Category Archives: Letteratura E Vita

Sputi di letteratura

Allora Carmela, fingendo d’avere la tosse, sputò tre volte dietro a sé, e infilò l’uscio: Crepate!  

Leggendo il finale di Tre colombe e una fava, novella di Luigi Capuana, si resta colpiti dalla volgarità del gesto di Carmela, una delle protagoniste femminili. Per poterlo inquadrare meglio, però, è necessario andare indietro nella narrazione dei fatti e recuperare la trama e le dinamiche dei vari personaggi che prendono vita da un evento tragico: la morte della giovane moglie di compare Nino, il protagonista maschile del racconto. Che fosse Santa di nome e di fatto, lo si capisce  subito dalle prime battute, se,  “quantunque coi dolori del parto, gli aveva preparato la minestra e aveva messo a letto i bambini, bella e florida, allegra come al solito, scherzando coi figliuoli che non volevano addormentarsi”. Proprio il ricordo della moglie così piena di vita rende surreale la scena della sua morte e del vuoto lasciato al punto che il povero Nino farneticava arrivando a desiderare che la sorte della moglie fosse toccata, invece, ai figli.

A fare scudo contro un simile dolore non esitano ad accorrere le vicine di casa che da un indistinto e corale insieme si precisano come una triade di vigorose fanciulle: Nela, Ciccia e Carmela. Come tre Grazie, accomunate dall’unico intento di offrire conforto al selvaggio dolore di compare Nino, entrano nella casa dell’inconsolabile vedovo che ben presto ne sente il benefico aiuto e infatti … “invece d’una, ora aveva tre mogli in casa, l’una meglio dell’altra; senza cattive intenzioni, s’intende, perché egli badava poco a quelle tre ragazze che gli si affaccendavano intorno … Era assai ch’egli già notasse il letto sprimacciato molto meglio di quando viveva la sant’anima; la biancheria più bianca e più odorosa; i bambini più ravvivati e più puliti; il desinare e la cena più saporiti.”.

Com’era prevedibile, l’armoniosa collaborazione delle tre ragazze si sfalda in un crescendo di rivalità e “dopo tre giorni si guardavano in cagnesco, quasi se lo disputassero, facendo a chi meglio potesse servirlo, precorrendone i desideri, cercando ognuna di mostrarsi più attenta, più accorta, più lesta dell’altra.”. Ignaro dei contrasti tra le sue dame di carità il povero compare Nino, “badava a godersi quella grazia di Dio, né parlava più della morta, né sospirava più, quantunque rimanesse sempre in casa, anche dopo che i giorni del lutto erano terminati”. Una mattina quella beatitudine viene incrinata dalla visita della zia Peppa, mamma di Nela, e dello zio Paolo, padre di Ciccia, per un motivo mai sospettato  da compare Nino che sembrava confermare il detto omnia munda mundis. Viene così a sapere che la gente iniziava a sparlare per la quotidiana permanenza  delle ragazze nella sua casa e dalle parole della zia Peppa e dello zio Paolo viene messo di fronte alla necessità di  una scelta: i servizi a patto del matrimonio. L’arrivo di Carmela che, senza intermediari a perorare la sua causa si presenta come al solito per il suo aiuto quotidiano, interrompe la delicata conversazione, ma dà lo spunto allo zio Paolo per  rimarcare le dicerie contro di lei abilmente sintetizzate in un “Ho capito, compare: vi piace mangiare nel piatto dove altri ha mangiato prima di voi. Buon pro vi faccia!”.

Inconsapevolmente lo zio Paolo spiana la strada a Carmela perché, mostrandosi offesa dalle calunnie appena sentite, nel momento in cui sta per lasciare la casa , nonostante il dispiacere di non poter rivedere i bambini, viene pregata da Nino a restare proprio  in nome di “ quelle creaturine”.

Lei resta, ma ritornano anche le altre due vestali del focolare e per il povero Nino inizia un periodo infernale, dal momento che ognuna pretende di svolgere da sola i servizi domestici. La casa perde la tranquillità e il lindore dei giorni passati, mentre compare Nino non ha più pace. Allora si fa coraggio e decide di scegliere una nuova moglie, ma solo per il bene dei bambini, almeno così dice, anche se  in questa scelta è spinto dal ricordo delle braccia di Carmela, “braccia fresche e sode, dalla pelle fina, che gli avevano accarezzato la guancia“. Dopo averle fatto giurare che quelle contro di lei sono solo dicerie infondate, la sposa. Ritornando dalla chiesa Carmela, sentendo ancora lo zio Paolo che con malignità accenna ancora al suo discutibile passato e accorgendosi di Nela e Ciccia che ridono sguaiatamente, “fingendo d’avere la tosse, sputò tre volte dietro a sé, e infilò l’uscio: Crepate!“

A questo punto il gesto di Carmela non appare più solo volgare, ma sembra volere essere un atto di protezione contro l’invidia delle rivali. Grazie agli accostamenti involontari che la nostra memoria sa fare, di quel gesto scopriamo una familiarità letteraria impensata. Il ricordo, nebuloso in un primo momento, diventa più nitido e, grazie al recupero di vecchie e ingiallite fotocopie dell’età dei giovanili studi, può fermarsi su alcuni versi di Teocrito. 

Per passare da Luigi Capuana, scrittore e teorico del verismo, a Teocrito, poeta greco del III a. C. il salto temporale non è piccolo,  ma breve è la distanza dell’aere natio di entrambi. Le loro pagine letterarie, lontane nel tempo, sono state generate da una terra comune: Mineo, terra di nascita dello scrittore verista, e Siracusa, quella del poeta greco, sono, infatti, in Sicilia, un tempo chiamata anche Magna Grecia.  Al poeta siracusano sono attribuiti componimenti poetici, chiamati Idilli, e in alcune parti rivelano versi che colpiscono per l’identica drammatizzazione del gesto scaramantico.

Nel VI idillio, dal titolo I cantori, viene rappresenta una gara fra i due pastori poeti, Dafni e Dameta, che ha come argomento la storia d’amore di Polifemo e Galatea.  Alla fine del componimento si legge che, per fare ingelosire Galatea, Polifemo finge di avere un’altra donna e si compiace della propria bellezza e proprio per allontanare il malocchio contro di lui descrive il rito di scongiuro con questo suono“ mè bascantõ dé, trììs eìs emòn éptusa kólpon” che vuol dire  “Per non essere guardato di malocchio sputai tre volte nel mio petto”.

Nel VII idillio, Le talisie, che prende il nome di una festa agreste, trova posto un’altra gara di canto pastorale che accompagna i protagonisti, Simichida e Licida , mentre attraversano la campagna per recarsi alla festa. Prima di concludere il suo canto, anche Semichida  ci regala parole che confermano la diffusa ritualità  superstiziosa e attraverso un ritmato ”Ámmin d’asuchía te méloi graía te pareíe /ãtis epiftúsdoisa tà mè kalà vósfin erúkoi ci dicono  “Ci sorrida la serenità e ci protegga una vecchia che, spuntando sopra, possa tenere lontano da noi la sventura”.

Insomma che lo sputo sia un forte antidoto al male lo avvalora anche Giuseppe Pitrè, il medico letterato e studioso del folclore siciliano quando dice che “il triplice sputo…in certe occasioni è una vera tavola di salvezza”. Quali siano queste occasioni glielo spiega Salvatore  Salomone-Marino, l’amico medico con cui condivideva la passione per gli studi delle tradizioni popolari siciliane, che così scrive: “Accade sovente…di vedere qualcuno del nostro popolo, che andato a visitare un infermo, sputi tre volte al limitare dell’uscio; di vedere qualche congiunta di una donna in soprapparto, che si affaccia alla finestra e sputa tre volte…; di vedere un uomo che guardato fiso da qualche nota femina impudica, sputa anch’esso; come, viceversa, fa qualche donna che è presa di mira dall’occhio di tale che gode fama di vizioso notturno…”.

A utilizzare ancora il triplice sputo, ma esteso a ogni occasione  ritenuta di malaugurio, interviene il commendatore Gervasio, superstizioso protagonista di “Non è vero…ma ci credo”,  brillante commedia di Peppino De Filippo. Più volte, infatti, seguendone i movimenti in scena, lo si vedeva – è d’obbligo il verbo  al passato purtroppo –  ripetere l’ormai noto gesto scaramantico che testimonia come Napoli avesse la stessa radice culturale della Magna Grecia. Con una condivisione necessariamente virtuale perché quella materiale rischierebbe di avvicinare più mali di quelli che si vorrebbero evitare, ci associamo al suo gesto, sperando di allontanare questa iattura, meglio chiamata camurría nel parlar siciliano, che da troppo tempo ormai tiene lontana la vita dalle scene dei teatri. 

Bibliografia: Luigi Capuana, Le Paesane; Raffaele Cantarella, Letteratura Greca, Società Editrice Dante Alighieri; Dario Del Corno, Letteratura Greca, Principato; Giuseppe Pitrè, Usi e Costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Vol. IV, Clio

*Immagine tratta da internet

Come le foglie

Come le foglie

A volte le piccole cose sanno dirci tanto e questo accade alle fragili, tenere, esili e leggere foglie che, sin da quando l’uomo ha saputo esprimere in versi il suo sentire, sono diventate il simbolo di tutta l’esistenza umana.  Sanno essere, infatti, desiderato riparo alla calura delle belle stagioni, quando nel vigore della loro verde forza si stagliano sicure e salde sui rami, quasi orgogliose di sentire l’abbraccio vitale del loro albero, ma devono accettare la loro condizione di una fragilità senza scampo, quando compiuto il loro tempo, diventano rassegnato ostaggio del vento autunnale. Il primo poeta greco ad associare le foglie alla vita dell’uomo è stato Omero che nell’Iliade, VI,145-149, paragona la stirpe degli uomini a quella delle foglie, quando dice: “ Le foglie, alcune il vento le sparge a terra, altre il folto bosco ne fa nascere, quando giunge il tempo della primavera”. Questa dualità vita/morte che le foglie sanno evocare è colta da Mimnermo, poeta greco del VII-VI sec. a.C. che riesce a esprimerla con una precisa similitudine :“Come le foglie che nascono nel tempo rigoglioso della primavera e crescono veloci, noi per un attimo conosciamo i fiori della giovinezza. …

Le nere dee ci stanno accanto portando l’una il segno della triste vecchiaia e l’altra della morte”.

La vecchiaia dell’uomo di solito è rappresentata dalle foglie staccate dai rami e disperse dal vento e proprio all’immagine delle foglie che, fluttuando nel vento, disperdono i responsi ci riporta Virgilio( I sec. a. C.) nel VI libro dell’Eneide, 74 – 76,   quando il suo Enea così chiede alla Sibilla  di non affidare la profezia del futuro alle foglie che ingannano, ma alle parole veritiere:

“ … foliis tantum ne carmina manda, / ne turbata volent rapidis ludibria ventis; / ipsa canas oro”. / “… non affidare alle foglie i versi / affinché  agitati non volino come oggetto di scherno per i venti veloci; / Imploro che tu stessa lo dica con parole”.

Se le foglie disperse nel vento sono ingannevoli e inaffidabili per poter trovare le parole della verità rivelata dall’oracolo, tristi e malinconiche sono quelle evocate sempre da Virgilio nel VI libro, ai versi 309 – 310, quando descrive le anime dell’oltretomba  accalcate sulle rive dell’infernale fiume Acheronte, in attesa di essere traghettate da Caronte:

“quam multa in silvis autumni frigore primo 
lapsa cadunt folia”. “quante foglie nei boschi al primo freddo d’autunno
scosse cadono”.

Il salto da Virgilio a Dante è immediato, nonostante i tredici secoli di distanza cronologica: Dante, infatti, nell‘Inferno III, 112 – 117, riprendendo la similitudine virgiliana, paragona le anime dei dannati in attesa di essere traghettate da Caronte alle foglie che in autunno si staccano dai rami.           

 “Come d’autunno si levan le foglie /  l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, / similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una …”

A questo punto, offuscatosi via via il momento della piena seppur effimera vitalità primaverile, è proprio  l’immagine autunnale delle foglie  fragili, senza più legami né meta che prevale nel malinconico immaginario poetico.

Questo tema ritorna nei leopardiani versi di “Imitazione”, una breve poesia che un tempo si imparava a memoria alle elementari  e che con enfatica cantilena infantile così  si declamava:

“Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, / Dove vai tu? …”. 

La stessa domanda, ma avvolta da minor tristezza, sembra porla Trilussa che riesce a colorare di una leggera vitalità il fluttuare delle foglie staccatesi dai rami, pur nella malinconica immagine autunnale, quando chiede:

“Dove ve ne andate, / povere foglie gialle, / come farfalle spensierate? / …E non sentite la malinconia / del vento stesso che vi porta via?”

Con Pascoli, però, che alla stagione crepuscolare ha dedicato il cosiddetto Diario autunnale in cui raccoglie otto liriche che concludono i canti di Castelvecchio, si fa più forte il senso di tristezza che le foglie cadute evocano:

“Cadono sopra loro foglie morte. / Sono con loro morte foglie sole. / Vanno a guardare l’agonia del sole.(II) “E ancora: “Erano foglie, foglie secche, i passi / cadute ai vecchi tigli, ai vecchi ornelli (III)”.

Non più malinconica nostalgia per una pienezza di vita ormai passata, ma angoscia per il pensiero della morte vicina, sentita dai  soldati come  l’inesorabile destino cui  sono condannati a soccombere come le foglie autunnali, è il grido sommesso ma straziante di Ungaretti  che nella sua lirica  Soldati del 1918 così sussurra: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

Ormai le foglie rappresentano solo il destino di morte e simboleggiano la fine di qualcosa prezioso e amato come la vita o l’amore che di essa è parte fondamentale.

Per meglio piangere sulla fine di un amore, le foglie sono così richiamate alla memoria da Prevert nella sua poesia “ Les  feuilles mortes  che nella traduzione italiana risuonano grosso modo così“: ”Oh, vorrei tanto che tu ricordassi/ i giorni felici del nostro amore/ Com’era più bella la vita/ E com’era più bruciante il sole/ … Le foglie morte cadono a mucchi/ come i ricordi e i rimpianti…”. 

Musicati da Kosma, i versi di Prevert  trovano nella malinconica linea melodica  che si innesta in un susseguirsi di intervalli di quarta – per intenderci sono i passaggi armonici di brani conosciuti come Mi sono innamorato di te o Vedrai vedrai –  la loro naturale espressione musicale e diventano un universale tesoro artistico di cui si sono impossessati gli artisti di ogni epoca. 

In questo sguardo musicale  suggerito dall’incontro di musica e poesia che le foglie morte  hanno saputo creare non si può non iniziare proprio dallo scenario francese  in cui  si impone, affascinante nella voce  calda e nello sguardo  intenso, Yves Montand 

La dolcezza della lingua  francese si dispiega  ancora nella triste voce di Juliette Greco che in un arrangiamento musicale essenziale evoca le atmosfere dell’esistenzialismo di moda e nel marcato vibrato vocale di Mireille Mathieu o di Edith Piaf  che ne acuisce la drammaticità espressiva.

Quando il brano varca i confini d’oltreoceano per approdare negli States, ritrovandosi con il nuovo titolo di “Autumn leaves”, si contamina delle varie e complesse sonorità che il jazz intanto creava e sembra ritrovare la sua  vera e completa  armonia.

Se è impossibile elencare tutte le esecuzioni del brano, appare indispensabile ricordarne alcune.  Tra le interpretazioni swing strumentali pianistiche vale la pena riascoltare le versioni di Erroll Garner , di  Oscar Peterson, di Bill Evans e di Beegie Adair .

Non mancano sublimi interpretazioni anche tra gli strumentisti a fiato come quella  eseguita insieme da Chet Baker alla tromba e da Paul Desmond  al sax, quella di Scott Hamilton Coleman Hawings  al sax, ancora quella di  Miles Davis e di Dizzy Gillespie alla tromba.

Come un ponte tra esecuzioni strumentali e quelle vocali s’impone l’interpretazione che del brano ci dà Eric Clapton  riuscendo ad alternare le limpide note della sua chitarra con quelle sussurrate con una voce mite, distaccata ma mai fredda.

Siamo entrati nel vivo delle interpretazioni canore delle ballad ed è obbligatorio iniziare proprio ricordando quella di Frank Sinatra che con inusuale tristezza così canta: “The falling leaves drift by the  window/ the autumn leaves of red and gold. / I see your lips, the summer kisses/ The sun-burned hands I use to hold … “Se l’interpretazione di Tony Bennet  sa restituire al brano più vivacità, dalla malinconica  espressione non si allontana  la voce di Nat King Cole  .

A confermare il detto  “buon sangue non mente”, giunge l’interpretazione di Natalie Cole che entra nell’anima con la sua voce limpida eppur piena di sfumature rivelando le note più intime di un amore malinconicamente ricordato.

Brusco è il passaggio alla spensierata  e frizzante voce di Sara Vaugham che riesce ad allontanarsi dalla tristezza del brano con il virtuosismo interpretativo del suo canto scat con cui, senza l’utilizzo di parole, imita e improvvisa articolati e veloci fraseggi musicali. Bisogna infine ascoltare la voce di Ledisi che in un soul R&B riesce ad armonizzare le due anime contrastanti che  vivono in Autumn leaves e che sono chiaramente descritte in alcune immagini del testo: “Le foglie che cadono scivolano dalla finestra / La foglie d’autunno rosse e dorate. / Vedo le tue labbra, i baci dell’estate/ Le mani abbronzate che ero solito stringere”.

Se le foglie d’autunno che cadono portano la malinconia di un amore passato, il ricordo della pienezza vissuta proprio nel pieno dell’estate, però, è così forte che diventa immagine presente che nel testo è resa dall’espressione I see, io vedo, più forte di I remember, io ricordo. Proprio la sintesi di questi due momenti prende vita nel brano della cantante di New Orleans che riesce ad affidarla all’intensità espressiva della sua brillante esecuzione vocale e ritmica in cui sa alternare, armonizzandole, malinconia e vitalità.

Questa polarità emotiva e sentimentale ci ricorda che la nostra vita, come le foglie, conosce lo splendore della bella stagione  seguita dal suo lento ma inesorabile tramonto. Diversamente da loro, però, noi non riusciamo a rassegnarci all’inevitabile condizione di fragilità scritta nel nostro destino.

Non Amo che le cose che potevano essere e non sono state.

Nessun’altra frase avrebbe potuto farci conoscere davvero Guido Gozzano. Le biografie ufficiali forniscono date biografiche e riferimenti storico-culturali che ci aiutano a ricavarne una collocazione precisa nel panorama di riferimento. Sappiamo allora che nasce a Torino nel 1883, che si scrive alla Facoltà di legge senza riuscire a laurearsi che è la voce più importante dei poeti crepuscolari, (skuola.net) e che muore a soli trentatré anni di tubercolosi.

 La profonda incompiutezza del suo esistere, però, ci viene rivelata solo dalle sue parole, siano confessioni  affidate alle  lettere  scritte ad Amalia Guglielminetti, amica perché rinnegata amante, siano invece  versi costruiti in “una forma volutamente dimessa” a cui affida le  sue eterne femminili figure poetiche come la Signorina Felicita, Carlotta, la piccola Graziella e Cocotte.

Da una parte allora ci sono le Lettere d’amore che Gozzano e la Guglielminetti si scambiarono dal 1907 al 1912, ma che, in contrasto con il nome affidato loro a partire dagli anni cinquanta dai vari editori, non parlano  solo di una semplice storia d’amore. Anzi.

Dalle lettere di Guido emerge una sofferta e continua ricerca di sé da cui deriva quella perenne insoddisfazione che non gli permette di “cogliere le rose” regalategli dalla vita in qualche attimo di generosità. Tra le parole dell’epistolario si affaccia anche un Guido consapevole della sua grandezza letteraria e per questo non esita a considerare se stesso e la Guglielminetti “grandi artisti”.

La stima per le doti letterarie di Amalia è un atteggiamento costante in Guido e appare più forte e più duraturo dell’amore provato per lei.  I sonetti della raccolta Le vergini folli, considerati superiori a quelli di Gaspara Stampa, lo ammaliano e lo spingono a dire che non ha mai conosciuto nella letteratura femminile italiana opere poetiche paragonabili alle sue, aggiungendo, in una visione letteraria in pieno spirito crociano, che lei non ha rivali fra le donne che “ non sanno scrivere” ma “fra gli ingegni virili di più belle speranze”. Che ad Amalia non fosse mai bastato quest’ amore di Guido per i suoi sonetti  è più che certo: lo avrebbe barattato, infatti, per quell’ amore vero, passionale, vissuto nel respiro di un attimo  da cui, invece, Guido volle poi fuggire.

      Immergendoci nella lettura delle prime lettere, scritte nell’aprile del 1907, si è aiutati a  ricostruire la storia del legame fra Guido e Amalia. Guido ricorda l’antipatia suscitata in Amalia la prima volta che s’incontrarono, quando lei si alzò di scatto senza porgergli la mano. Anche Amalia, però, aveva “delle qualità allontananti”, prima fra tutte la bellezza che è sentita come una minaccia perché può piacergli e  quindi renderlo vulnerabile. “Non già che io temessi d’innamorarmi di Voi (io non sono che innamorato di me stesso;voglio dire: di ciò che succede in me stesso) ma temevo che mi piaceste ecco tutto.” L’aureola letteraria, l’elemento che all’inizio allontanava Amalia da Guido e che gli faceva provare un’avversione per qualsiasi donna scrittrice, diventa, invece, la voce di un richiamo necessario che fa dire a Guido  “il volume delle sue rime mi è caro ed è fra gli altri consolatori di questa mia solitudine”. Si firma ancora “ Suo Gozzano” ed è lontano dall’immaginare il vortice della passione breve ma sconvolgente che li inghiottirà.

Lui, a partire dal 9 dicembre 1907, ne parlerà con  rammarico scrivendo “l’idea di accoppiare una voluttà acre e disperata alla bellezza spirituale di una intelligenza superiore come la vostra mi riusciva umiliante, mostruosa, intollerabile”. Il ricordo della bocca di Amalia sulla sua e l’immagine di lei che scende dalla vettura “disfatta nel vestito nel cappello nei capelli”, fotogrammi del suo sguardo  rievocativo, sentiti come attimi del “ breve spasimo dei  … nervi giovanili”, gli appaiono la profanazione della loro unione spirituale che gli rendono necessario lasciare Torino e  frapporre fra loro una lunga distanza di tempo e di luogo.

Da questo momento in poi le lettere, più che comporre una reale storia d’amore fra loro, appaiono come il tentativo costante di Guido di  trasfigurarla in una “ fraterna amicizia”.

Amalia viene invocata come “compagna di sogni e di tristezza”, rifiutata come donna vera da amare e da cui essere riamato, relegata a vestale di un ricordo “ineffabile e puro”. L’unica strada percorribile insieme è quella del distacco”: il non vedersi – almeno crede Guido – li salverà “dalla sorte comune dei piccoli amanti”.  Lui in questo suo ascetico allontanarsi da Amalia arriva ad augurarle di provare una “passione forte” per un uomo altrettanto “forte”, consapevole che il loro legame fraterno sia in grado di volare su ogni “sentimentalità meschina”. In nome del “fraterno interesse” da cui immagina di essere legato a lei, ripete quel suo continuo “saremo amici” che risuona come un cantilenante rifiuto della  loro passione di cui non vuole più sentir parlare. Guido, però, non sa rinunciare del tutto ad Amalia, sempre sospeso com’è tra ombre e luci, tra sogni e realtà: preferisce proporle una separazione lunga ma non definitiva, immaginando un loro ritrovarsi quando non saranno più giovani e in loro sarà sbiadito il ricordo dell’amore, chiamato “un inganno della giovinezza, un episodio trascurabile in un destino come il mio e il tuo”. Guido non immagina di essere ancora più crudele verso Amalia quando le dice “Io non t’ho mai amata”, affiancandola alla sorte di tutte le altre donne della sua vita. Con feroce sincerità le confessa nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo … Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo”.

Guido, ignorando i sentimenti veri di Amalia, continua a vivere il presente in una perenne celebrazione della loro amicizia che sa dare “una serenità nuova nell’anima” di cui solo lui sembra il sacerdote. Per questo motivo non si limita a chiamarla  “amica buona, compagna necessaria”, ma arriva a dirle “ mio buon amico”, rinnegando così la bellezza femminile di Amalia e il rischio di un coinvolgimento passionale. Imporsi di non desiderarla non basta a far svanire l’esperienza vissuta e a preservarlo dal rinnovarsi del desiderio.

Passeggiando per Ivrea un giorno, l’ha pensata a lungo “male” desiderandola ”acutissimamente“, ma il rientro nella casa di Ronco, nella pace agreste, ha saputo restituirgli “un’anima casta di fanciullo” che lo fa vergognare del desiderio provato per lei. Lo allontana da sé concentrandosi sui successi letterari di Amalia che preferisce a chiamare “mia cara sorella”, confessando a se stesso e poi a lei di aver capito “l’eccezionalità del sentimento“ che li lega.  La fraterna amicizia sognata e la reale passione provata, anche se razionalmente rinnegata, ammette Guido, “è un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa” che lo spinge negli attimi di sincerità  da cui si lascia guidare in alcune sue lettere a chiedere ad Amalia di  baciarlo con la sua

 “ tenerezza pura e impura”.

L’ultima vera lettera di Guido ad Amalia non è la brevissima comunicazione dei suoi spostamenti inviata da Agliè il 4 ottobre 1912, ma quella speditale da Bertesseno il 25 settembre 1909 che Guido ha scritto dopo un lungo periodo di silenzio di cui rimprovera entrambi. Le sue parole restituiscono l’essenza della sua anima perennemente sospesa in una dimensione d’incompiutezza, di sogni irrealizzati  “ Non ti puoi, o ti puoi immaginare di che ombra continua sia avvolta  … la mia giovinezza.  … Io entro ora in una crisi d’ombra e di luce: combattuto da desideri e da doveri, da speranze e da freni accascianti”.  Nel suo commiato da Amalia conferma il desiderio continuo di trasformare l’amore per lei, chiamata “Cara Amica mia”, in una “riposata buona tenerezza“ che trasfigura i loro incontri reali in “sogni lontani”.

In quest’opera continua  d’idealizzazione  e trasfigurazione del loro amore viene sacrificata la vera Amalia che, più che “compagna di sogni e di tristezza”, avrebbe voluto essere la sua compagna di vita, quella vera, piena  di un tempo vissuto insieme e vicini.

Dalle lettere è chiaro che Amalia gli vuole bene, anzi lo ama, soffre nel sentirlo lontano e non riesce ad accettare la proposta di Guido di separarsi e non vivere insieme la loro giovinezza. Lei prova lo stesso sentimento di quando s’innamorò continuandone a sentire “la malia”, consapevole, però, che lui non provi lo stesso “fascino”. Sa che il suo è amore e non può non mettere in dubbio che la loro sia stata solo amicizia, per questo non esita a chiamarlo “Guido molto amato”.

Il suo amore per Guido è senza riserve e per questo lei non appare mai pentita della loro passione, anzi gli scrive “Vorrei avervi amato di più … e quella parte di tenerezza appassionata che mi fece talora vibrare presso di Voi è stata ben spesa”. Non si vergogna dell’amore per Guido, ma si pente talvolta di avere messo da parte ogni orgoglio per lui che è l’unico che non la ama: lei, infatti, la poetessa che godeva di una certa notorietà, l’amica di Sibilla Aleramo, di Ada Negri,  la donna corteggiata da molti , è arrivata a elemosinare il suo affetto,  le sue attenzioni e, pur di potergli stare accanto, non ha esitato a proporglisi come “dama di compagnia” per il suo viaggio che lo avrebbe portato in India alla ricerca di una sognata guarigione. 

Inutili sono i tentativi con cui  cerca di farlo ingelosire raccontandogli di corteggiatori e di flirt. Vorrebbe accontentarsi di pensarlo “con una fraternità un poco aspra” o con “un’amicizia che ha quasi della religiosità”, ma non sempre ci riesce.

In una delle ultime lettere che scrive, sperando di interrompere il continuo silenzio di Guido, accenna a una sua “crisi sentimentale” che l’ha fatta piangere e gli confessa che sente ancora “un fuoco ignorato di passionalità”.

Sa che non è questo il sentimento che la può tenere legata a Guido e nell’ultima lettera scritta a Torino il 3 settembre 1910 ritorna a illudere se stessa chiamandolo “fratello buono” sperando di essere pensata da lui “ fraternamente sempre”.

“ … Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria …”

In queste semplici e accorate parole che Francesca da Rimini rivolge a Dante  viene ricordata l’universale verità che non c’è dolore più grande che ripensare i giorni felici quando questi non ci sono più. Questo vivere nel ricordo di un prima che non c’è più sembra più doloroso dell’eterno turbine del vento  da cui è trascinata insieme a Paolo e agli altri “peccator carnali”, così puniti nel V girone infernale.

Nelle parole che Dante poeta  suggerisce a Francesca c’è il dolore che l’uomo Dante conosce  bene perché lo ha vissuto sulla sua carne, sulla sua anima  tesa inutilmente al ritorno verso la terra e la casa di prima. Guardare alla propria storia dal ponte del ricordo nei giorni e nelle terre d’esilio di certo ha reso più pungente la nostalgia, il dolore, cioè, per un ritorno impossibile. 

Ognuno ha un prima a cui rivolge il pensiero con rimpianto e in questi giorni in cui tutti viviamo l’esilio dalla nostra vita di un tempo lo sappiamo bene.

Il prima che rimpiangiamo sono i giorni e i momenti  di qualche mese fa, che  chiamavamo banali, ma ora preziosi perché sembrano irraggiungibili.

Camminare tra la gente e le bancarelle affollate del mercato, entrare in un supermercato per la nostra spesa senza minimamente sospettare che potesse essere una delle più preziose e difficili azioni quotidiane, andare a teatro o al cinema e condividere uno dei braccioli della nostra poltrona, prendere l’aereo non solo per i viaggi turistici, ma per poter riabbracciare i genitori e i familiari da cui ci  si stacca sempre con quel ben noto dolore che si  riesce a mitigare solo al pensiero di poterli rivedere presto. Anche l’odiosa attesa dal nostro medico appare come un lusso che non possiamo più permetterci se si pensa alla vicinanza agli altri pazienti a cui ci siamo disabituati. Distanza di sicurezza e contagio sono le parole che martellano il nostro quotidiano vivere al punto che, non abbracciamo né baciamo i nostri figli e, diventati maniaci della pulizia, laviamo di continuo le nostre case, i nostri oggetti, i nostri vestiti terrorizzati come siamo che gli indumenti che s’indossano fuori possano veicolare il temuto virus da cui siamo ossessionati.  

Allora oggi ricordiamo con rabbia tutte le occasioni perse, quelle in cui ci siamo ostinati a voler restare soli, senza sospettare che saremmo stati condannati a esserlo davvero. L’immagine di piazza San Pietro deserta resta la rappresentazione più chiara di questa nuova e mai immaginata solitudine che toglie il respiro.

Questi sono i giorni in cui si ha paura di stare male perché si sa che si è condannati a soffrire da soli senza stringere le mani di chi ami e di chi ti ama e in cui il pensiero della solitudine rende ancora più pauroso il momento della morte che mai come adesso può vantare un assoluto potere sugli uomini: li priva, infatti, dell’ultimo e pietoso saluto con cui i parenti e gli amici s’illudono di rendere la loro consolatoria compagnia nell’ultimo viaggio terreno.

La vita va avanti nonostante tutto.

Alcuni, per fortuna, possono permettersi il lusso di restare a casa e non da soli riscoprendo la forza dello stare insieme, altri sono soli in case troppo vuote e provano a non lasciarsi inghiottire dal silenzio grazie a vecchi numeri di telefono che non digitavano più, altri ancora devono uscire per il loro lavoro e, nonostante la loro paura, fingere una normalità che non esiste. C’è poi chi è in trincea con armi insufficienti se non scariche addirittura, ma non si sottrae alla dura lotta.

Questi sono i giorni del dopo, i giorni in cui, come un assurdo ossimoro, anche  gli alunni sognano di tornare a scuola perché adesso ha il significato di una normalità ritrovata; i giorni in cui si fanno promesse di una vita più autentica, se si avrà la possibilità di ritornare a viverne una di nuovo; i giorni in cui il silenzio delle città fa paura, opprime e rende più lancinante l’urlo delle sirene delle ambulanze.

Questi giorni ci hanno fatto invecchiare velocemente e, guardandoci allo specchio e guardando negli occhi di chi ci sta accanto, vediamo una nuova velata, ma vera tristezza dove prima c’era uno sguardo vivace.

Non siamo più quelli che eravamo e non ci sono più tutti quelli che conoscevamo. Troppi se ne sono andati. Tra gli amici c’è chi è andata via mentre condivideva con noi  parole  che adesso  sono diventate “troppo gelate per sciogliersi al sole”. 

C’è chi è andato via in attimo così veloce che non ha fatto in tempo a spegnere sul suo volto l’abituale sorriso ancora impresso negli occhi degli amici.

Sono i giorni della nostalgia  che le note  che della Passacaglia in G minore di  Haendel, rendono più pungente mentre diventa il desiderio di un ritorno a ciò che eravamo: felici senza saperlo.

per ch’io te sovra te corono e mitrio _ Malinconiche considerazioni dantesche quasi senili

Che la Divina Commedia sia una di quelle grandi opere che s’impara ad amare fuori dai banchi scolastici è una verità indiscussa e che non smetta mai di svelare le innumerevoli facce della verità che racchiude è  un principio altrettanto innegabile. Purtroppo, dal momento che ci è stata consegnata in un linguaggio molto lontano dal nostro e richiede sempre una decifrazione lessicale, la Comedìa dantesca non si prende facilmente  tra le mani nei momenti di distesa lettura che ci possiamo concedere. Insomma se non si è docenti con l’obbligo ministeriale di insegnarla o poveri alunni con lo stesso obbligo di studiarla, non la sfioriamo minimamente, pur consapevoli della grandezza.

Per fortuna ci sono i figli che ancora la studiano a dare l’occasione a qualche genitore o genitrice di riaccostarsi a quelle pagine tanto difficili quanto profonde. È facile immaginare che cosa può accadere in un periodo di fine maggio se una mamma, che non è riuscita a lasciarsi alle spalle il “giovenile” amore  per la letteratura, vede che la propria figlia sta studiando gli ultimi canti del purgatorio per la verifica finale. Per naturale empatia si offre a far ripetere i canti danteschi assegnati,  e, insistendo di fronte ai ripetuti cortesi rifiuti della figlia, riesce a ottenerne il consenso,  estortole più per sfinimento che per necessario bisogno.

Trovato un sacrosanto motivo per accostarsi a Dante, s’immerge nello studio dei canti in questione che sono quelli in cui si conclude il viaggio  nel Purgatorio e, senza  la paura di interrogazioni o la responsabilità di spiegazioni,  si inoltra in una lettura più distesa.

Tra i versi incontrati in questo letterario ritorno di fiamma, ritrova quelli che aveva imparato a memoria e che aveva amato di più per la dolce  e tenera immagine che riuscivano a disegnare e a occhi chiusi li ripete:

 

“Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio.”

(Purgatorio, XXVII, vv. 139 – 142)

 

La loro contestualizzazione riconduce al XXVII canto del Purgatorio, al momento in cui Virgilio, Dante e con loro il poeta Stazio, giungono in cima alla montagna del Purgatorio dopo essere passati attraverso le fiamme, ultima prova che Dante deve superare per liberarsi di tutto il peso del suo limite umano,  vero ostacolo  all’incontro con la Rivelazione verso cui lo accompagnerà Beatrice.

Una parafrasi articolata dei versi che restituisce nel messaggio dantesco tutta la intensità del sentimento di Virgilio così allora risuona: “Non aspettare più una mia parola o un gesto, un accenno a darti la sicurezza che fino a ora hai cercato nel tuo cammino verso la vita. La tua capacità di discernimento è ormai matura, libera dagli ostacoli della tua giovanile immaturità e sarebbe un grave errore non seguirla per ciò io ti nomino signore di te stesso, libero e indipendente dal giudizio degli altri.

Qui Virgilio, in sintesi, riconosce la maturazione di Dante e ne decreta la libertà e l’autonomia di pensiero e di scelta.

Adesso, però, il significato racchiuso dal dolce suono di questi versi appare diverso e svela un’altra faccia della verità che era riuscita a cogliere fino a quel momento. Se quei versi, infatti, erano il sigillo della libertà riconosciuta a Dante, adesso rivelavano anche la voce sommessa ma ferma di Virgilio che, esaurito il suo compito, sa tirarsi indietro.

Con la consapevolezza acquisita da tempo che quello della Divina Commedia è il meno letterario dei mondi evocati,  la mamma con il rigo della lettera cerca subito di tradurre le immagini  suggerite da quei versi in universali  ritratti di vita comune.

L’immagine immediata che prende forma è quella del distacco, necessario per i figli che possono così vivere la loro vita e volare lontano, ma doloroso per chi resta a guardare la loro partenza. Virgilio diventa allora il volto e la voce di padri e madri che a un tratto capiscono che il loro compito non è più quello di guidare i figli, di proteggerli camminando al loro fianco e tenendoli per mano, perché sono già diventati autonomi e sanno camminare da soli. La grandezza di Virgilio appare proprio nel riconoscere la conclusione del suo ruolo e nella consapevolezza non rinnegata di ammettere che Dante non ha più bisogno di una guida e per questo lo nomina signore di se stesso. Con la solennità di un rito sacro Virgilio celebra l’autonomo pensare di Dante,  cioè la sua nuova libertà, conquistata  attraverso un faticoso cammino di crescita e, mentre pronunzia le parole di questa ufficiale investitura, la sua voce sembra forte senza alcuna incrinatura che possa rivelare il sotterraneo  ma non meno forte dolore che prova all’idea dell’imminente e inevitabile separazione da Dante.

Il tempo del suo viaggio alla guida di questo figlio improvvisamente trovato gli ha regalato il prezioso e inestimabile senso della vita che l’essere genitori sa regalare agli uomini e che consiste nell’avere il chiaro e improrogabile obiettivo quotidiano di pensare alla felicità dei figli.

Virgilio non tentenna, non esita anche se che cosa lo attende. Esaurito il suo compito, infatti, dovrà ritornare nel Limbo, monotona e uniforme inesistenza senza tempo da cui era uscito per vivere inattesi giorni di vita da padre. Vi ritornerà cambiato: la sua paternità, infatti, non può essere stata una condizione temporanea, ma una nuova e perenne dimensione esistenziale e per questo la separazione dal figlio gli lascia un vuoto dentro di sé, ma proprio la speranza che Dante, figlio, possa trovare la strada che cercava gli regala un frammento  di felicità da portare con sé nella sua solitudine di sempre.

È doveroso precisare che, mentre la madre filodantesca si perdeva in queste malinconiche considerazioni, la di lei figlia si preparava da sola per la verifica d’italiano per superarla poi brillantemente.

 

 

Armoniosi Accenti

“Armoniosi accenti dal tuo labbro volavano…”

Chissà in che modulazioni  risuonavano gli accenti armoniosi di Luigia Pallavicini, nobildonna genovese, se estasiavano l’udito di Ugo Foscolo al punto che li ricordò in un famosa ode a lei dedicata. Possiamo immaginare un timbro vellutato, sforzarci di sentire musicalità vocaliche e afferrare leggere e rarefatte consonanti che sfioravano, quasi accarezzavano, l’orecchio di chi ascoltava ammaliato.

La matrice  geografica  di questi accenti è molto oltre lo stretto di Messina, lontano da tutta la Magna Grecia e, se si vuole superare il particolarismo regionalistico della Liguria dove andrebbero radicati dal suggerimento foscoliano,  possiamo  collocarli in generale nell’Italia del Nord, ignara e quasi indifferente a tutti i legami culturali e storici  con la grande Grecia del passato  che ogni siciliano che,  ivi emigrato o turista  spensierato, possa rivendicare. Anzi, sembra proprio che il siciliano che passi lo stretto e superi l’accogliente e familiare area geografica dell’Italia meridionale, insomma Napoli e dintorni, senta forte il sentimento di differenza fonetica e cerchi di “italianizzare” il suo parlare, tentando di  conquistare, anche se affannosamente, quegli “armoniosi accenti” per lui difficili. Il primo impatto con la diversità linguistica è legato ad alcuni verbi intransitivi che ogni siciliano che si rispetti usa solo transitivamente: entrare e uscire. Per il nostro siciliano, solito dire anche in italiano entra la macchina nel garage o esci l’acqua dal frigo, si apre un mondo linguistico nuovo quando scopre che il suo improprio uso dei verbi ha nelle formule  metti dentro o tira fuori  un’alternativa mai presa in considerazione prima di quel momento e anche lui allora comincia a tirare fuori dal suo armadio i vestiti  necessari per questa nuova koinè linguistica. Ciò che più lo colpisce, però, è la forza sproporzionata di alcune  sue consonanti  che, a parlare fuori dal natio borgo, sembrano non solo doppie ma triple addirittura. Lui tenta di alleggerirle, ma inutilmente; trattiene il respiro, prova a chiudere la vocale seguente, abbassa il tono di voce, ma niente da fare:  le consonanti escono fuori  prepotenti e superbe a dispetto di ogni regola fonetica. Se invece, in remoti casi, riesce a ingentilire il suono di alcune parole, sente un senso di estraneità a ciò che dice: la parola doccia, correttamente pronunziata, non è la stessa cosa di ddooccia, che nella sua pesante  ed errata pronunzia sembra suggerire  la forte pressione  del getto d’acqua, ovvero “sgriccio”, contro quello misero e parsimonioso evocato dalla sua forma corretta.

Il dilemma fonetico, se sottomettersi all’operazione di rarefazione consonantica, con implicita rinunzia all’orgoglio delle origini, o restare immune alla subdola tentazione omologatrice, si pone se il siciliano è un insegnante elementare che deve far fare ai suoi piccoli alunni il dettato ortografico.

In questo caso non è solo una questione d’identità culturale la scelta di pronunziare  o no le parole in modo pieno e forte: qui bisogna essere onesti foneticamente nei confronti dei bambini che apprendono la forma delle parole  da scrivere proprio dagli accenti più o meno armoniosi  pronunziati dall’insegnante e correrebbero il rischio di scrivere addizzione, orologgio, ppissi-cologo e bbambola. Allora l’insegnante non può che scegliere saggiamente, ma anche se con pazienza certosina cerca di alleggerire i suoni  come meglio può, ha sempre la sensazione di emettere qualche consonante in  più del dovuto e  per questo, quando incontra una gentile signora, mamma di un suo alunno, preoccupata del fatto che suo figlio non sente le doppie, ha un attimo di perplessità: la fissa e, accertatosi che nei suoi occhi non ci sia ironia o sarcasmo, la tranquillizza con parole didatticamente rassicuranti, mentre fra sé pensa nel suo amato, anche se non armonioso accento : ” Si nun li senti ccu mia, so figghiu è turdu!”.   

Per i lettori al di fuori  della Magna Grecia: “Se non le sente con me, suo figlio è sordo!”                                                                   

 

Giuseppe Ungaretti e i Risvegli della maturità

Accade sempre: Litterando va in letargo.

Nonostante le ripetute promesse e assicurazioni di non ricaderci, ciclicamente scompare  per lunghi periodi, anche se  poi improvvisamente si risveglia.

Stavolta il risveglio è stato provocato dalla sua consueta curiosità per la prova d’italiano che i maturandi devono affrontare e dalla facilità con cui può leggere le tracce che il Miur rende visibili su Internet. Grazie all’assoluta spensieratezza del  suo semiserio discorso letterario, come  al solito,  prova a svolgerne una e, dopo una rapida occhiata alle varie proposte ministeriali, sceglie l’analisi e l’interpretazione della poesia Risvegli di Giuseppe Ungaretti, rendendosi conto dopo un po’ che il titolo, a questo punto non casuale, sembrerebbe confermare il famoso detto  “nomen omen”.  Anche se si tratta di un gioco, Litterando vuole essere abbastanza fedele alle indicazioni contenute nella traccia e le legge con attenzione trovando un vero motivo di sollievo nella consentita possibilità di  “costruire un unico discorso che comprenda le risposte alle domande proposte” che in verità, a prima vista, nella loro martellante cadenza davano più l’idea di una lista della spesa.

Prima di passare al testo vero e proprio si sofferma su una brevissima ma significativa indicazione, Giuseppe Ungaretti, da L’Allegria. Il porto sepolto, che subito appare come un segno della benevolenza ministeriale perché, oltre a riportare il nome dell’autore, rimanda alla raccolta da cui è tratta, semplificando gli sforzi di memoria dei maturandi. Il porto sepolto, se immediatamente si presenta come la raccolta delle poesie scritte dal poeta tra il 1915 e il 1916 diventata poi una delle sezioni di cui si compone la definitiva raccolta L’Allegria del 1942, fa poi riaffiorare la valenza simbolica cui allude il poeta. Da leggendaria presenza di un porto sepolto nelle profondità del mare di Alessandria d’Egitto, infatti, diventa immagine di un profondo e misterioso luogo dell’anima che resta sconosciuto fino a quando la poesia non lo fa riemergere.

Dopo queste premesse Litterando si accosta direttamente al testo della poesia da analizzare che così si presenta.

Risvegli

Mariano il 29  giugno 1916

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda 

fuori di me


Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse


Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito


Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto


Ma Dio cos’è?


E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta


E si sente
riavere

A questo punto fingendo di dover affrontare la prova dell’analisi e dell’interpretazione richieste immagina di scrivere così come se fosse tra maturandi.

Mariano 29 giugno 1916. La precisazione del luogo e della data di composizione ci conduce sul Carso in piena zona di guerra dove troviamo Ungaretti in trincea,  in prima linea, e appare come un chiaro invito del poeta a contestualizzare la poesia per poterla comprendere.

Allora sembra più facile immaginare che quei versi siano le notturne parole sommesse di chi, per non morire dentro, mentre fuori tutto parla di morte, si aggrappa al filo della memoria per avere così, solo attraverso il ricordo, la certezza di aver vissuto ogni istante in un altro tempo, in un’epoca profondamente sentita ma che adesso è lontana, fuori da se stesso.  E proprio in questa lontananza può ritornare con il ricordo inseguendo le vite che ha vissuto  e che si sono perse.  Dall’onirico recupero del passato attraverso la memoria, il poeta si desta in un bagno di care cose consuete e assapora la dolcezza del regalo avuto. L’essere adesso raddolcito gli dà un senso di armonica  relazione con ciò che lo circonda e lo porta a seguire il gioco delle nuvole. Le rincorre guardandole attentamente mentre cambiano forma come se si sciogliessero. In questi versi prevale il valore semantico di questa nuova dolcezza che si riesce a cogliere nel verbo rincorro in cui sembra evocata la  spensierata gioia di ragazzi e  nell’ avverbio dolcemente. La dolcezza è anche distensione con cui l’animo recupera tutti coloro che ha amato e ama  senza distinguere  i vivi dai morti, ma il poeta avverte l’errore di questa distrazione  e sente la mancanza di chi non c’è più.

Entra in gioco di nuovo la morte che è il filo conduttore della guerra da cui il poeta si era allontanato attraverso il ricordo della vita vissuta in un’epoca esistita ma lontana.

La morte e l’orrore cui si accompagna è lacerazione, frattura di  quell’armonia che dava pace. Ecco la domanda: Ma Dio cos’è? Che è più dolorosa dell’altra formulazione Dio chi è ? Nell’evocare, infatti,  un’idea costruita dall’uomo, invece che rimandare all’immagine di Padre o  di Madre anche se troppe volte dal volto di Matrigna leopardianamente indifferente all’uomo, sembrerebbe un’affermazione della sua non esistenza. Come potrebbe tollerare, infatti, la morte e l’orrore che la guerra dissemina, se Dio esistesse? Ma, nel chiedersi questo, l’io del poeta, io lirico, armonicamente composto e in relazione con ciò che è intorno a lui si spezza e diventa un frammento di ogni creatura che, tremando, si pone la stessa domanda presagendone la risposta. E mentre resta ferma e atterrita dallo sgomento di scoprire che nessuno potrà rassicurarla di fronte al Nulla, al Non Dio, l’universale creatura in cui si è scomposto l’io del poeta, non sente una risposta razionale, ma apre gli occhi dell’anima e contempla le gocciole di stelle riuscendo ad accoglierle insieme alla pianura silenziosa. Questa interpretazione della parola muta come aggettivo appare preferibile all’altra che  la  tradurrebbe  con il verbo si trasforma:  così, infatti, riesce a suggerire l’immagine che proprio il silenzio, reso dall’assenza di parola un’ ininterrotta estensione di  infinito di cui sentirsi di nuovo partecipi,  basti ad allontanare la morte. E così la creatura che la consapevolezza  e il terrore della morte avevano chiuso alla vita  sente di  poter rivivere ancora.

La poesia, quindi, come è annunciato dal titolo, dà voce a una  delle facce che l’esperienza della guerra mostra al poeta: il risveglio della vita nonostante le scene di morte. La forza della vita che qui emerge allora è la stessa che si era già sentita in quel “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” della poesia Veglia del 1915, la stessa anche del semplice ma potente “M’illumino d’immenso” che seguirà in Mattinata del 1917.

Tutto questo viene detto con parsimonia di parole, con la scelta esatta di quelle che possono svelare direttamente anche se non apertamente il sentimento che il poeta prova. Come nel consueto stile ungarettiano, anche qui i versi sono liberi da rime e ineguali nella loro misura oscillando tra la brevità una sola parola e l’estendersi fino all’endecasillabo del verso 6.

La sintassi è semplice, si piega al dominio incontrastato della parola. È lei, infatti, che pur nella sua essenzialità guida il discorso, sostituendosi alla punteggiatura cosicché le pause e i legami  necessari sono racchiusi nel  suo respiro. Semplice ma non sciatto, lo stile ungarettiano conosce le figure retoriche, le alleggerisce e le adopera per dare alle parole ancora più risonanza. I forti enjambements del verso 8 e del verso 15,  che semanticamente sono accomunati dal tema del ricordo, nello spezzare metricamente la continuità logica del pensiero, rendono più chiara la frattura esistente tra realtà vissuta e quella ricordata, mentre l’analogico o metaforico accostamento di  bagno di care cose consuete  del verso 8 e soprattutto di  gocciole di stelle del verso 23 regala  un sussurro di  inaspettata dolcezza.

 

 

TAGS: Maturità e letteratura

Letteratura e vita

Gli esami non finiscono mai

Se Edmondo De Amicis tornasse a scuola

Ci sono dei libri che si ricordano sempre. Uno di questi è Cuore di Edmondo de Amicis, disdegnato con irriverente ironia da chi vi trova solo uno stucchevole e anacronistico sentimentalismo, ma per fortuna anche amato dai semplici e comuni lettori che vi ritrovano un poetico narrare di storie e cose semplici legate alla scuola elementare.  Grazie all’autore, il maestro Perboni, la Maestrina dalla penna rossa o il povero Franti, usciti da questo piccolo mondo, hanno perduto la loro storicità e materialità per diventare personaggi letterari e quindi figure immortali che non temono più il passare del tempo. A loro se ne sarebbero aggiunti molti altri se qualcun altro fosse stato capace di raccontare la scuola elementare con parole nuove ma dall’antico sapore e farla rivivere nelle pagine di un libro con un avvincente respiro poetico.

Ogni scuola che con nostalgico rimpianto ci ostiniamo a chiamare elementare invece che primaria, infatti, ha storie e figure da immortalare e, se Edmondo de Amicis tornasse, troverebbe tanto da raccontare.

(foto di repertorio)


Ciò che è impossibile nella vita reale, per fortuna, può avvenire nei pensieri che si nutrono d’immaginazione e, chiudendo per un attimo gli occhi, sì proprio gli occhi  con cui la ragione guarda la realtà e la sua veridicità ci appare proprio la figura appena evocata che avanza con elegante lentezza e con chiaro disorientamento che ci sembra abbastanza comprensibile se si pensa al salto temporale che è stato chiamato a fare.

Ha un volto abbastanza pieno, i baffi folti, scuri gli occhi profondi, indagatori e nello stesso tempo buoni e  appare più vecchio dei giovanili suoi coetanei del XXI secolo e non solo per il suo serio vestito che la moda di fine 800 voleva elegante ma   poco frivolo. Con il suo svettante cilindro e appoggiato con piacevole leggerezza sul suo bastone da passeggio si aggira tra corridoi di una scuola elementare richiamato dal silenzioso ma non per questo meno potente desiderio di chi ha sperato che lui potesse celebrare e immortalare la vita tra i banchi.

Pensava fosse più semplice, ma adesso tra le innegabili e inevitabili trasformazioni che la storia e i suoi anni hanno portano, teme di non ritrovare  i motivi poetici su cui soffermarsi e vorrebbe tornare indietro e lasciare l’impresa. Ma ecco che inaspettatamente sente “Il piacevole rumore del gesso“ su qualche vecchia lavagna di ardesia, eroica superstite di un mondo in cui dominano le nuove e più allettanti LIM.  

Seguendolo allora entra in un’aula dove lui, invisibile, si  sofferma a osservare la vita che scorre nei luoghi in cui i bambini abitano.  Nota con immediata disapprovazione che sotto la cattedra non c’è più la pedana che materializzava l’indiscutibile autorità degli insegnanti, che adesso gli sembra del tutto cancellata proprio dal più confidenziale dei pronomi che, inorridendo, ha  sentito rivolgere ai maestri dagli alunni; trova meno ordine, meno esercitazioni di bella scrittura, e quasi si smarrisce di fronte ai nuovi registri elettronici, dove basta sfiorare dei tasti scrivere e collocare le parole al loro posto senza la fatica di una scrittura ordinata e precisa.

Disorientato, ma anche incuriosito resta nel suo angolo d’osservazione e, anche se non può fare a meno di biasimare gli orari estenuanti che impongono a scolari troppo piccoli di passare  otto ore a scuola e le troppo numerose figure didattiche che entrano in una classe, riesce tuttavia a  sentire nelle voci dei bambini e dei loro insegnanti una dolcezza nostalgica a lui nota e familiare che non può non invogliarlo a scrivere altre pagine da aggiungere al suo noto libro.

Continua così per giorni, settimane e  mesi fino a quando nei primi giorni di giugno  entra in una classe V e qui sente la forza del ricordo di maestri e maestre che ripercorrono gli anni passati con i loro alunni un tempo bambini e adesso già ragazzini  con nuovi visi e nuovi corpi da preadolescenti. Il suo compito si fa chiaro: dovrebbe dare loro parole capaci di fermare il tempo e fissarlo in immagini nitide in grado di restituire pezzi di vita che, quasi impercettibilmente, è scivolata via ed è andata sempre più in avanti.

Tocca quasi con mano la malinconia già palpabile degli ultimi giorni scolastici, la frenesia per lo spettacolo di fine anno, le prove continue, le voci squillanti e fresche di un genuino calore che solo i bambini sanno avere. Gli si umidiscono gli occhi, mentre sente i bambini cantare gli auguri alla maestra per il suo compleanno, vede i disegni con la torta e i cartelloni di auguri e si accorge   delle lacrime dei piccoli grandi alunni commossi nel leggere la lettera di saluti dedicata a ognuno di loro.

Poi, meravigliato e quasi incredulo, sbirciando tra le righe  che una bambina ha dedicato alle maestre riesce a leggere dei versi di Petrarca e Leopardi  cui è stato affidato il compito di esprimere i sentimenti ingenui e profondi che i piccoli sono capaci di provare ma per i quali servono le parole dei poeti, i veri.

Immobile resta a guardare le maestre che, a loro volta, come a voler fermare il tempo fissano in silenzio  i loro piccoli. Poi le segue quando arrivano gli abbracci calorosi, forti e avvolgenti nel momento del distacco, mentre il suono della ben nota campanella scandisce il momento dell’uscita definitiva dalla scuola.

Sente la paura che i maestri e le maestre provano nel lasciare che i loro alunni prendano strade lontano dalla loro guida e ne comprende l’amara consapevolezza di non poter fermare le inevitabili trasformazioni che porteranno i loro un tempo piccoli alunni in mondi molto lontani dall’atmosfera rassicurante delle elementari.

Immagina già con le sue parole come fare dei maestri di oggi dei nuovi maestri “Perboni” e delle maestre delle altre “maestrine dalla penna rossa” e vorrebbe cancellare la triste immagine del suo Franti grazie ad altre storie commoventi ma non tristi. Ha già chiaro tutto e vuole mettersi all’opera, ma, a un tratto,  sente un forte vento da cui viene spinto sempre più fuori dall’aula in cui si era rintanato e, nonostante i suoi inutili tentativi di aggrapparsi alla cattedra, ai banchi per poter restare, non ce la fa e svanisce.

Chi ne aveva invocato l’inverosimile l’intervento, infatti, ha aperto gli occhi sulla realtà e ha spento quelli dell’immaginazione, non senza chiedersi questo: “Se Edmondo de Amicis tornasse a scrivere pagine sulla scuola, quella elementare, come scriverebbe tutto questo?”.

 

[III parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Ero diventata  davvero indipendente e libera di scappare da casa. Con la nuova ricchezza ero più irrequieta, nomade alla ricerca perenne di ciò che non ero. S’intensificarono i viaggi per la Sicilia che imposero ai miei figli continui cambiamenti dalla scuola agli amici, ma io sembravo indifferente: in me prevaleva l’orgoglio di essere una Portolano, adesso una ricca proprietaria. Dovevo e volevo esercitare il mio potere proprio in Sicilia, allora ridiventavo mio padre e ne assumevo la durezza.

Non mi fermavano le obiezioni di mio marito che mi ripeteva che, così facendo, stavo per disgregare la nostra famiglia, del resto lui, nell’illusione che a Girgenti avrei trovato la pace sperata, non si opponeva.

Non era ancora pronto alla separazione definitiva e nell’estate del 1911 mi raggiunse a Girgenti per riportarmi a Roma, ma non senza propormi una tregua e cercare un accordo. Si arrivò a un compromesso: lui avrebbe dato più importanza al mio ruolo economico e io avrei avuto più considerazione per il suo bisogno letterario.

Rientrai a Roma fiduciosa nel nuovo inizio atteso con tutta me stessa, ma dalla calma siciliana passai a una nuova crisi che gli suggerì un’ipotesi di separazione.

Di fronte alla sua determinazione di staccarsi da me, io puntualmente ritornavo a essere più trattabile e a voler salvare il matrimonio, ma non era semplice: era un continuo alternarsi di alti e bassi, di pace e guerra. Approfittando della sua pazienza, come avevo sempre fatto, avanzavo pretese inconciliabili con la ricostruzione della famiglia: i miei figli dovevano stare con me in Sicilia.

Quando lui capì che non poteva più restare al mio servizio, si spezzò l’idea di salvare la famiglia e sentì allora all’improvviso il peso di ciò che avevo preteso: strapparlo dalla sua Arte.

Forte dell’arroganza del mio riconquistato potere economico, cercai spietatamente di separarlo dai figli.

Lui allora vacillò e cominciò a sentirsi in balia della mia follia, rassegnandosi ad accettare che doveva liberarsi di me per vivere.

Si allontanò, rinunziando a ogni vano tentativo di salvarmi: mi allontanò dal suo cuore e divenni allora solo “ la pazza”.

Stanco ormai di essere paziente e vittima senza mai tregua, s’impose di essere forte contro la mia insaziabile voracità e io divenni una nemica da allontanare per difendere i figli. Anche loro erano contro di me, ma lo meritavo. Non volevano radicarsi a Girgenti: Stefano preferì restare a Roma con il padre, Fausto lo seguì e con me, in quell’anno, il 1913, rimase solo Lietta.

Lavorò ancora di più per mantenerli senza il mio aiuto. Si umiliò a chiedere i soldi agli amici, mentre io m’inorgoglivo di essere la ricca  Antonietta Portolano che  sapeva gestire i suoi affari da sola e senza il suo aiuto.

 Passava il tempo e più stavo lontano da lui, tanto più mi staccavo dal suo mondo e dalla sua vita e, mentre sentivo la fine del nostro matrimonio, quasi m’inorgoglivo perché per me era la prova della sua inettitudine. Lo disprezzavo e disprezzavo tutti i Pirandello al punto che vietavo ai miei figli, quando erano in Sicilia, di incontrare i nonni e gli zii.

Era già arrivato il 1914 e i venti di guerra che si percepivano turbavano la mia mente già sconvolta. Non sapevo che Stefano avesse già annunciato al padre di volersi arruolare, ma con il presentimento che ogni madre ha, sentivo una terribile angoscia al punto che una notte urlai dal balcone della mia casa di Girgenti. Urlavo contro preti e soldati che mi perseguitavano: erano fantasmi della mia mente malata, ma io credevo di vederli.

Ricordo la confusione e rivedo la scena. I vicini accorrono, chiamano la forza pubblica, chiamano il pretore che ufficialmente dichiara la mia pazzia e ordina di internarmi. Viene avvisato mio marito e lui si precipita. Pur nella mia follia che mi aveva ossessionato contro di lui, appena lo vidi, corsi ad abbracciarlo: avevo capito, da sempre, che lui era la mia forza, il mio sostegno e, perdendo lui, mi sarei persa.

Con la dolcezza e la delicatezza d’animo che gli faceva ricordare la grandezza del suo amore per me, si assunse la responsabilità di riportarmi a Roma e scongiurò il mio internamento.

La pazzia era entrata in casa e nella sua vita.  Non si può dire che io non l’abbia ispirato: scrisse, infatti, di follia e di gelosia. Adesso risento con una nuova consapevolezza le parole di un suo romanzo, Si gira, che così risuonano ”questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di pazzia ragionante, tipica, tipica forma di paranoia, anche con deliri di persecuzione” .

Era il mio ritratto. Ero pazza e la mia pazzia era lui e questa era la vera pazzia perché lui era un puro.

 Stava per finire il 1914. Il 31 Dicembre Stefano si arruolò come volontario e fu poi prigioniero per tre anni. Dopo la partenza di Stefano per la guerra, me ne stavo in disparte a vedere vivere la vita degli altri, non prendendo parte alle piccole gioie famigliari: mi davo da fare solo per preparare i pacchi da inviargli. Ben presto Fausto e Lietta divennero il bersaglio delle mie sfuriate e loro erano sempre dolci con me.

Lietta doveva assistermi e non capivo il tormento di quel continuo quanto inutile dispendio di sé e della sua giovane voglia di vivere: doveva stare accanto a me per ore a ricamare, doveva assaggiare i cibi perché tra le mie fissazioni c’era quella di essere avvelenata, aveva il compito di farmi prendere le medicine, di mettermi a letto. Lei, la figlia, costretta a farmi da madre. Ma io non ero contenta del suo paziente sacrifico, anzi arrivai ad addossarle la mia gelosia perché in simbiosi con il padre. Di fronte a un litigio crudele e per lei umiliante arrivò a tentare il suicidio e dovette abbandonare la casa per sottrarsi alle mie ire e alle mie aggressioni adesso anche violente.

Era giunto il momento di allontanarmi, ma si aspettava che ci fosse anche Stefano. Quando dopo la guerra ritornò a casa, il ricovero fu inevitabile. Non ci fu neanche bisogno di un’ordinanza: era ancora valida quella emanata dal pretore di Girgenti nel 1914.

Nel gennaio 1919 entrai nella casa di cura “Villa Giuseppina” sulla Nomentana a Roma e vi restai per quarant’anni fino alla mia morte, che, come disse mio figlio Fausto, fu  soltanto “l’annullamento di un nulla”.

[II parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Nel 1903 arrivò presto la catastrofe temuta e di quel giorno ho nitidi e chiari ricordi.

Arrivò una lettera da mio suocero ma non indirizzata a me e, non avendo la delicatezza di aspettare mio marito, l’aprii e lessi il disastro che annunziava: si era allagata la grande zolfara di Aragona in cui era stata investita la mia dote e così la mia ricchezza e il vitalizio di cui vivevamo erano andati perduti per sempre.

Rimasi paralizzata nella mia anima e nel corpo. Non riuscii più a camminare e a non avere altra sensazione all’infuori della rabbia contro i Pirandello che mi avevano sfruttato e contro mio marito che non aveva tutelato i miei interessi.

La rabbia divenne la mia malattia: la Portolano che era in me non poteva non impazzire di fronte alla perdita dei soldi, l’unico valore riconosciuto.

Nella mia rabbia folle allora vedevo solo la fine del mio potere, mentre adesso, con questo nuovo sguardo che mi è concesso, vedo che lui si trovò di fronte allo sfacelo della sua vita.

Se avessi amato veramente, avrei saputo sostenerlo e tenere salda la mia famiglia e invece gli rinfacciavo i miei sacrifici che, fatti senza amore, per chi li riceve sono solo condanne senza scampo.

E lui che avrebbe potuto fare di più? Si preparava per il concorso come professore ordinario al Magistero, faceva lezioni private, chiedeva di essere commissario d’esami fuori Roma per avere compensi più alti. Si riscattò con il suo lavoro che gli permetteva di sostenere la famiglia senza il mio aiuto.

Non aveva tempo per la sua Arte eppure riusciva a scrivere mentre mi assisteva di notte alla luce di una lampada attenuata dal paralume per non disturbarmi.

Dal nostro dramma, però, nacque il successo e così arrivò il 1904, l’anno de Il fu Mattia Pascal, il suo primo grande romanzo. Continuò a cercare un senso  ai nostri giorni senza senso nelle storie che la vita gli suggeriva e  così non aveva un attimo di tregua tra il  “vero” lavoro, secondo me, e la  scrittura  per lui vitale.

Stavolta, però, per le novelle che i giornali pubblicavano, veniva pagato e io non potevo più rimproverargli niente. Eppure non ero capace di gioirne: ero immobile nella mente e nella mia anima più che nel corpo.

Ricordo, infatti, la sua felicità per il successo del romanzo che gli veniva riconosciuto  con una serata in suo onore alla Casina Valadier e sento ancora le sue parole con cui mi chiese di accompagnarlo. Era la prima uscita dopo la mia guarigione, ma mi vedevo dimagrita, mi sentivo tanto fragile e mi sentivo fuori posto: non capii quanto per lui fosse importante essere insieme in un ambiente che riconosceva la sua Arte e in un momento che ci ricordava come fossimo riusciti a superare il disastro che ci stava distruggendo. Avrebbe potuto essere l’inizio della nostra nuova vita, indipendente dai nostri genitori, ma io non credevo abbastanza in me né in noi per ricominciare anzi per cominciare a vivere. Quella sera non riuscivo a vedere la vita che rifioriva e sentivo il peso di una vecchiaia invisibile agli occhi degli altri, ma che sentivo dentro di me. Il mio sguardo freddo che quella sera respingeva il suo entusiasmo mi allontanava dalla sua vita che non sarebbe mai stata anche la mia.

Erano già passati dieci anni di matrimonio e io continuavo a non capire che si era veramente innamorato di me e non volevo vedere che l’unico motivo che dava un senso al nostro matrimonio non era, in realtà, la mia dote; anzi  dopo il disastro, non fui capace di dimenticarla non  riuscendo a credere che proprio dal suo essersi dissolta avrei potuto liberare il mio matrimonio dalla catena degli interessi con cui era nato. Sentivo, invece, che perdendo la mia forza economica, non avrei più potuto giustificare l’orgoglio della mia superiorità su di lui: adesso la famiglia non dipendeva dai miei soldi, ma dal guadagno di mio marito.

Ero veramente strana e, se prima lo rimproveravo perché non aveva il ruolo di capofamiglia, ma dipendeva dai miei soldi, accettando di sottomettersi a me, adesso rischiavo di impazzire per non essere più indipendente da lui. E per questo continuavo a essere dura e feroce con lui e farlo sentire in colpa rinfacciandogli i disastrosi investimenti del padre.

Lui mite e umile, versava nelle mie mani tutto lo stipendio, abbassandosi ma con signorilità, a chiedermi i soldi anche per comprare le sigarette. Sapevo amministrare i soldi ma non i sentimenti: come un eterno Minotauro insaziabile non ero contenta mai di niente né di lui, mentre lui sapeva essere grato per quello che avevo potuto permettergli.

Intanto diventava famoso e io, guarendo dalla paralisi del corpo, mi ammalavo di una gelosia maniacale che era una  malattia senza scampo e nella mia pazzia diventavo sempre più aggressiva.

La mia ossessione esplose in una gelosia infernale e obbligai il mio piccolo Stefano a diventarne il paladino : doveva accompagnare il padre quando andava a passeggiare o con gli amici.

Ad un tratto, però, capii che cosa stavo per perdere e proprio per lui si accese una passione irrazionale come ero io e folle fu il mio desiderio di riconquistarlo.

Lui mi riamò, sperando di riportarmi nella normalità, negatami, di donna. Adesso posso dire che fu una pazzia: sì una pazzia credere che il suo amore, anche se immenso, avrebbe potuto salvarmi.

Non fu facile neanche il periodo della tregua. Ero complicata, doppia: fuori gelosa e cattiva, dentro di me paurosa e in attesa di un suo gesto che parlasse di vera intimità.

Lui capì, seppe leggere la mia disperazione come quella di una donna debole e inadeguata e mi riamò cercandomi con tutto se stesso.

Non si stancava di capirmi e cercava sempre di giustificarmi e con delicatezza chiedeva ai figli di assecondarmi, di farmi sentire viva, “ragionando e inventando”, come diceva lui, sintonizzandosi con me e con i miei pensieri. Ma non mi bastava: era sempre un alternarsi di pace e di rabbia e rischiai di farli impazzire.

Sapeva rispondere con dolci pensieri alla mia durezza e provava pietà per me, per la mia giovinezza svanita tra il mio corpo sfiorito dalle gravidanze. Io, invece, posso dire che non gli ho mai dato la possibilità di superare insieme il baratro che inghiottiva la mia mente, anche se lui vi sapeva leggere fino  a dialogare e sapeva ricomporre i miei mille frammenti in una sola persona.

A volte sapevamo essere una coppia. Ricordo una passeggiata, se non sbaglio era il 1906,  come una coppia normale e felice. Il momento felice, però, durava poco: subito, improvvisa e indomabile ritornava l’ossessione della gelosia che mi portava ad avere crisi feroci anche davanti ai miei figli.

Disperato, pensò alla separazione per difenderli e proteggere quella fragile serenità che era rimasta nelle loro vite, ma il pensiero di peggiorare il mio male lo frenava: in fondo mi aveva sempre voluto bene e riusciva a volermene anche dopo le liti.

Ero gelosa della sua Arte come di un’altra donna e trovai un po’ di pace quando, per prepararsi al concorso come professore ordinario al Magistero, tralasciò la sua scrittura.

Così quei “soldi sicuri” che come insegnante riusciva a portare a casa mi resero più serena e tra la tempesta ci fu ancora qualche attimo di pace.

Era il 1908 e ricordo ancora la gioia per la casa più grande di via Palestro in cui ci trasferimmo e dove riuscii a sentirmi serena  con la mia famiglia nonostante fossi a Roma, anzi quell’anno rinunciai alla solita fuga a Girgenti.

Lui riprese a scrivere e ad avere successo ma non riuscivo a esserne felice e mi sentivo ancora  più cupa e gelosa.

La situazione peggiorò quando nel 1909 morì mio padre e io divenni di nuovo ricca della mia eredità ma ancora più povera d’amore.