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per ch’io te sovra te corono e mitrio _ Malinconiche considerazioni dantesche quasi senili

Che la Divina Commedia sia una di quelle grandi opere che s’impara ad amare fuori dai banchi scolastici è una verità indiscussa e che non smetta mai di svelare le innumerevoli facce della verità che racchiude è  un principio altrettanto innegabile. Purtroppo, dal momento che ci è stata consegnata in un linguaggio molto lontano dal nostro e richiede sempre una decifrazione lessicale, la Comedìa dantesca non si prende facilmente  tra le mani nei momenti di distesa lettura che ci possiamo concedere. Insomma se non si è docenti con l’obbligo ministeriale di insegnarla o poveri alunni con lo stesso obbligo di studiarla, non la sfioriamo minimamente, pur consapevoli della grandezza.

Per fortuna ci sono i figli che ancora la studiano a dare l’occasione a qualche genitore o genitrice di riaccostarsi a quelle pagine tanto difficili quanto profonde. È facile immaginare che cosa può accadere in un periodo di fine maggio se una mamma, che non è riuscita a lasciarsi alle spalle il “giovenile” amore  per la letteratura, vede che la propria figlia sta studiando gli ultimi canti del purgatorio per la verifica finale. Per naturale empatia si offre a far ripetere i canti danteschi assegnati,  e, insistendo di fronte ai ripetuti cortesi rifiuti della figlia, riesce a ottenerne il consenso,  estortole più per sfinimento che per necessario bisogno.

Trovato un sacrosanto motivo per accostarsi a Dante, s’immerge nello studio dei canti in questione che sono quelli in cui si conclude il viaggio  nel Purgatorio e, senza  la paura di interrogazioni o la responsabilità di spiegazioni,  si inoltra in una lettura più distesa.

Tra i versi incontrati in questo letterario ritorno di fiamma, ritrova quelli che aveva imparato a memoria e che aveva amato di più per la dolce  e tenera immagine che riuscivano a disegnare e a occhi chiusi li ripete:

 

“Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio.”

(Purgatorio, XXVII, vv. 139 – 142)

 

La loro contestualizzazione riconduce al XXVII canto del Purgatorio, al momento in cui Virgilio, Dante e con loro il poeta Stazio, giungono in cima alla montagna del Purgatorio dopo essere passati attraverso le fiamme, ultima prova che Dante deve superare per liberarsi di tutto il peso del suo limite umano,  vero ostacolo  all’incontro con la Rivelazione verso cui lo accompagnerà Beatrice.

Una parafrasi articolata dei versi che restituisce nel messaggio dantesco tutta la intensità del sentimento di Virgilio così allora risuona: “Non aspettare più una mia parola o un gesto, un accenno a darti la sicurezza che fino a ora hai cercato nel tuo cammino verso la vita. La tua capacità di discernimento è ormai matura, libera dagli ostacoli della tua giovanile immaturità e sarebbe un grave errore non seguirla per ciò io ti nomino signore di te stesso, libero e indipendente dal giudizio degli altri.

Qui Virgilio, in sintesi, riconosce la maturazione di Dante e ne decreta la libertà e l’autonomia di pensiero e di scelta.

Adesso, però, il significato racchiuso dal dolce suono di questi versi appare diverso e svela un’altra faccia della verità che era riuscita a cogliere fino a quel momento. Se quei versi, infatti, erano il sigillo della libertà riconosciuta a Dante, adesso rivelavano anche la voce sommessa ma ferma di Virgilio che, esaurito il suo compito, sa tirarsi indietro.

Con la consapevolezza acquisita da tempo che quello della Divina Commedia è il meno letterario dei mondi evocati,  la mamma con il rigo della lettera cerca subito di tradurre le immagini  suggerite da quei versi in universali  ritratti di vita comune.

L’immagine immediata che prende forma è quella del distacco, necessario per i figli che possono così vivere la loro vita e volare lontano, ma doloroso per chi resta a guardare la loro partenza. Virgilio diventa allora il volto e la voce di padri e madri che a un tratto capiscono che il loro compito non è più quello di guidare i figli, di proteggerli camminando al loro fianco e tenendoli per mano, perché sono già diventati autonomi e sanno camminare da soli. La grandezza di Virgilio appare proprio nel riconoscere la conclusione del suo ruolo e nella consapevolezza non rinnegata di ammettere che Dante non ha più bisogno di una guida e per questo lo nomina signore di se stesso. Con la solennità di un rito sacro Virgilio celebra l’autonomo pensare di Dante,  cioè la sua nuova libertà, conquistata  attraverso un faticoso cammino di crescita e, mentre pronunzia le parole di questa ufficiale investitura, la sua voce sembra forte senza alcuna incrinatura che possa rivelare il sotterraneo  ma non meno forte dolore che prova all’idea dell’imminente e inevitabile separazione da Dante.

Il tempo del suo viaggio alla guida di questo figlio improvvisamente trovato gli ha regalato il prezioso e inestimabile senso della vita che l’essere genitori sa regalare agli uomini e che consiste nell’avere il chiaro e improrogabile obiettivo quotidiano di pensare alla felicità dei figli.

Virgilio non tentenna, non esita anche se che cosa lo attende. Esaurito il suo compito, infatti, dovrà ritornare nel Limbo, monotona e uniforme inesistenza senza tempo da cui era uscito per vivere inattesi giorni di vita da padre. Vi ritornerà cambiato: la sua paternità, infatti, non può essere stata una condizione temporanea, ma una nuova e perenne dimensione esistenziale e per questo la separazione dal figlio gli lascia un vuoto dentro di sé, ma proprio la speranza che Dante, figlio, possa trovare la strada che cercava gli regala un frammento  di felicità da portare con sé nella sua solitudine di sempre.

È doveroso precisare che, mentre la madre filodantesca si perdeva in queste malinconiche considerazioni, la di lei figlia si preparava da sola per la verifica d’italiano per superarla poi brillantemente.

 

 

Armoniosi Accenti

“Armoniosi accenti dal tuo labbro volavano…”

Chissà in che modulazioni  risuonavano gli accenti armoniosi di Luigia Pallavicini, nobildonna genovese, se estasiavano l’udito di Ugo Foscolo al punto che li ricordò in un famosa ode a lei dedicata. Possiamo immaginare un timbro vellutato, sforzarci di sentire musicalità vocaliche e afferrare leggere e rarefatte consonanti che sfioravano, quasi accarezzavano, l’orecchio di chi ascoltava ammaliato.

La matrice  geografica  di questi accenti è molto oltre lo stretto di Messina, lontano da tutta la Magna Grecia e, se si vuole superare il particolarismo regionalistico della Liguria dove andrebbero radicati dal suggerimento foscoliano,  possiamo  collocarli in generale nell’Italia del Nord, ignara e quasi indifferente a tutti i legami culturali e storici  con la grande Grecia del passato  che ogni siciliano che,  ivi emigrato o turista  spensierato, possa rivendicare. Anzi, sembra proprio che il siciliano che passi lo stretto e superi l’accogliente e familiare area geografica dell’Italia meridionale, insomma Napoli e dintorni, senta forte il sentimento di differenza fonetica e cerchi di “italianizzare” il suo parlare, tentando di  conquistare, anche se affannosamente, quegli “armoniosi accenti” per lui difficili. Il primo impatto con la diversità linguistica è legato ad alcuni verbi intransitivi che ogni siciliano che si rispetti usa solo transitivamente: entrare e uscire. Per il nostro siciliano, solito dire anche in italiano entra la macchina nel garage o esci l’acqua dal frigo, si apre un mondo linguistico nuovo quando scopre che il suo improprio uso dei verbi ha nelle formule  metti dentro o tira fuori  un’alternativa mai presa in considerazione prima di quel momento e anche lui allora comincia a tirare fuori dal suo armadio i vestiti  necessari per questa nuova koinè linguistica. Ciò che più lo colpisce, però, è la forza sproporzionata di alcune  sue consonanti  che, a parlare fuori dal natio borgo, sembrano non solo doppie ma triple addirittura. Lui tenta di alleggerirle, ma inutilmente; trattiene il respiro, prova a chiudere la vocale seguente, abbassa il tono di voce, ma niente da fare:  le consonanti escono fuori  prepotenti e superbe a dispetto di ogni regola fonetica. Se invece, in remoti casi, riesce a ingentilire il suono di alcune parole, sente un senso di estraneità a ciò che dice: la parola doccia, correttamente pronunziata, non è la stessa cosa di ddooccia, che nella sua pesante  ed errata pronunzia sembra suggerire  la forte pressione  del getto d’acqua, ovvero “sgriccio”, contro quello misero e parsimonioso evocato dalla sua forma corretta.

Il dilemma fonetico, se sottomettersi all’operazione di rarefazione consonantica, con implicita rinunzia all’orgoglio delle origini, o restare immune alla subdola tentazione omologatrice, si pone se il siciliano è un insegnante elementare che deve far fare ai suoi piccoli alunni il dettato ortografico.

In questo caso non è solo una questione d’identità culturale la scelta di pronunziare  o no le parole in modo pieno e forte: qui bisogna essere onesti foneticamente nei confronti dei bambini che apprendono la forma delle parole  da scrivere proprio dagli accenti più o meno armoniosi  pronunziati dall’insegnante e correrebbero il rischio di scrivere addizzione, orologgio, ppissi-cologo e bbambola. Allora l’insegnante non può che scegliere saggiamente, ma anche se con pazienza certosina cerca di alleggerire i suoni  come meglio può, ha sempre la sensazione di emettere qualche consonante in  più del dovuto e  per questo, quando incontra una gentile signora, mamma di un suo alunno, preoccupata del fatto che suo figlio non sente le doppie, ha un attimo di perplessità: la fissa e, accertatosi che nei suoi occhi non ci sia ironia o sarcasmo, la tranquillizza con parole didatticamente rassicuranti, mentre fra sé pensa nel suo amato, anche se non armonioso accento : ” Si nun li senti ccu mia, so figghiu è turdu!”.   

Per i lettori al di fuori  della Magna Grecia: “Se non le sente con me, suo figlio è sordo!”                                                                   

 

Giuseppe Ungaretti e i Risvegli della maturità

Accade sempre: Litterando va in letargo.

Nonostante le ripetute promesse e assicurazioni di non ricaderci, ciclicamente scompare  per lunghi periodi, anche se  poi improvvisamente si risveglia.

Stavolta il risveglio è stato provocato dalla sua consueta curiosità per la prova d’italiano che i maturandi devono affrontare e dalla facilità con cui può leggere le tracce che il Miur rende visibili su Internet. Grazie all’assoluta spensieratezza del  suo semiserio discorso letterario, come  al solito,  prova a svolgerne una e, dopo una rapida occhiata alle varie proposte ministeriali, sceglie l’analisi e l’interpretazione della poesia Risvegli di Giuseppe Ungaretti, rendendosi conto dopo un po’ che il titolo, a questo punto non casuale, sembrerebbe confermare il famoso detto  “nomen omen”.  Anche se si tratta di un gioco, Litterando vuole essere abbastanza fedele alle indicazioni contenute nella traccia e le legge con attenzione trovando un vero motivo di sollievo nella consentita possibilità di  “costruire un unico discorso che comprenda le risposte alle domande proposte” che in verità, a prima vista, nella loro martellante cadenza davano più l’idea di una lista della spesa.

Prima di passare al testo vero e proprio si sofferma su una brevissima ma significativa indicazione, Giuseppe Ungaretti, da L’Allegria. Il porto sepolto, che subito appare come un segno della benevolenza ministeriale perché, oltre a riportare il nome dell’autore, rimanda alla raccolta da cui è tratta, semplificando gli sforzi di memoria dei maturandi. Il porto sepolto, se immediatamente si presenta come la raccolta delle poesie scritte dal poeta tra il 1915 e il 1916 diventata poi una delle sezioni di cui si compone la definitiva raccolta L’Allegria del 1942, fa poi riaffiorare la valenza simbolica cui allude il poeta. Da leggendaria presenza di un porto sepolto nelle profondità del mare di Alessandria d’Egitto, infatti, diventa immagine di un profondo e misterioso luogo dell’anima che resta sconosciuto fino a quando la poesia non lo fa riemergere.

Dopo queste premesse Litterando si accosta direttamente al testo della poesia da analizzare che così si presenta.

Risvegli

Mariano il 29  giugno 1916

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda 

fuori di me


Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse


Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito


Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto


Ma Dio cos’è?


E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta


E si sente
riavere

A questo punto fingendo di dover affrontare la prova dell’analisi e dell’interpretazione richieste immagina di scrivere così come se fosse tra maturandi.

Mariano 29 giugno 1916. La precisazione del luogo e della data di composizione ci conduce sul Carso in piena zona di guerra dove troviamo Ungaretti in trincea,  in prima linea, e appare come un chiaro invito del poeta a contestualizzare la poesia per poterla comprendere.

Allora sembra più facile immaginare che quei versi siano le notturne parole sommesse di chi, per non morire dentro, mentre fuori tutto parla di morte, si aggrappa al filo della memoria per avere così, solo attraverso il ricordo, la certezza di aver vissuto ogni istante in un altro tempo, in un’epoca profondamente sentita ma che adesso è lontana, fuori da se stesso.  E proprio in questa lontananza può ritornare con il ricordo inseguendo le vite che ha vissuto  e che si sono perse.  Dall’onirico recupero del passato attraverso la memoria, il poeta si desta in un bagno di care cose consuete e assapora la dolcezza del regalo avuto. L’essere adesso raddolcito gli dà un senso di armonica  relazione con ciò che lo circonda e lo porta a seguire il gioco delle nuvole. Le rincorre guardandole attentamente mentre cambiano forma come se si sciogliessero. In questi versi prevale il valore semantico di questa nuova dolcezza che si riesce a cogliere nel verbo rincorro in cui sembra evocata la  spensierata gioia di ragazzi e  nell’ avverbio dolcemente. La dolcezza è anche distensione con cui l’animo recupera tutti coloro che ha amato e ama  senza distinguere  i vivi dai morti, ma il poeta avverte l’errore di questa distrazione  e sente la mancanza di chi non c’è più.

Entra in gioco di nuovo la morte che è il filo conduttore della guerra da cui il poeta si era allontanato attraverso il ricordo della vita vissuta in un’epoca esistita ma lontana.

La morte e l’orrore cui si accompagna è lacerazione, frattura di  quell’armonia che dava pace. Ecco la domanda: Ma Dio cos’è? Che è più dolorosa dell’altra formulazione Dio chi è ? Nell’evocare, infatti,  un’idea costruita dall’uomo, invece che rimandare all’immagine di Padre o  di Madre anche se troppe volte dal volto di Matrigna leopardianamente indifferente all’uomo, sembrerebbe un’affermazione della sua non esistenza. Come potrebbe tollerare, infatti, la morte e l’orrore che la guerra dissemina, se Dio esistesse? Ma, nel chiedersi questo, l’io del poeta, io lirico, armonicamente composto e in relazione con ciò che è intorno a lui si spezza e diventa un frammento di ogni creatura che, tremando, si pone la stessa domanda presagendone la risposta. E mentre resta ferma e atterrita dallo sgomento di scoprire che nessuno potrà rassicurarla di fronte al Nulla, al Non Dio, l’universale creatura in cui si è scomposto l’io del poeta, non sente una risposta razionale, ma apre gli occhi dell’anima e contempla le gocciole di stelle riuscendo ad accoglierle insieme alla pianura silenziosa. Questa interpretazione della parola muta come aggettivo appare preferibile all’altra che  la  tradurrebbe  con il verbo si trasforma:  così, infatti, riesce a suggerire l’immagine che proprio il silenzio, reso dall’assenza di parola un’ ininterrotta estensione di  infinito di cui sentirsi di nuovo partecipi,  basti ad allontanare la morte. E così la creatura che la consapevolezza  e il terrore della morte avevano chiuso alla vita  sente di  poter rivivere ancora.

La poesia, quindi, come è annunciato dal titolo, dà voce a una  delle facce che l’esperienza della guerra mostra al poeta: il risveglio della vita nonostante le scene di morte. La forza della vita che qui emerge allora è la stessa che si era già sentita in quel “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” della poesia Veglia del 1915, la stessa anche del semplice ma potente “M’illumino d’immenso” che seguirà in Mattinata del 1917.

Tutto questo viene detto con parsimonia di parole, con la scelta esatta di quelle che possono svelare direttamente anche se non apertamente il sentimento che il poeta prova. Come nel consueto stile ungarettiano, anche qui i versi sono liberi da rime e ineguali nella loro misura oscillando tra la brevità una sola parola e l’estendersi fino all’endecasillabo del verso 6.

La sintassi è semplice, si piega al dominio incontrastato della parola. È lei, infatti, che pur nella sua essenzialità guida il discorso, sostituendosi alla punteggiatura cosicché le pause e i legami  necessari sono racchiusi nel  suo respiro. Semplice ma non sciatto, lo stile ungarettiano conosce le figure retoriche, le alleggerisce e le adopera per dare alle parole ancora più risonanza. I forti enjambements del verso 8 e del verso 15,  che semanticamente sono accomunati dal tema del ricordo, nello spezzare metricamente la continuità logica del pensiero, rendono più chiara la frattura esistente tra realtà vissuta e quella ricordata, mentre l’analogico o metaforico accostamento di  bagno di care cose consuete  del verso 8 e soprattutto di  gocciole di stelle del verso 23 regala  un sussurro di  inaspettata dolcezza.

 

 

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Letteratura e vita

Gli esami non finiscono mai

Se Edmondo De Amicis tornasse a scuola

Ci sono dei libri che si ricordano sempre. Uno di questi è Cuore di Edmondo de Amicis, disdegnato con irriverente ironia da chi vi trova solo uno stucchevole e anacronistico sentimentalismo, ma per fortuna anche amato dai semplici e comuni lettori che vi ritrovano un poetico narrare di storie e cose semplici legate alla scuola elementare.  Grazie all’autore, il maestro Perboni, la Maestrina dalla penna rossa o il povero Franti, usciti da questo piccolo mondo, hanno perduto la loro storicità e materialità per diventare personaggi letterari e quindi figure immortali che non temono più il passare del tempo. A loro se ne sarebbero aggiunti molti altri se qualcun altro fosse stato capace di raccontare la scuola elementare con parole nuove ma dall’antico sapore e farla rivivere nelle pagine di un libro con un avvincente respiro poetico.

Ogni scuola che con nostalgico rimpianto ci ostiniamo a chiamare elementare invece che primaria, infatti, ha storie e figure da immortalare e, se Edmondo de Amicis tornasse, troverebbe tanto da raccontare.

(foto di repertorio)


Ciò che è impossibile nella vita reale, per fortuna, può avvenire nei pensieri che si nutrono d’immaginazione e, chiudendo per un attimo gli occhi, sì proprio gli occhi  con cui la ragione guarda la realtà e la sua veridicità ci appare proprio la figura appena evocata che avanza con elegante lentezza e con chiaro disorientamento che ci sembra abbastanza comprensibile se si pensa al salto temporale che è stato chiamato a fare.

Ha un volto abbastanza pieno, i baffi folti, scuri gli occhi profondi, indagatori e nello stesso tempo buoni e  appare più vecchio dei giovanili suoi coetanei del XXI secolo e non solo per il suo serio vestito che la moda di fine 800 voleva elegante ma   poco frivolo. Con il suo svettante cilindro e appoggiato con piacevole leggerezza sul suo bastone da passeggio si aggira tra corridoi di una scuola elementare richiamato dal silenzioso ma non per questo meno potente desiderio di chi ha sperato che lui potesse celebrare e immortalare la vita tra i banchi.

Pensava fosse più semplice, ma adesso tra le innegabili e inevitabili trasformazioni che la storia e i suoi anni hanno portano, teme di non ritrovare  i motivi poetici su cui soffermarsi e vorrebbe tornare indietro e lasciare l’impresa. Ma ecco che inaspettatamente sente “Il piacevole rumore del gesso“ su qualche vecchia lavagna di ardesia, eroica superstite di un mondo in cui dominano le nuove e più allettanti LIM.  

Seguendolo allora entra in un’aula dove lui, invisibile, si  sofferma a osservare la vita che scorre nei luoghi in cui i bambini abitano.  Nota con immediata disapprovazione che sotto la cattedra non c’è più la pedana che materializzava l’indiscutibile autorità degli insegnanti, che adesso gli sembra del tutto cancellata proprio dal più confidenziale dei pronomi che, inorridendo, ha  sentito rivolgere ai maestri dagli alunni; trova meno ordine, meno esercitazioni di bella scrittura, e quasi si smarrisce di fronte ai nuovi registri elettronici, dove basta sfiorare dei tasti scrivere e collocare le parole al loro posto senza la fatica di una scrittura ordinata e precisa.

Disorientato, ma anche incuriosito resta nel suo angolo d’osservazione e, anche se non può fare a meno di biasimare gli orari estenuanti che impongono a scolari troppo piccoli di passare  otto ore a scuola e le troppo numerose figure didattiche che entrano in una classe, riesce tuttavia a  sentire nelle voci dei bambini e dei loro insegnanti una dolcezza nostalgica a lui nota e familiare che non può non invogliarlo a scrivere altre pagine da aggiungere al suo noto libro.

Continua così per giorni, settimane e  mesi fino a quando nei primi giorni di giugno  entra in una classe V e qui sente la forza del ricordo di maestri e maestre che ripercorrono gli anni passati con i loro alunni un tempo bambini e adesso già ragazzini  con nuovi visi e nuovi corpi da preadolescenti. Il suo compito si fa chiaro: dovrebbe dare loro parole capaci di fermare il tempo e fissarlo in immagini nitide in grado di restituire pezzi di vita che, quasi impercettibilmente, è scivolata via ed è andata sempre più in avanti.

Tocca quasi con mano la malinconia già palpabile degli ultimi giorni scolastici, la frenesia per lo spettacolo di fine anno, le prove continue, le voci squillanti e fresche di un genuino calore che solo i bambini sanno avere. Gli si umidiscono gli occhi, mentre sente i bambini cantare gli auguri alla maestra per il suo compleanno, vede i disegni con la torta e i cartelloni di auguri e si accorge   delle lacrime dei piccoli grandi alunni commossi nel leggere la lettera di saluti dedicata a ognuno di loro.

Poi, meravigliato e quasi incredulo, sbirciando tra le righe  che una bambina ha dedicato alle maestre riesce a leggere dei versi di Petrarca e Leopardi  cui è stato affidato il compito di esprimere i sentimenti ingenui e profondi che i piccoli sono capaci di provare ma per i quali servono le parole dei poeti, i veri.

Immobile resta a guardare le maestre che, a loro volta, come a voler fermare il tempo fissano in silenzio  i loro piccoli. Poi le segue quando arrivano gli abbracci calorosi, forti e avvolgenti nel momento del distacco, mentre il suono della ben nota campanella scandisce il momento dell’uscita definitiva dalla scuola.

Sente la paura che i maestri e le maestre provano nel lasciare che i loro alunni prendano strade lontano dalla loro guida e ne comprende l’amara consapevolezza di non poter fermare le inevitabili trasformazioni che porteranno i loro un tempo piccoli alunni in mondi molto lontani dall’atmosfera rassicurante delle elementari.

Immagina già con le sue parole come fare dei maestri di oggi dei nuovi maestri “Perboni” e delle maestre delle altre “maestrine dalla penna rossa” e vorrebbe cancellare la triste immagine del suo Franti grazie ad altre storie commoventi ma non tristi. Ha già chiaro tutto e vuole mettersi all’opera, ma, a un tratto,  sente un forte vento da cui viene spinto sempre più fuori dall’aula in cui si era rintanato e, nonostante i suoi inutili tentativi di aggrapparsi alla cattedra, ai banchi per poter restare, non ce la fa e svanisce.

Chi ne aveva invocato l’inverosimile l’intervento, infatti, ha aperto gli occhi sulla realtà e ha spento quelli dell’immaginazione, non senza chiedersi questo: “Se Edmondo de Amicis tornasse a scrivere pagine sulla scuola, quella elementare, come scriverebbe tutto questo?”.

 

[III parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Ero diventata  davvero indipendente e libera di scappare da casa. Con la nuova ricchezza ero più irrequieta, nomade alla ricerca perenne di ciò che non ero. S’intensificarono i viaggi per la Sicilia che imposero ai miei figli continui cambiamenti dalla scuola agli amici, ma io sembravo indifferente: in me prevaleva l’orgoglio di essere una Portolano, adesso una ricca proprietaria. Dovevo e volevo esercitare il mio potere proprio in Sicilia, allora ridiventavo mio padre e ne assumevo la durezza.

Non mi fermavano le obiezioni di mio marito che mi ripeteva che, così facendo, stavo per disgregare la nostra famiglia, del resto lui, nell’illusione che a Girgenti avrei trovato la pace sperata, non si opponeva.

Non era ancora pronto alla separazione definitiva e nell’estate del 1911 mi raggiunse a Girgenti per riportarmi a Roma, ma non senza propormi una tregua e cercare un accordo. Si arrivò a un compromesso: lui avrebbe dato più importanza al mio ruolo economico e io avrei avuto più considerazione per il suo bisogno letterario.

Rientrai a Roma fiduciosa nel nuovo inizio atteso con tutta me stessa, ma dalla calma siciliana passai a una nuova crisi che gli suggerì un’ipotesi di separazione.

Di fronte alla sua determinazione di staccarsi da me, io puntualmente ritornavo a essere più trattabile e a voler salvare il matrimonio, ma non era semplice: era un continuo alternarsi di alti e bassi, di pace e guerra. Approfittando della sua pazienza, come avevo sempre fatto, avanzavo pretese inconciliabili con la ricostruzione della famiglia: i miei figli dovevano stare con me in Sicilia.

Quando lui capì che non poteva più restare al mio servizio, si spezzò l’idea di salvare la famiglia e sentì allora all’improvviso il peso di ciò che avevo preteso: strapparlo dalla sua Arte.

Forte dell’arroganza del mio riconquistato potere economico, cercai spietatamente di separarlo dai figli.

Lui allora vacillò e cominciò a sentirsi in balia della mia follia, rassegnandosi ad accettare che doveva liberarsi di me per vivere.

Si allontanò, rinunziando a ogni vano tentativo di salvarmi: mi allontanò dal suo cuore e divenni allora solo “ la pazza”.

Stanco ormai di essere paziente e vittima senza mai tregua, s’impose di essere forte contro la mia insaziabile voracità e io divenni una nemica da allontanare per difendere i figli. Anche loro erano contro di me, ma lo meritavo. Non volevano radicarsi a Girgenti: Stefano preferì restare a Roma con il padre, Fausto lo seguì e con me, in quell’anno, il 1913, rimase solo Lietta.

Lavorò ancora di più per mantenerli senza il mio aiuto. Si umiliò a chiedere i soldi agli amici, mentre io m’inorgoglivo di essere la ricca  Antonietta Portolano che  sapeva gestire i suoi affari da sola e senza il suo aiuto.

 Passava il tempo e più stavo lontano da lui, tanto più mi staccavo dal suo mondo e dalla sua vita e, mentre sentivo la fine del nostro matrimonio, quasi m’inorgoglivo perché per me era la prova della sua inettitudine. Lo disprezzavo e disprezzavo tutti i Pirandello al punto che vietavo ai miei figli, quando erano in Sicilia, di incontrare i nonni e gli zii.

Era già arrivato il 1914 e i venti di guerra che si percepivano turbavano la mia mente già sconvolta. Non sapevo che Stefano avesse già annunciato al padre di volersi arruolare, ma con il presentimento che ogni madre ha, sentivo una terribile angoscia al punto che una notte urlai dal balcone della mia casa di Girgenti. Urlavo contro preti e soldati che mi perseguitavano: erano fantasmi della mia mente malata, ma io credevo di vederli.

Ricordo la confusione e rivedo la scena. I vicini accorrono, chiamano la forza pubblica, chiamano il pretore che ufficialmente dichiara la mia pazzia e ordina di internarmi. Viene avvisato mio marito e lui si precipita. Pur nella mia follia che mi aveva ossessionato contro di lui, appena lo vidi, corsi ad abbracciarlo: avevo capito, da sempre, che lui era la mia forza, il mio sostegno e, perdendo lui, mi sarei persa.

Con la dolcezza e la delicatezza d’animo che gli faceva ricordare la grandezza del suo amore per me, si assunse la responsabilità di riportarmi a Roma e scongiurò il mio internamento.

La pazzia era entrata in casa e nella sua vita.  Non si può dire che io non l’abbia ispirato: scrisse, infatti, di follia e di gelosia. Adesso risento con una nuova consapevolezza le parole di un suo romanzo, Si gira, che così risuonano ”questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di pazzia ragionante, tipica, tipica forma di paranoia, anche con deliri di persecuzione” .

Era il mio ritratto. Ero pazza e la mia pazzia era lui e questa era la vera pazzia perché lui era un puro.

 Stava per finire il 1914. Il 31 Dicembre Stefano si arruolò come volontario e fu poi prigioniero per tre anni. Dopo la partenza di Stefano per la guerra, me ne stavo in disparte a vedere vivere la vita degli altri, non prendendo parte alle piccole gioie famigliari: mi davo da fare solo per preparare i pacchi da inviargli. Ben presto Fausto e Lietta divennero il bersaglio delle mie sfuriate e loro erano sempre dolci con me.

Lietta doveva assistermi e non capivo il tormento di quel continuo quanto inutile dispendio di sé e della sua giovane voglia di vivere: doveva stare accanto a me per ore a ricamare, doveva assaggiare i cibi perché tra le mie fissazioni c’era quella di essere avvelenata, aveva il compito di farmi prendere le medicine, di mettermi a letto. Lei, la figlia, costretta a farmi da madre. Ma io non ero contenta del suo paziente sacrifico, anzi arrivai ad addossarle la mia gelosia perché in simbiosi con il padre. Di fronte a un litigio crudele e per lei umiliante arrivò a tentare il suicidio e dovette abbandonare la casa per sottrarsi alle mie ire e alle mie aggressioni adesso anche violente.

Era giunto il momento di allontanarmi, ma si aspettava che ci fosse anche Stefano. Quando dopo la guerra ritornò a casa, il ricovero fu inevitabile. Non ci fu neanche bisogno di un’ordinanza: era ancora valida quella emanata dal pretore di Girgenti nel 1914.

Nel gennaio 1919 entrai nella casa di cura “Villa Giuseppina” sulla Nomentana a Roma e vi restai per quarant’anni fino alla mia morte, che, come disse mio figlio Fausto, fu  soltanto “l’annullamento di un nulla”.

[II parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Nel 1903 arrivò presto la catastrofe temuta e di quel giorno ho nitidi e chiari ricordi.

Arrivò una lettera da mio suocero ma non indirizzata a me e, non avendo la delicatezza di aspettare mio marito, l’aprii e lessi il disastro che annunziava: si era allagata la grande zolfara di Aragona in cui era stata investita la mia dote e così la mia ricchezza e il vitalizio di cui vivevamo erano andati perduti per sempre.

Rimasi paralizzata nella mia anima e nel corpo. Non riuscii più a camminare e a non avere altra sensazione all’infuori della rabbia contro i Pirandello che mi avevano sfruttato e contro mio marito che non aveva tutelato i miei interessi.

La rabbia divenne la mia malattia: la Portolano che era in me non poteva non impazzire di fronte alla perdita dei soldi, l’unico valore riconosciuto.

Nella mia rabbia folle allora vedevo solo la fine del mio potere, mentre adesso, con questo nuovo sguardo che mi è concesso, vedo che lui si trovò di fronte allo sfacelo della sua vita.

Se avessi amato veramente, avrei saputo sostenerlo e tenere salda la mia famiglia e invece gli rinfacciavo i miei sacrifici che, fatti senza amore, per chi li riceve sono solo condanne senza scampo.

E lui che avrebbe potuto fare di più? Si preparava per il concorso come professore ordinario al Magistero, faceva lezioni private, chiedeva di essere commissario d’esami fuori Roma per avere compensi più alti. Si riscattò con il suo lavoro che gli permetteva di sostenere la famiglia senza il mio aiuto.

Non aveva tempo per la sua Arte eppure riusciva a scrivere mentre mi assisteva di notte alla luce di una lampada attenuata dal paralume per non disturbarmi.

Dal nostro dramma, però, nacque il successo e così arrivò il 1904, l’anno de Il fu Mattia Pascal, il suo primo grande romanzo. Continuò a cercare un senso  ai nostri giorni senza senso nelle storie che la vita gli suggeriva e  così non aveva un attimo di tregua tra il  “vero” lavoro, secondo me, e la  scrittura  per lui vitale.

Stavolta, però, per le novelle che i giornali pubblicavano, veniva pagato e io non potevo più rimproverargli niente. Eppure non ero capace di gioirne: ero immobile nella mente e nella mia anima più che nel corpo.

Ricordo, infatti, la sua felicità per il successo del romanzo che gli veniva riconosciuto  con una serata in suo onore alla Casina Valadier e sento ancora le sue parole con cui mi chiese di accompagnarlo. Era la prima uscita dopo la mia guarigione, ma mi vedevo dimagrita, mi sentivo tanto fragile e mi sentivo fuori posto: non capii quanto per lui fosse importante essere insieme in un ambiente che riconosceva la sua Arte e in un momento che ci ricordava come fossimo riusciti a superare il disastro che ci stava distruggendo. Avrebbe potuto essere l’inizio della nostra nuova vita, indipendente dai nostri genitori, ma io non credevo abbastanza in me né in noi per ricominciare anzi per cominciare a vivere. Quella sera non riuscivo a vedere la vita che rifioriva e sentivo il peso di una vecchiaia invisibile agli occhi degli altri, ma che sentivo dentro di me. Il mio sguardo freddo che quella sera respingeva il suo entusiasmo mi allontanava dalla sua vita che non sarebbe mai stata anche la mia.

Erano già passati dieci anni di matrimonio e io continuavo a non capire che si era veramente innamorato di me e non volevo vedere che l’unico motivo che dava un senso al nostro matrimonio non era, in realtà, la mia dote; anzi  dopo il disastro, non fui capace di dimenticarla non  riuscendo a credere che proprio dal suo essersi dissolta avrei potuto liberare il mio matrimonio dalla catena degli interessi con cui era nato. Sentivo, invece, che perdendo la mia forza economica, non avrei più potuto giustificare l’orgoglio della mia superiorità su di lui: adesso la famiglia non dipendeva dai miei soldi, ma dal guadagno di mio marito.

Ero veramente strana e, se prima lo rimproveravo perché non aveva il ruolo di capofamiglia, ma dipendeva dai miei soldi, accettando di sottomettersi a me, adesso rischiavo di impazzire per non essere più indipendente da lui. E per questo continuavo a essere dura e feroce con lui e farlo sentire in colpa rinfacciandogli i disastrosi investimenti del padre.

Lui mite e umile, versava nelle mie mani tutto lo stipendio, abbassandosi ma con signorilità, a chiedermi i soldi anche per comprare le sigarette. Sapevo amministrare i soldi ma non i sentimenti: come un eterno Minotauro insaziabile non ero contenta mai di niente né di lui, mentre lui sapeva essere grato per quello che avevo potuto permettergli.

Intanto diventava famoso e io, guarendo dalla paralisi del corpo, mi ammalavo di una gelosia maniacale che era una  malattia senza scampo e nella mia pazzia diventavo sempre più aggressiva.

La mia ossessione esplose in una gelosia infernale e obbligai il mio piccolo Stefano a diventarne il paladino : doveva accompagnare il padre quando andava a passeggiare o con gli amici.

Ad un tratto, però, capii che cosa stavo per perdere e proprio per lui si accese una passione irrazionale come ero io e folle fu il mio desiderio di riconquistarlo.

Lui mi riamò, sperando di riportarmi nella normalità, negatami, di donna. Adesso posso dire che fu una pazzia: sì una pazzia credere che il suo amore, anche se immenso, avrebbe potuto salvarmi.

Non fu facile neanche il periodo della tregua. Ero complicata, doppia: fuori gelosa e cattiva, dentro di me paurosa e in attesa di un suo gesto che parlasse di vera intimità.

Lui capì, seppe leggere la mia disperazione come quella di una donna debole e inadeguata e mi riamò cercandomi con tutto se stesso.

Non si stancava di capirmi e cercava sempre di giustificarmi e con delicatezza chiedeva ai figli di assecondarmi, di farmi sentire viva, “ragionando e inventando”, come diceva lui, sintonizzandosi con me e con i miei pensieri. Ma non mi bastava: era sempre un alternarsi di pace e di rabbia e rischiai di farli impazzire.

Sapeva rispondere con dolci pensieri alla mia durezza e provava pietà per me, per la mia giovinezza svanita tra il mio corpo sfiorito dalle gravidanze. Io, invece, posso dire che non gli ho mai dato la possibilità di superare insieme il baratro che inghiottiva la mia mente, anche se lui vi sapeva leggere fino  a dialogare e sapeva ricomporre i miei mille frammenti in una sola persona.

A volte sapevamo essere una coppia. Ricordo una passeggiata, se non sbaglio era il 1906,  come una coppia normale e felice. Il momento felice, però, durava poco: subito, improvvisa e indomabile ritornava l’ossessione della gelosia che mi portava ad avere crisi feroci anche davanti ai miei figli.

Disperato, pensò alla separazione per difenderli e proteggere quella fragile serenità che era rimasta nelle loro vite, ma il pensiero di peggiorare il mio male lo frenava: in fondo mi aveva sempre voluto bene e riusciva a volermene anche dopo le liti.

Ero gelosa della sua Arte come di un’altra donna e trovai un po’ di pace quando, per prepararsi al concorso come professore ordinario al Magistero, tralasciò la sua scrittura.

Così quei “soldi sicuri” che come insegnante riusciva a portare a casa mi resero più serena e tra la tempesta ci fu ancora qualche attimo di pace.

Era il 1908 e ricordo ancora la gioia per la casa più grande di via Palestro in cui ci trasferimmo e dove riuscii a sentirmi serena  con la mia famiglia nonostante fossi a Roma, anzi quell’anno rinunciai alla solita fuga a Girgenti.

Lui riprese a scrivere e ad avere successo ma non riuscivo a esserne felice e mi sentivo ancora  più cupa e gelosa.

La situazione peggiorò quando nel 1909 morì mio padre e io divenni di nuovo ricca della mia eredità ma ancora più povera d’amore.

Antonietta Pirandello nata Portolano

Credo che non ci sia bisogno di una presentazione ufficiale. Il mio nome, legato indissolubilmente alla fama di mio marito, è abbastanza conosciuto anche se accompagnato da considerazioni non lusinghiere, racchiuse in un un’unica e spietata parola: “ pazza”.  Chi sia stata veramente, il male che ho fatto, il bene che ho voluto e quello che non ho voluto lo capisco adesso, riuscendo a leggerlo in questa nuova dimensione senza tempo in cui mi trovo, in quest’attimo che “si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una sospensione d’ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano all’improvviso illuminate e precise le cose essenziali, una volta e per sempre”. In questa nuova dimensione che mi ha avvicinato a ciò che ho sempre fuggito, prendo in prestito le parole di Luigi Pirandello, mio marito, che riescono così bene a dare voce ai miei pensieri e questo nuovo dialogo mi ferisce come il più feroce dei rimorsi, se ripenso a quanto nella vita di un tempo proprio io abbia disprezzato la sua Arte, vantandomi  con vano orgoglio di non avere mai  voluto leggere  niente di ciò che scriveva.

Ma ora ne ho bisogno anche per trovare un senso a questo non essere più; per trovare  le parole capaci di dire la pena di non poter vivere più …senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa…È questo morire”. 

Paradossalmente io che non sono riuscita a vivere quando potevo e dovevo ora non mi arrendo alla morte e vorrei vivere d’altro.  Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco…” 

Se non in un geranio almeno vorrei vivere nelle parole per raccontarmi. Non pretendo di trovare benevolenza, ma chiedo di non essere condannata: ci ha già pensato la vita o ci sono riuscita io, avendo già pagato non vivendo ciò che avevo avuto la fortuna di avere.

La mia storia inizia il 25 febbraio 1872 a Girgenti ed è subito segnata dalla tristezza, legandosi al filo contorto della gelosia. Restai, infatti, presto orfana perché mia madre morì di parto: la gelosia di mio padre, che sapeva renderlo brutale come una bestia, non permise a nessun medico di assisterla.

 Venni chiusa  presto in collegio dove la mia educazione fu affidata alle suore e forse da quegli anni ho portato con me  per sempre l’ostinato disprezzo per la sua Arte, per un’attività che non ha le solide radici concrete e  che – mi dicevano – può non essere morale.

Passarono gli anni rendendo la mia età ormai adatta al matrimonio, l’unico obiettivo per me possibile, dal momento che l’idea di un  lavoro mio non mi sfiorava minimamente.

Ero anche bella allora. Slanciata, con un viso regolare circondato da capelli castani e gli occhi neri come la mia anima malinconica che spesso m’intristiva senza che ne capissi la ragione.

Ero anche un buon partito: portavo in dote 70.000 lire e fu facile per mio padre combinare il mio matrimonio con il figlio di Stefano Pirandello, suo socio nel commercio dello zolfo.

Seppi così che il mio promesso sposo era un giovane scrittore, non adatto al commercio né intenzionato a restare in Sicilia: viveva, infatti, a Roma in cerca di quella sospirata fortuna letteraria che ancora non era arrivata e capii che anche io avrei dovuto trasferirmi lì. La paura di lasciare la mia casa, che all’inizio mi aveva gettato in una grande agitazione sembrò sparire quando vidi la sua foto che, facendomi innamorare subito, mi rese più sicura del mio futuro.

Il fidanzamento fu travagliato per mancati accordi tra mio padre e il futuro sposo, ma io mi ostinavo a volere solo lui e rifiutai altre proposte così che mio padre accettò il matrimonio già promesso.

Iniziò un appassionato corteggiamento epistolare, io non riuscivo a stare dietro al suo ritmo e non solo per il numero di lettere che inviava, ma anche nell’entusiasmo che mostrava. Ero avara di parole e lui se ne rammaricava. Il mio cuore non era di pietra, ma le sue parole mi spaventavano: temevo di non essere all’altezza di ciò che mi chiedeva. Lui sentiva che questo matrimonio, nato come uno dei tanti “ amori senza amore ” per la mia dote che gli avrebbe consentito di scrivere senza dipendere dal padre, diventava importante: s’innamorò veramente di me e amava il suo essersi innamorato, immaginando che io potessi riportarlo fuori dal “ labirinto” in cui si era chiusa la sua esistenza.

Il 27 gennaio 1894 ci sposammo, lui era felice e lo fu anche di fronte agli imprevisti che ci accolsero a Roma: la casa di via Sistina non era riscaldata, mancavano i materassi, i bagagli non erano arrivati. Io non seppi sorridere a ciò, non riuscivo, come del resto ho sempre fatto, a essere felice solo della sua vicinanza e solo adesso capisco che invece avrei dovuto imparare a vivere con più leggerezza.  Il mio difetto più grande era proprio la malinconia, che mi portava a chiudermi al presente: non riuscivo a condividere i suoi sogni artistici e disprezzavo la sua arte; non volevo ricevere in casa i suoi amici con cui amava intrattenersi in incontri letterari. Invece di aprirmi alla sua vita preferivo appartarmi in un’altra stanza dove da sola restavo a cucire e a lamentarmi tra me per quella vita che non mi apparteneva.

Ben presto arrivarono i figli, Stefano, Lietta e Fausto: tre in quattro anni dal 1895 al 1899.  Di quegli anni riesco a isolare dei momenti sereni, anche se non mancavano i miei soliti sbalzi d’umore. Riuscivo anche a trovare il tempo e il piacere di scrivere alle mie cognate. Mi piaceva prendermi cura della casa e sapevo scherzare sulla mancanza di pulizia della domestica. Anche se sembrerà strano, amavo l’Operetta ed è una prova, anche se effimera, che in qualche attimo della mia vita è pur esistito un piccolo spiraglio di luce tra la mia cupezza. Crescere tre figli da sola, però, senza l’aiuto delle grandi famiglie cui siamo abituati noi siciliani, non fu facile e i miei disturbi nervosi ne risentirono.  Tra l’altro i problemi economici che si presentarono mi esasperavano e mi portarono a esasperarlo: i soldi della mia dote, infatti, erano stati investiti nelle miniere di zolfo del padre che avrebbe dovuto versare 7.000 lire ogni mese, cosa che, però, non sempre avveniva con puntualità. Non si viveva agiatamente e  così io non riuscivo a staccarmi dall’idea di  ricchezza e concretezza che mi aveva trasmesso la mia famiglia. Riemergeva la mia fisionomia di donna strana, ritornavano le mie ombre e le mie collere, sentivo in me la forza di ossessioni che m’impedivano di dialogare con lui.

Non riuscivo ad apprezzare la sua sensibilità e la sua signorilità, anzi, mi appariva un segno di debolezza. Che pazzia! Quasi mi arrabbiavo per l’importanza che mi dava: io non ero abituata; ero stata educata a vedere l’uomo come il più forte nella famiglia e lui non era così.  Non sapevo apprezzare il suo lavoro perché non portava “ soldi “, anzi pensavo che non lavorasse per cose serie.

In uno dei miei scatti d’ira, il cui ricordo adesso mi è insopportabile, l’ho definito “ mignatta”, sanguisuga, sputandogli in faccia il mio disprezzo per la sua povertà e per la sua dipendenza dai miei soldi; lui, umiliato, si diede da fare e riuscì a guadagnare poche lire al mese come  professore supplente al Magistero e, anche se solo nei ritagli di tempo,  riuscì a scrivere non poche novelle.

Mi pentivo poi delle mie sfuriate e chiedevo di essere aiutata.

Conobbi un periodo di tregua grazie a una cura medica contro la nevrastenia che si era aggravata dopo il difficile parto di Fausto nel 1899.  In quegli anni ero consapevole del mio malessere, come scrissi in una lettera, e riuscivo anche a essere tenera in famiglia e lo dimostrai.

Nel 1899 andammo in Sicilia per la nostra villeggiatura estiva, ma fummo accolti dalla sconfortante notizia degli affari di Stefano, mio suocero: le cose alla zolfara non andavano per niente bene e i versamenti della mia rendita ne avrebbero risentito. Ritornati a Roma, infatti, ne trovammo la conferma ma, anche se non ricevevamo più i soldi della mia rendita in quei giorni -era il 1901 credo-  fui davvero “ amorosa e coraggiosa” , come disse lui alla sorella. La forza d’animo, però, non era la mia vera virtù e la crisi economica di Stefano che non sembrava risolversi minacciava la mia calma e la mia pace.