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Socrus, ovvero la suocera (II parte)

Non così mite e amorevole appare la dea Venere nelle inedite vesti di suocera con cui la troviamo nella favola di Amore e Psiche, inserita da Apuleio nel suo romanzo Le metamorfosi, quando così si rivolge alla nuora: “ Finalmente … ti sei degnata di venire a salutare tua suocera!… Ma sta’ tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te!”.

socrus-suocera-ii-parteIl narratore a questo punto ci informa che Venere, non essendosi limitata all’invettiva verbale, abbia affidato la povera Psiche a due ancelle perché la torturassero.

Per avere un’idea dell’odio verso la nuora, bisogna conoscere l’antefatto e trovarvi Psiche, la più bella delle tre figlie di un re e una regina, che veniva adorata come un’altra Venere. La vera dea, sdegnata fuori misura per questa usurpazione estetico-religiosa, chiese al figlio Cupido di fare innamorare Psiche dell’ultimo degli uomini così da vendicarsi dell’insolenza, ma non aveva considerato che proprio Cupido si sarebbe, invece, innamorato della fanciulla e che l’avrebbe sposata.

Con l’aiuto di Zefiro, Psiche venne condotta nel palazzo di Cupido dove ogni notte incontrava il suo sposo invisibile che lei non conosceva: infatti, non l’aveva mai visto e non avrebbe dovuto vederlo mai, questa era la condizione della felicità posta dallo sconosciuto consorte. Un giorno le sorelle di Psiche, giunte al palazzo e invidiose della sua felicità, la convinsero a scoprire il volto del suo amato e così Psiche, con una lampada a olio in mano raggiunse il suo sposo misterioso che dormiva. Non appena lo vide, se ne innamorò perdutamente e, mentre stava per baciarlo, una goccia d’olio cadde sulla spalla di Cupido ustionandolo. Il dio si svegliò e, sentendosi tradito, fuggì via, lasciando Psiche da sola che iniziò a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo. Venere, non appena seppe dell’accaduto, fece di tutto per riversare la sua ira contro Psiche che, trovata dalla dea, fu costretta a superare una serie di prove prima di potersi riunire a Cupido e ricevere da Giove il dono dell’immortalità.

Delle quattro prove con cui la divina suocera, in un crescendo di difficoltà, vuole mettere sempre più a rischio la vita della fanciulla, l’attenzione di chi legge si sofferma in modo particolare sulla prima che, se anche appare la meno pericolosa, è chiara testimonianza di subdola cattiveria che il tono quasi amichevole con cui è mascherata rende più odiosa.

Si legge nel testo che, dopo essersi fatta portare chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci lenticchie e fave, li mescolò e poi così si rivolse a Psiche: ” …Voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima di sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito”.

La compassione di una formica, che con le altre compagne svolge il lavoro richiesto dalla dea, aiuta Psiche a completare il lavoro e quindi le fa superare la prova.

Questa situazione fa pensare a un’altra richiesta muliebre di uguale cattiveria che circa sedici secoli dopo appare nelle pagine in cui i fratelli Grimm raccontano una delle fiabe più note: Cenerentola.

Alla richiesta da parte della fanciulla di poter partecipare al ballo del principe così risponde la matrigna : “ Ti ho versato nella cenere un piatto di lenticchie; se in due ore le sceglierai tutte, andrai anche tu”.

Anche in questo caso l’intervento di animali compassionevoli, come colombe, tortore e uccellini permette alla malcapitata di superare la prima impossibile prova che però non basta a placare la cattiveria della matrigna la quale raddoppia la difficoltà in quella successiva. Così del resto fa anche Venere, avanzando richieste sempre più difficili che la povera Psiche riuscirà a superare con l’aiuto di piante, animali o cose parlanti.

Nella seconda prova Venere vuole la lana preziosa delle pecore che pascolano nel bosco al di là di un fiume e nella terza prova ordina a Psiche di raccogliere in un’ampolla di cristallo levigato l’acqua della sorgente che si trova sulla cima a strapiombo di un altissimo monte. L’ultima prova si presenta non solo come la più pericolosa, ma anche la più complessa narrativamente: offre, infatti, una dettagliata descrizione del regno dei morti, anticipando personaggi e situazioni che ritroveremo nell’oltretomba dantesco, e mostra anche vari elementi simbolici che aiutano a dare un’interpretazione più profonda dei personaggi e delle loro dinamiche che in una semplice ma efficace sintesi suggerisce questa verità: senza i giusti alleati non si supera la prova della suocera.

In questa prova finale Venere, dopo aver dato a Psiche una scatola, le ordina di scendere fino agli Inferi e di consegnare a Proserpina il cofanetto pregandola di riporvi un po’ della sua bellezza con cui rendersi presentabile prima di andare alla rappresentazione teatrale degli dei.

Psiche, consapevole dell’impossibilità di riuscire nell’impresa, vuole uccidersi; sale su una torre e, mentre sta per gettarsi, la torre le parla e la dissuade dal compiere il gesto. Poi le dà consigli precisi per superare la prova, insistendo sulla necessità di non aprire la scatola per vedere ciò che contiene.

Docilmente la povera fanciulla fa ciò che la torre le raccomanda e porta tutto a compimento, ma, quando ha in mano la scatola è vinta dalla curiosità e la apre. La scatola è vuota, non contiene la bellezza immaginata da Psiche ma solo un sonno che, impadronendosi della fanciulla, la fa cadere immobile sul sentiero che stava percorrendo.

Venere, però, se immaginava che per la sua curiosità Psiche, vinta dal sonno, non avrebbe superato la prova, di certo non aveva previsto il non sopito amore di Cupido per la fanciulla.

Il giovane dio, guarito dalla ferita e volato via dalla finestra, si accorge di Psiche caduta inerme prima di lasciare il regno dei morti. Senza perder tempo, la sveglia, ripone il sonno nella scatola invitandola a completare l’ultima prova.

A questo punto, stanco della cattiveria che la madre aveva mostrato verso Psiche, chiede l’intervento di Giove che convoca l’assemblea degli dei per riconoscere valido il matrimonio dei due giovani. Per poterlo renderlo effettivo, come avviene tra pari e rassicurare così Venere, Giove manda Mercurio a prendere Psiche per portarla in cielo di fronte agli dei e, dopo averle fatto bere l’ambrosia, la rende immortale, sancendo così eterne le sue nozze con Cupido.

Venere in tutto lo svolgersi di questi ultimi avvenimenti appare silenziosa: dalla richiesta dell’ultima prova, infatti, non sembra più aver proferito parole contro Psiche e anche di fronte alle pretese nuziali di Cupido non la sentiamo replicare.

Alla fine viene da pensare che, visto anche Giove in persona offre la sua protezione alla giovane Psiche, la suocera-dea non può che rassegnarsi e prendere parte al banchetto nuziale, ma senza rinunciare al suo ruolo da vera diva.

Così, infatti, si legge: “Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella stessa aveva predisposto”.

Socrus, ovvero la suocera

Tra i ricordi scolastici un posto ben saldo, anche a dispetto dei tanti decenni che sono passati, è occupato dalla coppia Plauto-Terenzio, i commediografi latini più conosciuti del periodo arcaico e sempre citati insieme, anche se diversi per intenti artistici.

Mi sembra di sentire le spiegazioni della mia prof. che cercava di far capire a una classe di studenti anni luce lontani da quel mondo di antiche lettere la differenza fra i due scrittori e, prestando nuove parole a quei ricordi lontani ma vivi, i due autori riemergono dal loro universo letterario in cui hanno avuto la pazienza di aspettare. Di una comicità plateale Plauto che scriveva palliate, le commedie latine “dell’astuzia e della fortuna” ricche di colpi di scena, di agnizioni finali e vivacizzate anche da battute e immagini del linguaggio militaresco, visto che erano destinate a un pubblico di soldati o ex soldati della seconda guerra cartaginese; più riflessivo Terenzio, invece, che al teatro comico plautino ne sostituisce uno più impegnato e che vuole sottrarre i personaggi alla tipizzazione e renderli più veri.

contrari-litterandoTra le fabule che si offrono a questa meditazione, un posto occupa l’Hecyra, la suocera, che è quella in cui l’autore vuole dimostrare che non tutte le suocere sono poi così cattive, cercando di sfatare l’immagine non proprio amorevole che anche il mondo antico aveva istituzionalizzato. Il riscatto delle suocere è affidato da Terenzio allora a Sostrata, moglie di Lachete e madre di Panfilo che, dopo il matrimonio del figlio, era andata ad abitare con i due sposi perché preferiva la vita in città a quella in campagna che le avrebbe potuto offrire il marito. Obbligato per motivi d’eredità a partire per un’altra città, Panfilo lascia la madre e la moglie Filumena da sole. In un primo tempo le due donne vanno d’accordo, ma poi inspiegabilmente Filumena cambia atteggiamento nei confronti di Sostrata e, fingendo di essere stata chiamata dalla madre per un serio motivo, lascia la casa coniugale senza più ritornarvi.

Il suo atteggiamento remissivo e mite Sostrata lo mostra quando, dopo aver ripetutamente e inutilmente mandato a chiamare Filumena, decide lei stessa di andare a trovarla e, nonostante non venga ricevuta, non se ne lamenta. Deve tra l’altro sopportare anche i rimproveri del marito che, ritornato dalla campagna per affrontare la delicata situazione con il padre di Filumena e ritenendo la moglie, come per legge universale, responsabile del contrasto con la nuora, le si rivolge così: “ E così, di comune accordo, tutte le suocere odiano profondamente le nuore”.

Lei stessa, confusa per quello che è accaduto, vorrebbe sapere che cosa abbia spinto Filumena a scappare, non ne sa il motivo e si ostina a esclamare: “Povera me, che non ho la più pallida idea di quello di cui mi si accusa! …In futuro scoprirai di avermi accusata ingiustamente, lo so”. Il giudizio del marito contro di lei, però, è senza appello come appare dalle parole non prive di misoginia che le rivolge: “È il tuo brutto carattere la sua malattia, nient’altro, ne sono convinto; e come potrebbe essere altrimenti? Non ce n’è una di voi che non desideri che il proprio figlio prenda moglie, siete voi a trovare il partito che vi va a genio, ma come su vostra istigazione l’hanno presa, così su vostra istigazione la rimandano indietro”.

La situazione appare sempre più complicata quando Fidippo, il padre di Filumena, riferisce l’ostinazione della figlia a non volere tornare nella casa con Sostrata in assenza di Panfilo, ma ribadisce l’amicizia che lo lega a Lachete con cui, per esigenze sceniche, si reca al foro lasciando sola Sostrata che, in un accorato monologo, cerca così di discolparsi e di smentire l’immagine negativa che della suocera si è imposta universalmente: “ …Ma gli dei mi siano testimoni: rispetto all’accusa di mio marito sono innocente! Discolparsi, però, non è così facile, visto che hanno fatto di tutto per far credere che tutte le suocere sono malvagie; in verità non lo possono dire di me, visto che ho sempre trattato mia nuora come se fosse mia figlia…”.

Ritorna Panfilo e viene avvisato del contrasto tra la moglie e la madre. Intanto l’intreccio della fabula si complica ulteriormente e si dipana poi con colpi di scena che si ritiene più giusto non svelare qui, ma va detto che Panfilo, deluso poi per avere scoperto qual era la ragione che ha allontanato da casa Filumena, prende una decisione che sicuramente turberà la muliebre sensibilità di tutti i tempi: sceglie di vivere con la madre invece che con la moglie.

Sostrata, però, mostrando una maturità vicina a più moderni tempi, preferisce lasciare liberi i due giovani e ritirarsi in campagna insieme a Lachete e con amorevoli parole così si rivolge al figlio: “So bene, figlio mio, che tua moglie se ne sia andata a causa del mio caratteraccio, sebbene tu ti sforzi di non darlo a vedere; ma gli dei mi assistano e possa avere da te quello che più desidero, se è vero che non le feci mai nulla per cui dovessi meritare il suo odio. Se già prima ero sicura del tuo amore per me, adesso me ne hai dato la prova: poco fa, infatti, tuo padre mi ha raccontato come tu abbia dimostrato di preferire me a tua moglie. Ora sono decisa a ricambiare il tuo affetto per farti vedere che non ami un’ingrata… Ho preso la decisione di andarmene a vivere in campagna con tuo padre, in modo che la mia presenza non dia noia e non ci sia alcuna ragione che impedisca alla tua Filumena di ritornare da te … “.

Consapevole della necessità che i due giovani debbano da soli recuperare un equilibrio che inspiegabilmente ai suoi occhi era stato interrotto del quale lei ingiustamente era stata ritenuta responsabile e, temendo che l’ostilità della nuora possa alimentarsi della sua presenza, preferisce uscire di scena anche a costo di andare a vivere in campagna, luogo da lei non amato.

Con la rara virtù della delicata discrezione di cui è capace sa dire: È tempo che io mi metta da parte”.

(continua…)

 

“gli esami non finiscono mai”

scansione-2<Lo sai che tracce hanno dato alla maturità?> chiese la ormai familiare #mamma con velleità didattico-letterarie, appena rientrata.

Non appena la figlia webconnessa iniziò a elencare le vare tracce relative a robotica e lavoro, miracolo economico e… la interruppe precisando che per lei la vera prova di italiano era quella che una volta era di letteratura e che adesso si presenta come analisi del testo.

<L’analisi del testo riguarda una poesia di Caproni tratta dalla raccolta Res amissa>   l’accontentò senza scomporsi la figlia dall’agile pensiero.

In quel momento Caproni e la sua raccolta furono degni compagni del Carneade di manzoniana memoria che da diversi secoli inutilmente si aggira, senza trovarvi la giusta collocazione, nella sbiadita memoria del povero don Abbondio.

A dover essere sinceri, l’eco di Caproni tra i poeti del Novecento la #mamma filoletteraria la risentiva, ma inquadrare la raccolta, collocarvi la poesia e sintetizzare la poetica di Caproni non fu mnemonico passaggio immediato.

Allora, quasi per giustificare la nebulosa reminiscenza novecentesca, la letteraturewoman inveì contro il Ministero che si ostina a scegliere autori che non si riesce mai a inserire nel programma quasi divertendosi a mettere in difficoltà i poveri ragazzi che…

<Ma non è così difficile> la placò la figlia e iniziò a leggere vari punti da sviluppare come la traccia richiedeva.

Quando la didascalica mater osservò sull’Ipad la pagina Web con l’immagine della prova preparata dal Miur ebbe un nostalgico sussulto e, dimenticando i non pochi anni che la separavano dalla sua prova di maturità, immaginò di dover svolgere l’analisi testuale richiesta che poteva essere svolta seguendo le indicazioni ministeriali date.

Scoprì che il titolo della lirica era Versicoli quasi ecologici e poi lesse con attenzione il testo per poter passare così all’analisi richiesta secondo i vari punti guida.

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

La lirica sembra nascere dal bisogno prepotente del poeta di sottrarre la natura alla distruzione che l’uomo vi continua a portare per poi approdare alla convinzione paradossale che non c’è possibilità di salvezza per l’uomo al di fuori della natura, mentre la natura può sperare di recuperare la sua bellezza soltanto lontano dall’uomo. Questi due momenti della lirica sono anche caratterizzati dalla prevalenza di modi verbali differenti.

Nella parte in cui il poeta vuole allontanare le minacce dell’uomo contro la natura troviamo il modo imperativo che così risuona nei versi poetici

Non uccidete il mare,

Non soffocate il lamento

e lo ritroviamo anche nella condanna sociale di riconoscimenti istituzionalizzati che premiano chi per un suo guadagno materiale viola l’equilibrio della natura.

Qui la perentorietà del modo imperativo trova una maggiore tensione nella frattura dell’enjambement:

… non fatelo cavaliere

del lavoro.

Il modo indicativo prevale nella seconda parte che è quella in cui il poeta confida l’amara consapevolezza che l’uomo, non sapendo più rispettare il filo d’erba né l’acqua fonte di vita,   non è capace di amare se stesso: infatti egli fuori da questa “ bella d’erbe famiglia e d’animali” è destinato a morire.

La certezza ideologica che è proprio l’amore, la “res amissa” cui allude il poeta e che viene tradotta con una precisa scelta lessicale, acquista una maggiore forza con la sfumatura del modo condizionale che sembra solo apparentemente alleggerirne la perentorietà, ma in realtà esprime il desiderio di una rinascita estetica ed estatica della natura a patto che se ne verifichi  necessariamente un’altra.

Come
 potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

A leggerli bene questi versi sembrano dire che l’uomo potrà restituire una possibilità di salvezza alla natura che egli ha reso un “ paese guasto ” soltanto a condizione che egli

se ne allontani e questa speranza di salvezza incompiuta ma non impossibile è racchiusa in quell’azione del sospirare in cui viene fissata dal poeta l’immagine di chi resta,

figura indefinita, ma parte integrata di una una natura che senza l’uomo, però, si è tentati a immaginare come un luogo deserto.

Questo in sintesi appare il messaggio della lirica che è affidato a scelte lessicali che ne confermano l’esiguità del respiro poetico. Versi brevi che vanno dai senari usati in prevalenza, ai decasillabi, frammentati da diversi enjambement e collegati da un gioco di alcune rime autentiche (2° verso vento/3° lamento; 4° lamantino/pino; 13° foresta /14° resta), una al mezzo ( vasto/ guasto tra il penultimo e l’ultimo verso), da una piena assonanza negli ultimi due versi (bella/ terra ) e da un accenno di consonanza lamento/ lamanti (no) tra il 3° e il 4° verso), mentre nell’ultima parte la linea fonetica dei versi sembra guidata dall’allitterazione della s che sicuramente avrà un suo significato fonosimbolico che in questo momento sfugge alla conoscenza di chi scrive.

Questa sarebbe stata l’analisi testuale di una lirica che non sarà mai poesia, come probabilmente lo stesso autore temeva o sapeva: la definizione, infatti, di versicoli data ai suoi versi che rimanda a una forma alternativa del suffisso – ucolo con cui si rende la sfumatura di dispregiativo del nome alterato, sembra confermarlo.

 

una mela al giorno

Nonostante il vecchio proverbio ci assicuri che “una mela al giorno toglie il medico di torno” può capitare che proprio dalla mela qualche fastidio lo si può avere. Forse degli effetti non sempre benefici della mela ne erano consapevoli i Latini che, nel chiamarla “mālum“ volevano suggerire a orecchie maldestre il significato non proprio terapeutico. Che la mela non abbia sempre portato fortuna agli uomini è storia, anzi preistoria, vecchia. I primi a provarlo sulla loro pelle furono proprio Adamo ed Eva che, non contenti di godere della spensierata e oziosa pace dell’Eden in cui avevano avuto la ventura di essere collocati, vollero assaggiarla per ricavarne il dono della Conoscenza del Bene e del Male da cui Il Creatore li aveva messi in guardia. E rimasero senza la Conoscenza e senza il paradiso, probabilmente rammaricati di non avere assaggiato qualche altro frutto magari più appetitoso. Apparentemente frutto semplice e frugale, la mela, però, ha un potere di seduzione che altri frutti ignorano. Fu, infatti, “malum discordiae”, il pomo della discordia, che, stando a quanto racconta il mito, Paride donò ad Afrodite riconoscendola nel confronto con Atena ed Era come la dea più bella e più generosa, visto che gli aveva promesso l’amore della bellissima Elena. Il fatto che Elena fosse moglie del greco Menelao, re di Sparta sembrava un particolare irrilevante nella fuga romantica verso la reggia di Ilio, dove Paride, principe troiano, volle condurla. Alla fine, però, non lo fu. I Greci, con Agamennone in testa, vollero vendicare l’affronto recato a Menelao e così per dieci anni i Troiani dovettero affrontarli per poi assistere inermi alla fine della loro città.

una mela al giornoDi questo potere seducente ne fu vittima anche Atalanta, la mitica eroina figlia di Iasio, re dell’Arcadia. Sebbene contraria al matrimonio per via di un oracolo che non le aveva disegnato un roseo futuro da sposa, predicendole secondo alcune fonti l’immediata trasformazione in animale, secondo altre la perdita delle sue abilità di cacciatrice, alla fine era stata costretta a cedere alle insistenze paterne di accettare una tranquilla sistemazione coniugale. Atalanta dettò le sue condizioni: avrebbe sposato solo il pretendente capace di superarla nella corsa, nel caso contrario avrebbe avuto lei stessa il piacere di ucciderlo ed eliminarlo dalla contesa. Le cose andarono bene per Atalanta fino a quando non fece il suo ingresso nel nuziale agone Melanione   e con lui, visto che nomen omen, anche la mela anzi le mele. Erano, infatti, tre le mele auree che Afrodite, chiamata in aiuto dal giovane innamorato, aveva colto nel Giardino delle Esperidi e che, vantando una ormai nota familiarità con i poteri di questo frutto, gli aveva consigliato di lanciare una alla volta durante la gara. Atalanta, infatti, incapace di resistervi, non poté fare meno di fermarsi per raccoglierle, interrompendo la sua corsa e pregiudicandone la vittoria.

Non sempre foriera di guai la mela, allora, dalle remote e arcaiche pagine del mito passa a quelle di leggende più storicamente verosimili dove, identificandosi prima in una prova da superare, diventa addirittura il pretesto per l’indipendenza politica di una comunità: quella elvetica. La leggenda medievale ci racconta che verso il 1300 d.C. Guglielmo Tell, l’eroe svizzero nazionale, non essendosi inchinato al “cappello imperiale”, simbolo del potere asburgico, fu costretto a superare una non facile prova: colpire una mela posta sul capo del figlioletto. Poiché, se avesse fallito, sarebbe stato condannato a morte insieme al figlio, Tell aveva portato un’altra freccia da scagliare contro Gessler, il rappresentante imperiale. Una volta scoperta la sua intenzione, si decretò la sua condanna alla prigione perpetua per raggiungere la quale, però, era necessario attraversare il lago di Lucerna. La provvida tempesta che si abbatté durante il tragitto, gli permise di fuggire e di poter uccidere Gessler come aveva pensato. E così se è vero che “poca favilla gran fiamma seconda” l’eco della sua impresa spinse la popolazione alla lotta per l’indipendenza. Ancora nella sua veste positiva la mela si fa strada nella storia, per l’esattezza nella scienza e la troviamo nella raffigurazione che la tradizione scolastica ci ha tramandato della newtoniana scoperta della forza di gravità. Il racconto, un tempo ritenuto solo uno scherzoso aneddoto, ma adesso rivalutato nella sua veridicità, ci dice che un giorno nel lontano 1666 lo scienziato, mentre riposava sotto un melo, fu colpito alla testa da una mela caduta dall’albero e, da vero Englishman, invece di arrabbiarsi, fu pronto a chiedersi perché il frutto fosse caduto verso il centro della Terra e non verso l’alto, anticipando così la sua teoria della forza gravitazionale. Dalla scienza la nostra mela non esita a entrare nella magia della fiaba riprendendo i nefasti poteri già mostrati. La troviamo in Biancaneve dei fratelli Grimm del 1812 nel suo accattivante aspetto e irresistibile promessa amatoria cui la protagonista non sa resistere. Con la certezza che riassumerne la trama sarebbe offensivo per i lettori, ci si limita a ricordare le illustrazioni di sempre che raffigurano la bella principessa nel momento in cui cade per terra con la mela morsicata che le rotola accanto. L’accostamento visivo a un noto logo che la tecnologia ci mette ogni giorno sotto gli occhi è immediato. La mela morsicata, “croce e delizia” dell’umano sapere è ormai il simbolo un mondo che non si finisce mai di esplorare e che ci dà l’accesso a infinite conoscenze con cui ci accontentiamo di compensare quella Conoscenza mai raggiunta e che apparve racchiusa in una piccola e semplice mela da cui ha avuto inizio il cammino dell’uomo.

 

 

litterando va a scuola

Nel frattempo che Litterando se ne è stato chiuso nel placido e imperturbato mondo letterario nel quale ha anche ripercorso il muliebre scolastico cammino professionale, la vera scuola, quella attuale quella politicamente controllata e ministerialmente guidata, è divenuta oggetto di interesse di un illuminato DDL, il n.1680, presentato in Senato dalla senatrice Fedeli e da altri lungimiranti colleghi in data ante diem quartum decimum Kalendas Decembres Anno Domini MMXIV e ancora in attesa di approvazione.

La prima immagine del senatorio consesso volto a redigere il testo di legge, bdestrutturazionealzata alla mente di Litterando, la cui deformazione letteraria è ampiamente conosciuta, non ha potuto che suggerire un immediato accostamento al noto Circolo degli Scipioni che, nel lontano II secolo a.C, diffondeva un nuovo ideale di humanitas in cui, con una armonica sintesi tra la cultura greca e quella romana, si celebravano… nobiltà ed eccellenza dell’ingegno, buon gusto, dignità dell’uomo, misura, filantropia., mitezza d’animo, senso della giustizia, in una parola “civiltà”.

Con questa rassicurante idea che la politica potesse preoccuparsi della civiltà, Litterando ha iniziato con interesse a cimentarsi nella lettura della Relazione con cui è stato accompagnato il testo del DDL.

Se, a prima vista, Litterando aveva avuto l’impressione che il suddetto testo mirasse alla soluzione di rapporti conflittuali anche violenti riportati dalla cronaca, a mano a mano, però, che s’inoltrava nei meandri lessicali esposti, notava che al posto di parlare di individui da riappacificare o da rispettare, i legislatori si riferivano a non ben chiare “relazioni di genere” e che l’obiettivo cui educare le “nuove generazioni“ era ora il rispetto della diversità, ora dell’identità di genere.

Quello che appariva chiaro era “riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola”, eco della perentoria richiesta europea rivolta al sistema scolastico di impegnarsi a favorire il superamento di scelte culturali o professionali tradizionalmente individuate come “maschili” o “femminili”, ridisegnando i programmi e rivedendo i testi didattici.

Litterando, allora, non riusciva ad allontanare un certo timore che forse il Gran Consiglio d’Europa con l’Italia ai piedi da lì a poco non avrebbe certamente gradito che si continuasse a presentare ai discenti da (ri)formare uno dei più noti passi del libro VI dell’Iliade di Omero la cui poesia ora, alla luce delle nuove direttive ideologiche, non poteva non apparire secondaria e trascurabile di fronte agli “stereotipi sessisti” che fin troppo impunemente si ostinava a perpetuare.

E nostalgicamente, prima che un nuovo indice ne autorizzasse la distruzione, provava timidamente a rileggerli.

Dopo che(Ettore) disse così, mise in braccio alla sposa

il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,

sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,

l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così.

“ Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!

… Su, torna a casa, e pensa all’opere tue,

telaio e fuso; e alle ancelle comanda

di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini

tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio”.

Lasciati gli amati versi e continuando il cammino di un’ insperata ormai comprensione del testo, Litterando vedeva che alla paura europea le italiche menti aggiungevano il non meno urgente richiamo alla “ decostruzione critica delle forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate”.

L’immediato salto letterario a Pirandello era stato quasi naturale per Litterando nella sua ingenua assimilazione del mondo reale alla letteratura e, senza molta fatica, era riuscito a trovare nel trattato “L’umorismo” le parole di conferma che così risuonavano.

“La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili…”

A superarle sembrava che stesse arrivando ora il senatorio imperativo con l’improrogabile suddetta “decostruzione”. Pensare al superamento del pessimismo pirandelliano per disegno di legge, però, dava l’idea di una situazione ancora più pirandelliana di quelle immaginate dallo scrittore che ben sapeva come l’uomo, per quanto ingannato dalla nascita che ne aveva ingabbiato la vita, “flusso continuo” in una forma immobile, non potesse poi farne a meno per vivere in relazione ad altri e amare.

È quello che Litterando ricordava di Adriano Meis, in cui inutilmente si illudeva di vivere il Mattia Pascal dell’omonimo romanzo pirandelliano, quando, senza un’identità riconosciutagli, non poteva né denunciare il furto subito, né sposare la donna di cui si era innamorato.

E io? Che potevo far io’… Ma niente, niente, niente! Io non potevo far niente! Ancora una volta, niente! Mi sentii atterrato, annichilito… Io mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza la possibilità di rientrarvi….

Senza forma, infatti, c’è una vita fluida, come ricordava Vitangelo Moscarda, altro pirandelliano personaggio, protagonista del romanzo Uno, nessuno e centomila, quando diceva di essere, con commovente umano distacco, ”…Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo”. Quello che è poetico nel mondo delle parole che è la letteratura può rivelarsi pericoloso nella realtà. Per questo Litterando, era rimasto confuso di fronte al concreto e perentorio richiamo di “decostruzione” che veniva rivolto al mondo scolastico, da sempre, invece, impegnato alla costruzione di percorsi didattici e formativi. Non meno amareggiato era stato poi dall’avere il dubbio che forse dietro la proposta di un’educazione di genere e non di individui potesse insinuarsi la tanto discussa teoria gender che già in qualche non sparuto caso aveva avuto modo di entrare nel mondo della scuola, dove giovani e bambini vivono il loro tempo di crescita, e, superba della sua nuova Forza, scardinarvi i familiari equilibri tra il silenzio o il plauso dei presenti.

Litterando allora pensò alla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen; rivide il re vanitoso che, credendo di indossare magnifici vestiti realizzati con la millantata magica stoffa, invisibile agli sciocchi, procedeva invece in semplici brache, tra l’applauso della folla che fingeva di ammirarne l’eleganza; risentì la voce del bambino che con naturalezza gridò: “Il re è nudo!”, rivelando con poche e semplici parole quella che era la verità negata dalla moltitudine.

Sperò che, se fosse mai avvenuto nella realtà che si prospettava per le “nuove generazioni”, non sarebbe stato troppo tardi.

 

 

 

 

maestre in…letteratura

La letteratura, oltre a essere da sempre un tormento per la maggior parte degli studenti di tutti i tempi, è sempre apparsa uno specchio fedele della vita quotidiana, non solo per il fatto che rivela le sfumature del pensare e del parlare più complesso, ma anche perché sa informarci delle mode, delle abitudini e delle professioni più comuni. Tra quelle di casa nostra ce n’è una in particolare che appare più familiare e che contemporaneamente rappresenta meglio la donna nel suo percorso di emancipazione culturale e quindi socio-economica: quella della maestra. Amata e idealizzata o accusata e rifiutata, la figura della maestra si diffonde in Italia subito dopo l’Unità, quando la scuola elementare pubblica e obbligatoria diventa un elemento fondamentale dello Stato Unitario, volto al processo di alfabetizzazione nazionale. Insomma l’esigenza di avere più insegnanti con cui contrastare l’analfabetismo apre le porte alle maestre che in questo ruolo possono realizzare l’ontologica attitudine materna e domestica, l’unica che si è ancora in grado di riconoscerle. Dalla società alla letteratura il passo è breve e così la maestra che per la sua giovane età è ribattezzata la “maestrina”, diventa personaggio letterario conquistando una sua immortalità artistica grazie alle pagine di narrativa che la ritraggono.maestre in letteratura

L’elenco delle opere che parlano della maestra è veramente lungo pertanto è stato necessario fare una scelta che tuttavia, anche nel limitato numero di esempi, ci aiuta a seguirne il cammino nella storia.

La prima che ci viene incontro in questa passeggiata letteraria è la vecchia maestra Cristina che dalle novecentesche pagine di Giovanni Guareschi viene fuori in tutto il suo ottocentesco carattere come …una donnetta piccola e magra che tutti avevano sempre visto perché aveva insegnato l’abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli, e adesso viveva sola in una casetta un po’ fuori dell’abitato e ce la faceva a tirare avanti con la pensione soltanto perché, quando mandava nelle botteghe a comprare mezz’etto di burro o di carne o altra roba da mangiare, le facevano pagare il mezz’etto ma gliene davano due o tre etti. Di certo la maestra Cristina era considerata un monumento nazionale non per la sua forza economica: solo il suo rigore morale di cui l’aspetto didattico era un riflesso, infatti, l’avevano portata a fare soggezione a tutti e a non esitare a segnare con il lapis rosso e blu gli errori trovati nel manifesto scritto dal sindaco Peppone, il suo vecchio e non proprio brillante alunno, e a scrivervi 4 e Asino!

Mentre immaginiamo la scena della pubblica fustigazione ortografica, ecco che dal deamicisiano mondo scolastico con un’esuberanza tutta giovanile vediamo correre davanti a noi la “maestrina dalla penna rossa”. Nonostante sia nata da una scrittura più antica di quella da cui è stata disegnata la maestra di Giovanni Guareschi, tuttavia appare più giovane. È sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre …; poi, quando escono, corre come una bimba dietro all’uno e all’altro, per rimetterli in fila, e a questo tira su il bavero, e a quell’altro abbottona il cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché non s’accapiglino, supplica i parenti che non li castighino in casa e porta delle pastiglie a quei che han la tosse… e ritorna a casa ogni giorno arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta.

La giovane età delle maestre non è sempre un motivo di allegria: l’inesperienza con cui affrontano i primi incarichi lontano da casa può anche rendere più penosa la loro esistenza. Anche se riconosciute istituzionalmente, non sempre sono accettate dalla comunità in cui vengono a trovarsi e spesso devono sopportare grossolanità e irriverente sarcasmo. Appaiono allora tristi e infelici, quasi invecchiate nonostante i loro vent’anni, come Assunta, la maestrina dei primi del Novecento che incontriamo in una novella di Federico Tozzi.

Non era brutta: aveva i capelli sottilissimi e morbidi, quasi senza nessuna pettinatura…Aveva gli occhi azzurri e così tristi che parevano oscuri.

Sembra quasi che voglia rendersi invisibile pur di sfuggire alle risate ostili degli avventori dell’osteria dove lei è solita andare e lo capiamo dalla semplicità dimessa con cui, per cancellare ogni traccia di apparente eleganza, …portava un grembiulino come fanno le alunne a scuola e dalla timidezza con cui parla, come se chiedesse il permesso agli altri.

Della pesante condizione cui le maestre sono costrette dal regolamento vigente che non esita a mandarle in posti lontani anche dalla loro regione di appartenenza si fa portavoce proprio Tozzi affidando a uno dei protagonisti della novelle le sue riflessioni che risuonano come un appello… Per far la maestra in questi posti, dovrebbero prendere una nata proprio qui.

Non mandatecele di lontano, dalle città.Come vuoi che ci possa vivere?

Non è difficile neanche immaginare dove possa vivere la maestrina tozziana che di certo non abiterà in una casa comoda, ma avrà a disposizione qualche semplice stanza. Proprio come ci conferma la pirandelliana maestrina Boccarmè quando dice: La mia casa?…Io non ne ho. La casa della scuola. Un anditino, una cameretta (sì bella ariosa)e una cucinetta, che mi ci posso appena rigirare.

Proprio in questa camera di monacale semplicità spicca un ritratto cui aveva comprato quella cornice da quattro soldi e non perché lo vedessero gli altri lo aveva appeso lì alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa che ….c’era stato davvero – eccolo là- un uomo nella sua vita.

Anche se le l’aveva lasciata, tradendo la sua promessa di sposarla e ne aveva fatto scempio per un capriccio momentaneo con lui aveva sentito veramente di vivere e adesso nella solitudine della sua camera mentre lo guarda si sente meno sola e meno vecchia quasi mendicando un ricordo di vita.

Così Miriam Boccarmè, delicata creatura letteraria, ci restituisce una nuova immagine della maestra di fine Ottocento: non solo algida vestale della propria reputazione ma una nuova figura di donna innamorata anche se non ricambiata.

Tra “amori senza amore” e solitarie esistenze intanto la maestrina tra Otto e Novecento procede per la strada, pur lenta e difficile verso l’emancipazione che per Annuzza, protagonista di” Vecchia storia…inverosimile”, il romanzo di Elvira Mancuso, ha innanzi tutto il sapore di un riscatto economico.

La grande speranza, che infondeva coraggio alla madre e alla figlia, era la stessa: cioè, che Annuzza potesse diventar maestra, e così- pensavano loro- mettersi in grado di guadagnare “lautamente”, senza star soggetta, come le serve , e senza sfacchinare come le operaie.

A costo di enormi sacrifici Annuzza riesce a frequentare il convitto di Caltanissetta e ottiene la Patente di maestra, ma, per la fine tragica a cui la destina la sua autrice, non fa in tempo ad assaporare la possibilità della sua rivincita sociale né tantomeno la libertà esistenziale.

Ancora nella prima metà del Novecento la nostra maestrina è una figura socialmente debole per la miseria di stipendio e storicamente fragile per la subordinazione alle autorità politiche e amministrative cui deve sottostare: deve, infatti, rispettare rigide regole morali e adeguarsi all’ideologia politica vigente se vuole ottenere il rilascio dell’attestato di moralità da cui è condizionato imprescindibilmente il posto di lavoro

A dimostrarlo in tutta la sua evidenza è la maestra di Pietrasecca, l’abbruzzese villaggio in cui Ignazio Silone ambienta il suo romanzo Vino e pane. La signorina Patrignani, però, invece di attirare il lettore con una sorta di simpatia affettiva, lo respinge con la sua orgogliosa superbia mostrata verso i contadini del villaggio, mentre la sentiamo quasi leggere a voce alta e stridula “Le notizie di Roma” o dire della gente semplice a lei intorno che è molto ignorante e se ascolta una persona istruita… capisce quasi sempre il contrario.

Non meno irritante l’autore la fa apparire quando la descrive nel pieno del suo totale vassallaggio filogovernativo.

La maestra recava sul petto, sopra il cuore, l’emblema del partito governativo. Tra una frase e l’altra ella sospirava profondamente e l’emblema tricolore sobbalzava come una barchetta su onde agitate.

Sembra che la tanto sospirata indipendenza delle maestre debba fare i conti con la storia e aspettare tempi più maturi per una sua piena realizzazione fino a quando, sul finire degli anni Cinquanta, dalle pagine dell’autobiografico “Diario di una maestrina” di Maria Giacobbe non viene ad affascinarci una dinamica e forte figura di maestra, reale e letteraria insieme. Tra le pagine in cui è descritta la vita dei suoi piccoli alunni nel Nuorese si sente la nuova forza che la maestra ha acquistato e non solo nel porsi come punto di riferimento per le famiglie povere e disagiate, ma anche nel sapere diventare una figura autorevole e “simpatica” ai numerosi alunni scatenati, come lei magistralmente sa qui descrivere.

I bambini erano ventisei e…la prima settimana mi fu molto faticosa; il maestro che sostituivo…doveva essere molto amato dai suoi allievi che guardavano me come usurpatrice… Mi sforzavo di “svolgere il programma”, mi sforzavo di essere piacevole, cercavo di divertirli…niente! Tutto urtava contro il ghiaccio della loro antipatia. Finalmente un giorno, la terra o il cielo mi vennero in aiuto sotto forma di una grande biscia… A un tratto strisciò dentro l’aula… Quando fu …sotto la lavagna, con la rapidità silenziosa e repentina del gatto un ragazzo del primo banco le si gettò sopra con le mani aperte e la catturò… Era il mio momento. Anche io sono cresciuta in campagna e da bambina mi piaceva giocare con le bisce. Perciò non ebbi difficoltà ad impadronirmi del rettile… Io non solo non ero scappata come qualunque altra avrebbe fatto, ma la toccavo senza ribrezzo e l’ammiravo.

A volerne dare una lettura più approfondita, quello della maestrina Maria Giacobbe sembra allora l’allegorico racconto di una vittoria più importante.