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Se Edmdo De Amicis tornasse a scuola

Ci sono dei libri che si ricordano sempre. Uno di questi è Cuore di Edmondo de Amicis, disdegnato con irriverente ironia da chi vi trova solo uno stucchevole e anacronistico sentimentalismo, ma per fortuna anche amato dai semplici e comuni lettori che vi ritrovano un poetico narrare di storie e cose semplici legate alla scuola elementare.  Grazie all’autore, il maestro Perboni, la Maestrina dalla penna rossa o il povero Franti, usciti da questo piccolo mondo, hanno perduto la loro storicità e materialità per diventare personaggi letterari e quindi figure immortali che non temono più il passare del tempo. A loro se ne sarebbero aggiunti molti altri se qualcun altro fosse stato capace di raccontare la scuola elementare con parole nuove ma dall’antico sapore e farla rivivere nelle pagine di un libro con un avvincente respiro poetico.

Ogni scuola che con nostalgico rimpianto ci ostiniamo a chiamare elementare invece che primaria, infatti, ha storie e figure da immortalare e, se Edmondo de Amicis tornasse, troverebbe tanto da raccontare.

(foto di repertorio)


Ciò che è impossibile nella vita reale, per fortuna, può avvenire nei pensieri che si nutrono d’immaginazione e, chiudendo per un attimo gli occhi, sì proprio gli occhi  con cui la ragione guarda la realtà e la sua veridicità ci appare proprio la figura appena evocata che avanza con elegante lentezza e con chiaro disorientamento che ci sembra abbastanza comprensibile se si pensa al salto temporale che è stato chiamato a fare.

Ha un volto abbastanza pieno, i baffi folti, scuri gli occhi profondi, indagatori e nello stesso tempo buoni e  appare più vecchio dei giovanili suoi coetanei del XXI secolo e non solo per il suo serio vestito che la moda di fine 800 voleva elegante ma   poco frivolo. Con il suo svettante cilindro e appoggiato con piacevole leggerezza sul suo bastone da passeggio si aggira tra corridoi di una scuola elementare richiamato dal silenzioso ma non per questo meno potente desiderio di chi ha sperato che lui potesse celebrare e immortalare la vita tra i banchi.

Pensava fosse più semplice, ma adesso tra le innegabili e inevitabili trasformazioni che la storia e i suoi anni hanno portano, teme di non ritrovare  i motivi poetici su cui soffermarsi e vorrebbe tornare indietro e lasciare l’impresa. Ma ecco che inaspettatamente sente “Il piacevole rumore del gesso“ su qualche vecchia lavagna di ardesia, eroica superstite di un mondo in cui dominano le nuove e più allettanti LIM.  

Seguendolo allora entra in un’aula dove lui, invisibile, si  sofferma a osservare la vita che scorre nei luoghi in cui i bambini abitano.  Nota con immediata disapprovazione che sotto la cattedra non c’è più la pedana che materializzava l’indiscutibile autorità degli insegnanti, che adesso gli sembra del tutto cancellata proprio dal più confidenziale dei pronomi che, inorridendo, ha  sentito rivolgere ai maestri dagli alunni; trova meno ordine, meno esercitazioni di bella scrittura, e quasi si smarrisce di fronte ai nuovi registri elettronici, dove basta sfiorare dei tasti scrivere e collocare le parole al loro posto senza la fatica di una scrittura ordinata e precisa.

Disorientato, ma anche incuriosito resta nel suo angolo d’osservazione e, anche se non può fare a meno di biasimare gli orari estenuanti che impongono a scolari troppo piccoli di passare  otto ore a scuola e le troppo numerose figure didattiche che entrano in una classe, riesce tuttavia a  sentire nelle voci dei bambini e dei loro insegnanti una dolcezza nostalgica a lui nota e familiare che non può non invogliarlo a scrivere altre pagine da aggiungere al suo noto libro.

Continua così per giorni, settimane e  mesi fino a quando nei primi giorni di giugno  entra in una classe V e qui sente la forza del ricordo di maestri e maestre che ripercorrono gli anni passati con i loro alunni un tempo bambini e adesso già ragazzini  con nuovi visi e nuovi corpi da preadolescenti. Il suo compito si fa chiaro: dovrebbe dare loro parole capaci di fermare il tempo e fissarlo in immagini nitide in grado di restituire pezzi di vita che, quasi impercettibilmente, è scivolata via ed è andata sempre più in avanti.

Tocca quasi con mano la malinconia già palpabile degli ultimi giorni scolastici, la frenesia per lo spettacolo di fine anno, le prove continue, le voci squillanti e fresche di un genuino calore che solo i bambini sanno avere. Gli si umidiscono gli occhi, mentre sente i bambini cantare gli auguri alla maestra per il suo compleanno, vede i disegni con la torta e i cartelloni di auguri e si accorge   delle lacrime dei piccoli grandi alunni commossi nel leggere la lettera di saluti dedicata a ognuno di loro.

Poi, meravigliato e quasi incredulo, sbirciando tra le righe  che una bambina ha dedicato alle maestre riesce a leggere dei versi di Petrarca e Leopardi  cui è stato affidato il compito di esprimere i sentimenti ingenui e profondi che i piccoli sono capaci di provare ma per i quali servono le parole dei poeti, i veri.

Immobile resta a guardare le maestre che, a loro volta, come a voler fermare il tempo fissano in silenzio  i loro piccoli. Poi le segue quando arrivano gli abbracci calorosi, forti e avvolgenti nel momento del distacco, mentre il suono della ben nota campanella scandisce il momento dell’uscita definitiva dalla scuola.

Sente la paura che i maestri e le maestre provano nel lasciare che i loro alunni prendano strade lontano dalla loro guida e ne comprende l’amara consapevolezza di non poter fermare le inevitabili trasformazioni che porteranno i loro un tempo piccoli alunni in mondi molto lontani dall’atmosfera rassicurante delle elementari.

Immagina già con le sue parole come fare dei maestri di oggi dei nuovi maestri “Perboni” e delle maestre delle altre “maestrine dalla penna rossa” e vorrebbe cancellare la triste immagine del suo Franti grazie ad altre storie commoventi ma non tristi. Ha già chiaro tutto e vuole mettersi all’opera, ma, a un tratto,  sente un forte vento da cui viene spinto sempre più fuori dall’aula in cui si era rintanato e, nonostante i suoi inutili tentativi di aggrapparsi alla cattedra, ai banchi per poter restare, non ce la fa e svanisce.

Chi ne aveva invocato l’inverosimile l’intervento, infatti, ha aperto gli occhi sulla realtà e ha spento quelli dell’immaginazione, non senza chiedersi questo: “Se Edmondo de Amicis tornasse a scrivere pagine sulla scuola, quella elementare, come scriverebbe tutto questo?”.