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Non amo che le cose che potevano essere e non sono state. Parte 2

Dalle lettere di questa intensa e complessa corrispondenza emergono dei tratti concreti di Amalia che suggeriscono un immediato confronto con una poetica figura femminile a lei contrastante: La Signorina Felicita, protagonista dell’omonimo poemetto a lei dedicato da Gozzano.

Amalia è bella, di una bellezza che piace a Guido. I capelli che lui immagina divisi “alla foggia antica”, appaiono ondulati sulle tempie e sono raccolti con un nodo dietro la nuca.

Bella e “fresca” la sua bocca, gli occhi “d’una dolcezza quasi servile”. Veste e cammina “con l’eleganza un po’ stracca e trasognata”. È degna del ritratto di un pittore per cui posa indossando “un abito a lungo strascico grigio perla, viola pallido e oro, scollato a rettangolo lungo e stretto che … dà un’aria fra ieratica e maestosa d’imperatrice bizantina”, ma nella realtà lei a volte si sente “un’anima così borghese, vuota, vigliacchetta anche”.

Per Guido la sua immagine può anche essere “dolce e immutabile, fresca … come alla stanchezza del pellegrino il ricordo di una sosta estiva in un giardino ombroso”.  Non così appare Amalia dalle sue autobiografiche parole sia quando si lamenta stancamente della sua pigrizia cittadina dicendo: “Esco a passeggio ogni giorno e m’attardo per le vie, nel sole tiepido, scioccamente, senza pensieri, con la mente svanita e col passo indolente di chi va senza meta”; sia quando,  ammettendo di non essere idilliaca,  si lamenta così della sua vacanza agreste: “Sono qui da tre giorni già annoiata e stanca di questa casa e di questa campagna prima di averne respirato l’aria”. 

Se Amalia conosce la noia di chi può permettersi l’ozio spensierato, la Signorina Felicita, invece, non appare mai inoperosa  e si affaccia dai versi di Gozzano con la sua semplice e rassicurante concretezza quotidiana mentre tosta il caffè, rammenda con  pazienza le lenzuola,  taglie e cuce le camicie del padre e canta nella sua cucina che profuma di basilico. Non è bella come Amalia anzi è “quasi brutta, priva di lusinga nelle … vesti quasi campagnole”, ma ha un’espressione  “buona e casalinga” e biondi capelli intrecciati; non ha la bocca fresca di Amalia ma una bocca rossa, “larga nel ridere e nel bere”;  il suo volto è “quadro senza sopracciglia” con leggere lentiggini in cui spiccano due occhi azzurri che non suggeriscono immagini di eterea eleganza, ma il concreto paragone con “un azzurro di stoviglia”.

Lei, la Signorina Felicita, lo ha amato e nella sua semplicità ha provato a lusingarlo con inesperta ma innata civetteria femminile, senza mai essere capace di trovare quelle raffinate parole che, invece, usava inutilmente Amalia.  Eppure con la sua ignoranza di chi “ha fatto la seconda classe” riesce a piacergli e a regalargli la speranza di renderlo felice più “d’un’intellettuale gemebonda” in cui sembra potersi rispecchiare proprio l’infelice Amalia.

 A lei, però, che è stata l’amante viva, concreta e reale, Guido chiede di diventare “la compagna dei sogni” mentre a Felicita, figura fatta di vaga e indefinita poesia, confessa il suo desiderio  di voler unire le loro vite per sempre sussurrandone la concreta e definita richiesta con “Accetterebbe?”.

Sembra che Guido Gozzano giochi a trasformare in sogno la realtà e a dare concretezza al sogno preferendo amare l’impossibile, l’inesistente, sia esso un ricordo in cui è tramontata la vita vissuta o un’ immagine poetica che può solo sostentarsi d’impalpabile sogno.

Accanto a Felicita, uscendo dalle pagine di un vecchio album di fotografie, si siede Carlotta, l’amica di nonna Speranza, che Guido guarda con malinconica tristezza mentre ne immagina la fresca giovinezza di diciassettenne che vive la  sua vita di un tempo. È proprio l’irrealizzabilità di quell’amore, provato per la giovane amica della nonna, lo spinge a inseguirne il sogno e a dirle, nella malinconica rassegnazione tinta di rosa come il vestito che lei indossa per la foto di quel  28 giugno 1850, lontano nel tempo, ma vicino nell’anima di Guido ,”Ove sei / o sola che – forse – potrei amare, amare d’amore?”. 

Giovane come Carlotta ma contemporanea agli anni di Guido  dalla poesia Le due strade, appare e svanisce  di corsa sulla sua bicicletta la giovane Graziella, “la dolcesorridente, forte e bella” fanciulla, immagine della bellezza  e della vivacità giovanile che lui non ha saputo o voluto cogliere, ma solo rimpiangere  prima di averla potuto amare, mentre la vede scomparire senza che lei  gli avesse detto “una parola sola”. 

Non più giovane, ma evocando il profumo della bellezza passata, in cui Guido si perde per ritrovarsi bambino, mentre lei lo bacia “di tra le sbarre come si bacia un uccellino in gabbia”, avanza Cocotte, protagonista dell’omonima poesia in cui il poeta ha voluto ricordarla. E a lei, che per Guido non fu mai “la cattiva signorina” come ai suoi occhi di bambino, invece, soleva additarla la mamma, proprio a lei  con prepotente dolcezza così parla.

“Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state….!”.

Non Amo che le cose che potevano essere e non sono state.

Nessun’altra frase avrebbe potuto farci conoscere davvero Guido Gozzano. Le biografie ufficiali forniscono date biografiche e riferimenti storico-culturali che ci aiutano a ricavarne una collocazione precisa nel panorama di riferimento. Sappiamo allora che nasce a Torino nel 1883, che si scrive alla Facoltà di legge senza riuscire a laurearsi che è la voce più importante dei poeti crepuscolari, (skuola.net) e che muore a soli trentatré anni di tubercolosi.

 La profonda incompiutezza del suo esistere, però, ci viene rivelata solo dalle sue parole, siano confessioni  affidate alle  lettere  scritte ad Amalia Guglielminetti, amica perché rinnegata amante, siano invece  versi costruiti in “una forma volutamente dimessa” a cui affida le  sue eterne femminili figure poetiche come la Signorina Felicita, Carlotta, la piccola Graziella e Cocotte.

Da una parte allora ci sono le Lettere d’amore che Gozzano e la Guglielminetti si scambiarono dal 1907 al 1912, ma che, in contrasto con il nome affidato loro a partire dagli anni cinquanta dai vari editori, non parlano  solo di una semplice storia d’amore. Anzi.

Dalle lettere di Guido emerge una sofferta e continua ricerca di sé da cui deriva quella perenne insoddisfazione che non gli permette di “cogliere le rose” regalategli dalla vita in qualche attimo di generosità. Tra le parole dell’epistolario si affaccia anche un Guido consapevole della sua grandezza letteraria e per questo non esita a considerare se stesso e la Guglielminetti “grandi artisti”.

La stima per le doti letterarie di Amalia è un atteggiamento costante in Guido e appare più forte e più duraturo dell’amore provato per lei.  I sonetti della raccolta Le vergini folli, considerati superiori a quelli di Gaspara Stampa, lo ammaliano e lo spingono a dire che non ha mai conosciuto nella letteratura femminile italiana opere poetiche paragonabili alle sue, aggiungendo, in una visione letteraria in pieno spirito crociano, che lei non ha rivali fra le donne che “ non sanno scrivere” ma “fra gli ingegni virili di più belle speranze”. Che ad Amalia non fosse mai bastato quest’ amore di Guido per i suoi sonetti  è più che certo: lo avrebbe barattato, infatti, per quell’ amore vero, passionale, vissuto nel respiro di un attimo  da cui, invece, Guido volle poi fuggire.

      Immergendoci nella lettura delle prime lettere, scritte nell’aprile del 1907, si è aiutati a  ricostruire la storia del legame fra Guido e Amalia. Guido ricorda l’antipatia suscitata in Amalia la prima volta che s’incontrarono, quando lei si alzò di scatto senza porgergli la mano. Anche Amalia, però, aveva “delle qualità allontananti”, prima fra tutte la bellezza che è sentita come una minaccia perché può piacergli e  quindi renderlo vulnerabile. “Non già che io temessi d’innamorarmi di Voi (io non sono che innamorato di me stesso;voglio dire: di ciò che succede in me stesso) ma temevo che mi piaceste ecco tutto.” L’aureola letteraria, l’elemento che all’inizio allontanava Amalia da Guido e che gli faceva provare un’avversione per qualsiasi donna scrittrice, diventa, invece, la voce di un richiamo necessario che fa dire a Guido  “il volume delle sue rime mi è caro ed è fra gli altri consolatori di questa mia solitudine”. Si firma ancora “ Suo Gozzano” ed è lontano dall’immaginare il vortice della passione breve ma sconvolgente che li inghiottirà.

Lui, a partire dal 9 dicembre 1907, ne parlerà con  rammarico scrivendo “l’idea di accoppiare una voluttà acre e disperata alla bellezza spirituale di una intelligenza superiore come la vostra mi riusciva umiliante, mostruosa, intollerabile”. Il ricordo della bocca di Amalia sulla sua e l’immagine di lei che scende dalla vettura “disfatta nel vestito nel cappello nei capelli”, fotogrammi del suo sguardo  rievocativo, sentiti come attimi del “ breve spasimo dei  … nervi giovanili”, gli appaiono la profanazione della loro unione spirituale che gli rendono necessario lasciare Torino e  frapporre fra loro una lunga distanza di tempo e di luogo.

Da questo momento in poi le lettere, più che comporre una reale storia d’amore fra loro, appaiono come il tentativo costante di Guido di  trasfigurarla in una “ fraterna amicizia”.

Amalia viene invocata come “compagna di sogni e di tristezza”, rifiutata come donna vera da amare e da cui essere riamato, relegata a vestale di un ricordo “ineffabile e puro”. L’unica strada percorribile insieme è quella del distacco”: il non vedersi – almeno crede Guido – li salverà “dalla sorte comune dei piccoli amanti”.  Lui in questo suo ascetico allontanarsi da Amalia arriva ad augurarle di provare una “passione forte” per un uomo altrettanto “forte”, consapevole che il loro legame fraterno sia in grado di volare su ogni “sentimentalità meschina”. In nome del “fraterno interesse” da cui immagina di essere legato a lei, ripete quel suo continuo “saremo amici” che risuona come un cantilenante rifiuto della  loro passione di cui non vuole più sentir parlare. Guido, però, non sa rinunciare del tutto ad Amalia, sempre sospeso com’è tra ombre e luci, tra sogni e realtà: preferisce proporle una separazione lunga ma non definitiva, immaginando un loro ritrovarsi quando non saranno più giovani e in loro sarà sbiadito il ricordo dell’amore, chiamato “un inganno della giovinezza, un episodio trascurabile in un destino come il mio e il tuo”. Guido non immagina di essere ancora più crudele verso Amalia quando le dice “Io non t’ho mai amata”, affiancandola alla sorte di tutte le altre donne della sua vita. Con feroce sincerità le confessa nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo … Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo”.

Guido, ignorando i sentimenti veri di Amalia, continua a vivere il presente in una perenne celebrazione della loro amicizia che sa dare “una serenità nuova nell’anima” di cui solo lui sembra il sacerdote. Per questo motivo non si limita a chiamarla  “amica buona, compagna necessaria”, ma arriva a dirle “ mio buon amico”, rinnegando così la bellezza femminile di Amalia e il rischio di un coinvolgimento passionale. Imporsi di non desiderarla non basta a far svanire l’esperienza vissuta e a preservarlo dal rinnovarsi del desiderio.

Passeggiando per Ivrea un giorno, l’ha pensata a lungo “male” desiderandola ”acutissimamente“, ma il rientro nella casa di Ronco, nella pace agreste, ha saputo restituirgli “un’anima casta di fanciullo” che lo fa vergognare del desiderio provato per lei. Lo allontana da sé concentrandosi sui successi letterari di Amalia che preferisce a chiamare “mia cara sorella”, confessando a se stesso e poi a lei di aver capito “l’eccezionalità del sentimento“ che li lega.  La fraterna amicizia sognata e la reale passione provata, anche se razionalmente rinnegata, ammette Guido, “è un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa” che lo spinge negli attimi di sincerità  da cui si lascia guidare in alcune sue lettere a chiedere ad Amalia di  baciarlo con la sua

 “ tenerezza pura e impura”.

L’ultima vera lettera di Guido ad Amalia non è la brevissima comunicazione dei suoi spostamenti inviata da Agliè il 4 ottobre 1912, ma quella speditale da Bertesseno il 25 settembre 1909 che Guido ha scritto dopo un lungo periodo di silenzio di cui rimprovera entrambi. Le sue parole restituiscono l’essenza della sua anima perennemente sospesa in una dimensione d’incompiutezza, di sogni irrealizzati  “ Non ti puoi, o ti puoi immaginare di che ombra continua sia avvolta  … la mia giovinezza.  … Io entro ora in una crisi d’ombra e di luce: combattuto da desideri e da doveri, da speranze e da freni accascianti”.  Nel suo commiato da Amalia conferma il desiderio continuo di trasformare l’amore per lei, chiamata “Cara Amica mia”, in una “riposata buona tenerezza“ che trasfigura i loro incontri reali in “sogni lontani”.

In quest’opera continua  d’idealizzazione  e trasfigurazione del loro amore viene sacrificata la vera Amalia che, più che “compagna di sogni e di tristezza”, avrebbe voluto essere la sua compagna di vita, quella vera, piena  di un tempo vissuto insieme e vicini.

Dalle lettere è chiaro che Amalia gli vuole bene, anzi lo ama, soffre nel sentirlo lontano e non riesce ad accettare la proposta di Guido di separarsi e non vivere insieme la loro giovinezza. Lei prova lo stesso sentimento di quando s’innamorò continuandone a sentire “la malia”, consapevole, però, che lui non provi lo stesso “fascino”. Sa che il suo è amore e non può non mettere in dubbio che la loro sia stata solo amicizia, per questo non esita a chiamarlo “Guido molto amato”.

Il suo amore per Guido è senza riserve e per questo lei non appare mai pentita della loro passione, anzi gli scrive “Vorrei avervi amato di più … e quella parte di tenerezza appassionata che mi fece talora vibrare presso di Voi è stata ben spesa”. Non si vergogna dell’amore per Guido, ma si pente talvolta di avere messo da parte ogni orgoglio per lui che è l’unico che non la ama: lei, infatti, la poetessa che godeva di una certa notorietà, l’amica di Sibilla Aleramo, di Ada Negri,  la donna corteggiata da molti , è arrivata a elemosinare il suo affetto,  le sue attenzioni e, pur di potergli stare accanto, non ha esitato a proporglisi come “dama di compagnia” per il suo viaggio che lo avrebbe portato in India alla ricerca di una sognata guarigione. 

Inutili sono i tentativi con cui  cerca di farlo ingelosire raccontandogli di corteggiatori e di flirt. Vorrebbe accontentarsi di pensarlo “con una fraternità un poco aspra” o con “un’amicizia che ha quasi della religiosità”, ma non sempre ci riesce.

In una delle ultime lettere che scrive, sperando di interrompere il continuo silenzio di Guido, accenna a una sua “crisi sentimentale” che l’ha fatta piangere e gli confessa che sente ancora “un fuoco ignorato di passionalità”.

Sa che non è questo il sentimento che la può tenere legata a Guido e nell’ultima lettera scritta a Torino il 3 settembre 1910 ritorna a illudere se stessa chiamandolo “fratello buono” sperando di essere pensata da lui “ fraternamente sempre”.

per ch’io te sovra te corono e mitrio _ Malinconiche considerazioni dantesche quasi senili

Che la Divina Commedia sia una di quelle grandi opere che s’impara ad amare fuori dai banchi scolastici è una verità indiscussa e che non smetta mai di svelare le innumerevoli facce della verità che racchiude è  un principio altrettanto innegabile. Purtroppo, dal momento che ci è stata consegnata in un linguaggio molto lontano dal nostro e richiede sempre una decifrazione lessicale, la Comedìa dantesca non si prende facilmente  tra le mani nei momenti di distesa lettura che ci possiamo concedere. Insomma se non si è docenti con l’obbligo ministeriale di insegnarla o poveri alunni con lo stesso obbligo di studiarla, non la sfioriamo minimamente, pur consapevoli della grandezza.

Per fortuna ci sono i figli che ancora la studiano a dare l’occasione a qualche genitore o genitrice di riaccostarsi a quelle pagine tanto difficili quanto profonde. È facile immaginare che cosa può accadere in un periodo di fine maggio se una mamma, che non è riuscita a lasciarsi alle spalle il “giovenile” amore  per la letteratura, vede che la propria figlia sta studiando gli ultimi canti del purgatorio per la verifica finale. Per naturale empatia si offre a far ripetere i canti danteschi assegnati,  e, insistendo di fronte ai ripetuti cortesi rifiuti della figlia, riesce a ottenerne il consenso,  estortole più per sfinimento che per necessario bisogno.

Trovato un sacrosanto motivo per accostarsi a Dante, s’immerge nello studio dei canti in questione che sono quelli in cui si conclude il viaggio  nel Purgatorio e, senza  la paura di interrogazioni o la responsabilità di spiegazioni,  si inoltra in una lettura più distesa.

Tra i versi incontrati in questo letterario ritorno di fiamma, ritrova quelli che aveva imparato a memoria e che aveva amato di più per la dolce  e tenera immagine che riuscivano a disegnare e a occhi chiusi li ripete:

 

“Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio.”

(Purgatorio, XXVII, vv. 139 – 142)

 

La loro contestualizzazione riconduce al XXVII canto del Purgatorio, al momento in cui Virgilio, Dante e con loro il poeta Stazio, giungono in cima alla montagna del Purgatorio dopo essere passati attraverso le fiamme, ultima prova che Dante deve superare per liberarsi di tutto il peso del suo limite umano,  vero ostacolo  all’incontro con la Rivelazione verso cui lo accompagnerà Beatrice.

Una parafrasi articolata dei versi che restituisce nel messaggio dantesco tutta la intensità del sentimento di Virgilio così allora risuona: “Non aspettare più una mia parola o un gesto, un accenno a darti la sicurezza che fino a ora hai cercato nel tuo cammino verso la vita. La tua capacità di discernimento è ormai matura, libera dagli ostacoli della tua giovanile immaturità e sarebbe un grave errore non seguirla per ciò io ti nomino signore di te stesso, libero e indipendente dal giudizio degli altri.

Qui Virgilio, in sintesi, riconosce la maturazione di Dante e ne decreta la libertà e l’autonomia di pensiero e di scelta.

Adesso, però, il significato racchiuso dal dolce suono di questi versi appare diverso e svela un’altra faccia della verità che era riuscita a cogliere fino a quel momento. Se quei versi, infatti, erano il sigillo della libertà riconosciuta a Dante, adesso rivelavano anche la voce sommessa ma ferma di Virgilio che, esaurito il suo compito, sa tirarsi indietro.

Con la consapevolezza acquisita da tempo che quello della Divina Commedia è il meno letterario dei mondi evocati,  la mamma con il rigo della lettera cerca subito di tradurre le immagini  suggerite da quei versi in universali  ritratti di vita comune.

L’immagine immediata che prende forma è quella del distacco, necessario per i figli che possono così vivere la loro vita e volare lontano, ma doloroso per chi resta a guardare la loro partenza. Virgilio diventa allora il volto e la voce di padri e madri che a un tratto capiscono che il loro compito non è più quello di guidare i figli, di proteggerli camminando al loro fianco e tenendoli per mano, perché sono già diventati autonomi e sanno camminare da soli. La grandezza di Virgilio appare proprio nel riconoscere la conclusione del suo ruolo e nella consapevolezza non rinnegata di ammettere che Dante non ha più bisogno di una guida e per questo lo nomina signore di se stesso. Con la solennità di un rito sacro Virgilio celebra l’autonomo pensare di Dante,  cioè la sua nuova libertà, conquistata  attraverso un faticoso cammino di crescita e, mentre pronunzia le parole di questa ufficiale investitura, la sua voce sembra forte senza alcuna incrinatura che possa rivelare il sotterraneo  ma non meno forte dolore che prova all’idea dell’imminente e inevitabile separazione da Dante.

Il tempo del suo viaggio alla guida di questo figlio improvvisamente trovato gli ha regalato il prezioso e inestimabile senso della vita che l’essere genitori sa regalare agli uomini e che consiste nell’avere il chiaro e improrogabile obiettivo quotidiano di pensare alla felicità dei figli.

Virgilio non tentenna, non esita anche se che cosa lo attende. Esaurito il suo compito, infatti, dovrà ritornare nel Limbo, monotona e uniforme inesistenza senza tempo da cui era uscito per vivere inattesi giorni di vita da padre. Vi ritornerà cambiato: la sua paternità, infatti, non può essere stata una condizione temporanea, ma una nuova e perenne dimensione esistenziale e per questo la separazione dal figlio gli lascia un vuoto dentro di sé, ma proprio la speranza che Dante, figlio, possa trovare la strada che cercava gli regala un frammento  di felicità da portare con sé nella sua solitudine di sempre.

È doveroso precisare che, mentre la madre filodantesca si perdeva in queste malinconiche considerazioni, la di lei figlia si preparava da sola per la verifica d’italiano per superarla poi brillantemente.

 

 

Ed è subito sera: quando Quasimodo cita Dante

unraggiodiluce

 “Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole

Ed è subito sera.”

Chi potrebbe dire di non aver mai subito il fascino di trovare racchiuso in questi pochi versi un profondo e sofferto ragionar della vita e del suo drammatico svolgersi?

In questo essenziale discorso poetico, infatti, che si struttura in una semplice e asciutta terzina si ha l’idea del dramma individuale e collettivo dell’uomo che si accorge di essere fragile e condannato inesorabilmente alla conoscenza del dolore.

Che si tratti di una condizione di dolore universale quella che il poeta vuole comunicare lo si coglie attraverso il pronome indefinito “ognuno” a cui l’aggettivo “solo”, però, dà inesorabilmente l’amaro significato della solitudine: il dolore universale infatti, appare un’esperienza individuale  che non si alleggerisce nella condivisione.

A rendere più amara la consapevolezza che la vita sia dolore è lo scoprire vana l’illusione che nella giovanile età aveva accompagnato il poeta, e con lui ogni uomo, di essere al centro della terra e di poter essere  l’artefice del proprio destino. La scoperta determina un immane senso di sconfitta che è tanto più amara quanto più il poeta ha creduto in quel  “raggio di sole” che ha illuminato la sua esistenza: felicità provata forse per  un attimo o solo immaginata nei giorni della giovinezza spensierata e leopardianamente “vaga di speranza”. Diventa allora un raggio che trafigge e annienta perché, a ricordare il suo breve e illusorio corso mentre ci si ritrova nella triste realtà della vita, si è come sconfitti e impotenti: non si può tornare indietro e il ricordo pesa e ferisce. Nel termine “trafitto”, di sole tre sillabe, è chiuso lo stesso sentimento di dolore legato al ricordo dei giorni felici irripetibili e in questa lontananza inesorabile ancora più impressi a cui allude Francesca da Rimini quando così Dante la fa parlare nel V canto dell’Inferno: (E quella a me) “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice nella miseria;/ e ciò lo sa ‘l tuo dottore.”

Quello che Quasimodo sintetizza in tre sillabe Dante esprime in tre versi e, se si è sensibili al fascino del simbolismo che pervade la Comedìa dantesca dove il tre è il numero fondamentale, si è spinti a credere che ciò  non possa  essere del tutto casuale.

Ancora al numero tre sembra rimandare Francesca in questa terzina quando sa  e dice che il suo è un dolore che Dante conosce, sia nell’esperienza diretta della sua vita sia nell’immedesimazione  poetica suggeritagli da Virgilio a cui lei  si riferisce con parole chiare e sicure.

Il suo ricordare doloroso ci appare come un ritorno indietro nel tempo, quando era lontana dall’immaginare il suo tragico destino di dannata, allorché la vita era scandita dai “dolci sospiri” per l’amato e quei giorni passati ma non dimenticati adesso nell’eternità della pena infernale le appaiono dolorosamente irraggiungibili. Francesca, però, non è sola nel suo infelice ricordare: sa che anche Virgilio ne ha conosciuto i segni  che sono rivelati da quell’ “infandum …dolorem” che Enea è costretto a “renovare” ricordando la sua città un tempo splendida ma irrimediabilmente distrutta.  Nelle parole di Francesca e nel silenzio eloquente di Virgilio si sente la voce di Dante che,  grazie alla sua forza poetica, riesce a far rivivere nella loro nostalgia, che è il dolore per un ritorno impossibile, proprio la sua, quella di un esiliato costretto a non rivedere più la sua città e condannato a vivere lontano dalla sua storia. Con questa dolce condivisione poetica che alleggerisce il peso del dolore e sembra dare conforto, l’Inferno dantesco nel pur breve respiro di una terzina ci appare paradossalmente meno tragico del “cuor della terra” su cui Quasimodo sembra condannato a vivere in solitudine il dolore per la vita che conosce solo per un attimo la luce del sole ed è inghiottita “subito” da una “sera” troppo buia per “riveder le stelle”.