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Attenti al Minotauro! (breve guida pratica di sopravvivenza)

I Greci, si sa, hanno scoperto tutto e spesso preferivano raccontare le verità intuite e non dimostrate con i miti, irrazionali narrazioni poetiche, in cui poteva essere creduto possibile ciò che possibile non è.
Che i loro personaggi, eroi o mostri che siano, però dalle pagine d’antiche fole sarebbero passati a popolare rigorosi testi di più scientifiche indagini umane, questo non lo avrebbero mai sospettato.
Di certo Sofocle non avrebbe immaginato che il suo Edipo sarebbe diventato il simbolo di un delicato e spesso insolubile complesso affettivo e neanche Ovidio avrebbe creduto possibile che del suo Narciso non la bellezza sarebbe stata celebrata dai posteri, ma sarebbe stato preso in prestito il dolce nome per chiamare un ego che non sa dare amore.Scansione 2
Oltre a queste antiche figure che i Greci hanno prestato alla scienza c’è anche il Minotauro, l’orrendo mostro dal corpo umano e la testa di toro, che si ciba solo di carne umana evocando una persona insaziabile della vita altrui e non necessariamente identificabile esclusivamente nello junghiano “archetipo dell’immagine materna divorante” .
Per saperne di più bisogna andare allora nella Grecia incantata dai miti e sentirne il racconto. Si narrava, infatti, che in tempi lontanissimi, risalenti al periodo della civiltà minoica (2700-1450 a.C.) quando sull’isola di Creta regnava Minosse, chiuso nel labirinto, costruito da Dedalo, vivesse il Minotauro, un essere mostruoso metà uomo e metà toro nella cui origine era entrata in causa l’ira di Poseidon.
Il dio del mare, infatti, un giorno aveva mandato a Minosse, come segno di benevolenza al suo regno, un toro bianco dallo splendido aspetto, pretendendone il sacrificio.
Il re, però, credendo di poter ingannare gli dei, al momento del sacrificio lo aveva sostituito con un altro, attirando così l’ira di Poseidon che fece nascere in Pasifae una folle passione per il toro bianco da cui fu generato il Minotauro che si cibava solo di carne umana.
Per questo motivo era necessario trovare vittime in un perpetuo quanto inutile sacrificio vista l’insaziabilità del mostro e, quando, per vendicare la morte del figlio Androgeo, ucciso dagli Ateniesi, Minosse conquistò Atene, impose il tributo, annuo secondo alcune fonti o novennale secondo altre, di mandare sette giovani e sette fanciulle in pasto al Minotauro.
Per porre fine a questo supplizio rituale, Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, decise di prender parte alla spedizione alla volta di Creta pronto a uccidere il mostro.
Come re, Egeo riebbe la speranza di libertà che si addice a un sovrano, mentre come padre ebbe la paura di perder il figlio e per questo, al momento di salutarlo, tra le lacrime gli chiese di alzare le vele bianche della sua nave se il ritorno fosse stato da vincitore: se fossero rimaste le vele nere, dal colore avrebbe capito ciò che non avrebbe potuto e voluto sentire.
Giunto a Creta, Teseo doveva pur trovare il modo di riuscire nell’impresa e, per quanto vantasse un ricco curriculum degno di un eroe annoverando, infatti, una caccia al cinghiale caledonio, una guerra contro le Amazzoni, una lotta contro i Centauri e i Lapiti, l’uccisione del toro di Maratona e anche la conquista del Vello d’oro, tuttavia voleva essere più sagace che coraggioso. Per non buttarsi d’impeto contro il mostro nei meandri del labirinto senza possibilità di uscirne era necessario chiedere e trovare aiuto e questo ebbe il nome e il volto di Arianna, la figlia del nemico Minosse, che, innamoratasi dell’eroe si lasciò lusingare dalla promessa di essere fatta sua sposa e non rifiutò di soccorrerlo, anzi. Si recò subito da Dedalo che consigliò di legare all’ingresso del labirinto il filo di un gomitolo da dipanare man mano che Teseo vi s’inoltrasse così da poter ritrovare la via d’uscita. Giunto il momento di sacrificarsi al Minotauro, Teseo entrò nel labirinto, affrontò il mostro e lo uccise ponendo fine alla cruenta sottomissione ateniese. Poi, grazie al filo di Arianna, riuscì a trovare l’uscita e, come aveva promesso, prese con sé l’eroina per sposarla e ritornare insieme ad Atene. L’approdo all’isola di Nasso, però, cambiò i nuziali piani: al risveglio, infatti, Arianna non trovò Teseo che aveva pensato bene di ripartire da solo verso Atene, abbandonandola in Nasso o meglio come si sarebbe poi detto “piantandola in (N)asso”. A spiegarne le ragioni, cercando bene tra le fonti, concorrono diverse tesi: la paura di creare scandalo facendo ritorno con la figlia del nemico come promessa sposa, da una parte; l’ordine avuto in sogno da Dioniso di lasciare a lui il privilegio di amare la fanciulla, dall’altra.
In ogni caso non sembra che l’eroe avesse avuto il minimo rimorso a lasciare Arianna cui, se non per amore, almeno per gratitudine avrebbe dovuto dare qualche spiegazione. Teseo era così: per quanto eroe era un uomo …a distanza di sicurezza e non si faceva coinvolgere tanto nelle altrui situazioni o emozioni. Per questo, durante il suo viaggio di ritorno da Creta, senza ripensare tanto alle parole del padre piangente, dimenticò di issare le bianche vele in segno di vittoria, lasciando che con quelle nere Egeo interpretasse il ritorno del figlio non come avrebbe dovuto. Si uccise, lanciandosi cadere dalla rupe su cui spiava il ritorno di Teseo, sparendo nel mare che da lui prese il nome, senza potersi rallegrare della vittoria contro il Minotauro.
Se è vero che il mito non è solo racconto di fatti ma diviene simbolo di altre verità sottese, allora appare facile interpretare il Minotauro come una sottomissione a un tributo perpetuo verso un mostro invisibile fuori di noi, ma spesso proprio in noi, che si ciba della nostra energia vitale di cui è necessario liberarsi onde evitare il rituale e perpetuo quanto vano sacrificio perché il Minotauro, come è stato detto, non si sazia mai.
Per vincerlo bisognerebbe essere come Teseo che non vuole fare mostra a tutti i costi d’immane sacrificio, ma sa sfruttare insieme alle sue abilità o capacità, anche le risorse intorno a lui. Sa accettare aiuto, senza voler fare l’eroe: fondamentale, infatti, è l’intervento di Arianna che a sua volta chiede aiuto a Dedalo, il quale, in quanto ideatore del labirinto, di solito identificato con il percorso dell’anima verso l’equilibrio del sé, può rimandare alla necessità di una guida.
Bisognerebbe fare come Teseo che è concentrato su sé e non permette di essere ingoiato, anche a costo del sacrificio di altri da cui è amato come Arianna o Egeo.
Per sconfiggere il Minotauro sembrerebbe necessario allora essere semplicemente, un po’ s[***]uperficiali, anche se, in verità, l’aggettivo a cui si pensava era un altro che, però, con quello usato, oltre alla consonante iniziale, condivide anche l’idea di leggerezza che garantisce la capacità di stare sempre … a galla.

Insegnare..che passione*

(* del termine sono stati presi in considerazione due dei tanti significati che il dizionario Garzanti riporta
1) grande interesse o amore verso qualcosa;
2) dolore, sofferenza.
Il lettore  qui è libero di accoglierne l’accezione che ritiene più opportuna.)

Sulla scuola  italiana tutti hanno scritto e continuano a scrivere qualcosa. A volte sono pagine nostalgiche di chi ripensa alla poesia che la scuola ha saputo regalare come ci rivela uno sguardo ai “Racconti di scuola”  di Giovanni Mosca; altre volte invece  sono pagine scritte con la rabbia  quasi amorevole propria degli innamorati delusi come quelle firmate da Paola Mastrocola che nella scuola ha creduto e continua a voler credere, nonostante lo sfacelo che ha inspiegabilmente ma inesorabilmente iniziato a disgregarla; non mancano quelle che lasciano il sapore amaro come di uno strano livore che si affaccia dietro la professionale precisione di chi ha saputo redigere veritiere statistiche con contabilità aritmetiche degli sprechi scolastici, frutto di insane gestioni, come si coglie nel libro di Mario Giordano il cui titolo “5 in condotta” ne è un  non velato annuncio.
Ci sono poi pagine rivolte agli insegnanti  come la famosa “Lettera a una professoressa” di don Milani, scritta quando quella dell’insegnante era una figura a cui veniva concessa un’incontestabile identità professionale che aveva ancora il sapore di una seria funzione educativa ed evocava un insito alone di rispettabilità di cui  non pochi tra i genitori e studenti adesso fanno fatica ad avere l’idea.primo giorno di scuola 10sett2014
È qui superfluo elencare i libri su cui gli insegnanti hanno studiato: lo si creda o no, infatti,  è un’ipotesi da tenete in considerazione che proprio loro, gli insegnanti, si siano dedicati alla loro formazione culturale e quindi professionale, anche se non ci si stancherà mai di sottolineare che quella dell’insegnante non è una professione come le altre che si può esercitare solo con titoli conseguiti, ma un mestiere che trasforma  ontologicamente chi lo svolge prima di diventare una consuetudine deontologica.
E non è facile essere insegnanti né così scontato.
Non bastano, infatti, i moniti pedagogici della Montessori o di Decroly, né i richiami di Piaget sulla necessità di conoscere il mistero dello sviluppo completo del bambino, elemento imprescindibile per permettergli ogni forma di apprendimento; non si è sicuri nemmeno  se si può vantare una solida e onnisciente preparazione, ma bisogna, superare la  vera prova iniziatica: entrare in classe.
Come ogni iniziazione che si rispetti anche la prova che il futuro insegnante deve superare ha le sue difficoltà che cambiano in relazione all’età dei guerrieri-studenti con cui confrontarsi in “singolar tenzone”.
Se il campo assegnato è quello della scuola secondaria allora la bravura consisterà nell’affrontare, rimanendo indenni, prima lo sguardo invasivo e indagatore  più di una tac dei suddetti guerrieri, poi sentire un inspiegabile entusiasmo a voler rimanere in classe in quel momento e ritornarvi ancora nei giorni futuri, provando anche a sfidare l’indifferenza in cui si è intanto trasformata la forza dell’iniziale sguardo dei giovani discendi.
Per la  scuola elementare, invece, la  difficile prova iniziatica si svolge non il primo giorno in classe ma nei giorni che lo precedono, scanditi dai funambolici e reiterati tentativi di formulare l’ORARIO dove incastrare disponibilità di palestra, laboratori e la presenza in più classi degli insegnanti specialisti, che, vista la non ancora acquisita competenza dell’ubiquità, rende tale operazione una delle meno semplici.
Riuscendo, però, a superare questa prova il passo per sentirsi insegnanti è vicino.  Anzi può anche capitare che il battezzando, didatticamente parlando, senta di essere un insegnante magari quando su una sedia, di cui si è accontentato non essendo riuscito ad ottenere l’ambitissima e preziosissima scala dell’istituto, sta, martello in una mano e puntine nell’altra,  per attaccare al muro le classiche lettere dell’alfabetiere murale, immaginando di spiegarle e rispiegarle agli alunni.
E allora proprio agli insegnanti, prima che il suono della campana riconsegnerà un altro anno scolastico, sembra quasi naturale rivolgere auguri vecchi e nuovi.
A chi, stanco, continua a fare i conti alla rovescia per la meritata pensione e a chi, invece, calcola punteggi  sibillini  nell’attesa sempre più vana di entrare in ruolo.
A chi è ancora animato dal sacro fuoco dei progetti scolastici e riesce ancora a sperare di cambiare  tutto ciò che non va e a chi vive con indifferenza i suoi giorni nella scuola forse perché è rimasto troppe volte bruciato dalla sua stessa passione di cambiarla.
A chi fa e mantiene i buoni propositi di mantenere la calma e mostrare sempre uno stoico autocontrollo e a chi si inferocisce per un altro scritto con l’apostrofo, ma poi, dopo il suo urlo didattico, non è capace di dare severe punizioni.
Agli insegnanti delle superiori  e alle loro battaglie da moderni gladiatori nelle arene scolastiche e ai maestri elementari.
A questi ultimi è bene riservare auguri particolari: perciò, nonostante la nuova mania ministeriale che vorrebbe trasformarli in  tuttologi e chiamarli asetticamente “insegnanti della scuola primaria”, l’augurio più bello che si possa fare è che, riuscendo a sottrarsi alla tentazione di guardare come unico modello l’ irraggiungibile Pico della Mirandola, eclettico conoscitore dell’umano sapere, possano ancora voler somigliare al più semplice maestro Perboni che si muove con una delicata e nello stesso tempo profonda  bontà nella pagina di Edmondo de Amicis che,  per chi avesse ancora voglia di leggere, viene qui riportata.

Il nostro maestro
18, martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina. Durante l’entrata, mentre egli era già seduto al suo posto, s’affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell’anno scorso, per salutarlo; s’affacciavano, passando, e lo salutavano: – Buongiorno, signor maestro. – Buongiorno, signor Perboni; – alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano.  Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornar con lui. Egli rispondeva: – Buongiorno- stringeva le mani che gli porgevano; ma non guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse. Poi guardava noi, l’uno dopo l’altro, attento. Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare, gli prese il viso tra le mani e lo guardò;  poi gli domandò che cosa aveva e gli posò una mano sulla fronte per sentir s’era calda. In quel mentre un ragazzo dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta. Egli si voltò tutt’a un tratto; il ragazzo risedette d’un colpo, e restò lì, col capo basso, ad aspettare il castigo. Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: -Non lo far più. – Nient’altro. Tornò al tavolino e finì di dettare. Finito di dettare ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua voce grossa, ma buona: -Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo si passarlo bene. Studiate e siate buoni. […] Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me. Non voglio aver da punire nessuno. Non vi domando una promessa a parole; sono certo che, nel vostro cuore, mi avete già detto di sì. E vi ringrazio.- In quel punto entrò il bidello a dare il FINIS. Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti. Il ragazzo che s’era rizzato sul banco s’accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: – Signor maestro, mi perdoni.- Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: -Va’, figliuol mio.-
Riduzione tratta da E. De Amicis, “Cuore”
Edizione di riferimento Newton Compton, Milano 1994