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Giuseppe Ungaretti e i Risvegli della maturità

Accade sempre: Litterando va in letargo.

Nonostante le ripetute promesse e assicurazioni di non ricaderci, ciclicamente scompare  per lunghi periodi, anche se  poi improvvisamente si risveglia.

Stavolta il risveglio è stato provocato dalla sua consueta curiosità per la prova d’italiano che i maturandi devono affrontare e dalla facilità con cui può leggere le tracce che il Miur rende visibili su Internet. Grazie all’assoluta spensieratezza del  suo semiserio discorso letterario, come  al solito,  prova a svolgerne una e, dopo una rapida occhiata alle varie proposte ministeriali, sceglie l’analisi e l’interpretazione della poesia Risvegli di Giuseppe Ungaretti, rendendosi conto dopo un po’ che il titolo, a questo punto non casuale, sembrerebbe confermare il famoso detto  “nomen omen”.  Anche se si tratta di un gioco, Litterando vuole essere abbastanza fedele alle indicazioni contenute nella traccia e le legge con attenzione trovando un vero motivo di sollievo nella consentita possibilità di  “costruire un unico discorso che comprenda le risposte alle domande proposte” che in verità, a prima vista, nella loro martellante cadenza davano più l’idea di una lista della spesa.

Prima di passare al testo vero e proprio si sofferma su una brevissima ma significativa indicazione, Giuseppe Ungaretti, da L’Allegria. Il porto sepolto, che subito appare come un segno della benevolenza ministeriale perché, oltre a riportare il nome dell’autore, rimanda alla raccolta da cui è tratta, semplificando gli sforzi di memoria dei maturandi. Il porto sepolto, se immediatamente si presenta come la raccolta delle poesie scritte dal poeta tra il 1915 e il 1916 diventata poi una delle sezioni di cui si compone la definitiva raccolta L’Allegria del 1942, fa poi riaffiorare la valenza simbolica cui allude il poeta. Da leggendaria presenza di un porto sepolto nelle profondità del mare di Alessandria d’Egitto, infatti, diventa immagine di un profondo e misterioso luogo dell’anima che resta sconosciuto fino a quando la poesia non lo fa riemergere.

Dopo queste premesse Litterando si accosta direttamente al testo della poesia da analizzare che così si presenta.

Risvegli

Mariano il 29  giugno 1916

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda 

fuori di me


Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse


Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito


Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto


Ma Dio cos’è?


E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta


E si sente
riavere

A questo punto fingendo di dover affrontare la prova dell’analisi e dell’interpretazione richieste immagina di scrivere così come se fosse tra maturandi.

Mariano 29 giugno 1916. La precisazione del luogo e della data di composizione ci conduce sul Carso in piena zona di guerra dove troviamo Ungaretti in trincea,  in prima linea, e appare come un chiaro invito del poeta a contestualizzare la poesia per poterla comprendere.

Allora sembra più facile immaginare che quei versi siano le notturne parole sommesse di chi, per non morire dentro, mentre fuori tutto parla di morte, si aggrappa al filo della memoria per avere così, solo attraverso il ricordo, la certezza di aver vissuto ogni istante in un altro tempo, in un’epoca profondamente sentita ma che adesso è lontana, fuori da se stesso.  E proprio in questa lontananza può ritornare con il ricordo inseguendo le vite che ha vissuto  e che si sono perse.  Dall’onirico recupero del passato attraverso la memoria, il poeta si desta in un bagno di care cose consuete e assapora la dolcezza del regalo avuto. L’essere adesso raddolcito gli dà un senso di armonica  relazione con ciò che lo circonda e lo porta a seguire il gioco delle nuvole. Le rincorre guardandole attentamente mentre cambiano forma come se si sciogliessero. In questi versi prevale il valore semantico di questa nuova dolcezza che si riesce a cogliere nel verbo rincorro in cui sembra evocata la  spensierata gioia di ragazzi e  nell’ avverbio dolcemente. La dolcezza è anche distensione con cui l’animo recupera tutti coloro che ha amato e ama  senza distinguere  i vivi dai morti, ma il poeta avverte l’errore di questa distrazione  e sente la mancanza di chi non c’è più.

Entra in gioco di nuovo la morte che è il filo conduttore della guerra da cui il poeta si era allontanato attraverso il ricordo della vita vissuta in un’epoca esistita ma lontana.

La morte e l’orrore cui si accompagna è lacerazione, frattura di  quell’armonia che dava pace. Ecco la domanda: Ma Dio cos’è? Che è più dolorosa dell’altra formulazione Dio chi è ? Nell’evocare, infatti,  un’idea costruita dall’uomo, invece che rimandare all’immagine di Padre o  di Madre anche se troppe volte dal volto di Matrigna leopardianamente indifferente all’uomo, sembrerebbe un’affermazione della sua non esistenza. Come potrebbe tollerare, infatti, la morte e l’orrore che la guerra dissemina, se Dio esistesse? Ma, nel chiedersi questo, l’io del poeta, io lirico, armonicamente composto e in relazione con ciò che è intorno a lui si spezza e diventa un frammento di ogni creatura che, tremando, si pone la stessa domanda presagendone la risposta. E mentre resta ferma e atterrita dallo sgomento di scoprire che nessuno potrà rassicurarla di fronte al Nulla, al Non Dio, l’universale creatura in cui si è scomposto l’io del poeta, non sente una risposta razionale, ma apre gli occhi dell’anima e contempla le gocciole di stelle riuscendo ad accoglierle insieme alla pianura silenziosa. Questa interpretazione della parola muta come aggettivo appare preferibile all’altra che  la  tradurrebbe  con il verbo si trasforma:  così, infatti, riesce a suggerire l’immagine che proprio il silenzio, reso dall’assenza di parola un’ ininterrotta estensione di  infinito di cui sentirsi di nuovo partecipi,  basti ad allontanare la morte. E così la creatura che la consapevolezza  e il terrore della morte avevano chiuso alla vita  sente di  poter rivivere ancora.

La poesia, quindi, come è annunciato dal titolo, dà voce a una  delle facce che l’esperienza della guerra mostra al poeta: il risveglio della vita nonostante le scene di morte. La forza della vita che qui emerge allora è la stessa che si era già sentita in quel “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” della poesia Veglia del 1915, la stessa anche del semplice ma potente “M’illumino d’immenso” che seguirà in Mattinata del 1917.

Tutto questo viene detto con parsimonia di parole, con la scelta esatta di quelle che possono svelare direttamente anche se non apertamente il sentimento che il poeta prova. Come nel consueto stile ungarettiano, anche qui i versi sono liberi da rime e ineguali nella loro misura oscillando tra la brevità una sola parola e l’estendersi fino all’endecasillabo del verso 6.

La sintassi è semplice, si piega al dominio incontrastato della parola. È lei, infatti, che pur nella sua essenzialità guida il discorso, sostituendosi alla punteggiatura cosicché le pause e i legami  necessari sono racchiusi nel  suo respiro. Semplice ma non sciatto, lo stile ungarettiano conosce le figure retoriche, le alleggerisce e le adopera per dare alle parole ancora più risonanza. I forti enjambements del verso 8 e del verso 15,  che semanticamente sono accomunati dal tema del ricordo, nello spezzare metricamente la continuità logica del pensiero, rendono più chiara la frattura esistente tra realtà vissuta e quella ricordata, mentre l’analogico o metaforico accostamento di  bagno di care cose consuete  del verso 8 e soprattutto di  gocciole di stelle del verso 23 regala  un sussurro di  inaspettata dolcezza.

 

 

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