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“gli esami non finiscono mai”

scansione-2<Lo sai che tracce hanno dato alla maturità?> chiese la ormai familiare #mamma con velleità didattico-letterarie, appena rientrata.

Non appena la figlia webconnessa iniziò a elencare le vare tracce relative a robotica e lavoro, miracolo economico e… la interruppe precisando che per lei la vera prova di italiano era quella che una volta era di letteratura e che adesso si presenta come analisi del testo.

<L’analisi del testo riguarda una poesia di Caproni tratta dalla raccolta Res amissa>   l’accontentò senza scomporsi la figlia dall’agile pensiero.

In quel momento Caproni e la sua raccolta furono degni compagni del Carneade di manzoniana memoria che da diversi secoli inutilmente si aggira, senza trovarvi la giusta collocazione, nella sbiadita memoria del povero don Abbondio.

A dover essere sinceri, l’eco di Caproni tra i poeti del Novecento la #mamma filoletteraria la risentiva, ma inquadrare la raccolta, collocarvi la poesia e sintetizzare la poetica di Caproni non fu mnemonico passaggio immediato.

Allora, quasi per giustificare la nebulosa reminiscenza novecentesca, la letteraturewoman inveì contro il Ministero che si ostina a scegliere autori che non si riesce mai a inserire nel programma quasi divertendosi a mettere in difficoltà i poveri ragazzi che…

<Ma non è così difficile> la placò la figlia e iniziò a leggere vari punti da sviluppare come la traccia richiedeva.

Quando la didascalica mater osservò sull’Ipad la pagina Web con l’immagine della prova preparata dal Miur ebbe un nostalgico sussulto e, dimenticando i non pochi anni che la separavano dalla sua prova di maturità, immaginò di dover svolgere l’analisi testuale richiesta che poteva essere svolta seguendo le indicazioni ministeriali date.

Scoprì che il titolo della lirica era Versicoli quasi ecologici e poi lesse con attenzione il testo per poter passare così all’analisi richiesta secondo i vari punti guida.

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

La lirica sembra nascere dal bisogno prepotente del poeta di sottrarre la natura alla distruzione che l’uomo vi continua a portare per poi approdare alla convinzione paradossale che non c’è possibilità di salvezza per l’uomo al di fuori della natura, mentre la natura può sperare di recuperare la sua bellezza soltanto lontano dall’uomo. Questi due momenti della lirica sono anche caratterizzati dalla prevalenza di modi verbali differenti.

Nella parte in cui il poeta vuole allontanare le minacce dell’uomo contro la natura troviamo il modo imperativo che così risuona nei versi poetici

Non uccidete il mare,

Non soffocate il lamento

e lo ritroviamo anche nella condanna sociale di riconoscimenti istituzionalizzati che premiano chi per un suo guadagno materiale viola l’equilibrio della natura.

Qui la perentorietà del modo imperativo trova una maggiore tensione nella frattura dell’enjambement:

… non fatelo cavaliere

del lavoro.

Il modo indicativo prevale nella seconda parte che è quella in cui il poeta confida l’amara consapevolezza che l’uomo, non sapendo più rispettare il filo d’erba né l’acqua fonte di vita,   non è capace di amare se stesso: infatti egli fuori da questa “ bella d’erbe famiglia e d’animali” è destinato a morire.

La certezza ideologica che è proprio l’amore, la “res amissa” cui allude il poeta e che viene tradotta con una precisa scelta lessicale, acquista una maggiore forza con la sfumatura del modo condizionale che sembra solo apparentemente alleggerirne la perentorietà, ma in realtà esprime il desiderio di una rinascita estetica ed estatica della natura a patto che se ne verifichi  necessariamente un’altra.

Come
 potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

A leggerli bene questi versi sembrano dire che l’uomo potrà restituire una possibilità di salvezza alla natura che egli ha reso un “ paese guasto ” soltanto a condizione che egli

se ne allontani e questa speranza di salvezza incompiuta ma non impossibile è racchiusa in quell’azione del sospirare in cui viene fissata dal poeta l’immagine di chi resta,

figura indefinita, ma parte integrata di una una natura che senza l’uomo, però, si è tentati a immaginare come un luogo deserto.

Questo in sintesi appare il messaggio della lirica che è affidato a scelte lessicali che ne confermano l’esiguità del respiro poetico. Versi brevi che vanno dai senari usati in prevalenza, ai decasillabi, frammentati da diversi enjambement e collegati da un gioco di alcune rime autentiche (2° verso vento/3° lamento; 4° lamantino/pino; 13° foresta /14° resta), una al mezzo ( vasto/ guasto tra il penultimo e l’ultimo verso), da una piena assonanza negli ultimi due versi (bella/ terra ) e da un accenno di consonanza lamento/ lamanti (no) tra il 3° e il 4° verso), mentre nell’ultima parte la linea fonetica dei versi sembra guidata dall’allitterazione della s che sicuramente avrà un suo significato fonosimbolico che in questo momento sfugge alla conoscenza di chi scrive.

Questa sarebbe stata l’analisi testuale di una lirica che non sarà mai poesia, come probabilmente lo stesso autore temeva o sapeva: la definizione, infatti, di versicoli data ai suoi versi che rimanda a una forma alternativa del suffisso – ucolo con cui si rende la sfumatura di dispregiativo del nome alterato, sembra confermarlo.