,  si lamenta così della sua vacanza agreste: “Sono qui da tre giorni già annoiata e stanca di questa casa e di questa campagna prima di averne respirato l’aria”. 

Se Amalia conosce la noia di chi può permettersi l’ozio spensierato, la Signorina Felicita, invece, non appare mai inoperosa  e si affaccia dai versi di Gozzano con la sua semplice e rassicurante concretezza quotidiana mentre tosta il caffè, rammenda con  pazienza le lenzuola,  taglie e cuce le camicie del padre e canta nella sua cucina che profuma di basilico. Non è bella come Amalia anzi è “quasi brutta, priva di lusinga nelle … vesti quasi campagnole”, ma ha un’espressione  “buona e casalinga” e biondi capelli intrecciati; non ha la bocca fresca di Amalia ma una bocca rossa, “larga nel ridere e nel bere”;  il suo volto è “quadro senza sopracciglia” con leggere lentiggini in cui spiccano due occhi azzurri che non suggeriscono immagini di eterea eleganza, ma il concreto paragone con “un azzurro di stoviglia”.

Lei, la Signorina Felicita, lo ha amato e nella sua semplicità ha provato a lusingarlo con inesperta ma innata civetteria femminile, senza mai essere capace di trovare quelle raffinate parole che, invece, usava inutilmente Amalia.  Eppure con la sua ignoranza di chi “ha fatto la seconda classe” riesce a piacergli e a regalargli la speranza di renderlo felice più “d’un’intellettuale gemebonda” in cui sembra potersi rispecchiare proprio l’infelice Amalia.

 A lei, però, che è stata l’amante viva, concreta e reale, Guido chiede di diventare “la compagna dei sogni” mentre a Felicita, figura fatta di vaga e indefinita poesia, confessa il suo desiderio  di voler unire le loro vite per sempre sussurrandone la concreta e definita richiesta con “Accetterebbe?”.

Sembra che Guido Gozzano giochi a trasformare in sogno la realtà e a dare concretezza al sogno preferendo amare l’impossibile, l’inesistente, sia esso un ricordo in cui è tramontata la vita vissuta o un’ immagine poetica che può solo sostentarsi d’impalpabile sogno.

Accanto a Felicita, uscendo dalle pagine di un vecchio album di fotografie, si siede Carlotta, l’amica di nonna Speranza, che Guido guarda con malinconica tristezza mentre ne immagina la fresca giovinezza di diciassettenne che vive la  sua vita di un tempo. È proprio l’irrealizzabilità di quell’amore, provato per la giovane amica della nonna, lo spinge a inseguirne il sogno e a dirle, nella malinconica rassegnazione tinta di rosa come il vestito che lei indossa per la foto di quel  28 giugno 1850, lontano nel tempo, ma vicino nell’anima di Guido ,”Ove sei / o sola che – forse – potrei amare, amare d’amore?”. 

Giovane come Carlotta ma contemporanea agli anni di Guido  dalla poesia Le due strade, appare e svanisce  di corsa sulla sua bicicletta la giovane Graziella, “la dolcesorridente, forte e bella” fanciulla, immagine della bellezza  e della vivacità giovanile che lui non ha saputo o voluto cogliere, ma solo rimpiangere  prima di averla potuto amare, mentre la vede scomparire senza che lei  gli avesse detto “una parola sola”. 

Non più giovane, ma evocando il profumo della bellezza passata, in cui Guido si perde per ritrovarsi bambino, mentre lei lo bacia “di tra le sbarre come si bacia un uccellino in gabbia”, avanza Cocotte, protagonista dell’omonima poesia in cui il poeta ha voluto ricordarla. E a lei, che per Guido non fu mai “la cattiva signorina” come ai suoi occhi di bambino, invece, soleva additarla la mamma, proprio a lei  con prepotente dolcezza così parla.

“Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state….!”.

Non Amo che le cose che potevano essere e non sono state.

Nessun’altra frase avrebbe potuto farci conoscere davvero Guido Gozzano. Le biografie ufficiali forniscono date biografiche e riferimenti storico-culturali che ci aiutano a ricavarne una collocazione precisa nel panorama di riferimento. Sappiamo allora che nasce a Torino nel 1883, che si scrive alla Facoltà di legge senza riuscire a laurearsi che è la voce più importante dei poeti crepuscolari, (skuola.net) e che muore a soli trentatré anni di tubercolosi.

 La profonda incompiutezza del suo esistere, però, ci viene rivelata solo dalle sue parole, siano confessioni  affidate alle  lettere  scritte ad Amalia Guglielminetti, amica perché rinnegata amante, siano invece  versi costruiti in “una forma volutamente dimessa” a cui affida le  sue eterne femminili figure poetiche come la Signorina Felicita, Carlotta, la piccola Graziella e Cocotte.

Da una parte allora ci sono le Lettere d’amore che Gozzano e la Guglielminetti si scambiarono dal 1907 al 1912, ma che, in contrasto con il nome affidato loro a partire dagli anni cinquanta dai vari editori, non parlano  solo di una semplice storia d’amore. Anzi.

Dalle lettere di Guido emerge una sofferta e continua ricerca di sé da cui deriva quella perenne insoddisfazione che non gli permette di “cogliere le rose” regalategli dalla vita in qualche attimo di generosità. Tra le parole dell’epistolario si affaccia anche un Guido consapevole della sua grandezza letteraria e per questo non esita a considerare se stesso e la Guglielminetti “grandi artisti”.

La stima per le doti letterarie di Amalia è un atteggiamento costante in Guido e appare più forte e più duraturo dell’amore provato per lei.  I sonetti della raccolta Le vergini folli, considerati superiori a quelli di Gaspara Stampa, lo ammaliano e lo spingono a dire che non ha mai conosciuto nella letteratura femminile italiana opere poetiche paragonabili alle sue, aggiungendo, in una visione letteraria in pieno spirito crociano, che lei non ha rivali fra le donne che “ non sanno scrivere” ma “fra gli ingegni virili di più belle speranze”. Che ad Amalia non fosse mai bastato quest’ amore di Guido per i suoi sonetti  è più che certo: lo avrebbe barattato, infatti, per quell’ amore vero, passionale, vissuto nel respiro di un attimo  da cui, invece, Guido volle poi fuggire.

      Immergendoci nella lettura delle prime lettere, scritte nell’aprile del 1907, si è aiutati a  ricostruire la storia del legame fra Guido e Amalia. Guido ricorda l’antipatia suscitata in Amalia la prima volta che s’incontrarono, quando lei si alzò di scatto senza porgergli la mano. Anche Amalia, però, aveva “delle qualità allontananti”, prima fra tutte la bellezza che è sentita come una minaccia perché può piacergli e  quindi renderlo vulnerabile. “Non già che io temessi d’innamorarmi di Voi (io non sono che innamorato di me stesso;voglio dire: di ciò che succede in me stesso) ma temevo che mi piaceste ecco tutto.” L’aureola letteraria, l’elemento che all’inizio allontanava Amalia da Guido e che gli faceva provare un’avversione per qualsiasi donna scrittrice, diventa, invece, la voce di un richiamo necessario che fa dire a Guido  “il volume delle sue rime mi è caro ed è fra gli altri consolatori di questa mia solitudine”. Si firma ancora “ Suo Gozzano” ed è lontano dall’immaginare il vortice della passione breve ma sconvolgente che li inghiottirà.

Lui, a partire dal 9 dicembre 1907, ne parlerà con  rammarico scrivendo “l’idea di accoppiare una voluttà acre e disperata alla bellezza spirituale di una intelligenza superiore come la vostra mi riusciva umiliante, mostruosa, intollerabile”. Il ricordo della bocca di Amalia sulla sua e l’immagine di lei che scende dalla vettura “disfatta nel vestito nel cappello nei capelli”, fotogrammi del suo sguardo  rievocativo, sentiti come attimi del “ breve spasimo dei  … nervi giovanili”, gli appaiono la profanazione della loro unione spirituale che gli rendono necessario lasciare Torino e  frapporre fra loro una lunga distanza di tempo e di luogo.

Da questo momento in poi le lettere, più che comporre una reale storia d’amore fra loro, appaiono come il tentativo costante di Guido di  trasfigurarla in una “ fraterna amicizia”.

Amalia viene invocata come “compagna di sogni e di tristezza”, rifiutata come donna vera da amare e da cui essere riamato, relegata a vestale di un ricordo “ineffabile e puro”. L’unica strada percorribile insieme è quella del distacco”: il non vedersi – almeno crede Guido – li salverà “dalla sorte comune dei piccoli amanti”.  Lui in questo suo ascetico allontanarsi da Amalia arriva ad augurarle di provare una “passione forte” per un uomo altrettanto “forte”, consapevole che il loro legame fraterno sia in grado di volare su ogni “sentimentalità meschina”. In nome del “fraterno interesse” da cui immagina di essere legato a lei, ripete quel suo continuo “saremo amici” che risuona come un cantilenante rifiuto della  loro passione di cui non vuole più sentir parlare. Guido, però, non sa rinunciare del tutto ad Amalia, sempre sospeso com’è tra ombre e luci, tra sogni e realtà: preferisce proporle una separazione lunga ma non definitiva, immaginando un loro ritrovarsi quando non saranno più giovani e in loro sarà sbiadito il ricordo dell’amore, chiamato “un inganno della giovinezza, un episodio trascurabile in un destino come il mio e il tuo”. Guido non immagina di essere ancora più crudele verso Amalia quando le dice “Io non t’ho mai amata”, affiancandola alla sorte di tutte le altre donne della sua vita. Con feroce sincerità le confessa nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo … Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo”.

Guido, ignorando i sentimenti veri di Amalia, continua a vivere il presente in una perenne celebrazione della loro amicizia che sa dare “una serenità nuova nell’anima” di cui solo lui sembra il sacerdote. Per questo motivo non si limita a chiamarla  “amica buona, compagna necessaria”, ma arriva a dirle “ mio buon amico”, rinnegando così la bellezza femminile di Amalia e il rischio di un coinvolgimento passionale. Imporsi di non desiderarla non basta a far svanire l’esperienza vissuta e a preservarlo dal rinnovarsi del desiderio.

Passeggiando per Ivrea un giorno, l’ha pensata a lungo “male” desiderandola ”acutissimamente“, ma il rientro nella casa di Ronco, nella pace agreste, ha saputo restituirgli “un’anima casta di fanciullo” che lo fa vergognare del desiderio provato per lei. Lo allontana da sé concentrandosi sui successi letterari di Amalia che preferisce a chiamare “mia cara sorella”, confessando a se stesso e poi a lei di aver capito “l’eccezionalità del sentimento“ che li lega.  La fraterna amicizia sognata e la reale passione provata, anche se razionalmente rinnegata, ammette Guido, “è un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa” che lo spinge negli attimi di sincerità  da cui si lascia guidare in alcune sue lettere a chiedere ad Amalia di  baciarlo con la sua

 “ tenerezza pura e impura”.

L’ultima vera lettera di Guido ad Amalia non è la brevissima comunicazione dei suoi spostamenti inviata da Agliè il 4 ottobre 1912, ma quella speditale da Bertesseno il 25 settembre 1909 che Guido ha scritto dopo un lungo periodo di silenzio di cui rimprovera entrambi. Le sue parole restituiscono l’essenza della sua anima perennemente sospesa in una dimensione d’incompiutezza, di sogni irrealizzati  “ Non ti puoi, o ti puoi immaginare di che ombra continua sia avvolta  … la mia giovinezza.  … Io entro ora in una crisi d’ombra e di luce: combattuto da desideri e da doveri, da speranze e da freni accascianti”.  Nel suo commiato da Amalia conferma il desiderio continuo di trasformare l’amore per lei, chiamata “Cara Amica mia”, in una “riposata buona tenerezza“ che trasfigura i loro incontri reali in “sogni lontani”.

In quest’opera continua  d’idealizzazione  e trasfigurazione del loro amore viene sacrificata la vera Amalia che, più che “compagna di sogni e di tristezza”, avrebbe voluto essere la sua compagna di vita, quella vera, piena  di un tempo vissuto insieme e vicini.

Dalle lettere è chiaro che Amalia gli vuole bene, anzi lo ama, soffre nel sentirlo lontano e non riesce ad accettare la proposta di Guido di separarsi e non vivere insieme la loro giovinezza. Lei prova lo stesso sentimento di quando s’innamorò continuandone a sentire “la malia”, consapevole, però, che lui non provi lo stesso “fascino”. Sa che il suo è amore e non può non mettere in dubbio che la loro sia stata solo amicizia, per questo non esita a chiamarlo “Guido molto amato”.

Il suo amore per Guido è senza riserve e per questo lei non appare mai pentita della loro passione, anzi gli scrive “Vorrei avervi amato di più … e quella parte di tenerezza appassionata che mi fece talora vibrare presso di Voi è stata ben spesa”. Non si vergogna dell’amore per Guido, ma si pente talvolta di avere messo da parte ogni orgoglio per lui che è l’unico che non la ama: lei, infatti, la poetessa che godeva di una certa notorietà, l’amica di Sibilla Aleramo, di Ada Negri,  la donna corteggiata da molti , è arrivata a elemosinare il suo affetto,  le sue attenzioni e, pur di potergli stare accanto, non ha esitato a proporglisi come “dama di compagnia” per il suo viaggio che lo avrebbe portato in India alla ricerca di una sognata guarigione. 

Inutili sono i tentativi con cui  cerca di farlo ingelosire raccontandogli di corteggiatori e di flirt. Vorrebbe accontentarsi di pensarlo “con una fraternità un poco aspra” o con “un’amicizia che ha quasi della religiosità”, ma non sempre ci riesce.

In una delle ultime lettere che scrive, sperando di interrompere il continuo silenzio di Guido, accenna a una sua “crisi sentimentale” che l’ha fatta piangere e gli confessa che sente ancora “un fuoco ignorato di passionalità”.

Sa che non è questo il sentimento che la può tenere legata a Guido e nell’ultima lettera scritta a Torino il 3 settembre 1910 ritorna a illudere se stessa chiamandolo “fratello buono” sperando di essere pensata da lui “ fraternamente sempre”.