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Come le foglie

Come le foglie

A volte le piccole cose sanno dirci tanto e questo accade alle fragili, tenere, esili e leggere foglie che, sin da quando l’uomo ha saputo esprimere in versi il suo sentire, sono diventate il simbolo di tutta l’esistenza umana.  Sanno essere, infatti, desiderato riparo alla calura delle belle stagioni, quando nel vigore della loro verde forza si stagliano sicure e salde sui rami, quasi orgogliose di sentire l’abbraccio vitale del loro albero, ma devono accettare la loro condizione di una fragilità senza scampo, quando compiuto il loro tempo, diventano rassegnato ostaggio del vento autunnale. Il primo poeta greco ad associare le foglie alla vita dell’uomo è stato Omero che nell’Iliade, VI,145-149, paragona la stirpe degli uomini a quella delle foglie, quando dice: “ Le foglie, alcune il vento le sparge a terra, altre il folto bosco ne fa nascere, quando giunge il tempo della primavera”. Questa dualità vita/morte che le foglie sanno evocare è colta da Mimnermo, poeta greco del VII-VI sec. a.C. che riesce a esprimerla con una precisa similitudine :“Come le foglie che nascono nel tempo rigoglioso della primavera e crescono veloci, noi per un attimo conosciamo i fiori della giovinezza. …

Le nere dee ci stanno accanto portando l’una il segno della triste vecchiaia e l’altra della morte”.

La vecchiaia dell’uomo di solito è rappresentata dalle foglie staccate dai rami e disperse dal vento e proprio all’immagine delle foglie che, fluttuando nel vento, disperdono i responsi ci riporta Virgilio( I sec. a. C.) nel VI libro dell’Eneide, 74 – 76,   quando il suo Enea così chiede alla Sibilla  di non affidare la profezia del futuro alle foglie che ingannano, ma alle parole veritiere:

“ … foliis tantum ne carmina manda, / ne turbata volent rapidis ludibria ventis; / ipsa canas oro”. / “… non affidare alle foglie i versi / affinché  agitati non volino come oggetto di scherno per i venti veloci; / Imploro che tu stessa lo dica con parole”.

Se le foglie disperse nel vento sono ingannevoli e inaffidabili per poter trovare le parole della verità rivelata dall’oracolo, tristi e malinconiche sono quelle evocate sempre da Virgilio nel VI libro, ai versi 309 – 310, quando descrive le anime dell’oltretomba  accalcate sulle rive dell’infernale fiume Acheronte, in attesa di essere traghettate da Caronte:

“quam multa in silvis autumni frigore primo 
lapsa cadunt folia”. “quante foglie nei boschi al primo freddo d’autunno
scosse cadono”.

Il salto da Virgilio a Dante è immediato, nonostante i tredici secoli di distanza cronologica: Dante, infatti, nell‘Inferno III, 112 – 117, riprendendo la similitudine virgiliana, paragona le anime dei dannati in attesa di essere traghettate da Caronte alle foglie che in autunno si staccano dai rami.           

 “Come d’autunno si levan le foglie /  l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, / similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una …”

A questo punto, offuscatosi via via il momento della piena seppur effimera vitalità primaverile, è proprio  l’immagine autunnale delle foglie  fragili, senza più legami né meta che prevale nel malinconico immaginario poetico.

Questo tema ritorna nei leopardiani versi di “Imitazione”, una breve poesia che un tempo si imparava a memoria alle elementari  e che con enfatica cantilena infantile così  si declamava:

“Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, / Dove vai tu? …”. 

La stessa domanda, ma avvolta da minor tristezza, sembra porla Trilussa che riesce a colorare di una leggera vitalità il fluttuare delle foglie staccatesi dai rami, pur nella malinconica immagine autunnale, quando chiede:

“Dove ve ne andate, / povere foglie gialle, / come farfalle spensierate? / …E non sentite la malinconia / del vento stesso che vi porta via?”

Con Pascoli, però, che alla stagione crepuscolare ha dedicato il cosiddetto Diario autunnale in cui raccoglie otto liriche che concludono i canti di Castelvecchio, si fa più forte il senso di tristezza che le foglie cadute evocano:

“Cadono sopra loro foglie morte. / Sono con loro morte foglie sole. / Vanno a guardare l’agonia del sole.(II) “E ancora: “Erano foglie, foglie secche, i passi / cadute ai vecchi tigli, ai vecchi ornelli (III)”.

Non più malinconica nostalgia per una pienezza di vita ormai passata, ma angoscia per il pensiero della morte vicina, sentita dai  soldati come  l’inesorabile destino cui  sono condannati a soccombere come le foglie autunnali, è il grido sommesso ma straziante di Ungaretti  che nella sua lirica  Soldati del 1918 così sussurra: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

Ormai le foglie rappresentano solo il destino di morte e simboleggiano la fine di qualcosa prezioso e amato come la vita o l’amore che di essa è parte fondamentale.

Per meglio piangere sulla fine di un amore, le foglie sono così richiamate alla memoria da Prevert nella sua poesia “ Les  feuilles mortes  che nella traduzione italiana risuonano grosso modo così“: ”Oh, vorrei tanto che tu ricordassi/ i giorni felici del nostro amore/ Com’era più bella la vita/ E com’era più bruciante il sole/ … Le foglie morte cadono a mucchi/ come i ricordi e i rimpianti…”. 

Musicati da Kosma, i versi di Prevert  trovano nella malinconica linea melodica  che si innesta in un susseguirsi di intervalli di quarta – per intenderci sono i passaggi armonici di brani conosciuti come Mi sono innamorato di te o Vedrai vedrai –  la loro naturale espressione musicale e diventano un universale tesoro artistico di cui si sono impossessati gli artisti di ogni epoca. 

In questo sguardo musicale  suggerito dall’incontro di musica e poesia che le foglie morte  hanno saputo creare non si può non iniziare proprio dallo scenario francese  in cui  si impone, affascinante nella voce  calda e nello sguardo  intenso, Yves Montand 

La dolcezza della lingua  francese si dispiega  ancora nella triste voce di Juliette Greco che in un arrangiamento musicale essenziale evoca le atmosfere dell’esistenzialismo di moda e nel marcato vibrato vocale di Mireille Mathieu o di Edith Piaf  che ne acuisce la drammaticità espressiva.

Quando il brano varca i confini d’oltreoceano per approdare negli States, ritrovandosi con il nuovo titolo di “Autumn leaves”, si contamina delle varie e complesse sonorità che il jazz intanto creava e sembra ritrovare la sua  vera e completa  armonia.

Se è impossibile elencare tutte le esecuzioni del brano, appare indispensabile ricordarne alcune.  Tra le interpretazioni swing strumentali pianistiche vale la pena riascoltare le versioni di Erroll Garner , di  Oscar Peterson, di Bill Evans e di Beegie Adair .

Non mancano sublimi interpretazioni anche tra gli strumentisti a fiato come quella  eseguita insieme da Chet Baker alla tromba e da Paul Desmond  al sax, quella di Scott Hamilton Coleman Hawings  al sax, ancora quella di  Miles Davis e di Dizzy Gillespie alla tromba.

Come un ponte tra esecuzioni strumentali e quelle vocali s’impone l’interpretazione che del brano ci dà Eric Clapton  riuscendo ad alternare le limpide note della sua chitarra con quelle sussurrate con una voce mite, distaccata ma mai fredda.

Siamo entrati nel vivo delle interpretazioni canore delle ballad ed è obbligatorio iniziare proprio ricordando quella di Frank Sinatra che con inusuale tristezza così canta: “The falling leaves drift by the  window/ the autumn leaves of red and gold. / I see your lips, the summer kisses/ The sun-burned hands I use to hold … “Se l’interpretazione di Tony Bennet  sa restituire al brano più vivacità, dalla malinconica  espressione non si allontana  la voce di Nat King Cole  .

A confermare il detto  “buon sangue non mente”, giunge l’interpretazione di Natalie Cole che entra nell’anima con la sua voce limpida eppur piena di sfumature rivelando le note più intime di un amore malinconicamente ricordato.

Brusco è il passaggio alla spensierata  e frizzante voce di Sara Vaugham che riesce ad allontanarsi dalla tristezza del brano con il virtuosismo interpretativo del suo canto scat con cui, senza l’utilizzo di parole, imita e improvvisa articolati e veloci fraseggi musicali. Bisogna infine ascoltare la voce di Ledisi che in un soul R&B riesce ad armonizzare le due anime contrastanti che  vivono in Autumn leaves e che sono chiaramente descritte in alcune immagini del testo: “Le foglie che cadono scivolano dalla finestra / La foglie d’autunno rosse e dorate. / Vedo le tue labbra, i baci dell’estate/ Le mani abbronzate che ero solito stringere”.

Se le foglie d’autunno che cadono portano la malinconia di un amore passato, il ricordo della pienezza vissuta proprio nel pieno dell’estate, però, è così forte che diventa immagine presente che nel testo è resa dall’espressione I see, io vedo, più forte di I remember, io ricordo. Proprio la sintesi di questi due momenti prende vita nel brano della cantante di New Orleans che riesce ad affidarla all’intensità espressiva della sua brillante esecuzione vocale e ritmica in cui sa alternare, armonizzandole, malinconia e vitalità.

Questa polarità emotiva e sentimentale ci ricorda che la nostra vita, come le foglie, conosce lo splendore della bella stagione  seguita dal suo lento ma inesorabile tramonto. Diversamente da loro, però, noi non riusciamo a rassegnarci all’inevitabile condizione di fragilità scritta nel nostro destino.

Non Amo che le cose che potevano essere e non sono state.

Nessun’altra frase avrebbe potuto farci conoscere davvero Guido Gozzano. Le biografie ufficiali forniscono date biografiche e riferimenti storico-culturali che ci aiutano a ricavarne una collocazione precisa nel panorama di riferimento. Sappiamo allora che nasce a Torino nel 1883, che si scrive alla Facoltà di legge senza riuscire a laurearsi che è la voce più importante dei poeti crepuscolari, (skuola.net) e che muore a soli trentatré anni di tubercolosi.

 La profonda incompiutezza del suo esistere, però, ci viene rivelata solo dalle sue parole, siano confessioni  affidate alle  lettere  scritte ad Amalia Guglielminetti, amica perché rinnegata amante, siano invece  versi costruiti in “una forma volutamente dimessa” a cui affida le  sue eterne femminili figure poetiche come la Signorina Felicita, Carlotta, la piccola Graziella e Cocotte.

Da una parte allora ci sono le Lettere d’amore che Gozzano e la Guglielminetti si scambiarono dal 1907 al 1912, ma che, in contrasto con il nome affidato loro a partire dagli anni cinquanta dai vari editori, non parlano  solo di una semplice storia d’amore. Anzi.

Dalle lettere di Guido emerge una sofferta e continua ricerca di sé da cui deriva quella perenne insoddisfazione che non gli permette di “cogliere le rose” regalategli dalla vita in qualche attimo di generosità. Tra le parole dell’epistolario si affaccia anche un Guido consapevole della sua grandezza letteraria e per questo non esita a considerare se stesso e la Guglielminetti “grandi artisti”.

La stima per le doti letterarie di Amalia è un atteggiamento costante in Guido e appare più forte e più duraturo dell’amore provato per lei.  I sonetti della raccolta Le vergini folli, considerati superiori a quelli di Gaspara Stampa, lo ammaliano e lo spingono a dire che non ha mai conosciuto nella letteratura femminile italiana opere poetiche paragonabili alle sue, aggiungendo, in una visione letteraria in pieno spirito crociano, che lei non ha rivali fra le donne che “ non sanno scrivere” ma “fra gli ingegni virili di più belle speranze”. Che ad Amalia non fosse mai bastato quest’ amore di Guido per i suoi sonetti  è più che certo: lo avrebbe barattato, infatti, per quell’ amore vero, passionale, vissuto nel respiro di un attimo  da cui, invece, Guido volle poi fuggire.

      Immergendoci nella lettura delle prime lettere, scritte nell’aprile del 1907, si è aiutati a  ricostruire la storia del legame fra Guido e Amalia. Guido ricorda l’antipatia suscitata in Amalia la prima volta che s’incontrarono, quando lei si alzò di scatto senza porgergli la mano. Anche Amalia, però, aveva “delle qualità allontananti”, prima fra tutte la bellezza che è sentita come una minaccia perché può piacergli e  quindi renderlo vulnerabile. “Non già che io temessi d’innamorarmi di Voi (io non sono che innamorato di me stesso;voglio dire: di ciò che succede in me stesso) ma temevo che mi piaceste ecco tutto.” L’aureola letteraria, l’elemento che all’inizio allontanava Amalia da Guido e che gli faceva provare un’avversione per qualsiasi donna scrittrice, diventa, invece, la voce di un richiamo necessario che fa dire a Guido  “il volume delle sue rime mi è caro ed è fra gli altri consolatori di questa mia solitudine”. Si firma ancora “ Suo Gozzano” ed è lontano dall’immaginare il vortice della passione breve ma sconvolgente che li inghiottirà.

Lui, a partire dal 9 dicembre 1907, ne parlerà con  rammarico scrivendo “l’idea di accoppiare una voluttà acre e disperata alla bellezza spirituale di una intelligenza superiore come la vostra mi riusciva umiliante, mostruosa, intollerabile”. Il ricordo della bocca di Amalia sulla sua e l’immagine di lei che scende dalla vettura “disfatta nel vestito nel cappello nei capelli”, fotogrammi del suo sguardo  rievocativo, sentiti come attimi del “ breve spasimo dei  … nervi giovanili”, gli appaiono la profanazione della loro unione spirituale che gli rendono necessario lasciare Torino e  frapporre fra loro una lunga distanza di tempo e di luogo.

Da questo momento in poi le lettere, più che comporre una reale storia d’amore fra loro, appaiono come il tentativo costante di Guido di  trasfigurarla in una “ fraterna amicizia”.

Amalia viene invocata come “compagna di sogni e di tristezza”, rifiutata come donna vera da amare e da cui essere riamato, relegata a vestale di un ricordo “ineffabile e puro”. L’unica strada percorribile insieme è quella del distacco”: il non vedersi – almeno crede Guido – li salverà “dalla sorte comune dei piccoli amanti”.  Lui in questo suo ascetico allontanarsi da Amalia arriva ad augurarle di provare una “passione forte” per un uomo altrettanto “forte”, consapevole che il loro legame fraterno sia in grado di volare su ogni “sentimentalità meschina”. In nome del “fraterno interesse” da cui immagina di essere legato a lei, ripete quel suo continuo “saremo amici” che risuona come un cantilenante rifiuto della  loro passione di cui non vuole più sentir parlare. Guido, però, non sa rinunciare del tutto ad Amalia, sempre sospeso com’è tra ombre e luci, tra sogni e realtà: preferisce proporle una separazione lunga ma non definitiva, immaginando un loro ritrovarsi quando non saranno più giovani e in loro sarà sbiadito il ricordo dell’amore, chiamato “un inganno della giovinezza, un episodio trascurabile in un destino come il mio e il tuo”. Guido non immagina di essere ancora più crudele verso Amalia quando le dice “Io non t’ho mai amata”, affiancandola alla sorte di tutte le altre donne della sua vita. Con feroce sincerità le confessa nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo … Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo”.

Guido, ignorando i sentimenti veri di Amalia, continua a vivere il presente in una perenne celebrazione della loro amicizia che sa dare “una serenità nuova nell’anima” di cui solo lui sembra il sacerdote. Per questo motivo non si limita a chiamarla  “amica buona, compagna necessaria”, ma arriva a dirle “ mio buon amico”, rinnegando così la bellezza femminile di Amalia e il rischio di un coinvolgimento passionale. Imporsi di non desiderarla non basta a far svanire l’esperienza vissuta e a preservarlo dal rinnovarsi del desiderio.

Passeggiando per Ivrea un giorno, l’ha pensata a lungo “male” desiderandola ”acutissimamente“, ma il rientro nella casa di Ronco, nella pace agreste, ha saputo restituirgli “un’anima casta di fanciullo” che lo fa vergognare del desiderio provato per lei. Lo allontana da sé concentrandosi sui successi letterari di Amalia che preferisce a chiamare “mia cara sorella”, confessando a se stesso e poi a lei di aver capito “l’eccezionalità del sentimento“ che li lega.  La fraterna amicizia sognata e la reale passione provata, anche se razionalmente rinnegata, ammette Guido, “è un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa” che lo spinge negli attimi di sincerità  da cui si lascia guidare in alcune sue lettere a chiedere ad Amalia di  baciarlo con la sua

 “ tenerezza pura e impura”.

L’ultima vera lettera di Guido ad Amalia non è la brevissima comunicazione dei suoi spostamenti inviata da Agliè il 4 ottobre 1912, ma quella speditale da Bertesseno il 25 settembre 1909 che Guido ha scritto dopo un lungo periodo di silenzio di cui rimprovera entrambi. Le sue parole restituiscono l’essenza della sua anima perennemente sospesa in una dimensione d’incompiutezza, di sogni irrealizzati  “ Non ti puoi, o ti puoi immaginare di che ombra continua sia avvolta  … la mia giovinezza.  … Io entro ora in una crisi d’ombra e di luce: combattuto da desideri e da doveri, da speranze e da freni accascianti”.  Nel suo commiato da Amalia conferma il desiderio continuo di trasformare l’amore per lei, chiamata “Cara Amica mia”, in una “riposata buona tenerezza“ che trasfigura i loro incontri reali in “sogni lontani”.

In quest’opera continua  d’idealizzazione  e trasfigurazione del loro amore viene sacrificata la vera Amalia che, più che “compagna di sogni e di tristezza”, avrebbe voluto essere la sua compagna di vita, quella vera, piena  di un tempo vissuto insieme e vicini.

Dalle lettere è chiaro che Amalia gli vuole bene, anzi lo ama, soffre nel sentirlo lontano e non riesce ad accettare la proposta di Guido di separarsi e non vivere insieme la loro giovinezza. Lei prova lo stesso sentimento di quando s’innamorò continuandone a sentire “la malia”, consapevole, però, che lui non provi lo stesso “fascino”. Sa che il suo è amore e non può non mettere in dubbio che la loro sia stata solo amicizia, per questo non esita a chiamarlo “Guido molto amato”.

Il suo amore per Guido è senza riserve e per questo lei non appare mai pentita della loro passione, anzi gli scrive “Vorrei avervi amato di più … e quella parte di tenerezza appassionata che mi fece talora vibrare presso di Voi è stata ben spesa”. Non si vergogna dell’amore per Guido, ma si pente talvolta di avere messo da parte ogni orgoglio per lui che è l’unico che non la ama: lei, infatti, la poetessa che godeva di una certa notorietà, l’amica di Sibilla Aleramo, di Ada Negri,  la donna corteggiata da molti , è arrivata a elemosinare il suo affetto,  le sue attenzioni e, pur di potergli stare accanto, non ha esitato a proporglisi come “dama di compagnia” per il suo viaggio che lo avrebbe portato in India alla ricerca di una sognata guarigione. 

Inutili sono i tentativi con cui  cerca di farlo ingelosire raccontandogli di corteggiatori e di flirt. Vorrebbe accontentarsi di pensarlo “con una fraternità un poco aspra” o con “un’amicizia che ha quasi della religiosità”, ma non sempre ci riesce.

In una delle ultime lettere che scrive, sperando di interrompere il continuo silenzio di Guido, accenna a una sua “crisi sentimentale” che l’ha fatta piangere e gli confessa che sente ancora “un fuoco ignorato di passionalità”.

Sa che non è questo il sentimento che la può tenere legata a Guido e nell’ultima lettera scritta a Torino il 3 settembre 1910 ritorna a illudere se stessa chiamandolo “fratello buono” sperando di essere pensata da lui “ fraternamente sempre”.

maestre in…letteratura

La letteratura, oltre a essere da sempre un tormento per la maggior parte degli studenti di tutti i tempi, è sempre apparsa uno specchio fedele della vita quotidiana, non solo per il fatto che rivela le sfumature del pensare e del parlare più complesso, ma anche perché sa informarci delle mode, delle abitudini e delle professioni più comuni. Tra quelle di casa nostra ce n’è una in particolare che appare più familiare e che contemporaneamente rappresenta meglio la donna nel suo percorso di emancipazione culturale e quindi socio-economica: quella della maestra. Amata e idealizzata o accusata e rifiutata, la figura della maestra si diffonde in Italia subito dopo l’Unità, quando la scuola elementare pubblica e obbligatoria diventa un elemento fondamentale dello Stato Unitario, volto al processo di alfabetizzazione nazionale. Insomma l’esigenza di avere più insegnanti con cui contrastare l’analfabetismo apre le porte alle maestre che in questo ruolo possono realizzare l’ontologica attitudine materna e domestica, l’unica che si è ancora in grado di riconoscerle. Dalla società alla letteratura il passo è breve e così la maestra che per la sua giovane età è ribattezzata la “maestrina”, diventa personaggio letterario conquistando una sua immortalità artistica grazie alle pagine di narrativa che la ritraggono.maestre in letteratura

L’elenco delle opere che parlano della maestra è veramente lungo pertanto è stato necessario fare una scelta che tuttavia, anche nel limitato numero di esempi, ci aiuta a seguirne il cammino nella storia.

La prima che ci viene incontro in questa passeggiata letteraria è la vecchia maestra Cristina che dalle novecentesche pagine di Giovanni Guareschi viene fuori in tutto il suo ottocentesco carattere come …una donnetta piccola e magra che tutti avevano sempre visto perché aveva insegnato l’abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli, e adesso viveva sola in una casetta un po’ fuori dell’abitato e ce la faceva a tirare avanti con la pensione soltanto perché, quando mandava nelle botteghe a comprare mezz’etto di burro o di carne o altra roba da mangiare, le facevano pagare il mezz’etto ma gliene davano due o tre etti. Di certo la maestra Cristina era considerata un monumento nazionale non per la sua forza economica: solo il suo rigore morale di cui l’aspetto didattico era un riflesso, infatti, l’avevano portata a fare soggezione a tutti e a non esitare a segnare con il lapis rosso e blu gli errori trovati nel manifesto scritto dal sindaco Peppone, il suo vecchio e non proprio brillante alunno, e a scrivervi 4 e Asino!

Mentre immaginiamo la scena della pubblica fustigazione ortografica, ecco che dal deamicisiano mondo scolastico con un’esuberanza tutta giovanile vediamo correre davanti a noi la “maestrina dalla penna rossa”. Nonostante sia nata da una scrittura più antica di quella da cui è stata disegnata la maestra di Giovanni Guareschi, tuttavia appare più giovane. È sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre …; poi, quando escono, corre come una bimba dietro all’uno e all’altro, per rimetterli in fila, e a questo tira su il bavero, e a quell’altro abbottona il cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché non s’accapiglino, supplica i parenti che non li castighino in casa e porta delle pastiglie a quei che han la tosse… e ritorna a casa ogni giorno arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta.

La giovane età delle maestre non è sempre un motivo di allegria: l’inesperienza con cui affrontano i primi incarichi lontano da casa può anche rendere più penosa la loro esistenza. Anche se riconosciute istituzionalmente, non sempre sono accettate dalla comunità in cui vengono a trovarsi e spesso devono sopportare grossolanità e irriverente sarcasmo. Appaiono allora tristi e infelici, quasi invecchiate nonostante i loro vent’anni, come Assunta, la maestrina dei primi del Novecento che incontriamo in una novella di Federico Tozzi.

Non era brutta: aveva i capelli sottilissimi e morbidi, quasi senza nessuna pettinatura…Aveva gli occhi azzurri e così tristi che parevano oscuri.

Sembra quasi che voglia rendersi invisibile pur di sfuggire alle risate ostili degli avventori dell’osteria dove lei è solita andare e lo capiamo dalla semplicità dimessa con cui, per cancellare ogni traccia di apparente eleganza, …portava un grembiulino come fanno le alunne a scuola e dalla timidezza con cui parla, come se chiedesse il permesso agli altri.

Della pesante condizione cui le maestre sono costrette dal regolamento vigente che non esita a mandarle in posti lontani anche dalla loro regione di appartenenza si fa portavoce proprio Tozzi affidando a uno dei protagonisti della novelle le sue riflessioni che risuonano come un appello… Per far la maestra in questi posti, dovrebbero prendere una nata proprio qui.

Non mandatecele di lontano, dalle città.Come vuoi che ci possa vivere?

Non è difficile neanche immaginare dove possa vivere la maestrina tozziana che di certo non abiterà in una casa comoda, ma avrà a disposizione qualche semplice stanza. Proprio come ci conferma la pirandelliana maestrina Boccarmè quando dice: La mia casa?…Io non ne ho. La casa della scuola. Un anditino, una cameretta (sì bella ariosa)e una cucinetta, che mi ci posso appena rigirare.

Proprio in questa camera di monacale semplicità spicca un ritratto cui aveva comprato quella cornice da quattro soldi e non perché lo vedessero gli altri lo aveva appeso lì alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa che ….c’era stato davvero – eccolo là- un uomo nella sua vita.

Anche se le l’aveva lasciata, tradendo la sua promessa di sposarla e ne aveva fatto scempio per un capriccio momentaneo con lui aveva sentito veramente di vivere e adesso nella solitudine della sua camera mentre lo guarda si sente meno sola e meno vecchia quasi mendicando un ricordo di vita.

Così Miriam Boccarmè, delicata creatura letteraria, ci restituisce una nuova immagine della maestra di fine Ottocento: non solo algida vestale della propria reputazione ma una nuova figura di donna innamorata anche se non ricambiata.

Tra “amori senza amore” e solitarie esistenze intanto la maestrina tra Otto e Novecento procede per la strada, pur lenta e difficile verso l’emancipazione che per Annuzza, protagonista di” Vecchia storia…inverosimile”, il romanzo di Elvira Mancuso, ha innanzi tutto il sapore di un riscatto economico.

La grande speranza, che infondeva coraggio alla madre e alla figlia, era la stessa: cioè, che Annuzza potesse diventar maestra, e così- pensavano loro- mettersi in grado di guadagnare “lautamente”, senza star soggetta, come le serve , e senza sfacchinare come le operaie.

A costo di enormi sacrifici Annuzza riesce a frequentare il convitto di Caltanissetta e ottiene la Patente di maestra, ma, per la fine tragica a cui la destina la sua autrice, non fa in tempo ad assaporare la possibilità della sua rivincita sociale né tantomeno la libertà esistenziale.

Ancora nella prima metà del Novecento la nostra maestrina è una figura socialmente debole per la miseria di stipendio e storicamente fragile per la subordinazione alle autorità politiche e amministrative cui deve sottostare: deve, infatti, rispettare rigide regole morali e adeguarsi all’ideologia politica vigente se vuole ottenere il rilascio dell’attestato di moralità da cui è condizionato imprescindibilmente il posto di lavoro

A dimostrarlo in tutta la sua evidenza è la maestra di Pietrasecca, l’abbruzzese villaggio in cui Ignazio Silone ambienta il suo romanzo Vino e pane. La signorina Patrignani, però, invece di attirare il lettore con una sorta di simpatia affettiva, lo respinge con la sua orgogliosa superbia mostrata verso i contadini del villaggio, mentre la sentiamo quasi leggere a voce alta e stridula “Le notizie di Roma” o dire della gente semplice a lei intorno che è molto ignorante e se ascolta una persona istruita… capisce quasi sempre il contrario.

Non meno irritante l’autore la fa apparire quando la descrive nel pieno del suo totale vassallaggio filogovernativo.

La maestra recava sul petto, sopra il cuore, l’emblema del partito governativo. Tra una frase e l’altra ella sospirava profondamente e l’emblema tricolore sobbalzava come una barchetta su onde agitate.

Sembra che la tanto sospirata indipendenza delle maestre debba fare i conti con la storia e aspettare tempi più maturi per una sua piena realizzazione fino a quando, sul finire degli anni Cinquanta, dalle pagine dell’autobiografico “Diario di una maestrina” di Maria Giacobbe non viene ad affascinarci una dinamica e forte figura di maestra, reale e letteraria insieme. Tra le pagine in cui è descritta la vita dei suoi piccoli alunni nel Nuorese si sente la nuova forza che la maestra ha acquistato e non solo nel porsi come punto di riferimento per le famiglie povere e disagiate, ma anche nel sapere diventare una figura autorevole e “simpatica” ai numerosi alunni scatenati, come lei magistralmente sa qui descrivere.

I bambini erano ventisei e…la prima settimana mi fu molto faticosa; il maestro che sostituivo…doveva essere molto amato dai suoi allievi che guardavano me come usurpatrice… Mi sforzavo di “svolgere il programma”, mi sforzavo di essere piacevole, cercavo di divertirli…niente! Tutto urtava contro il ghiaccio della loro antipatia. Finalmente un giorno, la terra o il cielo mi vennero in aiuto sotto forma di una grande biscia… A un tratto strisciò dentro l’aula… Quando fu …sotto la lavagna, con la rapidità silenziosa e repentina del gatto un ragazzo del primo banco le si gettò sopra con le mani aperte e la catturò… Era il mio momento. Anche io sono cresciuta in campagna e da bambina mi piaceva giocare con le bisce. Perciò non ebbi difficoltà ad impadronirmi del rettile… Io non solo non ero scappata come qualunque altra avrebbe fatto, ma la toccavo senza ribrezzo e l’ammiravo.

A volerne dare una lettura più approfondita, quello della maestrina Maria Giacobbe sembra allora l’allegorico racconto di una vittoria più importante.