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[III parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Ero diventata  davvero indipendente e libera di scappare da casa. Con la nuova ricchezza ero più irrequieta, nomade alla ricerca perenne di ciò che non ero. S’intensificarono i viaggi per la Sicilia che imposero ai miei figli continui cambiamenti dalla scuola agli amici, ma io sembravo indifferente: in me prevaleva l’orgoglio di essere una Portolano, adesso una ricca proprietaria. Dovevo e volevo esercitare il mio potere proprio in Sicilia, allora ridiventavo mio padre e ne assumevo la durezza.

Non mi fermavano le obiezioni di mio marito che mi ripeteva che, così facendo, stavo per disgregare la nostra famiglia, del resto lui, nell’illusione che a Girgenti avrei trovato la pace sperata, non si opponeva.

Non era ancora pronto alla separazione definitiva e nell’estate del 1911 mi raggiunse a Girgenti per riportarmi a Roma, ma non senza propormi una tregua e cercare un accordo. Si arrivò a un compromesso: lui avrebbe dato più importanza al mio ruolo economico e io avrei avuto più considerazione per il suo bisogno letterario.

Rientrai a Roma fiduciosa nel nuovo inizio atteso con tutta me stessa, ma dalla calma siciliana passai a una nuova crisi che gli suggerì un’ipotesi di separazione.

Di fronte alla sua determinazione di staccarsi da me, io puntualmente ritornavo a essere più trattabile e a voler salvare il matrimonio, ma non era semplice: era un continuo alternarsi di alti e bassi, di pace e guerra. Approfittando della sua pazienza, come avevo sempre fatto, avanzavo pretese inconciliabili con la ricostruzione della famiglia: i miei figli dovevano stare con me in Sicilia.

Quando lui capì che non poteva più restare al mio servizio, si spezzò l’idea di salvare la famiglia e sentì allora all’improvviso il peso di ciò che avevo preteso: strapparlo dalla sua Arte.

Forte dell’arroganza del mio riconquistato potere economico, cercai spietatamente di separarlo dai figli.

Lui allora vacillò e cominciò a sentirsi in balia della mia follia, rassegnandosi ad accettare che doveva liberarsi di me per vivere.

Si allontanò, rinunziando a ogni vano tentativo di salvarmi: mi allontanò dal suo cuore e divenni allora solo “ la pazza”.

Stanco ormai di essere paziente e vittima senza mai tregua, s’impose di essere forte contro la mia insaziabile voracità e io divenni una nemica da allontanare per difendere i figli. Anche loro erano contro di me, ma lo meritavo. Non volevano radicarsi a Girgenti: Stefano preferì restare a Roma con il padre, Fausto lo seguì e con me, in quell’anno, il 1913, rimase solo Lietta.

Lavorò ancora di più per mantenerli senza il mio aiuto. Si umiliò a chiedere i soldi agli amici, mentre io m’inorgoglivo di essere la ricca  Antonietta Portolano che  sapeva gestire i suoi affari da sola e senza il suo aiuto.

 Passava il tempo e più stavo lontano da lui, tanto più mi staccavo dal suo mondo e dalla sua vita e, mentre sentivo la fine del nostro matrimonio, quasi m’inorgoglivo perché per me era la prova della sua inettitudine. Lo disprezzavo e disprezzavo tutti i Pirandello al punto che vietavo ai miei figli, quando erano in Sicilia, di incontrare i nonni e gli zii.

Era già arrivato il 1914 e i venti di guerra che si percepivano turbavano la mia mente già sconvolta. Non sapevo che Stefano avesse già annunciato al padre di volersi arruolare, ma con il presentimento che ogni madre ha, sentivo una terribile angoscia al punto che una notte urlai dal balcone della mia casa di Girgenti. Urlavo contro preti e soldati che mi perseguitavano: erano fantasmi della mia mente malata, ma io credevo di vederli.

Ricordo la confusione e rivedo la scena. I vicini accorrono, chiamano la forza pubblica, chiamano il pretore che ufficialmente dichiara la mia pazzia e ordina di internarmi. Viene avvisato mio marito e lui si precipita. Pur nella mia follia che mi aveva ossessionato contro di lui, appena lo vidi, corsi ad abbracciarlo: avevo capito, da sempre, che lui era la mia forza, il mio sostegno e, perdendo lui, mi sarei persa.

Con la dolcezza e la delicatezza d’animo che gli faceva ricordare la grandezza del suo amore per me, si assunse la responsabilità di riportarmi a Roma e scongiurò il mio internamento.

La pazzia era entrata in casa e nella sua vita.  Non si può dire che io non l’abbia ispirato: scrisse, infatti, di follia e di gelosia. Adesso risento con una nuova consapevolezza le parole di un suo romanzo, Si gira, che così risuonano ”questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di pazzia ragionante, tipica, tipica forma di paranoia, anche con deliri di persecuzione” .

Era il mio ritratto. Ero pazza e la mia pazzia era lui e questa era la vera pazzia perché lui era un puro.

 Stava per finire il 1914. Il 31 Dicembre Stefano si arruolò come volontario e fu poi prigioniero per tre anni. Dopo la partenza di Stefano per la guerra, me ne stavo in disparte a vedere vivere la vita degli altri, non prendendo parte alle piccole gioie famigliari: mi davo da fare solo per preparare i pacchi da inviargli. Ben presto Fausto e Lietta divennero il bersaglio delle mie sfuriate e loro erano sempre dolci con me.

Lietta doveva assistermi e non capivo il tormento di quel continuo quanto inutile dispendio di sé e della sua giovane voglia di vivere: doveva stare accanto a me per ore a ricamare, doveva assaggiare i cibi perché tra le mie fissazioni c’era quella di essere avvelenata, aveva il compito di farmi prendere le medicine, di mettermi a letto. Lei, la figlia, costretta a farmi da madre. Ma io non ero contenta del suo paziente sacrifico, anzi arrivai ad addossarle la mia gelosia perché in simbiosi con il padre. Di fronte a un litigio crudele e per lei umiliante arrivò a tentare il suicidio e dovette abbandonare la casa per sottrarsi alle mie ire e alle mie aggressioni adesso anche violente.

Era giunto il momento di allontanarmi, ma si aspettava che ci fosse anche Stefano. Quando dopo la guerra ritornò a casa, il ricovero fu inevitabile. Non ci fu neanche bisogno di un’ordinanza: era ancora valida quella emanata dal pretore di Girgenti nel 1914.

Nel gennaio 1919 entrai nella casa di cura “Villa Giuseppina” sulla Nomentana a Roma e vi restai per quarant’anni fino alla mia morte, che, come disse mio figlio Fausto, fu  soltanto “l’annullamento di un nulla”.

[II parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Nel 1903 arrivò presto la catastrofe temuta e di quel giorno ho nitidi e chiari ricordi.

Arrivò una lettera da mio suocero ma non indirizzata a me e, non avendo la delicatezza di aspettare mio marito, l’aprii e lessi il disastro che annunziava: si era allagata la grande zolfara di Aragona in cui era stata investita la mia dote e così la mia ricchezza e il vitalizio di cui vivevamo erano andati perduti per sempre.

Rimasi paralizzata nella mia anima e nel corpo. Non riuscii più a camminare e a non avere altra sensazione all’infuori della rabbia contro i Pirandello che mi avevano sfruttato e contro mio marito che non aveva tutelato i miei interessi.

La rabbia divenne la mia malattia: la Portolano che era in me non poteva non impazzire di fronte alla perdita dei soldi, l’unico valore riconosciuto.

Nella mia rabbia folle allora vedevo solo la fine del mio potere, mentre adesso, con questo nuovo sguardo che mi è concesso, vedo che lui si trovò di fronte allo sfacelo della sua vita.

Se avessi amato veramente, avrei saputo sostenerlo e tenere salda la mia famiglia e invece gli rinfacciavo i miei sacrifici che, fatti senza amore, per chi li riceve sono solo condanne senza scampo.

E lui che avrebbe potuto fare di più? Si preparava per il concorso come professore ordinario al Magistero, faceva lezioni private, chiedeva di essere commissario d’esami fuori Roma per avere compensi più alti. Si riscattò con il suo lavoro che gli permetteva di sostenere la famiglia senza il mio aiuto.

Non aveva tempo per la sua Arte eppure riusciva a scrivere mentre mi assisteva di notte alla luce di una lampada attenuata dal paralume per non disturbarmi.

Dal nostro dramma, però, nacque il successo e così arrivò il 1904, l’anno de Il fu Mattia Pascal, il suo primo grande romanzo. Continuò a cercare un senso  ai nostri giorni senza senso nelle storie che la vita gli suggeriva e  così non aveva un attimo di tregua tra il  “vero” lavoro, secondo me, e la  scrittura  per lui vitale.

Stavolta, però, per le novelle che i giornali pubblicavano, veniva pagato e io non potevo più rimproverargli niente. Eppure non ero capace di gioirne: ero immobile nella mente e nella mia anima più che nel corpo.

Ricordo, infatti, la sua felicità per il successo del romanzo che gli veniva riconosciuto  con una serata in suo onore alla Casina Valadier e sento ancora le sue parole con cui mi chiese di accompagnarlo. Era la prima uscita dopo la mia guarigione, ma mi vedevo dimagrita, mi sentivo tanto fragile e mi sentivo fuori posto: non capii quanto per lui fosse importante essere insieme in un ambiente che riconosceva la sua Arte e in un momento che ci ricordava come fossimo riusciti a superare il disastro che ci stava distruggendo. Avrebbe potuto essere l’inizio della nostra nuova vita, indipendente dai nostri genitori, ma io non credevo abbastanza in me né in noi per ricominciare anzi per cominciare a vivere. Quella sera non riuscivo a vedere la vita che rifioriva e sentivo il peso di una vecchiaia invisibile agli occhi degli altri, ma che sentivo dentro di me. Il mio sguardo freddo che quella sera respingeva il suo entusiasmo mi allontanava dalla sua vita che non sarebbe mai stata anche la mia.

Erano già passati dieci anni di matrimonio e io continuavo a non capire che si era veramente innamorato di me e non volevo vedere che l’unico motivo che dava un senso al nostro matrimonio non era, in realtà, la mia dote; anzi  dopo il disastro, non fui capace di dimenticarla non  riuscendo a credere che proprio dal suo essersi dissolta avrei potuto liberare il mio matrimonio dalla catena degli interessi con cui era nato. Sentivo, invece, che perdendo la mia forza economica, non avrei più potuto giustificare l’orgoglio della mia superiorità su di lui: adesso la famiglia non dipendeva dai miei soldi, ma dal guadagno di mio marito.

Ero veramente strana e, se prima lo rimproveravo perché non aveva il ruolo di capofamiglia, ma dipendeva dai miei soldi, accettando di sottomettersi a me, adesso rischiavo di impazzire per non essere più indipendente da lui. E per questo continuavo a essere dura e feroce con lui e farlo sentire in colpa rinfacciandogli i disastrosi investimenti del padre.

Lui mite e umile, versava nelle mie mani tutto lo stipendio, abbassandosi ma con signorilità, a chiedermi i soldi anche per comprare le sigarette. Sapevo amministrare i soldi ma non i sentimenti: come un eterno Minotauro insaziabile non ero contenta mai di niente né di lui, mentre lui sapeva essere grato per quello che avevo potuto permettergli.

Intanto diventava famoso e io, guarendo dalla paralisi del corpo, mi ammalavo di una gelosia maniacale che era una  malattia senza scampo e nella mia pazzia diventavo sempre più aggressiva.

La mia ossessione esplose in una gelosia infernale e obbligai il mio piccolo Stefano a diventarne il paladino : doveva accompagnare il padre quando andava a passeggiare o con gli amici.

Ad un tratto, però, capii che cosa stavo per perdere e proprio per lui si accese una passione irrazionale come ero io e folle fu il mio desiderio di riconquistarlo.

Lui mi riamò, sperando di riportarmi nella normalità, negatami, di donna. Adesso posso dire che fu una pazzia: sì una pazzia credere che il suo amore, anche se immenso, avrebbe potuto salvarmi.

Non fu facile neanche il periodo della tregua. Ero complicata, doppia: fuori gelosa e cattiva, dentro di me paurosa e in attesa di un suo gesto che parlasse di vera intimità.

Lui capì, seppe leggere la mia disperazione come quella di una donna debole e inadeguata e mi riamò cercandomi con tutto se stesso.

Non si stancava di capirmi e cercava sempre di giustificarmi e con delicatezza chiedeva ai figli di assecondarmi, di farmi sentire viva, “ragionando e inventando”, come diceva lui, sintonizzandosi con me e con i miei pensieri. Ma non mi bastava: era sempre un alternarsi di pace e di rabbia e rischiai di farli impazzire.

Sapeva rispondere con dolci pensieri alla mia durezza e provava pietà per me, per la mia giovinezza svanita tra il mio corpo sfiorito dalle gravidanze. Io, invece, posso dire che non gli ho mai dato la possibilità di superare insieme il baratro che inghiottiva la mia mente, anche se lui vi sapeva leggere fino  a dialogare e sapeva ricomporre i miei mille frammenti in una sola persona.

A volte sapevamo essere una coppia. Ricordo una passeggiata, se non sbaglio era il 1906,  come una coppia normale e felice. Il momento felice, però, durava poco: subito, improvvisa e indomabile ritornava l’ossessione della gelosia che mi portava ad avere crisi feroci anche davanti ai miei figli.

Disperato, pensò alla separazione per difenderli e proteggere quella fragile serenità che era rimasta nelle loro vite, ma il pensiero di peggiorare il mio male lo frenava: in fondo mi aveva sempre voluto bene e riusciva a volermene anche dopo le liti.

Ero gelosa della sua Arte come di un’altra donna e trovai un po’ di pace quando, per prepararsi al concorso come professore ordinario al Magistero, tralasciò la sua scrittura.

Così quei “soldi sicuri” che come insegnante riusciva a portare a casa mi resero più serena e tra la tempesta ci fu ancora qualche attimo di pace.

Era il 1908 e ricordo ancora la gioia per la casa più grande di via Palestro in cui ci trasferimmo e dove riuscii a sentirmi serena  con la mia famiglia nonostante fossi a Roma, anzi quell’anno rinunciai alla solita fuga a Girgenti.

Lui riprese a scrivere e ad avere successo ma non riuscivo a esserne felice e mi sentivo ancora  più cupa e gelosa.

La situazione peggiorò quando nel 1909 morì mio padre e io divenni di nuovo ricca della mia eredità ma ancora più povera d’amore.

Antonietta Pirandello nata Portolano

Credo che non ci sia bisogno di una presentazione ufficiale. Il mio nome, legato indissolubilmente alla fama di mio marito, è abbastanza conosciuto anche se accompagnato da considerazioni non lusinghiere, racchiuse in un un’unica e spietata parola: “ pazza”.  Chi sia stata veramente, il male che ho fatto, il bene che ho voluto e quello che non ho voluto lo capisco adesso, riuscendo a leggerlo in questa nuova dimensione senza tempo in cui mi trovo, in quest’attimo che “si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una sospensione d’ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano all’improvviso illuminate e precise le cose essenziali, una volta e per sempre”. In questa nuova dimensione che mi ha avvicinato a ciò che ho sempre fuggito, prendo in prestito le parole di Luigi Pirandello, mio marito, che riescono così bene a dare voce ai miei pensieri e questo nuovo dialogo mi ferisce come il più feroce dei rimorsi, se ripenso a quanto nella vita di un tempo proprio io abbia disprezzato la sua Arte, vantandomi  con vano orgoglio di non avere mai  voluto leggere  niente di ciò che scriveva.

Ma ora ne ho bisogno anche per trovare un senso a questo non essere più; per trovare  le parole capaci di dire la pena di non poter vivere più …senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa…È questo morire”. 

Paradossalmente io che non sono riuscita a vivere quando potevo e dovevo ora non mi arrendo alla morte e vorrei vivere d’altro.  Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco…” 

Se non in un geranio almeno vorrei vivere nelle parole per raccontarmi. Non pretendo di trovare benevolenza, ma chiedo di non essere condannata: ci ha già pensato la vita o ci sono riuscita io, avendo già pagato non vivendo ciò che avevo avuto la fortuna di avere.

La mia storia inizia il 25 febbraio 1872 a Girgenti ed è subito segnata dalla tristezza, legandosi al filo contorto della gelosia. Restai, infatti, presto orfana perché mia madre morì di parto: la gelosia di mio padre, che sapeva renderlo brutale come una bestia, non permise a nessun medico di assisterla.

 Venni chiusa  presto in collegio dove la mia educazione fu affidata alle suore e forse da quegli anni ho portato con me  per sempre l’ostinato disprezzo per la sua Arte, per un’attività che non ha le solide radici concrete e  che – mi dicevano – può non essere morale.

Passarono gli anni rendendo la mia età ormai adatta al matrimonio, l’unico obiettivo per me possibile, dal momento che l’idea di un  lavoro mio non mi sfiorava minimamente.

Ero anche bella allora. Slanciata, con un viso regolare circondato da capelli castani e gli occhi neri come la mia anima malinconica che spesso m’intristiva senza che ne capissi la ragione.

Ero anche un buon partito: portavo in dote 70.000 lire e fu facile per mio padre combinare il mio matrimonio con il figlio di Stefano Pirandello, suo socio nel commercio dello zolfo.

Seppi così che il mio promesso sposo era un giovane scrittore, non adatto al commercio né intenzionato a restare in Sicilia: viveva, infatti, a Roma in cerca di quella sospirata fortuna letteraria che ancora non era arrivata e capii che anche io avrei dovuto trasferirmi lì. La paura di lasciare la mia casa, che all’inizio mi aveva gettato in una grande agitazione sembrò sparire quando vidi la sua foto che, facendomi innamorare subito, mi rese più sicura del mio futuro.

Il fidanzamento fu travagliato per mancati accordi tra mio padre e il futuro sposo, ma io mi ostinavo a volere solo lui e rifiutai altre proposte così che mio padre accettò il matrimonio già promesso.

Iniziò un appassionato corteggiamento epistolare, io non riuscivo a stare dietro al suo ritmo e non solo per il numero di lettere che inviava, ma anche nell’entusiasmo che mostrava. Ero avara di parole e lui se ne rammaricava. Il mio cuore non era di pietra, ma le sue parole mi spaventavano: temevo di non essere all’altezza di ciò che mi chiedeva. Lui sentiva che questo matrimonio, nato come uno dei tanti “ amori senza amore ” per la mia dote che gli avrebbe consentito di scrivere senza dipendere dal padre, diventava importante: s’innamorò veramente di me e amava il suo essersi innamorato, immaginando che io potessi riportarlo fuori dal “ labirinto” in cui si era chiusa la sua esistenza.

Il 27 gennaio 1894 ci sposammo, lui era felice e lo fu anche di fronte agli imprevisti che ci accolsero a Roma: la casa di via Sistina non era riscaldata, mancavano i materassi, i bagagli non erano arrivati. Io non seppi sorridere a ciò, non riuscivo, come del resto ho sempre fatto, a essere felice solo della sua vicinanza e solo adesso capisco che invece avrei dovuto imparare a vivere con più leggerezza.  Il mio difetto più grande era proprio la malinconia, che mi portava a chiudermi al presente: non riuscivo a condividere i suoi sogni artistici e disprezzavo la sua arte; non volevo ricevere in casa i suoi amici con cui amava intrattenersi in incontri letterari. Invece di aprirmi alla sua vita preferivo appartarmi in un’altra stanza dove da sola restavo a cucire e a lamentarmi tra me per quella vita che non mi apparteneva.

Ben presto arrivarono i figli, Stefano, Lietta e Fausto: tre in quattro anni dal 1895 al 1899.  Di quegli anni riesco a isolare dei momenti sereni, anche se non mancavano i miei soliti sbalzi d’umore. Riuscivo anche a trovare il tempo e il piacere di scrivere alle mie cognate. Mi piaceva prendermi cura della casa e sapevo scherzare sulla mancanza di pulizia della domestica. Anche se sembrerà strano, amavo l’Operetta ed è una prova, anche se effimera, che in qualche attimo della mia vita è pur esistito un piccolo spiraglio di luce tra la mia cupezza. Crescere tre figli da sola, però, senza l’aiuto delle grandi famiglie cui siamo abituati noi siciliani, non fu facile e i miei disturbi nervosi ne risentirono.  Tra l’altro i problemi economici che si presentarono mi esasperavano e mi portarono a esasperarlo: i soldi della mia dote, infatti, erano stati investiti nelle miniere di zolfo del padre che avrebbe dovuto versare 7.000 lire ogni mese, cosa che, però, non sempre avveniva con puntualità. Non si viveva agiatamente e  così io non riuscivo a staccarmi dall’idea di  ricchezza e concretezza che mi aveva trasmesso la mia famiglia. Riemergeva la mia fisionomia di donna strana, ritornavano le mie ombre e le mie collere, sentivo in me la forza di ossessioni che m’impedivano di dialogare con lui.

Non riuscivo ad apprezzare la sua sensibilità e la sua signorilità, anzi, mi appariva un segno di debolezza. Che pazzia! Quasi mi arrabbiavo per l’importanza che mi dava: io non ero abituata; ero stata educata a vedere l’uomo come il più forte nella famiglia e lui non era così.  Non sapevo apprezzare il suo lavoro perché non portava “ soldi “, anzi pensavo che non lavorasse per cose serie.

In uno dei miei scatti d’ira, il cui ricordo adesso mi è insopportabile, l’ho definito “ mignatta”, sanguisuga, sputandogli in faccia il mio disprezzo per la sua povertà e per la sua dipendenza dai miei soldi; lui, umiliato, si diede da fare e riuscì a guadagnare poche lire al mese come  professore supplente al Magistero e, anche se solo nei ritagli di tempo,  riuscì a scrivere non poche novelle.

Mi pentivo poi delle mie sfuriate e chiedevo di essere aiutata.

Conobbi un periodo di tregua grazie a una cura medica contro la nevrastenia che si era aggravata dopo il difficile parto di Fausto nel 1899.  In quegli anni ero consapevole del mio malessere, come scrissi in una lettera, e riuscivo anche a essere tenera in famiglia e lo dimostrai.

Nel 1899 andammo in Sicilia per la nostra villeggiatura estiva, ma fummo accolti dalla sconfortante notizia degli affari di Stefano, mio suocero: le cose alla zolfara non andavano per niente bene e i versamenti della mia rendita ne avrebbero risentito. Ritornati a Roma, infatti, ne trovammo la conferma ma, anche se non ricevevamo più i soldi della mia rendita in quei giorni -era il 1901 credo-  fui davvero “ amorosa e coraggiosa” , come disse lui alla sorella. La forza d’animo, però, non era la mia vera virtù e la crisi economica di Stefano che non sembrava risolversi minacciava la mia calma e la mia pace.

Fabio Gori, un eroe per caso

marsina strettaSin dalla prima presentazione del protagonista nella pirandelliana novella Marsina Stretta si percepisce che si è di fronte a una situazione anomala e insolita che sta per scardinare l’equilibrio della consueta quotidianità di Fabio Gori, un semplice professore di lettere che del suo stato sociale porta con sé, oltre all’orgoglio del parlar forbito, l’essenzialità di una vita modesta e riservata.

Da questo suo mondo, purtroppo, il professor Gori sta per essere catapultato fuori. È stato, infatti, invitato alle nozze di una sua alunna, Cesara Reis, e per l’occasione deve indossare una marsina che sin dal momento delle prove lo irrita come viene puntualizzato dalle prime parole che il narratore ci rivolge: ‘’Quel giorno, però, per la prima volta in vita sua, gli toccava d’indossar la marsina ed era fuori dalla grazia di Dio’’. I suggerimenti per la lettura di tutta la novella sono qui: la marsina, l’irritazione e l’esser fuori dalla grazia di Dio, elementi che trasformano il nostro tranquillo professor Gori in un eroe per caso i cui maldestri tentativi di provare la marsina appaiono come la vestizione comica di un don Chisciotte di provincia che, suo malgrado, dovrà salvare una fanciulla sola e indifesa.

Se le note di comicità sembrano dominare il racconto del narratore, un’attenta lettura della novella rivela, però, che il carattere prevalente è quello del grottesco, cioè della rilettura comica del tragico o la sua sdrammatizzazione umoristica, come poi Pirandello spiegherà nel saggio su L’Umorismo del 1908. Sull’alternarsi di situazioni comiche e tragiche, sul grottesco quindi, si articola l‘intreccio della novella che ce ne offre subito un esempio nella raffigurazione del professore davanti al portone di casa della sposa quando con in mano un mazzo di fiori, suo misero dono di nozze, immobilizzato nella marsina stretta e già un po’ scucita, apprende dal portinaio che il matrimonio non si farà più perché è morta la madre della sposa. Da questa imbarazzante situazione iniziale in cui è forte lo stridore tra l’abito elegante con cui Gori si è mascherato e l’atmosfera funebre in cui si è imbattuto egli, però, senza saperlo uscirà fuori, proprio grazie alla tanto odiata marsina, da vincitore ed eroe di una guerra combattuta da solo. In questa guerra Gori si schiera inconsapevolmente quando, avendo ascoltato le parole del portinaio, decide di entrare a casa della sua allieva, in quella casa dove insieme alla madre sono morti anche i sogni di vita della sposa. Di fronte a questo “sgarbo” fatto da una madre alla figlia, simbolo di quello che la vita fa agli uomini, Gori allora trova la rabbia sufficiente per  difendere Cesara dalla beffa della vita, imponendole di sposarsi nonostante la morte della madre e nonostante i parenti nemici.

Eccoli schierati: la vecchia madre in testa, dal viso incartapecorito come la sua anima arida e incapace di provare sincero affetto per l’infelice nuora; le sorelle, due zitellone insignificanti copie sbiadite della madre; il fratello, infine, che nell’eccessiva compostezza garbata nasconde un’inveterata abitudine alla finzione e alla sottomissione alle convenzioni sociali. Tra loro non trova posto lo sposo, figura diafana dall’inconsistente carattere come è già annunciato nel vuoto di memoria che inizialmente impedisce a Gori di ricordarne il cognome.

Gori, sperduto, in mezzo al nemico e solo con la sua goffaggine che lievita sempre di più allo scucirsi della manica, si avvia, però, al processo di eroizzazione che si alimenta dell’irritabilità per il sentirsi fuori posto e che poi trova un colpo di grazia alla vista della vecchia madre, morta proprio il giorno in cui la figlia avrebbe dovuto sposarsi.

Nelle fasi più accese della lotta, Gori ritrova proprio nella sua marsina l’armatura di cui ha bisogno: non perché questa sia una corazza di ferro, ma, anzi, proprio perché è una stretta giacca di stoffa che, scucendoglisi addosso, lo irrita, rendendogli insopportabile il dolore della ragazza e la cattiveria dei nemici. I punti più convincenti della sua arringa, la sua guerra in definitiva, coincidono proprio con i momenti in cui appare più ridicolo. Quando, infatti, riesce a strappare Cesara dai piedi del letto della madre lo fa al prezzo di una profonda scucitura della manica e, quando espone le sue argomentazioni ai parenti dello sposo, lo fa con una tale forza emotiva che gli costa lo strappo definitivo della manica suscitando le risate generali.

Eroe il professor Gori, ma ridicolo. È solo lui, tuttavia, a non poter ridere di se stesso: questo lo sa bene quando si accorge in chiesa, dove è riuscito a spingere Cesara affinché si sposasse, di essere rimasto senza la manica che deve andare a riacciuffare nel campo nemico, per restituirla insieme alla marsina che ha noleggiato. L’eroe, senza più il fastidioso problema, ha perso tutto l’impeto guerriero: questo lo si coglie nella timidezza con cui chiede della manica e nella delicatezza con cui, dopo averla trovata, la riavvolge in un giornale. Strano eroe davvero il professor Gori, se per vincere la battaglia della sua timidezza ha avuto bisogno dell’irritazione che una marsina stretta gli ha arrecato, fino a farlo uscire “fuori dalla grazia di Dio”.