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Socrus, ovvero la suocera (II parte)

Non così mite e amorevole appare la dea Venere nelle inedite vesti di suocera con cui la troviamo nella favola di Amore e Psiche, inserita da Apuleio nel suo romanzo Le metamorfosi, quando così si rivolge alla nuora: “ Finalmente … ti sei degnata di venire a salutare tua suocera!… Ma sta’ tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te!”.

socrus-suocera-ii-parteIl narratore a questo punto ci informa che Venere, non essendosi limitata all’invettiva verbale, abbia affidato la povera Psiche a due ancelle perché la torturassero.

Per avere un’idea dell’odio verso la nuora, bisogna conoscere l’antefatto e trovarvi Psiche, la più bella delle tre figlie di un re e una regina, che veniva adorata come un’altra Venere. La vera dea, sdegnata fuori misura per questa usurpazione estetico-religiosa, chiese al figlio Cupido di fare innamorare Psiche dell’ultimo degli uomini così da vendicarsi dell’insolenza, ma non aveva considerato che proprio Cupido si sarebbe, invece, innamorato della fanciulla e che l’avrebbe sposata.

Con l’aiuto di Zefiro, Psiche venne condotta nel palazzo di Cupido dove ogni notte incontrava il suo sposo invisibile che lei non conosceva: infatti, non l’aveva mai visto e non avrebbe dovuto vederlo mai, questa era la condizione della felicità posta dallo sconosciuto consorte. Un giorno le sorelle di Psiche, giunte al palazzo e invidiose della sua felicità, la convinsero a scoprire il volto del suo amato e così Psiche, con una lampada a olio in mano raggiunse il suo sposo misterioso che dormiva. Non appena lo vide, se ne innamorò perdutamente e, mentre stava per baciarlo, una goccia d’olio cadde sulla spalla di Cupido ustionandolo. Il dio si svegliò e, sentendosi tradito, fuggì via, lasciando Psiche da sola che iniziò a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo. Venere, non appena seppe dell’accaduto, fece di tutto per riversare la sua ira contro Psiche che, trovata dalla dea, fu costretta a superare una serie di prove prima di potersi riunire a Cupido e ricevere da Giove il dono dell’immortalità.

Delle quattro prove con cui la divina suocera, in un crescendo di difficoltà, vuole mettere sempre più a rischio la vita della fanciulla, l’attenzione di chi legge si sofferma in modo particolare sulla prima che, se anche appare la meno pericolosa, è chiara testimonianza di subdola cattiveria che il tono quasi amichevole con cui è mascherata rende più odiosa.

Si legge nel testo che, dopo essersi fatta portare chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci lenticchie e fave, li mescolò e poi così si rivolse a Psiche: ” …Voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima di sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito”.

La compassione di una formica, che con le altre compagne svolge il lavoro richiesto dalla dea, aiuta Psiche a completare il lavoro e quindi le fa superare la prova.

Questa situazione fa pensare a un’altra richiesta muliebre di uguale cattiveria che circa sedici secoli dopo appare nelle pagine in cui i fratelli Grimm raccontano una delle fiabe più note: Cenerentola.

Alla richiesta da parte della fanciulla di poter partecipare al ballo del principe così risponde la matrigna : “ Ti ho versato nella cenere un piatto di lenticchie; se in due ore le sceglierai tutte, andrai anche tu”.

Anche in questo caso l’intervento di animali compassionevoli, come colombe, tortore e uccellini permette alla malcapitata di superare la prima impossibile prova che però non basta a placare la cattiveria della matrigna la quale raddoppia la difficoltà in quella successiva. Così del resto fa anche Venere, avanzando richieste sempre più difficili che la povera Psiche riuscirà a superare con l’aiuto di piante, animali o cose parlanti.

Nella seconda prova Venere vuole la lana preziosa delle pecore che pascolano nel bosco al di là di un fiume e nella terza prova ordina a Psiche di raccogliere in un’ampolla di cristallo levigato l’acqua della sorgente che si trova sulla cima a strapiombo di un altissimo monte. L’ultima prova si presenta non solo come la più pericolosa, ma anche la più complessa narrativamente: offre, infatti, una dettagliata descrizione del regno dei morti, anticipando personaggi e situazioni che ritroveremo nell’oltretomba dantesco, e mostra anche vari elementi simbolici che aiutano a dare un’interpretazione più profonda dei personaggi e delle loro dinamiche che in una semplice ma efficace sintesi suggerisce questa verità: senza i giusti alleati non si supera la prova della suocera.

In questa prova finale Venere, dopo aver dato a Psiche una scatola, le ordina di scendere fino agli Inferi e di consegnare a Proserpina il cofanetto pregandola di riporvi un po’ della sua bellezza con cui rendersi presentabile prima di andare alla rappresentazione teatrale degli dei.

Psiche, consapevole dell’impossibilità di riuscire nell’impresa, vuole uccidersi; sale su una torre e, mentre sta per gettarsi, la torre le parla e la dissuade dal compiere il gesto. Poi le dà consigli precisi per superare la prova, insistendo sulla necessità di non aprire la scatola per vedere ciò che contiene.

Docilmente la povera fanciulla fa ciò che la torre le raccomanda e porta tutto a compimento, ma, quando ha in mano la scatola è vinta dalla curiosità e la apre. La scatola è vuota, non contiene la bellezza immaginata da Psiche ma solo un sonno che, impadronendosi della fanciulla, la fa cadere immobile sul sentiero che stava percorrendo.

Venere, però, se immaginava che per la sua curiosità Psiche, vinta dal sonno, non avrebbe superato la prova, di certo non aveva previsto il non sopito amore di Cupido per la fanciulla.

Il giovane dio, guarito dalla ferita e volato via dalla finestra, si accorge di Psiche caduta inerme prima di lasciare il regno dei morti. Senza perder tempo, la sveglia, ripone il sonno nella scatola invitandola a completare l’ultima prova.

A questo punto, stanco della cattiveria che la madre aveva mostrato verso Psiche, chiede l’intervento di Giove che convoca l’assemblea degli dei per riconoscere valido il matrimonio dei due giovani. Per poterlo renderlo effettivo, come avviene tra pari e rassicurare così Venere, Giove manda Mercurio a prendere Psiche per portarla in cielo di fronte agli dei e, dopo averle fatto bere l’ambrosia, la rende immortale, sancendo così eterne le sue nozze con Cupido.

Venere in tutto lo svolgersi di questi ultimi avvenimenti appare silenziosa: dalla richiesta dell’ultima prova, infatti, non sembra più aver proferito parole contro Psiche e anche di fronte alle pretese nuziali di Cupido non la sentiamo replicare.

Alla fine viene da pensare che, visto anche Giove in persona offre la sua protezione alla giovane Psiche, la suocera-dea non può che rassegnarsi e prendere parte al banchetto nuziale, ma senza rinunciare al suo ruolo da vera diva.

Così, infatti, si legge: “Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella stessa aveva predisposto”.

Socrus, ovvero la suocera

Tra i ricordi scolastici un posto ben saldo, anche a dispetto dei tanti decenni che sono passati, è occupato dalla coppia Plauto-Terenzio, i commediografi latini più conosciuti del periodo arcaico e sempre citati insieme, anche se diversi per intenti artistici.

Mi sembra di sentire le spiegazioni della mia prof. che cercava di far capire a una classe di studenti anni luce lontani da quel mondo di antiche lettere la differenza fra i due scrittori e, prestando nuove parole a quei ricordi lontani ma vivi, i due autori riemergono dal loro universo letterario in cui hanno avuto la pazienza di aspettare. Di una comicità plateale Plauto che scriveva palliate, le commedie latine “dell’astuzia e della fortuna” ricche di colpi di scena, di agnizioni finali e vivacizzate anche da battute e immagini del linguaggio militaresco, visto che erano destinate a un pubblico di soldati o ex soldati della seconda guerra cartaginese; più riflessivo Terenzio, invece, che al teatro comico plautino ne sostituisce uno più impegnato e che vuole sottrarre i personaggi alla tipizzazione e renderli più veri.

contrari-litterandoTra le fabule che si offrono a questa meditazione, un posto occupa l’Hecyra, la suocera, che è quella in cui l’autore vuole dimostrare che non tutte le suocere sono poi così cattive, cercando di sfatare l’immagine non proprio amorevole che anche il mondo antico aveva istituzionalizzato. Il riscatto delle suocere è affidato da Terenzio allora a Sostrata, moglie di Lachete e madre di Panfilo che, dopo il matrimonio del figlio, era andata ad abitare con i due sposi perché preferiva la vita in città a quella in campagna che le avrebbe potuto offrire il marito. Obbligato per motivi d’eredità a partire per un’altra città, Panfilo lascia la madre e la moglie Filumena da sole. In un primo tempo le due donne vanno d’accordo, ma poi inspiegabilmente Filumena cambia atteggiamento nei confronti di Sostrata e, fingendo di essere stata chiamata dalla madre per un serio motivo, lascia la casa coniugale senza più ritornarvi.

Il suo atteggiamento remissivo e mite Sostrata lo mostra quando, dopo aver ripetutamente e inutilmente mandato a chiamare Filumena, decide lei stessa di andare a trovarla e, nonostante non venga ricevuta, non se ne lamenta. Deve tra l’altro sopportare anche i rimproveri del marito che, ritornato dalla campagna per affrontare la delicata situazione con il padre di Filumena e ritenendo la moglie, come per legge universale, responsabile del contrasto con la nuora, le si rivolge così: “ E così, di comune accordo, tutte le suocere odiano profondamente le nuore”.

Lei stessa, confusa per quello che è accaduto, vorrebbe sapere che cosa abbia spinto Filumena a scappare, non ne sa il motivo e si ostina a esclamare: “Povera me, che non ho la più pallida idea di quello di cui mi si accusa! …In futuro scoprirai di avermi accusata ingiustamente, lo so”. Il giudizio del marito contro di lei, però, è senza appello come appare dalle parole non prive di misoginia che le rivolge: “È il tuo brutto carattere la sua malattia, nient’altro, ne sono convinto; e come potrebbe essere altrimenti? Non ce n’è una di voi che non desideri che il proprio figlio prenda moglie, siete voi a trovare il partito che vi va a genio, ma come su vostra istigazione l’hanno presa, così su vostra istigazione la rimandano indietro”.

La situazione appare sempre più complicata quando Fidippo, il padre di Filumena, riferisce l’ostinazione della figlia a non volere tornare nella casa con Sostrata in assenza di Panfilo, ma ribadisce l’amicizia che lo lega a Lachete con cui, per esigenze sceniche, si reca al foro lasciando sola Sostrata che, in un accorato monologo, cerca così di discolparsi e di smentire l’immagine negativa che della suocera si è imposta universalmente: “ …Ma gli dei mi siano testimoni: rispetto all’accusa di mio marito sono innocente! Discolparsi, però, non è così facile, visto che hanno fatto di tutto per far credere che tutte le suocere sono malvagie; in verità non lo possono dire di me, visto che ho sempre trattato mia nuora come se fosse mia figlia…”.

Ritorna Panfilo e viene avvisato del contrasto tra la moglie e la madre. Intanto l’intreccio della fabula si complica ulteriormente e si dipana poi con colpi di scena che si ritiene più giusto non svelare qui, ma va detto che Panfilo, deluso poi per avere scoperto qual era la ragione che ha allontanato da casa Filumena, prende una decisione che sicuramente turberà la muliebre sensibilità di tutti i tempi: sceglie di vivere con la madre invece che con la moglie.

Sostrata, però, mostrando una maturità vicina a più moderni tempi, preferisce lasciare liberi i due giovani e ritirarsi in campagna insieme a Lachete e con amorevoli parole così si rivolge al figlio: “So bene, figlio mio, che tua moglie se ne sia andata a causa del mio caratteraccio, sebbene tu ti sforzi di non darlo a vedere; ma gli dei mi assistano e possa avere da te quello che più desidero, se è vero che non le feci mai nulla per cui dovessi meritare il suo odio. Se già prima ero sicura del tuo amore per me, adesso me ne hai dato la prova: poco fa, infatti, tuo padre mi ha raccontato come tu abbia dimostrato di preferire me a tua moglie. Ora sono decisa a ricambiare il tuo affetto per farti vedere che non ami un’ingrata… Ho preso la decisione di andarmene a vivere in campagna con tuo padre, in modo che la mia presenza non dia noia e non ci sia alcuna ragione che impedisca alla tua Filumena di ritornare da te … “.

Consapevole della necessità che i due giovani debbano da soli recuperare un equilibrio che inspiegabilmente ai suoi occhi era stato interrotto del quale lei ingiustamente era stata ritenuta responsabile e, temendo che l’ostilità della nuora possa alimentarsi della sua presenza, preferisce uscire di scena anche a costo di andare a vivere in campagna, luogo da lei non amato.

Con la rara virtù della delicata discrezione di cui è capace sa dire: È tempo che io mi metta da parte”.

(continua…)