Category Archives: Miti E Realta’

giuri e spergiuri

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Chi ha avuto la ventura di leggere tra i libri di Andrea Camilleri anche Il birraio di Preston avrà notato che Gegè Bufalino, uno dei personaggi del romanzo, per dare credibilità alla notizia dell’incendio che stava annunziando giura dicendo “Orbu di l’occhi!” che vuol dire “Possa essere privo della vista!”.

Questa non è un’espressione dialettale da attribuire alla fecondissima fantasia del maestro, ma si tratta di una vera e rituale formula siciliana di giuramento e, considerando l’eco che ha anche negli altri dialetti meridionali, si può ben immaginare diffusa nei territori della Magna Grecia. Nel Salento, infatti, la formula oscilla tra l’augurio della cecità di un solo occhio, invocata con la frase “ Orbu de nn’occhiu!”, e quella, invece, di tutti e due affidata alle parole “Orbu de tutti ddoi l’occhi”, probabilmente per conferire maggiore solennità al giuramento e alla verità di cui ci si sta rendendo garanti. In ogni caso è una formula solenne, accompagnata   anche dal particolare gesto di coprirsi gli occhi con la mano, che pone come prova della verità che si sta assicurando l’augurio di divenire cieco in caso di menzogna.

Il motivo di questo minaccioso e fatale augurio è da cercare ancora una volta nel mito greco di cui le pagine di letteratura diventano intrepreti nel momento in cui ci raccontano un aspetto leggendario della vita del poeta Stesicoro.

Nato nel 620 a. C. a Matauro, l’odierna Gioia Tauro, o a Imera in Sicilia, morì nel 550 a.C. e venne sepolto a Catania, che gli ha dedicato una famosa piazza e gli ha eretto un busto nella non meno conosciuta Villa Bellini.

Forse il suo vero nome era Tisia e fu chiamato Stesicoro, che significa “ordinatore di cori”, per la sua attività poetica. Incluso tra i lirici corali, infatti, gli venne attribuita la sistemazione metrica della poesia corale e venne descritto come citarodo, ossia un poeta che si accompagnava con la cetra mentre recitava le sue composizioni.

La leggenda che avvolge le vicende del poeta catanese d’adozione ci dice che per avere scritto qualcosa di poco gradito agli dei egli divenne cieco, ma che successivamente riacquistò la vista.

L’opera incriminata era un carme su Elena, la bellissima moglie di Menelao che, per seguire Paride, figlio del re di Troia Priamo, aveva lasciato nella sua reggia di Micene il marito e la figlia Ermione. Nelle sue parole il poeta la raffigurava come donna funesta e perversa, probabilmente avendo come modello l’Elena del III libro dell’Iliade in cui lei, per quanto bella, prima è definita dagli anziani di Ilio rovina dei Troiani e poi si autodefinisce “faccia di cagna”.

L’errore fatale di Stesicoro fu quello di fermarsi all’Omero dell’Iliade sottovalutando l’importanza dell’altro aspetto che della bella Elena il poeta di Chio aveva cantato.

Se nei versi dell’Iliade Omero era stato abbastanza severo con Elena, già nell’Odissea aveva riscattato la moglie di Menelao presentandola nel libro IV al verso145 nella reggia di Micene accanto al marito. Qui la bella e devota Elena accogliendo Telemaco, il figlio di Ulisse che cercava notizie del padre, appare consapevole della sua colpa che ha causato la guerra tra Greci e Troiani ma ne prende le distanze e, grazie alle parole che Omero le suggerisce, ammette di essere stata vittima della “follia di Afrodite“ che l’aveva spinta ad abbandonare la figlia, la casa nuziale e il marito “a nessuno inferiore per il senno e l’aspetto”.

Questa novella figura di Elena regina del focolare tutta reggia e marito era sfuggita all’attenzione di Stesicoro che, non difettando da buon meridionale qual era delle capacità di invettive specie nei confronti delle donne poco morigerate, aveva sicuramente fatto vibrare contro Elena le sicule corde poetiche con una musicalità di ben acuta modulazione.

Ecco, però, dopo qualche accordo della sua cetra apparire i fratelli di Elena: i Dioscuri, ossia Castore e Polluce, i due gemelli che una delle tante fonti mitologiche riconosce come figli Zeus, cioè Diòs kûroi.

Costoro, invece di ammettere che in fondo la loro cara germana avesse dato esempio di eccessiva levità muliebre, probabilmente anche a causa di principi più relativi alla genetica che all’etica, visto che tra le fonti si legge che Leda, la loro madre, nella stessa notte si sarebbe unita con Zeus e con il marito Tìndaro, preferirono punire il povero cantore condannandolo alla cecità.

Perché avessero punito solo lui e non gli altri poeti che come Alceo e Saffo che non elogiarono il comportamento della sorella questo non si saprà mai.

Ciò che si sa è la ritrattazione attraverso forse più di una Palinodia che del racconto su Elena fece poi Stesicoro: non potendo rinnegare i versi da lui composti, ma volendo negare la colpa attribuita a Elena, trovò un escamotage degno della sua arte e segno di alta fantasia.

Inventò l’immagine del fantasma di Elena per affermare che non lei in persona fosse andata a Troia al seguito di Paride, ma solo il suo fantasma, l’eidolon, assicurando che la fedele moglie di Menelao fosse rimasta addirittura a Sparta nella sua casa nuziale.

La ritrattazione, oltre a regalare a Stesicoro una non piccola anche se postuma soddisfazione letteraria ispirando Euripide per la sua tragedia Elena, gli restituì la vista, ricompensa immediata per avere detto la verità su Elena.

Se la ritrattazione spontanea che Omero nell’Odissea fece di Elena gli avesse garantito l’impunità non lo sapremo mai: forse nel tempo intercorso tra un atteggiamento e l’altro verso la bella Elena si può immaginare che ci sia stata la stessa punizione che toccò a Stesicoro, passata inosservata, però, visto che per un intervento anticipato del Fato il nostro poeta era già cieco.

Adesso che è più chiaro il motivo per cui si dice “orbu di l’occhi!” è doveroso un ammonimento a coloro che solo per un’inveterata abitudine ripetono con poca serietà la suddetta formula, mostrando di non temere affatto la divina punizione se si spergiura.

-Dati accura(state attenti) !

Non si sa mai

 

 

 

Attenti al Minotauro! (breve guida pratica di sopravvivenza)

I Greci, si sa, hanno scoperto tutto e spesso preferivano raccontare le verità intuite e non dimostrate con i miti, irrazionali narrazioni poetiche, in cui poteva essere creduto possibile ciò che possibile non è.
Che i loro personaggi, eroi o mostri che siano, però dalle pagine d’antiche fole sarebbero passati a popolare rigorosi testi di più scientifiche indagini umane, questo non lo avrebbero mai sospettato.
Di certo Sofocle non avrebbe immaginato che il suo Edipo sarebbe diventato il simbolo di un delicato e spesso insolubile complesso affettivo e neanche Ovidio avrebbe creduto possibile che del suo Narciso non la bellezza sarebbe stata celebrata dai posteri, ma sarebbe stato preso in prestito il dolce nome per chiamare un ego che non sa dare amore.Scansione 2
Oltre a queste antiche figure che i Greci hanno prestato alla scienza c’è anche il Minotauro, l’orrendo mostro dal corpo umano e la testa di toro, che si ciba solo di carne umana evocando una persona insaziabile della vita altrui e non necessariamente identificabile esclusivamente nello junghiano “archetipo dell’immagine materna divorante” .
Per saperne di più bisogna andare allora nella Grecia incantata dai miti e sentirne il racconto. Si narrava, infatti, che in tempi lontanissimi, risalenti al periodo della civiltà minoica (2700-1450 a.C.) quando sull’isola di Creta regnava Minosse, chiuso nel labirinto, costruito da Dedalo, vivesse il Minotauro, un essere mostruoso metà uomo e metà toro nella cui origine era entrata in causa l’ira di Poseidon.
Il dio del mare, infatti, un giorno aveva mandato a Minosse, come segno di benevolenza al suo regno, un toro bianco dallo splendido aspetto, pretendendone il sacrificio.
Il re, però, credendo di poter ingannare gli dei, al momento del sacrificio lo aveva sostituito con un altro, attirando così l’ira di Poseidon che fece nascere in Pasifae una folle passione per il toro bianco da cui fu generato il Minotauro che si cibava solo di carne umana.
Per questo motivo era necessario trovare vittime in un perpetuo quanto inutile sacrificio vista l’insaziabilità del mostro e, quando, per vendicare la morte del figlio Androgeo, ucciso dagli Ateniesi, Minosse conquistò Atene, impose il tributo, annuo secondo alcune fonti o novennale secondo altre, di mandare sette giovani e sette fanciulle in pasto al Minotauro.
Per porre fine a questo supplizio rituale, Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, decise di prender parte alla spedizione alla volta di Creta pronto a uccidere il mostro.
Come re, Egeo riebbe la speranza di libertà che si addice a un sovrano, mentre come padre ebbe la paura di perder il figlio e per questo, al momento di salutarlo, tra le lacrime gli chiese di alzare le vele bianche della sua nave se il ritorno fosse stato da vincitore: se fossero rimaste le vele nere, dal colore avrebbe capito ciò che non avrebbe potuto e voluto sentire.
Giunto a Creta, Teseo doveva pur trovare il modo di riuscire nell’impresa e, per quanto vantasse un ricco curriculum degno di un eroe annoverando, infatti, una caccia al cinghiale caledonio, una guerra contro le Amazzoni, una lotta contro i Centauri e i Lapiti, l’uccisione del toro di Maratona e anche la conquista del Vello d’oro, tuttavia voleva essere più sagace che coraggioso. Per non buttarsi d’impeto contro il mostro nei meandri del labirinto senza possibilità di uscirne era necessario chiedere e trovare aiuto e questo ebbe il nome e il volto di Arianna, la figlia del nemico Minosse, che, innamoratasi dell’eroe si lasciò lusingare dalla promessa di essere fatta sua sposa e non rifiutò di soccorrerlo, anzi. Si recò subito da Dedalo che consigliò di legare all’ingresso del labirinto il filo di un gomitolo da dipanare man mano che Teseo vi s’inoltrasse così da poter ritrovare la via d’uscita. Giunto il momento di sacrificarsi al Minotauro, Teseo entrò nel labirinto, affrontò il mostro e lo uccise ponendo fine alla cruenta sottomissione ateniese. Poi, grazie al filo di Arianna, riuscì a trovare l’uscita e, come aveva promesso, prese con sé l’eroina per sposarla e ritornare insieme ad Atene. L’approdo all’isola di Nasso, però, cambiò i nuziali piani: al risveglio, infatti, Arianna non trovò Teseo che aveva pensato bene di ripartire da solo verso Atene, abbandonandola in Nasso o meglio come si sarebbe poi detto “piantandola in (N)asso”. A spiegarne le ragioni, cercando bene tra le fonti, concorrono diverse tesi: la paura di creare scandalo facendo ritorno con la figlia del nemico come promessa sposa, da una parte; l’ordine avuto in sogno da Dioniso di lasciare a lui il privilegio di amare la fanciulla, dall’altra.
In ogni caso non sembra che l’eroe avesse avuto il minimo rimorso a lasciare Arianna cui, se non per amore, almeno per gratitudine avrebbe dovuto dare qualche spiegazione. Teseo era così: per quanto eroe era un uomo …a distanza di sicurezza e non si faceva coinvolgere tanto nelle altrui situazioni o emozioni. Per questo, durante il suo viaggio di ritorno da Creta, senza ripensare tanto alle parole del padre piangente, dimenticò di issare le bianche vele in segno di vittoria, lasciando che con quelle nere Egeo interpretasse il ritorno del figlio non come avrebbe dovuto. Si uccise, lanciandosi cadere dalla rupe su cui spiava il ritorno di Teseo, sparendo nel mare che da lui prese il nome, senza potersi rallegrare della vittoria contro il Minotauro.
Se è vero che il mito non è solo racconto di fatti ma diviene simbolo di altre verità sottese, allora appare facile interpretare il Minotauro come una sottomissione a un tributo perpetuo verso un mostro invisibile fuori di noi, ma spesso proprio in noi, che si ciba della nostra energia vitale di cui è necessario liberarsi onde evitare il rituale e perpetuo quanto vano sacrificio perché il Minotauro, come è stato detto, non si sazia mai.
Per vincerlo bisognerebbe essere come Teseo che non vuole fare mostra a tutti i costi d’immane sacrificio, ma sa sfruttare insieme alle sue abilità o capacità, anche le risorse intorno a lui. Sa accettare aiuto, senza voler fare l’eroe: fondamentale, infatti, è l’intervento di Arianna che a sua volta chiede aiuto a Dedalo, il quale, in quanto ideatore del labirinto, di solito identificato con il percorso dell’anima verso l’equilibrio del sé, può rimandare alla necessità di una guida.
Bisognerebbe fare come Teseo che è concentrato su sé e non permette di essere ingoiato, anche a costo del sacrificio di altri da cui è amato come Arianna o Egeo.
Per sconfiggere il Minotauro sembrerebbe necessario allora essere semplicemente, un po’ s[***]uperficiali, anche se, in verità, l’aggettivo a cui si pensava era un altro che, però, con quello usato, oltre alla consonante iniziale, condivide anche l’idea di leggerezza che garantisce la capacità di stare sempre … a galla.

una mela al giorno

Nonostante il vecchio proverbio ci assicuri che “una mela al giorno toglie il medico di torno” può capitare che proprio dalla mela qualche fastidio lo si può avere. Forse degli effetti non sempre benefici della mela ne erano consapevoli i Latini che, nel chiamarla “mālum“ volevano suggerire a orecchie maldestre il significato non proprio terapeutico. Che la mela non abbia sempre portato fortuna agli uomini è storia, anzi preistoria, vecchia. I primi a provarlo sulla loro pelle furono proprio Adamo ed Eva che, non contenti di godere della spensierata e oziosa pace dell’Eden in cui avevano avuto la ventura di essere collocati, vollero assaggiarla per ricavarne il dono della Conoscenza del Bene e del Male da cui Il Creatore li aveva messi in guardia. E rimasero senza la Conoscenza e senza il paradiso, probabilmente rammaricati di non avere assaggiato qualche altro frutto magari più appetitoso. Apparentemente frutto semplice e frugale, la mela, però, ha un potere di seduzione che altri frutti ignorano. Fu, infatti, “malum discordiae”, il pomo della discordia, che, stando a quanto racconta il mito, Paride donò ad Afrodite riconoscendola nel confronto con Atena ed Era come la dea più bella e più generosa, visto che gli aveva promesso l’amore della bellissima Elena. Il fatto che Elena fosse moglie del greco Menelao, re di Sparta sembrava un particolare irrilevante nella fuga romantica verso la reggia di Ilio, dove Paride, principe troiano, volle condurla. Alla fine, però, non lo fu. I Greci, con Agamennone in testa, vollero vendicare l’affronto recato a Menelao e così per dieci anni i Troiani dovettero affrontarli per poi assistere inermi alla fine della loro città.

una mela al giornoDi questo potere seducente ne fu vittima anche Atalanta, la mitica eroina figlia di Iasio, re dell’Arcadia. Sebbene contraria al matrimonio per via di un oracolo che non le aveva disegnato un roseo futuro da sposa, predicendole secondo alcune fonti l’immediata trasformazione in animale, secondo altre la perdita delle sue abilità di cacciatrice, alla fine era stata costretta a cedere alle insistenze paterne di accettare una tranquilla sistemazione coniugale. Atalanta dettò le sue condizioni: avrebbe sposato solo il pretendente capace di superarla nella corsa, nel caso contrario avrebbe avuto lei stessa il piacere di ucciderlo ed eliminarlo dalla contesa. Le cose andarono bene per Atalanta fino a quando non fece il suo ingresso nel nuziale agone Melanione   e con lui, visto che nomen omen, anche la mela anzi le mele. Erano, infatti, tre le mele auree che Afrodite, chiamata in aiuto dal giovane innamorato, aveva colto nel Giardino delle Esperidi e che, vantando una ormai nota familiarità con i poteri di questo frutto, gli aveva consigliato di lanciare una alla volta durante la gara. Atalanta, infatti, incapace di resistervi, non poté fare meno di fermarsi per raccoglierle, interrompendo la sua corsa e pregiudicandone la vittoria.

Non sempre foriera di guai la mela, allora, dalle remote e arcaiche pagine del mito passa a quelle di leggende più storicamente verosimili dove, identificandosi prima in una prova da superare, diventa addirittura il pretesto per l’indipendenza politica di una comunità: quella elvetica. La leggenda medievale ci racconta che verso il 1300 d.C. Guglielmo Tell, l’eroe svizzero nazionale, non essendosi inchinato al “cappello imperiale”, simbolo del potere asburgico, fu costretto a superare una non facile prova: colpire una mela posta sul capo del figlioletto. Poiché, se avesse fallito, sarebbe stato condannato a morte insieme al figlio, Tell aveva portato un’altra freccia da scagliare contro Gessler, il rappresentante imperiale. Una volta scoperta la sua intenzione, si decretò la sua condanna alla prigione perpetua per raggiungere la quale, però, era necessario attraversare il lago di Lucerna. La provvida tempesta che si abbatté durante il tragitto, gli permise di fuggire e di poter uccidere Gessler come aveva pensato. E così se è vero che “poca favilla gran fiamma seconda” l’eco della sua impresa spinse la popolazione alla lotta per l’indipendenza. Ancora nella sua veste positiva la mela si fa strada nella storia, per l’esattezza nella scienza e la troviamo nella raffigurazione che la tradizione scolastica ci ha tramandato della newtoniana scoperta della forza di gravità. Il racconto, un tempo ritenuto solo uno scherzoso aneddoto, ma adesso rivalutato nella sua veridicità, ci dice che un giorno nel lontano 1666 lo scienziato, mentre riposava sotto un melo, fu colpito alla testa da una mela caduta dall’albero e, da vero Englishman, invece di arrabbiarsi, fu pronto a chiedersi perché il frutto fosse caduto verso il centro della Terra e non verso l’alto, anticipando così la sua teoria della forza gravitazionale. Dalla scienza la nostra mela non esita a entrare nella magia della fiaba riprendendo i nefasti poteri già mostrati. La troviamo in Biancaneve dei fratelli Grimm del 1812 nel suo accattivante aspetto e irresistibile promessa amatoria cui la protagonista non sa resistere. Con la certezza che riassumerne la trama sarebbe offensivo per i lettori, ci si limita a ricordare le illustrazioni di sempre che raffigurano la bella principessa nel momento in cui cade per terra con la mela morsicata che le rotola accanto. L’accostamento visivo a un noto logo che la tecnologia ci mette ogni giorno sotto gli occhi è immediato. La mela morsicata, “croce e delizia” dell’umano sapere è ormai il simbolo un mondo che non si finisce mai di esplorare e che ci dà l’accesso a infinite conoscenze con cui ci accontentiamo di compensare quella Conoscenza mai raggiunta e che apparve racchiusa in una piccola e semplice mela da cui ha avuto inizio il cammino dell’uomo.