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il cassetto dimenticato di vito finocchiaro

Avere anche bisogno di uno spazio in cui nascondere qualcosa di personale, di intimamente e gelosamente personale è verità indiscussa. Spesso si tratta di pagine che docili accolgono ricordi veri o storie inventate, fantasie teatrali o letterarie, scritte senza pretese in un momento di complicità con se stessi e lasciate al riparo da occhi e da commenti estranei. Se adesso ci si serve di un semplice file in cui fermare parole, immagini, impressioni o storie che rimangono sempre a portata del proprio sguardo e della propria attenzione, un tempo questo spazio privato era un piccolo, ma concreto e materiale cassetto che bastava chiudere a chiave per custodirne il contenuto che spesso restava seppellito in un indolente oblio.

Scansione 1Uno di questi cassetti ha custodito alcuni racconti di Vito Finocchiaro, giornalista siciliano e potremmo dire anche scrittore malgrado il suo scetticismo. Si tratta di undici racconti, scritti fra i diciotto e ventisei anni, dalla fine cioè degli anni ’40 e gli inizi dei ‘50, unici superstiti di una più ampia produzione narrativa decimata non solo durante ben due traslochi, momenti particolari della vita di ognuno in cui, per non essere sommersi dall’inopinata quantità di cose accumulatesi negli anni, si è costretti a liberarsi di tutto ciò che è ritenuto inutile, ma anche per una “razionale furia di distruzione” che spinge l’autore a disfarsi dei racconti conservati perché ritenuti “inutili, puerili, scritti male”.

Per fortuna i nostri undici racconti, dimenticati nel cassetto, non solo rimangono indenni alla “smania distruggitrice”, ma riescono anche a trovare una loro pubblicazione. La loro genesi editoriale è casuale e inaspettata, come ci ricorda l’autore. Avendo per caso accennato all’amico ed editore Mario Grasso di alcune occasioni in cui aveva incontrato lo scrittore Ercole Patti, gli offre senza volerlo una ghiotta occasione editoriale: l’editore gli chiede, infatti, di scrivere qualche curiosità sul Patti privato e, letto il lavoro richiesto, non ha bisogno di tanto tempo per capire che Vito Finocchiaro ha una “dimestichezza con la narrativa”. Dopo aver spinto il nostro autore a “disseppellire” qualche lavoro, Mario Grasso gli propone di tirar fuori tutti i racconti scritti e pubblicarli. L’autore accetta, “perché indiscutibilmente non esiste un uomo che sia fatto di legno e che, se a posto con la normalità, non nutra un tantino di legittima ambizione” e così nel 1984 i suoi racconti sono pubblicati su Lunarionuovo con il titolo “I Racconti Verdi”.

Il valore attribuito dall’autore a questi racconti è racchiuso nell’interpretazione che egli stesso dà dell’aggettivo verdi che dalla connotazione cromatica passa all’accezione di “ acerbi”, cioè non ancora maturi, sottolineando il carattere di estemporaneità che egli riconosce alle sue prove di scrittura senza nutrire la consapevolezza del suo talento istintivo e naturale. L’arte, però, non è solo istinto, ma anche disciplina che ha bisogno di tempo per trovare una sua maturazione e di quotidianità per diventare specchio continuo del proprio divenire attraverso il gioco e intreccio di parole. Dopo il 1952 per Vito Finocchiaro inizia un periodo di responsabilità, non solo per il suo matrimonio, ma soprattutto per il declino della fortuna imprenditoriale del padre che gli impone il dovere della concretezza professionale ed economica, mentre scrivere racconti era un vagare in un mondo astratto, per quanto attingesse alla vita.

Così restano solo gli undici Racconti Verdi a parlarci di Vito Finocchiaro giovane scrittore che, ci affida non solo la “testimonianza d’un periodo storico ed il senso di recupero di una cultura, ormai quasi del tutto scomparsa”, ma soprattutto il suo legame senza tempo con la Sicilia che, a leggere tutti i racconti, si sente subito aleggiare in ogni pagina. Se ne sentono, allora, i profumi e i sapori, le contraddizioni e le immutabili verità; se ne tocca con mano l’atavica povertà e la ricchezza, l’indolenza e la forza, la tristezza e l’ironia.

Nelle parole di Vito Finocchiaro attraverso una scrittura che privilegia la semplicità vi si riconoscono le voci degli scrittori che la Sicilia ha generato e che di Sicilia hanno parlato. E non solo.

Nella torrida atmosfera del primo racconto Calura che s’impone all’attenzione del lettore per il ritmo della narrazione e per la ricca e aggettivazione dove proprio la “ calura” traduce la violenza sensuale del protagonista si sente un’eco di Ercole Patti. Più vicino al Verga di Vita dei campi sembra il racconto Turi il cornuto, dove il protagonista un tempo uomo forte e vigoroso, viene presentato in un realismo di particolari come un vecchio senza tempo e senza dignità e che nell’impeto della folle e cieca gelosia sembra avvicinarsi al verghiano Jeli il pastore.

Nella solitudine e disperazione di Oreste, protagonista del racconto Oreste e i morti, che sta per perdere l’unico figliolo, ma è così povero che non può comprare il regalo “ dei morti” al figlio malato c’è un accento pirandelliano così come pirandelliano appare l’impiegatuccio del racconto Natura morta che, per sentirsi qualcuno, ha bisogno di inoltrarsi in un vicolo degradato dove, come negli ambienti di Zola, appare un’umanità diseredata che ha anche il volto di donne senza più orgoglio e bellezza femminile la cui disumanità varca i confini geografici e diventa universale.

La scrittura di Vito Finocchiaro ha soprattutto una voce sua quando ripercorre e racconta l’esperienza della guerra descrivendo gli improvvisi sfollamenti notturni, come nel racconto Quel giorno d’Agosto del 1943 o i bombardamenti ne La lunga notte di Santa Venera , esempi della   Storia che diventa storia locale e precisamente di Acireale, la sua città. È, però, attraverso l’ironia che la voce dell’autore si fa sentire meglio: a volte comica altre amara, è sempre una misura con cui ridimensionare situazioni e personaggi altrimenti troppo drammatici o inverosimili.

Nel racconto La “cosa“ di papà attraverso una comica caratterizzazione del padre, che assumendo nella fantasia di chi legge la faccia dell’attore Saro Urzì lo si immagina imbarazzato mentre non sa come affrontare con il figlio universitario maschili discorsi da adulti, l’autore offre ironicamente il ritratto classico del padre siciliano che non ha superato certi tabù; mentre ne La vecchia gloria, ilare cronaca di storia calcistica locale, l’ironica narrazione del triangolo amoroso che si amplia in un quartetto fa pensare ai pirandelliani Il turno o Tutti e tre.

L’ironia non impedisce all’autore di saper guardare anche con occhi benevoli che sanno vedere il bene anche nel male e riscoprire l’antica umanità perduta in uomini e donne che la vita ha reso “qualcosa e non qualcuno”. La voce narrante di Vito Finocchiaro allora sa anche riabilitare l’odalisca, protagonista dell’omonimo racconto, che proprio esercitando il vecchio e non proprio nobile mestiere, incontra il vero amore da cui si lascia salvare.

La forza dell’amore di una donna è ancora il filo conduttore del racconto Cronaca in cui dalle parole che Clara rivolge al marito, cui è apparsa in sogno per spiegargli il motivo per cui si è uccisa, si sente la forza dell’amore di donna che si baratta per dare vita al marito malato. Qui l’autore, riuscendo a cogliere la gradazione di un amore femminile, sembra rivelare a chi non l’ha conosciuto una delicatezza d’animo e una gentilezza d’altri tempi cui si è portati con assiomatica certezza ad affiancare un’intelligenza brillante e una profonda cultura che si riesce a cogliere da impercettibili e leggere sfumature lessicali o espressive e da costruzioni sintattiche o descrittive e soprattutto dall’ironia del suo narrare.

L’autoironia con cui nella premessa ai racconti Vito Finocchiaro definisce la sua esperienza narrativa ci fa capire quanto, purtroppo, egli fosse modesto per ritenersi scrittore, motivo per cui nascose i suoi racconti in fondo a un cassetto dimenticato per anni. Per fortuna dopo anni di oblio quel cassetto venne aperto.

 

la solitudine di don peppantonio

Che non fosse facile la vita di don Peppantonio, il protagonista dell’omonima novella di Luigi Capuana, lo si capisce dall’elenco delle sue azioni quotidiane attraverso le quali ci viene subito così presentato ”Sì, zappava, arava, potava, faceva ogni lavoro campagnolo come un contadino…”. Si ha subito l’impressione, però, che egli sia solo in questa sua faticosa esistenza che, per essere compresa del tutto, ci spinge a fare un salto indietro nel tempo e immaginarla in un piccolo paese siciliano subito dopo l’unità d’Italia dove sarà facile ritrovare in lui  la solitudine storica in cui il nuovo stato aveva lasciato tutti i contadini meridionali materializzandosi solo per esigere nuove e pesadonpeppantonio 01nti tasse. Sembra di vederlo e compatirlo allora..” quando il suo povero asino affondava nella melma fino alla pancia e bisognava gridare : – Aiuto, santi cristiani! – e tirarlo su per la coda e lavargli d’addosso il carico di legna, don Peppantonio diventava rosso come un peperone …e mandava accidenti al sindaco, agli assessori, all’esattore, al ricevitore, a tutti…anche a Vittorio Emanuele, che avrebbe dovuto pensarci lui a far le strade buone, come si metteva in tasca i quattrini delle tasse..!”

Nella sua rabbiosa, ma in fondo giusta, protesta don Peppantonio è solo, non trovando nessuno con cui condividerla pur nel suo piccolo paese che anzi appare solo una coralità pettegola dove i vari personaggi più rappresentativi del vivere sociale come il canonico, il farmacista, il ragazzo di bottega, si divertono a stuzzicarne gli sfoghi e le imprecazioni, senza essere capace di comprenderne le ragioni.

“Lo facevano a posta per stuzzicarlo, ogni volta che don Peppantonio andava a sedersi nella farmacia o su gli scalini del Collegio di Maria, per godersi il sole, ed era uno spasso. Egli gonfiava, sbuffava un buon pezzo, mordendosi la lingua per non sparlare e, all’ultimo, quando scoppiava come una bomba, chi ne toccava, ne toccava. La sua linguaccia lasciava il bollo, come un bottone di fuoco”.

Le sue parole infuocate d’ira don Peppantonio non le risparmia neanche al Padreterno che ai suoi occhi sembra prendersi gioco degli uomini, mandando la pioggia quando si ha bisogno del sole e negandola quando “le campagne fanno piangere”, dandoci così l’idea che la sua solitudine sia divenuta l’ esistenziale scontro dell’uomo solo contro Dio. Nella sua irruenza contadina, allora, non può che trovare semplici parole che dal confronto della sua quotidiana e inesorabile fatica con la vita terrena di Cristo diventano, nell’immediata e umana accusa del torto subito, quasi tragicomiche: “Voi, Signore, quando andavate pel mondo non dovevate pensare a niente, non facevate niente. Io, invece, zappare, arare, seminare, mietere, trebbiare, lavorare peggio di un animale, se non volevo crepare di fame. Voi, con tanto di faccia tosta, vi presentavate in casa altrui, e dovevano imbandir la tavola per voi e pei vostri discepoli. Mancava il vino? Mutavate l’acqua in vino. Io, invece, dovevo comprarlo, e mezzo aceto, quando avevo i soldi per comprarlo”.

Gridare la sua rabbia  è l’unica cosa che don Peppantonio può fare e, anche se che in questa lotta impari contro l’Onnipotente a cui la vita lo costringe non può vincere, non si fa piegare dalla paura. Neanche dopo la polmonite che quasi l’aveva ucciso, si rassegna ad accettare “l’ingiustizia” divina: anzi alle parole del canonico che in quella malattia aveva visto un segno del castigo divino si infuoca di più e grida: ”O che Domineddio deve prendersela con me, verme di terra?…Dovrebbe prendersela con un Dio pari suo; allora andrebbe bene.”

Don Peppantonio sa anche che tutta l’umanità subisce il suo stesso torto in un continuo avvicendarsi di tempi e per questo nella sua rabbia egli sente e dà voce a quella di tutti gli uomini la cui pazienza è messa alla prova. Lo fa, sorprendendoci, con un riferimento biblico, retaggio dei suoi giovanili studi in seminario, così continuando: “…So che Giobbe gliele spiattellò chiare e tonde a Domineddio. E fece benissimo; perché il Signore si abusa della propria potenza e ci manda addosso tanti malanni che non li sopporterebbe neppure un macigno. Egli se ne sta lassù, in paradiso, fra gli angioli e i santi che cantano e suonano, e fa orecchi di mercante quando gli gridiamo: ”Dacci il nostro pane quotidiano!”.

Egli, in definitiva,  non osa dubitare  dell’esistenza di Dio: non ha, infatti, né vorrebbe avere le intellettuali armi filosofiche per farlo. Quello che è inaccettabile per il nostro protagonista è proprio l’ingiusta imperturbabilità divina di fronte alla fatica dell’uomo, ma ciò non mette in discussione “ le cose sante e giuste” come il rosario, la messa e la confessione per “il santo precetto della Pasqua” che a lui “piacciono”  e scandiscono i momenti solenni della sua vita.

Appare così un personaggio contraddittorio e complesso pur nella sua elementare semplicità: infatti, se da una parte è quotidianamente arrabbiato con Dio,  non esita a rivelarsi un  fervente praticante;  e se all’apparenza si impone come un  burbero e irruente contadino, in realtà  è un uomo buono e dall’animo delicato che, avendo una mattina di gennaio trovato una creatura avvolta fra due stracci dietro la porta del Monastero Vecchio, non aveva esitato a portarla a casa sua. Nonostante  poi la disapprovazione di donna Rosa, sua sorella, l’aveva cresciuta come se fosse sua figlia provando un profondo affetto  paterno che  gli fa dire ” E, se costei non ha babbo né mamma, ché il cielo l’ha fatta e la terra l’ha raccolta non vuol dire niente… Il vero babbo son io che l’ho allevata e cresciuta…”  Questo sentimento  lo rende pudicamente  tenero e lo restituisce come figura poeticamente delicata e storicamente fuori dal suo tempo.  Appunto per ciò, quando un giorno rimprovera la sua Tegònia “…la guardava sottecchi, intenerito. Se non fosse stata presente la megera di sua sorella, avrebbe anche fatto una carezza alla povera figliola che singhiozzava in un canto”. Cresciuta in fretta la sua Tegònia, infatti, gli scontri si fanno frequenti: don Peppantonio sogna per lei un buon matrimonio e per ciò non vuole neanche sentir parlare di Pietro, lo sfaccendato figlio di mastro Mommo, il ciabattino, che invece, ricambiato, le gira intorno. Come suo solito non riesce a stare zitto e, incontrato mastro Mommo,  non esita a dirgli senza mezzi termini: “Lo fate stare cheto vostro figlio? O debbo mandarvelo a casa con le gambe rotte?” Le cose, però, non vanno come avrebbe sperato e, quando Tegònia una notte fugge di casa proprio con Pietro, don Peppantonio non regge al dolore.

“E mentre egli moriva, colei ch’era stata da lui raccolta appena nata…e cresciuta e amata come una figliola…domandava sorridendo al suo Pietro: – Mi vuoi bene?“.