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ripassando…foscolo, pascoli e d’annunzio

la sera+seraSe ci si è trovati ad avere tra le mani un testo di letteratura e ripassare, per motivi personali o filiali, il programma di italiano dell’ultimo anno del liceo, di certo ci si sarà soffermati su Foscolo, Pascoli e d’Annunzio. Leggendo, dopo una loro collocazione cronologica, le pagine “antologizzate” che in generale tutti gli insegnanti riescono a presentare nei programmi finali, non si sarà potuto fare a meno di notare quasi una ripetizione del motivo della sera, pur con diverse modulazioni nel titolo che così risuona: “Alla sera” di Ugo Foscolo,  “La mia sera” di Giovanni Pascoli e “La sera fiesolana” di Gabriele d’Annunzio.

Allora, provando ad ascoltare le parole che questi poeti ci hanno regalato si scopre che, affidato a schemi metrici tradizionali o innovati, a pause, a parole ora solenni ora evocative e a suoni di infantile eco loro ci consegnano un messaggio più profondo che rende più completa la parafrasi o spiegazione veloce che ne avremmo voluto dare. Si ha quasi un’intuizione che quello della sera non sia solo un momento di pausa del loro giorno che tramonta ma diventi l’occasione per superare il presente e farsi ricerca di un luogo, più che un tempo, desiderato raggiungibile solo con la poesia in uno slancio temporale che si scandisce nel passato, nel presente o nel futuro.

Proprio a un vago ed esistenziale futuro sembra guardare Ugo Foscolo quando nella sera “vaga” con i suoi pensieri “su l’orme che vanno al nulla eterno”, ossimoro all’apparenza semplice, ma che risuona come un indefinito religioso compimento futuro della sua umana esistenza. E’ una meditazione sussurrata con la leggerezza di quel “forse” iniziale ma solenne quella che nella pace serale Foscolo affida all’endecasillabo, il verso dei poemi, della commedia dantesca, per una virile visione d’insieme dove il presente viene sentito con i travagli delle vicende biografiche e politiche. Ma l’adulta e impegnata meditazione si lascia sfiorare dalle immagini care della sera che è bramata in tutte le stagioni, sia quando è “corteggiata” dal dolce vento di primavera o dalle nuvole estive, sia quando è resa ancora più scura dalle fitte tenebre invernali. La sera è amata perché “soavemente” dà pace allo “spirito guerrier” del poeta che vi trova un’anticipazione di quella “fatal quiete” in cui finalmente potrà addormentarsi.

Al movimento in un futuro vagheggiato come luogo temporale della pace si contrappone il ritorno al passato in Pascoli che trova l’avvio nella contrapposizione tra il giorno “pieno di lampi” che è identificato con il presente del poeta adulto e la sera che con la sua promessa di stelle assicura una dimensione di pace capace di riportarlo all’Infanzia, ai giorni prima del tempo di dolore. Tale passaggio, che metricamente è affidato all’uso del novenario, il verso delle infantili cantilene, è nella prima strofa timidamente accennato dal “gre-gre” di ranelle, l’onomatopeico verso delle rane che è proprio del parlar dei piccoli, poi nella seconda strofa è puntualizzato dalla constatazione che il giorno si è allontanato avendo lasciato un innocuo “dolce singulto” nella sera che adesso è solo “umida”. La tempesta metaforica del giorno è lontana.  Già nella terza strofa, infatti, il poeta può assaporare la pace serale che lo proietta in una più ampia dimensione di beatitudine: la sua infanzia. Nella quarta strofa il ricordo dell’infanzia del poeta è ancora legata a un’immagine del presente: si tratta dei voli di rondini nella pace della sera che semanticamente legano la visione dei piccoli in attesa del cibo al nido del poeta, la sua casa lontana nel tempo, ma ancora viva e presente nel suo animo. Nell’ultima strofa non c’è più una contrapposizione tra il giorno/presente e la sera/passato: il giorno è lontano e, attraverso la parola poetica dell’onomatopeico “Don…Don”, il poeta è arrivato al suo mondo infantile in cui risente il suono famigliare delle campane, trasfigurato dalla poetica sinestesia in  “voci di tenebra azzurra” che  come “canti di culla” lo guidano in questo passaggio  indietro nel tempo dove egli, “sul far della sera”,  sente, senza la finzione del ricordo ma in una totale identificazione nell’io infantile, la madre”…e poi nulla”.

Il nulla che, nel superamento dei limiti di una percezione sensoriale, può anche coincidere con l’identificazione del Tutto cui conduce la parola poetica è, paradossalmente, il punto d’arrivo del percorso dannunziano nella sua sera fiesolana attraverso un progressivo sentire e poi farsi Natura in un momento, solo apparentemente, presente. Questo processo, articolato in una varietà di metri che vanno dall’endecasillabo, al senario passando anche per il novenario, è suggerito da una sera di giugno nella stagione di attesa dell’estate e inizia con l’augurio che il poeta, attraverso un’immediata sinestesia, così rivolge alla donna amata: “Fresche le mie parole ne la sera/ ti sien come il fruscìo che fan le foglie / del gelso…”. È un invito al silenzio verbale per percepire dapprima la voce della Natura che parla con il fruscio delle foglie del gelso e poi è un passaggio a una pausa contemplativa per assaporare la calma serale “mentre la Luna è prossima a le soglie/cerule e par che innanzi a sé distenda un velo/ove il nostro sogno si giace…”. La “sperata pace” non può annullare le sensazioni che la Natura vuole regalare e il poeta, sostituendo il consueto e autoreferenziale parlar degli innamorati, invita l’amata ancora una volta a sentirle attraverso le sue parole “Dolci…/…come la pioggia che bruiva/ tiepida e fuggitiva …”.  La pioggia di giugno sembra accarezzare tutta la Natura che attraverso le parole del poeta può respirare così da essere sentita.

Solo accettando di percepirne le voci il poeta e la donna amata possono quasi dimenticare se stessi e divenire parte del Tutto di cui attraverso la poesia si giunge a conoscenza. “…io ti dirò verso qual reami/ d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti/ eterne a l’ombra de gli antichi rami/ parlano del mistero sacro dei monti…”. Per questo mistero poetico ogni cosa è viva e le colline fiesolane possono nella sera con la loro bellezza continuare a consolare “sì che pare/che ogni sera l’anima le possa amare/ d’amor più forte.”

La sera non è eterna: è un attimo di attesa nella notte già annunziata dalle “prime stelle”. Breve ma intensa allora la sera invita il poeta e la sua donna a vivere pienamente l’attimo “trasumanando” -per dirla con il Padre Dante- nella Natura in un avvolgente e sensoriale respiro universale.

CHE FAI TU, LUNA, IN CIEL?

luna_3maggio2014“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa, luna?” Così Leopardi si rivolge alla sua “Silenziosa Luna” chiedendole di svelargli le “mille cose” e i mille perché della vita di ogni uomo. Non è solo un’immagine poetica il colloquio-monologo del pastore errante leopardiano: quello tra l’uomo e la Luna è un eterno dialogo silenzioso quasi un appuntamento con se stesso. E’ allora contemplazione assoluta, quasi mistica, della pace che un notturno lunare, quando il cielo è limpido e l’aria è serena, sa regalare agli uomini ispirando loro un unico sentire che si è rivelato attraverso parole e versi che la storia ha modellato.

Così si legge in Omero mentre nell’VIII canto dell’ILIADE descrive il paesaggio lunare che riesce a commuovere anche il semplice pastore: “quando in cielo limpida è la Luna / e tremule e graziose a lei dintorno / brillano le stelle, allor che l’aria / è senza vento e allo sguardo tutte/si svelano le torri e le selve / e le cime dei monti”.

Mille e mille anni trascorrono da questi versi, ma l’immagine del notturno lunare resta immutata e mostra la sua freschezza e nitidezza nella contemplazione che Leopardi affida a “La sera del dì di festa” dove “Dolce e chiara è la notte e senza vento, / E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna”.

Quasi un secolo dopo ritroviamo un’eco di questo paesaggio lunare in Nuttata ‘e sientimento, una canzone napoletana che così dice: “chiara è ‘a Luna, doce ‘o viento, calmo è ‘o mare. Qui l’assenza di vento di omerica e leopardiana visione viene sostituita da un serale venticello (doce)  che rinfranca, mentre la pace notturna abbandona la sua stasi contemplativa e diventa notte “’e sientimento che nun è fatta pe’ durmì”. Diventa, insomma, invito ad amare che nella notte può essere anche malinconico se si ha di fronte “il calmo chiaro di luna triste e bello che fa sognare…e singhiozzare”, come ricorda Verlaine.

Il chiaro di Luna che invita ad amare, però, non è solo immagine visiva. E’ anche sussurro nella notte di note che si levano dall’animo innamorato di Beethoveen e diventano una “Serenata al chiaro di Luna” per la Contessina Giulietta Guicciardi. In un Adagio di solenne e struggente contemplazione l’immagine della Luna è racchiusa nelle mani che toccano i tasti di un pianoforte e guida i bassi lenti e forti della sinistra e suggerisce malinconici e profondi arpeggi alla destra. Siamo nel 1801 e molti decenni dopo quasi alla fine del secolo ecco un altro pianoforte suonare nella notte. E’ “Il clair de Lune” di Debussy che, pur senza la solenne staticità contemplativa, ma con tocchi di sfuggente malinconia e lieve nostalgia fa rivivere le sensazioni quasi universali provate al riflesso argentato della Luna.

Ancora “Blue”, non nell’accezione cromatica ma nell’ indefinibile e malinconica fisionomia evocativa è la Luna nello swing regalatoci da Frank Sinatra  che a Lei cantava “Blue moon, you saw me standing alone/without a dream in my heart/without a love of my own” (malinconica luna, tu mi hai visto stare da solo, senza un sogno nel mio cuore, senza un amore tutto mio).

Con modulazioni e armonie più orecchiabili i ritmati passaggi jazz diventano accordi più semplici nelle notti degli innamorati di partenopea anima dove  occorre poco: basta, infatti, “‘na voce,  ‘na chitarra  e ‘o poco ‘e luna…pe’ fa ‘na serenata” e dove è altrettanto sufficiente la tenue luce di un quarto di Luna per scoprire l’inganno di non essere riamati “Nun ‘nce vo’ na luna chiena pe’ capì si me vuo’ bene“.

Insomma la Luna rende più insopportabile il distacco da chi si ama specie se si affaccia luminosa sul mare come ricordava Fred Buscaglione che così cantava: “Guarda che luna, guarda che mare/in questa notte senza te vorrei morire/ perché son solo a ricordare”.

A Lei che sorridendo sembra guardare gli innamorati e comprenderli, così si rivolgeva Gianni Togni negli anni 80 con un semplice giro armonico “Luna tu parli solamente a chi è innamorato/ chissà quante canzoni ti hanno già dedicato” ricordandoci che Lei, la Luna, è sempre compagna degli amanti.

Può essere amica o pericolosa galeotta soprattutto se a mezzanotte fa da sfondo a un incontro fra amanti, come ricordava il Quartetto Cetra che esortava: “Non ti fidare di un bacio a mezzanotte / se c’è la luna in ciel non ti fidar/ perché perché la Luna a mezzanotte riesce sempre a farti innamorar”.

Sa diventare anche severa sentinella che fa arrossire le pudiche ragazze di un tempo e allora le viene chiesto dai giovani amanti di smorzare il suo sfavillio nell’oscurità notturna che con briosi accenti da operetta le cantano: “Sii cortese con me, non brillar che la bella nell’ombra sol si fa baciare; sperando, in fondo, che Lei continui a brillare perché la sua assenza è terribile perdita di una luce amica, se fa dire alla poetessa Saffo “Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte; giovinezza dilegua e io nel mio letto resto sola”; non può che essere desolazione come ci ricorda Leopardi che scrive “Scende la luna; e si scolora il mondo;/ spariscon l’ombre ed una/oscurità la valle e il mondo imbruna,/orba la notta resta”.

Per fortuna Lei, la Luna, ritorna fedele all’appuntamento con l’uomo e continua a ripetere il miracolo, come fece con Ciaula quando ”Grande, placida, come un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia…mentr’ella saliva pel cielo…col suo ampio velo di luce…nella notte ora piena del suo stupore”.