Category Archives: Grecia E Magna Grecia

giuri e spergiuri

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Chi ha avuto la ventura di leggere tra i libri di Andrea Camilleri anche Il birraio di Preston avrà notato che Gegè Bufalino, uno dei personaggi del romanzo, per dare credibilità alla notizia dell’incendio che stava annunziando giura dicendo “Orbu di l’occhi!” che vuol dire “Possa essere privo della vista!”.

Questa non è un’espressione dialettale da attribuire alla fecondissima fantasia del maestro, ma si tratta di una vera e rituale formula siciliana di giuramento e, considerando l’eco che ha anche negli altri dialetti meridionali, si può ben immaginare diffusa nei territori della Magna Grecia. Nel Salento, infatti, la formula oscilla tra l’augurio della cecità di un solo occhio, invocata con la frase “ Orbu de nn’occhiu!”, e quella, invece, di tutti e due affidata alle parole “Orbu de tutti ddoi l’occhi”, probabilmente per conferire maggiore solennità al giuramento e alla verità di cui ci si sta rendendo garanti. In ogni caso è una formula solenne, accompagnata   anche dal particolare gesto di coprirsi gli occhi con la mano, che pone come prova della verità che si sta assicurando l’augurio di divenire cieco in caso di menzogna.

Il motivo di questo minaccioso e fatale augurio è da cercare ancora una volta nel mito greco di cui le pagine di letteratura diventano intrepreti nel momento in cui ci raccontano un aspetto leggendario della vita del poeta Stesicoro.

Nato nel 620 a. C. a Matauro, l’odierna Gioia Tauro, o a Imera in Sicilia, morì nel 550 a.C. e venne sepolto a Catania, che gli ha dedicato una famosa piazza e gli ha eretto un busto nella non meno conosciuta Villa Bellini.

Forse il suo vero nome era Tisia e fu chiamato Stesicoro, che significa “ordinatore di cori”, per la sua attività poetica. Incluso tra i lirici corali, infatti, gli venne attribuita la sistemazione metrica della poesia corale e venne descritto come citarodo, ossia un poeta che si accompagnava con la cetra mentre recitava le sue composizioni.

La leggenda che avvolge le vicende del poeta catanese d’adozione ci dice che per avere scritto qualcosa di poco gradito agli dei egli divenne cieco, ma che successivamente riacquistò la vista.

L’opera incriminata era un carme su Elena, la bellissima moglie di Menelao che, per seguire Paride, figlio del re di Troia Priamo, aveva lasciato nella sua reggia di Micene il marito e la figlia Ermione. Nelle sue parole il poeta la raffigurava come donna funesta e perversa, probabilmente avendo come modello l’Elena del III libro dell’Iliade in cui lei, per quanto bella, prima è definita dagli anziani di Ilio rovina dei Troiani e poi si autodefinisce “faccia di cagna”.

L’errore fatale di Stesicoro fu quello di fermarsi all’Omero dell’Iliade sottovalutando l’importanza dell’altro aspetto che della bella Elena il poeta di Chio aveva cantato.

Se nei versi dell’Iliade Omero era stato abbastanza severo con Elena, già nell’Odissea aveva riscattato la moglie di Menelao presentandola nel libro IV al verso145 nella reggia di Micene accanto al marito. Qui la bella e devota Elena accogliendo Telemaco, il figlio di Ulisse che cercava notizie del padre, appare consapevole della sua colpa che ha causato la guerra tra Greci e Troiani ma ne prende le distanze e, grazie alle parole che Omero le suggerisce, ammette di essere stata vittima della “follia di Afrodite“ che l’aveva spinta ad abbandonare la figlia, la casa nuziale e il marito “a nessuno inferiore per il senno e l’aspetto”.

Questa novella figura di Elena regina del focolare tutta reggia e marito era sfuggita all’attenzione di Stesicoro che, non difettando da buon meridionale qual era delle capacità di invettive specie nei confronti delle donne poco morigerate, aveva sicuramente fatto vibrare contro Elena le sicule corde poetiche con una musicalità di ben acuta modulazione.

Ecco, però, dopo qualche accordo della sua cetra apparire i fratelli di Elena: i Dioscuri, ossia Castore e Polluce, i due gemelli che una delle tante fonti mitologiche riconosce come figli Zeus, cioè Diòs kûroi.

Costoro, invece di ammettere che in fondo la loro cara germana avesse dato esempio di eccessiva levità muliebre, probabilmente anche a causa di principi più relativi alla genetica che all’etica, visto che tra le fonti si legge che Leda, la loro madre, nella stessa notte si sarebbe unita con Zeus e con il marito Tìndaro, preferirono punire il povero cantore condannandolo alla cecità.

Perché avessero punito solo lui e non gli altri poeti che come Alceo e Saffo che non elogiarono il comportamento della sorella questo non si saprà mai.

Ciò che si sa è la ritrattazione attraverso forse più di una Palinodia che del racconto su Elena fece poi Stesicoro: non potendo rinnegare i versi da lui composti, ma volendo negare la colpa attribuita a Elena, trovò un escamotage degno della sua arte e segno di alta fantasia.

Inventò l’immagine del fantasma di Elena per affermare che non lei in persona fosse andata a Troia al seguito di Paride, ma solo il suo fantasma, l’eidolon, assicurando che la fedele moglie di Menelao fosse rimasta addirittura a Sparta nella sua casa nuziale.

La ritrattazione, oltre a regalare a Stesicoro una non piccola anche se postuma soddisfazione letteraria ispirando Euripide per la sua tragedia Elena, gli restituì la vista, ricompensa immediata per avere detto la verità su Elena.

Se la ritrattazione spontanea che Omero nell’Odissea fece di Elena gli avesse garantito l’impunità non lo sapremo mai: forse nel tempo intercorso tra un atteggiamento e l’altro verso la bella Elena si può immaginare che ci sia stata la stessa punizione che toccò a Stesicoro, passata inosservata, però, visto che per un intervento anticipato del Fato il nostro poeta era già cieco.

Adesso che è più chiaro il motivo per cui si dice “orbu di l’occhi!” è doveroso un ammonimento a coloro che solo per un’inveterata abitudine ripetono con poca serietà la suddetta formula, mostrando di non temere affatto la divina punizione se si spergiura.

-Dati accura(state attenti) !

Non si sa mai

 

 

 

Attenti al Minotauro! (breve guida pratica di sopravvivenza)

I Greci, si sa, hanno scoperto tutto e spesso preferivano raccontare le verità intuite e non dimostrate con i miti, irrazionali narrazioni poetiche, in cui poteva essere creduto possibile ciò che possibile non è.
Che i loro personaggi, eroi o mostri che siano, però dalle pagine d’antiche fole sarebbero passati a popolare rigorosi testi di più scientifiche indagini umane, questo non lo avrebbero mai sospettato.
Di certo Sofocle non avrebbe immaginato che il suo Edipo sarebbe diventato il simbolo di un delicato e spesso insolubile complesso affettivo e neanche Ovidio avrebbe creduto possibile che del suo Narciso non la bellezza sarebbe stata celebrata dai posteri, ma sarebbe stato preso in prestito il dolce nome per chiamare un ego che non sa dare amore.Scansione 2
Oltre a queste antiche figure che i Greci hanno prestato alla scienza c’è anche il Minotauro, l’orrendo mostro dal corpo umano e la testa di toro, che si ciba solo di carne umana evocando una persona insaziabile della vita altrui e non necessariamente identificabile esclusivamente nello junghiano “archetipo dell’immagine materna divorante” .
Per saperne di più bisogna andare allora nella Grecia incantata dai miti e sentirne il racconto. Si narrava, infatti, che in tempi lontanissimi, risalenti al periodo della civiltà minoica (2700-1450 a.C.) quando sull’isola di Creta regnava Minosse, chiuso nel labirinto, costruito da Dedalo, vivesse il Minotauro, un essere mostruoso metà uomo e metà toro nella cui origine era entrata in causa l’ira di Poseidon.
Il dio del mare, infatti, un giorno aveva mandato a Minosse, come segno di benevolenza al suo regno, un toro bianco dallo splendido aspetto, pretendendone il sacrificio.
Il re, però, credendo di poter ingannare gli dei, al momento del sacrificio lo aveva sostituito con un altro, attirando così l’ira di Poseidon che fece nascere in Pasifae una folle passione per il toro bianco da cui fu generato il Minotauro che si cibava solo di carne umana.
Per questo motivo era necessario trovare vittime in un perpetuo quanto inutile sacrificio vista l’insaziabilità del mostro e, quando, per vendicare la morte del figlio Androgeo, ucciso dagli Ateniesi, Minosse conquistò Atene, impose il tributo, annuo secondo alcune fonti o novennale secondo altre, di mandare sette giovani e sette fanciulle in pasto al Minotauro.
Per porre fine a questo supplizio rituale, Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, decise di prender parte alla spedizione alla volta di Creta pronto a uccidere il mostro.
Come re, Egeo riebbe la speranza di libertà che si addice a un sovrano, mentre come padre ebbe la paura di perder il figlio e per questo, al momento di salutarlo, tra le lacrime gli chiese di alzare le vele bianche della sua nave se il ritorno fosse stato da vincitore: se fossero rimaste le vele nere, dal colore avrebbe capito ciò che non avrebbe potuto e voluto sentire.
Giunto a Creta, Teseo doveva pur trovare il modo di riuscire nell’impresa e, per quanto vantasse un ricco curriculum degno di un eroe annoverando, infatti, una caccia al cinghiale caledonio, una guerra contro le Amazzoni, una lotta contro i Centauri e i Lapiti, l’uccisione del toro di Maratona e anche la conquista del Vello d’oro, tuttavia voleva essere più sagace che coraggioso. Per non buttarsi d’impeto contro il mostro nei meandri del labirinto senza possibilità di uscirne era necessario chiedere e trovare aiuto e questo ebbe il nome e il volto di Arianna, la figlia del nemico Minosse, che, innamoratasi dell’eroe si lasciò lusingare dalla promessa di essere fatta sua sposa e non rifiutò di soccorrerlo, anzi. Si recò subito da Dedalo che consigliò di legare all’ingresso del labirinto il filo di un gomitolo da dipanare man mano che Teseo vi s’inoltrasse così da poter ritrovare la via d’uscita. Giunto il momento di sacrificarsi al Minotauro, Teseo entrò nel labirinto, affrontò il mostro e lo uccise ponendo fine alla cruenta sottomissione ateniese. Poi, grazie al filo di Arianna, riuscì a trovare l’uscita e, come aveva promesso, prese con sé l’eroina per sposarla e ritornare insieme ad Atene. L’approdo all’isola di Nasso, però, cambiò i nuziali piani: al risveglio, infatti, Arianna non trovò Teseo che aveva pensato bene di ripartire da solo verso Atene, abbandonandola in Nasso o meglio come si sarebbe poi detto “piantandola in (N)asso”. A spiegarne le ragioni, cercando bene tra le fonti, concorrono diverse tesi: la paura di creare scandalo facendo ritorno con la figlia del nemico come promessa sposa, da una parte; l’ordine avuto in sogno da Dioniso di lasciare a lui il privilegio di amare la fanciulla, dall’altra.
In ogni caso non sembra che l’eroe avesse avuto il minimo rimorso a lasciare Arianna cui, se non per amore, almeno per gratitudine avrebbe dovuto dare qualche spiegazione. Teseo era così: per quanto eroe era un uomo …a distanza di sicurezza e non si faceva coinvolgere tanto nelle altrui situazioni o emozioni. Per questo, durante il suo viaggio di ritorno da Creta, senza ripensare tanto alle parole del padre piangente, dimenticò di issare le bianche vele in segno di vittoria, lasciando che con quelle nere Egeo interpretasse il ritorno del figlio non come avrebbe dovuto. Si uccise, lanciandosi cadere dalla rupe su cui spiava il ritorno di Teseo, sparendo nel mare che da lui prese il nome, senza potersi rallegrare della vittoria contro il Minotauro.
Se è vero che il mito non è solo racconto di fatti ma diviene simbolo di altre verità sottese, allora appare facile interpretare il Minotauro come una sottomissione a un tributo perpetuo verso un mostro invisibile fuori di noi, ma spesso proprio in noi, che si ciba della nostra energia vitale di cui è necessario liberarsi onde evitare il rituale e perpetuo quanto vano sacrificio perché il Minotauro, come è stato detto, non si sazia mai.
Per vincerlo bisognerebbe essere come Teseo che non vuole fare mostra a tutti i costi d’immane sacrificio, ma sa sfruttare insieme alle sue abilità o capacità, anche le risorse intorno a lui. Sa accettare aiuto, senza voler fare l’eroe: fondamentale, infatti, è l’intervento di Arianna che a sua volta chiede aiuto a Dedalo, il quale, in quanto ideatore del labirinto, di solito identificato con il percorso dell’anima verso l’equilibrio del sé, può rimandare alla necessità di una guida.
Bisognerebbe fare come Teseo che è concentrato su sé e non permette di essere ingoiato, anche a costo del sacrificio di altri da cui è amato come Arianna o Egeo.
Per sconfiggere il Minotauro sembrerebbe necessario allora essere semplicemente, un po’ s[***]uperficiali, anche se, in verità, l’aggettivo a cui si pensava era un altro che, però, con quello usato, oltre alla consonante iniziale, condivide anche l’idea di leggerezza che garantisce la capacità di stare sempre … a galla.

L’orgoglio di chiamarsi Tufano

TufanoUno dei privilegi di essere siciliani è quello di avere un legame spontaneo, quasi inconsapevole con la civiltà greca, come è provato dalla presenza di molte tracce linguistiche nel parlare siciliano; anzi è proprio il caso di dire che il siciliano ha una corsia preferenziale, un viottolo, una “trazzera” attraverso cui arriva direttamente al greco: il dialetto. E’ proprio per la naturalezza, la familiarità e la facilità di accesso a questo sentiero linguistico che il siciliano, il quale per atavica pigrizia non oserebbe muovere un passo in più di quello dovuto, lo percorre. Insomma, quanto più il nostro siciliano è convinto di essere radicato nella sua lingua, nel suo mondo lontano da velleità culturali, dal parlare forbito, tanto più mostra il legame con il mondo greco che geograficamente Sicilia non è, ma che ne è parte essenziale. Sono proprio parole non più adoperate o in fase di estinzione per un processo di “italianizzazione” del parlar quotidiano ad esser la prova più tangibile di tale legame. L’elenco completo sarebbe lungo e di certo non troverebbe in questo spazio il luogo più adatto per una completa ed esauriente analisi, ma su alcuni nomi, però, sembra proprio il caso di doversi soffermare. Si tratta, per la precisione, di alcuni nomi propri il cui suono, improponibile a orecchie ormai avvezze a nomi di più delicate sonorità, si modula così: Niria, Filumena e Tufano. Del primo nome è scomparsa la forma dialettale, ma ne è rimasta la traduzione italiana che lo annovera ancora tra i nomi erroneamente ritenuti “ moderni”: Andrea. Questo nome, infatti, è inequivocabilmente di origine greca e ci riporta al significato di uomo, ma anche coraggio, valore: tutte le qualità, le virtù che un vero uomo doveva possedere nell’antica civiltà greca.

Il nome Filumena, dal duro suono dialettale, ma dal dolcissimo significato di “amata” è ormai in fase di definitiva estinzione. Nei suoi confronti è stata fatta un’operazione linguistica poco corretta: infatti, la sua traduzione italiana di Filomena, nel tentativo di alleggerirlo foneticamente attraverso l’apertura vocalica della “u” in “o” lo ha allontanato dalla sua più fedele forma greca “Filumene”.

Il terzo nome Tufano dal suono indolente, quasi ad evocare una pigrizia ancestrale, è quasi trasformato del tutto nella sua traduzione. L’italiano Epifanio, infatti, mentre mantiene della forma arcaica solo la parte finale – fano che ci riporta al significato greco del verbo “ phainomai”, apparire, si avvicina più al nome di una solenne festività del periodo natalizio, l’Epifania, ovvero la Manifestazione, con cui si ricorda la visita dei Magi al Bambin Gesù. Sembrerebbe quindi che il nome Tufano trovi solo nella sua traduzione di Epifanio e nel relativo collegamento alla più dotta Epifania una vera nobilitazione semantica oltre che fonetica, ma non è così! Il tanto snobbato e scalcolato nome Tufano nel suo legame di sangue con la lingua greca, racchiude un significato più profondo, più nobile, più sacro, proponendosi come un vero gioiello di ermeneutica. Recupera, infatti, nel suo suono Tu un’eco della parola greca Theù cioè di Dio, chiarendo e approfondendo la generica Manifestazione nella più profonda Manifestazione di Dio. Forti del valore di tale significato, i due o tre contemporanei a cui è toccato in sorte un simile dotto nome siciliano, senza nulla togliere a chi sottolineava tempo fa “ l’importanza” di chiamarsi Ernesto”, potranno proclamare a testa alta il loro orgoglio di chiamarsi “Tufano”.

Atenae Atenarum

La prima sensazione che si prova trovandosi dentro l’aeroporto di Atene è di gioia erudita: vedere, infatti, le varie indicazioni in una lingua dagli illeggibili segni grafici ed essere in grado di decifrarne i caratteri e poi ritrovare il significato dà una vera soddisfazione che da sola risponde alla subdola domanda, di chi, cercandone solo un’utilità pratica ha spesso chiesto: “Ma a che serve il Liceo Classico?”.athene

Trovare la parola “exodos” e tradurla in “uscita” o “eisodos” e trovare il sinonimo in”entrata” ti riporta in un attimo alla grammatica del ginnasio che ripassi mentalmente ricordandoti che ex + il genitivo costruisce il complemento di moto da luogo, mentre eis + l’accusativo quello di moto a luogo. Sei ancora immersa nelle tue rimembranze scolastiche e senti una mamma dire alla bambina che vuole scendere giù dal passeggino un: “Meta, meta!”. Il tono ti suggerirebbe un rimprovero, ma un’altra illuminazione, il “meta tauta” = dopo queste cose, innumerevoli volte incontrato nelle traduzioni, ti fa pensare alla parola dopo, cosicché essere ad Atene ti dà l’impressione di fare una costante “versione di greco”.

Fuori dall’aeroporto, se ad accoglierti c’è un sole splendente in un cielo di un azzurro limpido, già, solo per il clima, ti senti come se fossi in Sicilia, non a caso chiamata “Magna Grecia”, e continui a percepire la generosa ospitalità dei Greci “sacra a Zeus” anche quando ti siedi in un bar e, prima che tu abbia chiesto qualcosa, vieni gentilmente salutato e rinfrancato da un bicchiere d’acqua offertoti spontaneamente.

I riferimenti letterari iniziano ad affacciarsi e ti portano all’Odissea. Ti sembra allora di vedere la scena in cui Menelao accoglie nella sua reggia Telemaco, il figlio di Ulisse e, prima ancora di chiedergli il motivo della visita lo invita a rinfrancarsi consumando insieme un generoso pasto.

Quando, all’imbrunire, poi dalla collina del Licabetto ti appare l’Egeo, capisci perché Omero lo chiamava “color del vino”. Non più azzurro, ma non ancora nero; rossiccio ma con venature brune è un mare triste e, se lo fissi intensamente, rischi di trovarvi lo sguardo di Egeo, quando ansioso aspettava il ritorno del figlio Teseo.

È tutto un alternarsi di immagini, ma anche di luoghi familiari: le salite ripide ti trasportano a Ragusa Ibla; le vie dolcemente curvate ed eleganti di gradevoli piante ti ripresentano Taormina e in un traffico impazzito trovi un modo di guidare già conosciuto che non esiti a definire “a catanisa” in cui, insieme a una vivace e musicale parlata di ispanica somiglianza, ritrovi l’aspetto comico che con quello tragico vive nell’anima dei Greci.

Ai turisti, però, è riservata la lingua inglese, parlata abilmente da tutti: anche dal tassista che, oltre alle indicazioni pratiche di vie e negozi, ti racconta dell’antico mito sulle origini della città e del suo nome. Con poche e semplici parole, che tali sono se hai una giovane figlia in grado di tradurle, ti riporta, allora, in un tempo lontano ma ancora presente in cui Atena e Poseidone in gara per pregiarsi del titolo di protettore della città nascente si sfidavano a suon di doni prodigiosi: Poseidone fece spuntare una sorgente, Atena piantò un ulivo convincendo i cittadini che le consacrarono la città. Dedicato a lei, la vergine dea o Athena Partènos, il Partenone, il grande tempio dorico voluto da Pericle nel V secolo a.C. e costruito sotto la guida di Fidia, imponente dall’acropoli domina la città e appare sempre fiero della sua grandezza pur con le ferite che la storia gli ha lasciato. Se lo osservi da vicino, la sua maestosità ti sgomenta, ma se lo vedi risplendere nel buio della sera, lo senti come un punto di riferimento. Lo guardi, infatti, e ti senti a casa, nella tua terra che non è solo quella in cui sei nato e da cui sei stato nutrito, ma è anche quella in cui si è formato il tuo pensiero e il tuo sentire.

E se, dopo siffatti pensieri, ritorni concretamente non solo con la mente ma anche con lo sguardo per terra, ti accorgi, camminando per le stradine della città, della presenza di non pochi cani che se ne stanno stramazzati a terra, o per dirla alla siciliana “accanazzati”. Ne osservi uno in particolare e, spelacchiato com’è, ti dà l’impressione che sia stanco e malinconico, suggerendoti immediatamente un’altra notissima immagine di cui, per non approfittare ulteriormente della pazienza di chi legge, viene qui risparmiata la citazione.

A lezione da Esopo: uno “scecco” per ogni occasione

uno scecco per ogni occasioneL’attribuire virtù o vizi agli animali per riferirli agli uomini è vecchia storia: lo scrittore greco Esopo già nel VI secolo a. C. nelle sue favole o MUTOI aveva antropomorfizzato numerosi animali per simboleggiare quasi tutte le sfumature psicologiche possibili. Proprio dal ricco elenco esopiano viene preso in prestito l’animale che per eccellenza  la “lingua siciliana” elegge a simbolo dell’umano agire e pensare: l’asino ovvero ‘u sceccu. In realtà nel mondo di Esopo si affiancano leoni, volpi, agnelli, lupi e non pochi  altri animali, ma dell’asino viene fuori un variegato catalogo  psicologico che ne sfata la diffusa catalogazione nella categoria della pazienza. L’asino, infatti, ora è invidioso del cibo del mulo o della voce delle cicale; ora è dannosamente astuto, come nel caso dell’asino che portava il sale; talvolta è anche vanitoso per doti che non ha.

Il siciliano traduce immagini e caratteristiche della favola greca semplificandole in brevi ed efficaci espressioni, “detti”, modi dire, proverbi in miniatura  adatti alle varie occasioni  della vita.

Si vuole – sarebbe meglio dire si voleva perché adesso il buonismo verbalmente corretto non lo permette più – sottolineare la poca attitudine allo studio di un alunno, di un figlio? Ecco il paragone asinino già bell’e pronto: Sceccu quazatu!  Lo sceccu quazato suggerisce l’immagine dell’asino vestito come un essere umano che, nell’ossimoro delle due realtà, quella bestiale e quella umana, rende ancora più evidente l’ignoranza mascherata. A esaudire la legittima domanda sull’attendibilità della premessa, a proposito della relazione tra fonti greche e i proverbi siciliani sullo sceccu, giunge il racconto esopiano dell’asino che si riveste della pelle di un leone per spaventare gli animali, ma che non riesce a ingannare la volpe che lo aveva sentito ragliare.

Se, invece, si è di fronte a una persona di dubbie capacità e doti personali, ma che, vivendo in un contesto particolare o risplendendo di luce riflessa, ostenta un orgoglio e una vanità esagerati, si  può adoperare l’espressione Sceccu/a di Gerusalemme. La contestualizzazione storica dell’espressione ci riporta al racconto evangelico dell’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme a dorso di un asino tra le acclamazioni di esultanza della folla, mentre l’allusione popolare  si serve di questa immagine per  svelarci la vanità della bestia che credeva rivolte a sé le manifestazioni di lode. Anche quest’immagine è presa in prestito da Esopo nel cui racconto si parla di un asino che, fedelmente al mondo pagano del tempo, porta la statua di un dio; entra in una città e, credendo che la gente  rivolga a lui le lodi con cui accoglie la divinità, inorgoglitosi, si mette a ragliare rifiutandosi di procedere.

Nel caso in cui si vogliano chiarire inequivocabilmente le proprie posizioni, rivendicando diritti al di là di legami sociali o parentali, viene in soccorso il famoso detto: “‘U cumpari è cumpari, ma’ u sceccu da vigna l’amu a livari”. In quest’espressione, in verità, l’asino non incarna un difetto particolare dell’elenco esopiano, ma, presentandosi in uno stato di assoluta passività e dipendenza dal padrone, fa mostra di quella che, al di là del modello greco di riferimento, sembra riconosciuta nell’immaginario popolare come caratteristica  principale  che ne stabilisce la dimensione ontologica prima che psicologica: la pazienza.

Tra gli asini pazienti e costretti a sopportare il peso loro imposto, però, c’è una categoria più penalizzata: ‘u sceccu de issara”, il cui carico, se è corretta l’identificazione con il gesso, non doveva essere certo fra i più leggeri.