Armoniosi Accenti

“Armoniosi accenti dal tuo labbro volavano…”

Chissà in che modulazioni  risuonavano gli accenti armoniosi di Luigia Pallavicini, nobildonna genovese, se estasiavano l’udito di Ugo Foscolo al punto che li ricordò in un famosa ode a lei dedicata. Possiamo immaginare un timbro vellutato, sforzarci di sentire musicalità vocaliche e afferrare leggere e rarefatte consonanti che sfioravano, quasi accarezzavano, l’orecchio di chi ascoltava ammaliato.

La matrice  geografica  di questi accenti è molto oltre lo stretto di Messina, lontano da tutta la Magna Grecia e, se si vuole superare il particolarismo regionalistico della Liguria dove andrebbero radicati dal suggerimento foscoliano,  possiamo  collocarli in generale nell’Italia del Nord, ignara e quasi indifferente a tutti i legami culturali e storici  con la grande Grecia del passato  che ogni siciliano che,  ivi emigrato o turista  spensierato, possa rivendicare. Anzi, sembra proprio che il siciliano che passi lo stretto e superi l’accogliente e familiare area geografica dell’Italia meridionale, insomma Napoli e dintorni, senta forte il sentimento di differenza fonetica e cerchi di “italianizzare” il suo parlare, tentando di  conquistare, anche se affannosamente, quegli “armoniosi accenti” per lui difficili. Il primo impatto con la diversità linguistica è legato ad alcuni verbi intransitivi che ogni siciliano che si rispetti usa solo transitivamente: entrare e uscire. Per il nostro siciliano, solito dire anche in italiano entra la macchina nel garage o esci l’acqua dal frigo, si apre un mondo linguistico nuovo quando scopre che il suo improprio uso dei verbi ha nelle formule  metti dentro o tira fuori  un’alternativa mai presa in considerazione prima di quel momento e anche lui allora comincia a tirare fuori dal suo armadio i vestiti  necessari per questa nuova koinè linguistica. Ciò che più lo colpisce, però, è la forza sproporzionata di alcune  sue consonanti  che, a parlare fuori dal natio borgo, sembrano non solo doppie ma triple addirittura. Lui tenta di alleggerirle, ma inutilmente; trattiene il respiro, prova a chiudere la vocale seguente, abbassa il tono di voce, ma niente da fare:  le consonanti escono fuori  prepotenti e superbe a dispetto di ogni regola fonetica. Se invece, in remoti casi, riesce a ingentilire il suono di alcune parole, sente un senso di estraneità a ciò che dice: la parola doccia, correttamente pronunziata, non è la stessa cosa di ddooccia, che nella sua pesante  ed errata pronunzia sembra suggerire  la forte pressione  del getto d’acqua, ovvero “sgriccio”, contro quello misero e parsimonioso evocato dalla sua forma corretta.

Il dilemma fonetico, se sottomettersi all’operazione di rarefazione consonantica, con implicita rinunzia all’orgoglio delle origini, o restare immune alla subdola tentazione omologatrice, si pone se il siciliano è un insegnante elementare che deve far fare ai suoi piccoli alunni il dettato ortografico.

In questo caso non è solo una questione d’identità culturale la scelta di pronunziare  o no le parole in modo pieno e forte: qui bisogna essere onesti foneticamente nei confronti dei bambini che apprendono la forma delle parole  da scrivere proprio dagli accenti più o meno armoniosi  pronunziati dall’insegnante e correrebbero il rischio di scrivere addizzione, orologgio, ppissi-cologo e bbambola. Allora l’insegnante non può che scegliere saggiamente, ma anche se con pazienza certosina cerca di alleggerire i suoni  come meglio può, ha sempre la sensazione di emettere qualche consonante in  più del dovuto e  per questo, quando incontra una gentile signora, mamma di un suo alunno, preoccupata del fatto che suo figlio non sente le doppie, ha un attimo di perplessità: la fissa e, accertatosi che nei suoi occhi non ci sia ironia o sarcasmo, la tranquillizza con parole didatticamente rassicuranti, mentre fra sé pensa nel suo amato, anche se non armonioso accento : ” Si nun li senti ccu mia, so figghiu è turdu!”.   

Per i lettori al di fuori  della Magna Grecia: “Se non le sente con me, suo figlio è sordo!”                                                                   

 

Giuseppe Ungaretti e i Risvegli della maturità

Accade sempre: Litterando va in letargo.

Nonostante le ripetute promesse e assicurazioni di non ricaderci, ciclicamente scompare  per lunghi periodi, anche se  poi improvvisamente si risveglia.

Stavolta il risveglio è stato provocato dalla sua consueta curiosità per la prova d’italiano che i maturandi devono affrontare e dalla facilità con cui può leggere le tracce che il Miur rende visibili su Internet. Grazie all’assoluta spensieratezza del  suo semiserio discorso letterario, come  al solito,  prova a svolgerne una e, dopo una rapida occhiata alle varie proposte ministeriali, sceglie l’analisi e l’interpretazione della poesia Risvegli di Giuseppe Ungaretti, rendendosi conto dopo un po’ che il titolo, a questo punto non casuale, sembrerebbe confermare il famoso detto  “nomen omen”.  Anche se si tratta di un gioco, Litterando vuole essere abbastanza fedele alle indicazioni contenute nella traccia e le legge con attenzione trovando un vero motivo di sollievo nella consentita possibilità di  “costruire un unico discorso che comprenda le risposte alle domande proposte” che in verità, a prima vista, nella loro martellante cadenza davano più l’idea di una lista della spesa.

Prima di passare al testo vero e proprio si sofferma su una brevissima ma significativa indicazione, Giuseppe Ungaretti, da L’Allegria. Il porto sepolto, che subito appare come un segno della benevolenza ministeriale perché, oltre a riportare il nome dell’autore, rimanda alla raccolta da cui è tratta, semplificando gli sforzi di memoria dei maturandi. Il porto sepolto, se immediatamente si presenta come la raccolta delle poesie scritte dal poeta tra il 1915 e il 1916 diventata poi una delle sezioni di cui si compone la definitiva raccolta L’Allegria del 1942, fa poi riaffiorare la valenza simbolica cui allude il poeta. Da leggendaria presenza di un porto sepolto nelle profondità del mare di Alessandria d’Egitto, infatti, diventa immagine di un profondo e misterioso luogo dell’anima che resta sconosciuto fino a quando la poesia non lo fa riemergere.

Dopo queste premesse Litterando si accosta direttamente al testo della poesia da analizzare che così si presenta.

Risvegli

Mariano il 29  giugno 1916

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda 

fuori di me


Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse


Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito


Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto


Ma Dio cos’è?


E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta


E si sente
riavere

A questo punto fingendo di dover affrontare la prova dell’analisi e dell’interpretazione richieste immagina di scrivere così come se fosse tra maturandi.

Mariano 29 giugno 1916. La precisazione del luogo e della data di composizione ci conduce sul Carso in piena zona di guerra dove troviamo Ungaretti in trincea,  in prima linea, e appare come un chiaro invito del poeta a contestualizzare la poesia per poterla comprendere.

Allora sembra più facile immaginare che quei versi siano le notturne parole sommesse di chi, per non morire dentro, mentre fuori tutto parla di morte, si aggrappa al filo della memoria per avere così, solo attraverso il ricordo, la certezza di aver vissuto ogni istante in un altro tempo, in un’epoca profondamente sentita ma che adesso è lontana, fuori da se stesso.  E proprio in questa lontananza può ritornare con il ricordo inseguendo le vite che ha vissuto  e che si sono perse.  Dall’onirico recupero del passato attraverso la memoria, il poeta si desta in un bagno di care cose consuete e assapora la dolcezza del regalo avuto. L’essere adesso raddolcito gli dà un senso di armonica  relazione con ciò che lo circonda e lo porta a seguire il gioco delle nuvole. Le rincorre guardandole attentamente mentre cambiano forma come se si sciogliessero. In questi versi prevale il valore semantico di questa nuova dolcezza che si riesce a cogliere nel verbo rincorro in cui sembra evocata la  spensierata gioia di ragazzi e  nell’ avverbio dolcemente. La dolcezza è anche distensione con cui l’animo recupera tutti coloro che ha amato e ama  senza distinguere  i vivi dai morti, ma il poeta avverte l’errore di questa distrazione  e sente la mancanza di chi non c’è più.

Entra in gioco di nuovo la morte che è il filo conduttore della guerra da cui il poeta si era allontanato attraverso il ricordo della vita vissuta in un’epoca esistita ma lontana.

La morte e l’orrore cui si accompagna è lacerazione, frattura di  quell’armonia che dava pace. Ecco la domanda: Ma Dio cos’è? Che è più dolorosa dell’altra formulazione Dio chi è ? Nell’evocare, infatti,  un’idea costruita dall’uomo, invece che rimandare all’immagine di Padre o  di Madre anche se troppe volte dal volto di Matrigna leopardianamente indifferente all’uomo, sembrerebbe un’affermazione della sua non esistenza. Come potrebbe tollerare, infatti, la morte e l’orrore che la guerra dissemina, se Dio esistesse? Ma, nel chiedersi questo, l’io del poeta, io lirico, armonicamente composto e in relazione con ciò che è intorno a lui si spezza e diventa un frammento di ogni creatura che, tremando, si pone la stessa domanda presagendone la risposta. E mentre resta ferma e atterrita dallo sgomento di scoprire che nessuno potrà rassicurarla di fronte al Nulla, al Non Dio, l’universale creatura in cui si è scomposto l’io del poeta, non sente una risposta razionale, ma apre gli occhi dell’anima e contempla le gocciole di stelle riuscendo ad accoglierle insieme alla pianura silenziosa. Questa interpretazione della parola muta come aggettivo appare preferibile all’altra che  la  tradurrebbe  con il verbo si trasforma:  così, infatti, riesce a suggerire l’immagine che proprio il silenzio, reso dall’assenza di parola un’ ininterrotta estensione di  infinito di cui sentirsi di nuovo partecipi,  basti ad allontanare la morte. E così la creatura che la consapevolezza  e il terrore della morte avevano chiuso alla vita  sente di  poter rivivere ancora.

La poesia, quindi, come è annunciato dal titolo, dà voce a una  delle facce che l’esperienza della guerra mostra al poeta: il risveglio della vita nonostante le scene di morte. La forza della vita che qui emerge allora è la stessa che si era già sentita in quel “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” della poesia Veglia del 1915, la stessa anche del semplice ma potente “M’illumino d’immenso” che seguirà in Mattinata del 1917.

Tutto questo viene detto con parsimonia di parole, con la scelta esatta di quelle che possono svelare direttamente anche se non apertamente il sentimento che il poeta prova. Come nel consueto stile ungarettiano, anche qui i versi sono liberi da rime e ineguali nella loro misura oscillando tra la brevità una sola parola e l’estendersi fino all’endecasillabo del verso 6.

La sintassi è semplice, si piega al dominio incontrastato della parola. È lei, infatti, che pur nella sua essenzialità guida il discorso, sostituendosi alla punteggiatura cosicché le pause e i legami  necessari sono racchiusi nel  suo respiro. Semplice ma non sciatto, lo stile ungarettiano conosce le figure retoriche, le alleggerisce e le adopera per dare alle parole ancora più risonanza. I forti enjambements del verso 8 e del verso 15,  che semanticamente sono accomunati dal tema del ricordo, nello spezzare metricamente la continuità logica del pensiero, rendono più chiara la frattura esistente tra realtà vissuta e quella ricordata, mentre l’analogico o metaforico accostamento di  bagno di care cose consuete  del verso 8 e soprattutto di  gocciole di stelle del verso 23 regala  un sussurro di  inaspettata dolcezza.

 

 

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Letteratura e vita

Gli esami non finiscono mai

Se Edmondo De Amicis tornasse a scuola

Ci sono dei libri che si ricordano sempre. Uno di questi è Cuore di Edmondo de Amicis, disdegnato con irriverente ironia da chi vi trova solo uno stucchevole e anacronistico sentimentalismo, ma per fortuna anche amato dai semplici e comuni lettori che vi ritrovano un poetico narrare di storie e cose semplici legate alla scuola elementare.  Grazie all’autore, il maestro Perboni, la Maestrina dalla penna rossa o il povero Franti, usciti da questo piccolo mondo, hanno perduto la loro storicità e materialità per diventare personaggi letterari e quindi figure immortali che non temono più il passare del tempo. A loro se ne sarebbero aggiunti molti altri se qualcun altro fosse stato capace di raccontare la scuola elementare con parole nuove ma dall’antico sapore e farla rivivere nelle pagine di un libro con un avvincente respiro poetico.

Ogni scuola che con nostalgico rimpianto ci ostiniamo a chiamare elementare invece che primaria, infatti, ha storie e figure da immortalare e, se Edmondo de Amicis tornasse, troverebbe tanto da raccontare.

(foto di repertorio)


Ciò che è impossibile nella vita reale, per fortuna, può avvenire nei pensieri che si nutrono d’immaginazione e, chiudendo per un attimo gli occhi, sì proprio gli occhi  con cui la ragione guarda la realtà e la sua veridicità ci appare proprio la figura appena evocata che avanza con elegante lentezza e con chiaro disorientamento che ci sembra abbastanza comprensibile se si pensa al salto temporale che è stato chiamato a fare.

Ha un volto abbastanza pieno, i baffi folti, scuri gli occhi profondi, indagatori e nello stesso tempo buoni e  appare più vecchio dei giovanili suoi coetanei del XXI secolo e non solo per il suo serio vestito che la moda di fine 800 voleva elegante ma   poco frivolo. Con il suo svettante cilindro e appoggiato con piacevole leggerezza sul suo bastone da passeggio si aggira tra corridoi di una scuola elementare richiamato dal silenzioso ma non per questo meno potente desiderio di chi ha sperato che lui potesse celebrare e immortalare la vita tra i banchi.

Pensava fosse più semplice, ma adesso tra le innegabili e inevitabili trasformazioni che la storia e i suoi anni hanno portano, teme di non ritrovare  i motivi poetici su cui soffermarsi e vorrebbe tornare indietro e lasciare l’impresa. Ma ecco che inaspettatamente sente “Il piacevole rumore del gesso“ su qualche vecchia lavagna di ardesia, eroica superstite di un mondo in cui dominano le nuove e più allettanti LIM.  

Seguendolo allora entra in un’aula dove lui, invisibile, si  sofferma a osservare la vita che scorre nei luoghi in cui i bambini abitano.  Nota con immediata disapprovazione che sotto la cattedra non c’è più la pedana che materializzava l’indiscutibile autorità degli insegnanti, che adesso gli sembra del tutto cancellata proprio dal più confidenziale dei pronomi che, inorridendo, ha  sentito rivolgere ai maestri dagli alunni; trova meno ordine, meno esercitazioni di bella scrittura, e quasi si smarrisce di fronte ai nuovi registri elettronici, dove basta sfiorare dei tasti scrivere e collocare le parole al loro posto senza la fatica di una scrittura ordinata e precisa.

Disorientato, ma anche incuriosito resta nel suo angolo d’osservazione e, anche se non può fare a meno di biasimare gli orari estenuanti che impongono a scolari troppo piccoli di passare  otto ore a scuola e le troppo numerose figure didattiche che entrano in una classe, riesce tuttavia a  sentire nelle voci dei bambini e dei loro insegnanti una dolcezza nostalgica a lui nota e familiare che non può non invogliarlo a scrivere altre pagine da aggiungere al suo noto libro.

Continua così per giorni, settimane e  mesi fino a quando nei primi giorni di giugno  entra in una classe V e qui sente la forza del ricordo di maestri e maestre che ripercorrono gli anni passati con i loro alunni un tempo bambini e adesso già ragazzini  con nuovi visi e nuovi corpi da preadolescenti. Il suo compito si fa chiaro: dovrebbe dare loro parole capaci di fermare il tempo e fissarlo in immagini nitide in grado di restituire pezzi di vita che, quasi impercettibilmente, è scivolata via ed è andata sempre più in avanti.

Tocca quasi con mano la malinconia già palpabile degli ultimi giorni scolastici, la frenesia per lo spettacolo di fine anno, le prove continue, le voci squillanti e fresche di un genuino calore che solo i bambini sanno avere. Gli si umidiscono gli occhi, mentre sente i bambini cantare gli auguri alla maestra per il suo compleanno, vede i disegni con la torta e i cartelloni di auguri e si accorge   delle lacrime dei piccoli grandi alunni commossi nel leggere la lettera di saluti dedicata a ognuno di loro.

Poi, meravigliato e quasi incredulo, sbirciando tra le righe  che una bambina ha dedicato alle maestre riesce a leggere dei versi di Petrarca e Leopardi  cui è stato affidato il compito di esprimere i sentimenti ingenui e profondi che i piccoli sono capaci di provare ma per i quali servono le parole dei poeti, i veri.

Immobile resta a guardare le maestre che, a loro volta, come a voler fermare il tempo fissano in silenzio  i loro piccoli. Poi le segue quando arrivano gli abbracci calorosi, forti e avvolgenti nel momento del distacco, mentre il suono della ben nota campanella scandisce il momento dell’uscita definitiva dalla scuola.

Sente la paura che i maestri e le maestre provano nel lasciare che i loro alunni prendano strade lontano dalla loro guida e ne comprende l’amara consapevolezza di non poter fermare le inevitabili trasformazioni che porteranno i loro un tempo piccoli alunni in mondi molto lontani dall’atmosfera rassicurante delle elementari.

Immagina già con le sue parole come fare dei maestri di oggi dei nuovi maestri “Perboni” e delle maestre delle altre “maestrine dalla penna rossa” e vorrebbe cancellare la triste immagine del suo Franti grazie ad altre storie commoventi ma non tristi. Ha già chiaro tutto e vuole mettersi all’opera, ma, a un tratto,  sente un forte vento da cui viene spinto sempre più fuori dall’aula in cui si era rintanato e, nonostante i suoi inutili tentativi di aggrapparsi alla cattedra, ai banchi per poter restare, non ce la fa e svanisce.

Chi ne aveva invocato l’inverosimile l’intervento, infatti, ha aperto gli occhi sulla realtà e ha spento quelli dell’immaginazione, non senza chiedersi questo: “Se Edmondo de Amicis tornasse a scrivere pagine sulla scuola, quella elementare, come scriverebbe tutto questo?”.

 

[III parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Ero diventata  davvero indipendente e libera di scappare da casa. Con la nuova ricchezza ero più irrequieta, nomade alla ricerca perenne di ciò che non ero. S’intensificarono i viaggi per la Sicilia che imposero ai miei figli continui cambiamenti dalla scuola agli amici, ma io sembravo indifferente: in me prevaleva l’orgoglio di essere una Portolano, adesso una ricca proprietaria. Dovevo e volevo esercitare il mio potere proprio in Sicilia, allora ridiventavo mio padre e ne assumevo la durezza.

Non mi fermavano le obiezioni di mio marito che mi ripeteva che, così facendo, stavo per disgregare la nostra famiglia, del resto lui, nell’illusione che a Girgenti avrei trovato la pace sperata, non si opponeva.

Non era ancora pronto alla separazione definitiva e nell’estate del 1911 mi raggiunse a Girgenti per riportarmi a Roma, ma non senza propormi una tregua e cercare un accordo. Si arrivò a un compromesso: lui avrebbe dato più importanza al mio ruolo economico e io avrei avuto più considerazione per il suo bisogno letterario.

Rientrai a Roma fiduciosa nel nuovo inizio atteso con tutta me stessa, ma dalla calma siciliana passai a una nuova crisi che gli suggerì un’ipotesi di separazione.

Di fronte alla sua determinazione di staccarsi da me, io puntualmente ritornavo a essere più trattabile e a voler salvare il matrimonio, ma non era semplice: era un continuo alternarsi di alti e bassi, di pace e guerra. Approfittando della sua pazienza, come avevo sempre fatto, avanzavo pretese inconciliabili con la ricostruzione della famiglia: i miei figli dovevano stare con me in Sicilia.

Quando lui capì che non poteva più restare al mio servizio, si spezzò l’idea di salvare la famiglia e sentì allora all’improvviso il peso di ciò che avevo preteso: strapparlo dalla sua Arte.

Forte dell’arroganza del mio riconquistato potere economico, cercai spietatamente di separarlo dai figli.

Lui allora vacillò e cominciò a sentirsi in balia della mia follia, rassegnandosi ad accettare che doveva liberarsi di me per vivere.

Si allontanò, rinunziando a ogni vano tentativo di salvarmi: mi allontanò dal suo cuore e divenni allora solo “ la pazza”.

Stanco ormai di essere paziente e vittima senza mai tregua, s’impose di essere forte contro la mia insaziabile voracità e io divenni una nemica da allontanare per difendere i figli. Anche loro erano contro di me, ma lo meritavo. Non volevano radicarsi a Girgenti: Stefano preferì restare a Roma con il padre, Fausto lo seguì e con me, in quell’anno, il 1913, rimase solo Lietta.

Lavorò ancora di più per mantenerli senza il mio aiuto. Si umiliò a chiedere i soldi agli amici, mentre io m’inorgoglivo di essere la ricca  Antonietta Portolano che  sapeva gestire i suoi affari da sola e senza il suo aiuto.

 Passava il tempo e più stavo lontano da lui, tanto più mi staccavo dal suo mondo e dalla sua vita e, mentre sentivo la fine del nostro matrimonio, quasi m’inorgoglivo perché per me era la prova della sua inettitudine. Lo disprezzavo e disprezzavo tutti i Pirandello al punto che vietavo ai miei figli, quando erano in Sicilia, di incontrare i nonni e gli zii.

Era già arrivato il 1914 e i venti di guerra che si percepivano turbavano la mia mente già sconvolta. Non sapevo che Stefano avesse già annunciato al padre di volersi arruolare, ma con il presentimento che ogni madre ha, sentivo una terribile angoscia al punto che una notte urlai dal balcone della mia casa di Girgenti. Urlavo contro preti e soldati che mi perseguitavano: erano fantasmi della mia mente malata, ma io credevo di vederli.

Ricordo la confusione e rivedo la scena. I vicini accorrono, chiamano la forza pubblica, chiamano il pretore che ufficialmente dichiara la mia pazzia e ordina di internarmi. Viene avvisato mio marito e lui si precipita. Pur nella mia follia che mi aveva ossessionato contro di lui, appena lo vidi, corsi ad abbracciarlo: avevo capito, da sempre, che lui era la mia forza, il mio sostegno e, perdendo lui, mi sarei persa.

Con la dolcezza e la delicatezza d’animo che gli faceva ricordare la grandezza del suo amore per me, si assunse la responsabilità di riportarmi a Roma e scongiurò il mio internamento.

La pazzia era entrata in casa e nella sua vita.  Non si può dire che io non l’abbia ispirato: scrisse, infatti, di follia e di gelosia. Adesso risento con una nuova consapevolezza le parole di un suo romanzo, Si gira, che così risuonano ”questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di pazzia ragionante, tipica, tipica forma di paranoia, anche con deliri di persecuzione” .

Era il mio ritratto. Ero pazza e la mia pazzia era lui e questa era la vera pazzia perché lui era un puro.

 Stava per finire il 1914. Il 31 Dicembre Stefano si arruolò come volontario e fu poi prigioniero per tre anni. Dopo la partenza di Stefano per la guerra, me ne stavo in disparte a vedere vivere la vita degli altri, non prendendo parte alle piccole gioie famigliari: mi davo da fare solo per preparare i pacchi da inviargli. Ben presto Fausto e Lietta divennero il bersaglio delle mie sfuriate e loro erano sempre dolci con me.

Lietta doveva assistermi e non capivo il tormento di quel continuo quanto inutile dispendio di sé e della sua giovane voglia di vivere: doveva stare accanto a me per ore a ricamare, doveva assaggiare i cibi perché tra le mie fissazioni c’era quella di essere avvelenata, aveva il compito di farmi prendere le medicine, di mettermi a letto. Lei, la figlia, costretta a farmi da madre. Ma io non ero contenta del suo paziente sacrifico, anzi arrivai ad addossarle la mia gelosia perché in simbiosi con il padre. Di fronte a un litigio crudele e per lei umiliante arrivò a tentare il suicidio e dovette abbandonare la casa per sottrarsi alle mie ire e alle mie aggressioni adesso anche violente.

Era giunto il momento di allontanarmi, ma si aspettava che ci fosse anche Stefano. Quando dopo la guerra ritornò a casa, il ricovero fu inevitabile. Non ci fu neanche bisogno di un’ordinanza: era ancora valida quella emanata dal pretore di Girgenti nel 1914.

Nel gennaio 1919 entrai nella casa di cura “Villa Giuseppina” sulla Nomentana a Roma e vi restai per quarant’anni fino alla mia morte, che, come disse mio figlio Fausto, fu  soltanto “l’annullamento di un nulla”.

[II parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Nel 1903 arrivò presto la catastrofe temuta e di quel giorno ho nitidi e chiari ricordi.

Arrivò una lettera da mio suocero ma non indirizzata a me e, non avendo la delicatezza di aspettare mio marito, l’aprii e lessi il disastro che annunziava: si era allagata la grande zolfara di Aragona in cui era stata investita la mia dote e così la mia ricchezza e il vitalizio di cui vivevamo erano andati perduti per sempre.

Rimasi paralizzata nella mia anima e nel corpo. Non riuscii più a camminare e a non avere altra sensazione all’infuori della rabbia contro i Pirandello che mi avevano sfruttato e contro mio marito che non aveva tutelato i miei interessi.

La rabbia divenne la mia malattia: la Portolano che era in me non poteva non impazzire di fronte alla perdita dei soldi, l’unico valore riconosciuto.

Nella mia rabbia folle allora vedevo solo la fine del mio potere, mentre adesso, con questo nuovo sguardo che mi è concesso, vedo che lui si trovò di fronte allo sfacelo della sua vita.

Se avessi amato veramente, avrei saputo sostenerlo e tenere salda la mia famiglia e invece gli rinfacciavo i miei sacrifici che, fatti senza amore, per chi li riceve sono solo condanne senza scampo.

E lui che avrebbe potuto fare di più? Si preparava per il concorso come professore ordinario al Magistero, faceva lezioni private, chiedeva di essere commissario d’esami fuori Roma per avere compensi più alti. Si riscattò con il suo lavoro che gli permetteva di sostenere la famiglia senza il mio aiuto.

Non aveva tempo per la sua Arte eppure riusciva a scrivere mentre mi assisteva di notte alla luce di una lampada attenuata dal paralume per non disturbarmi.

Dal nostro dramma, però, nacque il successo e così arrivò il 1904, l’anno de Il fu Mattia Pascal, il suo primo grande romanzo. Continuò a cercare un senso  ai nostri giorni senza senso nelle storie che la vita gli suggeriva e  così non aveva un attimo di tregua tra il  “vero” lavoro, secondo me, e la  scrittura  per lui vitale.

Stavolta, però, per le novelle che i giornali pubblicavano, veniva pagato e io non potevo più rimproverargli niente. Eppure non ero capace di gioirne: ero immobile nella mente e nella mia anima più che nel corpo.

Ricordo, infatti, la sua felicità per il successo del romanzo che gli veniva riconosciuto  con una serata in suo onore alla Casina Valadier e sento ancora le sue parole con cui mi chiese di accompagnarlo. Era la prima uscita dopo la mia guarigione, ma mi vedevo dimagrita, mi sentivo tanto fragile e mi sentivo fuori posto: non capii quanto per lui fosse importante essere insieme in un ambiente che riconosceva la sua Arte e in un momento che ci ricordava come fossimo riusciti a superare il disastro che ci stava distruggendo. Avrebbe potuto essere l’inizio della nostra nuova vita, indipendente dai nostri genitori, ma io non credevo abbastanza in me né in noi per ricominciare anzi per cominciare a vivere. Quella sera non riuscivo a vedere la vita che rifioriva e sentivo il peso di una vecchiaia invisibile agli occhi degli altri, ma che sentivo dentro di me. Il mio sguardo freddo che quella sera respingeva il suo entusiasmo mi allontanava dalla sua vita che non sarebbe mai stata anche la mia.

Erano già passati dieci anni di matrimonio e io continuavo a non capire che si era veramente innamorato di me e non volevo vedere che l’unico motivo che dava un senso al nostro matrimonio non era, in realtà, la mia dote; anzi  dopo il disastro, non fui capace di dimenticarla non  riuscendo a credere che proprio dal suo essersi dissolta avrei potuto liberare il mio matrimonio dalla catena degli interessi con cui era nato. Sentivo, invece, che perdendo la mia forza economica, non avrei più potuto giustificare l’orgoglio della mia superiorità su di lui: adesso la famiglia non dipendeva dai miei soldi, ma dal guadagno di mio marito.

Ero veramente strana e, se prima lo rimproveravo perché non aveva il ruolo di capofamiglia, ma dipendeva dai miei soldi, accettando di sottomettersi a me, adesso rischiavo di impazzire per non essere più indipendente da lui. E per questo continuavo a essere dura e feroce con lui e farlo sentire in colpa rinfacciandogli i disastrosi investimenti del padre.

Lui mite e umile, versava nelle mie mani tutto lo stipendio, abbassandosi ma con signorilità, a chiedermi i soldi anche per comprare le sigarette. Sapevo amministrare i soldi ma non i sentimenti: come un eterno Minotauro insaziabile non ero contenta mai di niente né di lui, mentre lui sapeva essere grato per quello che avevo potuto permettergli.

Intanto diventava famoso e io, guarendo dalla paralisi del corpo, mi ammalavo di una gelosia maniacale che era una  malattia senza scampo e nella mia pazzia diventavo sempre più aggressiva.

La mia ossessione esplose in una gelosia infernale e obbligai il mio piccolo Stefano a diventarne il paladino : doveva accompagnare il padre quando andava a passeggiare o con gli amici.

Ad un tratto, però, capii che cosa stavo per perdere e proprio per lui si accese una passione irrazionale come ero io e folle fu il mio desiderio di riconquistarlo.

Lui mi riamò, sperando di riportarmi nella normalità, negatami, di donna. Adesso posso dire che fu una pazzia: sì una pazzia credere che il suo amore, anche se immenso, avrebbe potuto salvarmi.

Non fu facile neanche il periodo della tregua. Ero complicata, doppia: fuori gelosa e cattiva, dentro di me paurosa e in attesa di un suo gesto che parlasse di vera intimità.

Lui capì, seppe leggere la mia disperazione come quella di una donna debole e inadeguata e mi riamò cercandomi con tutto se stesso.

Non si stancava di capirmi e cercava sempre di giustificarmi e con delicatezza chiedeva ai figli di assecondarmi, di farmi sentire viva, “ragionando e inventando”, come diceva lui, sintonizzandosi con me e con i miei pensieri. Ma non mi bastava: era sempre un alternarsi di pace e di rabbia e rischiai di farli impazzire.

Sapeva rispondere con dolci pensieri alla mia durezza e provava pietà per me, per la mia giovinezza svanita tra il mio corpo sfiorito dalle gravidanze. Io, invece, posso dire che non gli ho mai dato la possibilità di superare insieme il baratro che inghiottiva la mia mente, anche se lui vi sapeva leggere fino  a dialogare e sapeva ricomporre i miei mille frammenti in una sola persona.

A volte sapevamo essere una coppia. Ricordo una passeggiata, se non sbaglio era il 1906,  come una coppia normale e felice. Il momento felice, però, durava poco: subito, improvvisa e indomabile ritornava l’ossessione della gelosia che mi portava ad avere crisi feroci anche davanti ai miei figli.

Disperato, pensò alla separazione per difenderli e proteggere quella fragile serenità che era rimasta nelle loro vite, ma il pensiero di peggiorare il mio male lo frenava: in fondo mi aveva sempre voluto bene e riusciva a volermene anche dopo le liti.

Ero gelosa della sua Arte come di un’altra donna e trovai un po’ di pace quando, per prepararsi al concorso come professore ordinario al Magistero, tralasciò la sua scrittura.

Così quei “soldi sicuri” che come insegnante riusciva a portare a casa mi resero più serena e tra la tempesta ci fu ancora qualche attimo di pace.

Era il 1908 e ricordo ancora la gioia per la casa più grande di via Palestro in cui ci trasferimmo e dove riuscii a sentirmi serena  con la mia famiglia nonostante fossi a Roma, anzi quell’anno rinunciai alla solita fuga a Girgenti.

Lui riprese a scrivere e ad avere successo ma non riuscivo a esserne felice e mi sentivo ancora  più cupa e gelosa.

La situazione peggiorò quando nel 1909 morì mio padre e io divenni di nuovo ricca della mia eredità ma ancora più povera d’amore.

Antonietta Pirandello nata Portolano

Credo che non ci sia bisogno di una presentazione ufficiale. Il mio nome, legato indissolubilmente alla fama di mio marito, è abbastanza conosciuto anche se accompagnato da considerazioni non lusinghiere, racchiuse in un un’unica e spietata parola: “ pazza”.  Chi sia stata veramente, il male che ho fatto, il bene che ho voluto e quello che non ho voluto lo capisco adesso, riuscendo a leggerlo in questa nuova dimensione senza tempo in cui mi trovo, in quest’attimo che “si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una sospensione d’ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano all’improvviso illuminate e precise le cose essenziali, una volta e per sempre”. In questa nuova dimensione che mi ha avvicinato a ciò che ho sempre fuggito, prendo in prestito le parole di Luigi Pirandello, mio marito, che riescono così bene a dare voce ai miei pensieri e questo nuovo dialogo mi ferisce come il più feroce dei rimorsi, se ripenso a quanto nella vita di un tempo proprio io abbia disprezzato la sua Arte, vantandomi  con vano orgoglio di non avere mai  voluto leggere  niente di ciò che scriveva.

Ma ora ne ho bisogno anche per trovare un senso a questo non essere più; per trovare  le parole capaci di dire la pena di non poter vivere più …senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa…È questo morire”. 

Paradossalmente io che non sono riuscita a vivere quando potevo e dovevo ora non mi arrendo alla morte e vorrei vivere d’altro.  Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco…” 

Se non in un geranio almeno vorrei vivere nelle parole per raccontarmi. Non pretendo di trovare benevolenza, ma chiedo di non essere condannata: ci ha già pensato la vita o ci sono riuscita io, avendo già pagato non vivendo ciò che avevo avuto la fortuna di avere.

La mia storia inizia il 25 febbraio 1872 a Girgenti ed è subito segnata dalla tristezza, legandosi al filo contorto della gelosia. Restai, infatti, presto orfana perché mia madre morì di parto: la gelosia di mio padre, che sapeva renderlo brutale come una bestia, non permise a nessun medico di assisterla.

 Venni chiusa  presto in collegio dove la mia educazione fu affidata alle suore e forse da quegli anni ho portato con me  per sempre l’ostinato disprezzo per la sua Arte, per un’attività che non ha le solide radici concrete e  che – mi dicevano – può non essere morale.

Passarono gli anni rendendo la mia età ormai adatta al matrimonio, l’unico obiettivo per me possibile, dal momento che l’idea di un  lavoro mio non mi sfiorava minimamente.

Ero anche bella allora. Slanciata, con un viso regolare circondato da capelli castani e gli occhi neri come la mia anima malinconica che spesso m’intristiva senza che ne capissi la ragione.

Ero anche un buon partito: portavo in dote 70.000 lire e fu facile per mio padre combinare il mio matrimonio con il figlio di Stefano Pirandello, suo socio nel commercio dello zolfo.

Seppi così che il mio promesso sposo era un giovane scrittore, non adatto al commercio né intenzionato a restare in Sicilia: viveva, infatti, a Roma in cerca di quella sospirata fortuna letteraria che ancora non era arrivata e capii che anche io avrei dovuto trasferirmi lì. La paura di lasciare la mia casa, che all’inizio mi aveva gettato in una grande agitazione sembrò sparire quando vidi la sua foto che, facendomi innamorare subito, mi rese più sicura del mio futuro.

Il fidanzamento fu travagliato per mancati accordi tra mio padre e il futuro sposo, ma io mi ostinavo a volere solo lui e rifiutai altre proposte così che mio padre accettò il matrimonio già promesso.

Iniziò un appassionato corteggiamento epistolare, io non riuscivo a stare dietro al suo ritmo e non solo per il numero di lettere che inviava, ma anche nell’entusiasmo che mostrava. Ero avara di parole e lui se ne rammaricava. Il mio cuore non era di pietra, ma le sue parole mi spaventavano: temevo di non essere all’altezza di ciò che mi chiedeva. Lui sentiva che questo matrimonio, nato come uno dei tanti “ amori senza amore ” per la mia dote che gli avrebbe consentito di scrivere senza dipendere dal padre, diventava importante: s’innamorò veramente di me e amava il suo essersi innamorato, immaginando che io potessi riportarlo fuori dal “ labirinto” in cui si era chiusa la sua esistenza.

Il 27 gennaio 1894 ci sposammo, lui era felice e lo fu anche di fronte agli imprevisti che ci accolsero a Roma: la casa di via Sistina non era riscaldata, mancavano i materassi, i bagagli non erano arrivati. Io non seppi sorridere a ciò, non riuscivo, come del resto ho sempre fatto, a essere felice solo della sua vicinanza e solo adesso capisco che invece avrei dovuto imparare a vivere con più leggerezza.  Il mio difetto più grande era proprio la malinconia, che mi portava a chiudermi al presente: non riuscivo a condividere i suoi sogni artistici e disprezzavo la sua arte; non volevo ricevere in casa i suoi amici con cui amava intrattenersi in incontri letterari. Invece di aprirmi alla sua vita preferivo appartarmi in un’altra stanza dove da sola restavo a cucire e a lamentarmi tra me per quella vita che non mi apparteneva.

Ben presto arrivarono i figli, Stefano, Lietta e Fausto: tre in quattro anni dal 1895 al 1899.  Di quegli anni riesco a isolare dei momenti sereni, anche se non mancavano i miei soliti sbalzi d’umore. Riuscivo anche a trovare il tempo e il piacere di scrivere alle mie cognate. Mi piaceva prendermi cura della casa e sapevo scherzare sulla mancanza di pulizia della domestica. Anche se sembrerà strano, amavo l’Operetta ed è una prova, anche se effimera, che in qualche attimo della mia vita è pur esistito un piccolo spiraglio di luce tra la mia cupezza. Crescere tre figli da sola, però, senza l’aiuto delle grandi famiglie cui siamo abituati noi siciliani, non fu facile e i miei disturbi nervosi ne risentirono.  Tra l’altro i problemi economici che si presentarono mi esasperavano e mi portarono a esasperarlo: i soldi della mia dote, infatti, erano stati investiti nelle miniere di zolfo del padre che avrebbe dovuto versare 7.000 lire ogni mese, cosa che, però, non sempre avveniva con puntualità. Non si viveva agiatamente e  così io non riuscivo a staccarmi dall’idea di  ricchezza e concretezza che mi aveva trasmesso la mia famiglia. Riemergeva la mia fisionomia di donna strana, ritornavano le mie ombre e le mie collere, sentivo in me la forza di ossessioni che m’impedivano di dialogare con lui.

Non riuscivo ad apprezzare la sua sensibilità e la sua signorilità, anzi, mi appariva un segno di debolezza. Che pazzia! Quasi mi arrabbiavo per l’importanza che mi dava: io non ero abituata; ero stata educata a vedere l’uomo come il più forte nella famiglia e lui non era così.  Non sapevo apprezzare il suo lavoro perché non portava “ soldi “, anzi pensavo che non lavorasse per cose serie.

In uno dei miei scatti d’ira, il cui ricordo adesso mi è insopportabile, l’ho definito “ mignatta”, sanguisuga, sputandogli in faccia il mio disprezzo per la sua povertà e per la sua dipendenza dai miei soldi; lui, umiliato, si diede da fare e riuscì a guadagnare poche lire al mese come  professore supplente al Magistero e, anche se solo nei ritagli di tempo,  riuscì a scrivere non poche novelle.

Mi pentivo poi delle mie sfuriate e chiedevo di essere aiutata.

Conobbi un periodo di tregua grazie a una cura medica contro la nevrastenia che si era aggravata dopo il difficile parto di Fausto nel 1899.  In quegli anni ero consapevole del mio malessere, come scrissi in una lettera, e riuscivo anche a essere tenera in famiglia e lo dimostrai.

Nel 1899 andammo in Sicilia per la nostra villeggiatura estiva, ma fummo accolti dalla sconfortante notizia degli affari di Stefano, mio suocero: le cose alla zolfara non andavano per niente bene e i versamenti della mia rendita ne avrebbero risentito. Ritornati a Roma, infatti, ne trovammo la conferma ma, anche se non ricevevamo più i soldi della mia rendita in quei giorni -era il 1901 credo-  fui davvero “ amorosa e coraggiosa” , come disse lui alla sorella. La forza d’animo, però, non era la mia vera virtù e la crisi economica di Stefano che non sembrava risolversi minacciava la mia calma e la mia pace.

Socrus, ovvero la suocera (II parte)

Non così mite e amorevole appare la dea Venere nelle inedite vesti di suocera con cui la troviamo nella favola di Amore e Psiche, inserita da Apuleio nel suo romanzo Le metamorfosi, quando così si rivolge alla nuora: “ Finalmente … ti sei degnata di venire a salutare tua suocera!… Ma sta’ tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te!”.

socrus-suocera-ii-parteIl narratore a questo punto ci informa che Venere, non essendosi limitata all’invettiva verbale, abbia affidato la povera Psiche a due ancelle perché la torturassero.

Per avere un’idea dell’odio verso la nuora, bisogna conoscere l’antefatto e trovarvi Psiche, la più bella delle tre figlie di un re e una regina, che veniva adorata come un’altra Venere. La vera dea, sdegnata fuori misura per questa usurpazione estetico-religiosa, chiese al figlio Cupido di fare innamorare Psiche dell’ultimo degli uomini così da vendicarsi dell’insolenza, ma non aveva considerato che proprio Cupido si sarebbe, invece, innamorato della fanciulla e che l’avrebbe sposata.

Con l’aiuto di Zefiro, Psiche venne condotta nel palazzo di Cupido dove ogni notte incontrava il suo sposo invisibile che lei non conosceva: infatti, non l’aveva mai visto e non avrebbe dovuto vederlo mai, questa era la condizione della felicità posta dallo sconosciuto consorte. Un giorno le sorelle di Psiche, giunte al palazzo e invidiose della sua felicità, la convinsero a scoprire il volto del suo amato e così Psiche, con una lampada a olio in mano raggiunse il suo sposo misterioso che dormiva. Non appena lo vide, se ne innamorò perdutamente e, mentre stava per baciarlo, una goccia d’olio cadde sulla spalla di Cupido ustionandolo. Il dio si svegliò e, sentendosi tradito, fuggì via, lasciando Psiche da sola che iniziò a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo. Venere, non appena seppe dell’accaduto, fece di tutto per riversare la sua ira contro Psiche che, trovata dalla dea, fu costretta a superare una serie di prove prima di potersi riunire a Cupido e ricevere da Giove il dono dell’immortalità.

Delle quattro prove con cui la divina suocera, in un crescendo di difficoltà, vuole mettere sempre più a rischio la vita della fanciulla, l’attenzione di chi legge si sofferma in modo particolare sulla prima che, se anche appare la meno pericolosa, è chiara testimonianza di subdola cattiveria che il tono quasi amichevole con cui è mascherata rende più odiosa.

Si legge nel testo che, dopo essersi fatta portare chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci lenticchie e fave, li mescolò e poi così si rivolse a Psiche: ” …Voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima di sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito”.

La compassione di una formica, che con le altre compagne svolge il lavoro richiesto dalla dea, aiuta Psiche a completare il lavoro e quindi le fa superare la prova.

Questa situazione fa pensare a un’altra richiesta muliebre di uguale cattiveria che circa sedici secoli dopo appare nelle pagine in cui i fratelli Grimm raccontano una delle fiabe più note: Cenerentola.

Alla richiesta da parte della fanciulla di poter partecipare al ballo del principe così risponde la matrigna : “ Ti ho versato nella cenere un piatto di lenticchie; se in due ore le sceglierai tutte, andrai anche tu”.

Anche in questo caso l’intervento di animali compassionevoli, come colombe, tortore e uccellini permette alla malcapitata di superare la prima impossibile prova che però non basta a placare la cattiveria della matrigna la quale raddoppia la difficoltà in quella successiva. Così del resto fa anche Venere, avanzando richieste sempre più difficili che la povera Psiche riuscirà a superare con l’aiuto di piante, animali o cose parlanti.

Nella seconda prova Venere vuole la lana preziosa delle pecore che pascolano nel bosco al di là di un fiume e nella terza prova ordina a Psiche di raccogliere in un’ampolla di cristallo levigato l’acqua della sorgente che si trova sulla cima a strapiombo di un altissimo monte. L’ultima prova si presenta non solo come la più pericolosa, ma anche la più complessa narrativamente: offre, infatti, una dettagliata descrizione del regno dei morti, anticipando personaggi e situazioni che ritroveremo nell’oltretomba dantesco, e mostra anche vari elementi simbolici che aiutano a dare un’interpretazione più profonda dei personaggi e delle loro dinamiche che in una semplice ma efficace sintesi suggerisce questa verità: senza i giusti alleati non si supera la prova della suocera.

In questa prova finale Venere, dopo aver dato a Psiche una scatola, le ordina di scendere fino agli Inferi e di consegnare a Proserpina il cofanetto pregandola di riporvi un po’ della sua bellezza con cui rendersi presentabile prima di andare alla rappresentazione teatrale degli dei.

Psiche, consapevole dell’impossibilità di riuscire nell’impresa, vuole uccidersi; sale su una torre e, mentre sta per gettarsi, la torre le parla e la dissuade dal compiere il gesto. Poi le dà consigli precisi per superare la prova, insistendo sulla necessità di non aprire la scatola per vedere ciò che contiene.

Docilmente la povera fanciulla fa ciò che la torre le raccomanda e porta tutto a compimento, ma, quando ha in mano la scatola è vinta dalla curiosità e la apre. La scatola è vuota, non contiene la bellezza immaginata da Psiche ma solo un sonno che, impadronendosi della fanciulla, la fa cadere immobile sul sentiero che stava percorrendo.

Venere, però, se immaginava che per la sua curiosità Psiche, vinta dal sonno, non avrebbe superato la prova, di certo non aveva previsto il non sopito amore di Cupido per la fanciulla.

Il giovane dio, guarito dalla ferita e volato via dalla finestra, si accorge di Psiche caduta inerme prima di lasciare il regno dei morti. Senza perder tempo, la sveglia, ripone il sonno nella scatola invitandola a completare l’ultima prova.

A questo punto, stanco della cattiveria che la madre aveva mostrato verso Psiche, chiede l’intervento di Giove che convoca l’assemblea degli dei per riconoscere valido il matrimonio dei due giovani. Per poterlo renderlo effettivo, come avviene tra pari e rassicurare così Venere, Giove manda Mercurio a prendere Psiche per portarla in cielo di fronte agli dei e, dopo averle fatto bere l’ambrosia, la rende immortale, sancendo così eterne le sue nozze con Cupido.

Venere in tutto lo svolgersi di questi ultimi avvenimenti appare silenziosa: dalla richiesta dell’ultima prova, infatti, non sembra più aver proferito parole contro Psiche e anche di fronte alle pretese nuziali di Cupido non la sentiamo replicare.

Alla fine viene da pensare che, visto anche Giove in persona offre la sua protezione alla giovane Psiche, la suocera-dea non può che rassegnarsi e prendere parte al banchetto nuziale, ma senza rinunciare al suo ruolo da vera diva.

Così, infatti, si legge: “Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella stessa aveva predisposto”.

Socrus, ovvero la suocera

Tra i ricordi scolastici un posto ben saldo, anche a dispetto dei tanti decenni che sono passati, è occupato dalla coppia Plauto-Terenzio, i commediografi latini più conosciuti del periodo arcaico e sempre citati insieme, anche se diversi per intenti artistici.

Mi sembra di sentire le spiegazioni della mia prof. che cercava di far capire a una classe di studenti anni luce lontani da quel mondo di antiche lettere la differenza fra i due scrittori e, prestando nuove parole a quei ricordi lontani ma vivi, i due autori riemergono dal loro universo letterario in cui hanno avuto la pazienza di aspettare. Di una comicità plateale Plauto che scriveva palliate, le commedie latine “dell’astuzia e della fortuna” ricche di colpi di scena, di agnizioni finali e vivacizzate anche da battute e immagini del linguaggio militaresco, visto che erano destinate a un pubblico di soldati o ex soldati della seconda guerra cartaginese; più riflessivo Terenzio, invece, che al teatro comico plautino ne sostituisce uno più impegnato e che vuole sottrarre i personaggi alla tipizzazione e renderli più veri.

contrari-litterandoTra le fabule che si offrono a questa meditazione, un posto occupa l’Hecyra, la suocera, che è quella in cui l’autore vuole dimostrare che non tutte le suocere sono poi così cattive, cercando di sfatare l’immagine non proprio amorevole che anche il mondo antico aveva istituzionalizzato. Il riscatto delle suocere è affidato da Terenzio allora a Sostrata, moglie di Lachete e madre di Panfilo che, dopo il matrimonio del figlio, era andata ad abitare con i due sposi perché preferiva la vita in città a quella in campagna che le avrebbe potuto offrire il marito. Obbligato per motivi d’eredità a partire per un’altra città, Panfilo lascia la madre e la moglie Filumena da sole. In un primo tempo le due donne vanno d’accordo, ma poi inspiegabilmente Filumena cambia atteggiamento nei confronti di Sostrata e, fingendo di essere stata chiamata dalla madre per un serio motivo, lascia la casa coniugale senza più ritornarvi.

Il suo atteggiamento remissivo e mite Sostrata lo mostra quando, dopo aver ripetutamente e inutilmente mandato a chiamare Filumena, decide lei stessa di andare a trovarla e, nonostante non venga ricevuta, non se ne lamenta. Deve tra l’altro sopportare anche i rimproveri del marito che, ritornato dalla campagna per affrontare la delicata situazione con il padre di Filumena e ritenendo la moglie, come per legge universale, responsabile del contrasto con la nuora, le si rivolge così: “ E così, di comune accordo, tutte le suocere odiano profondamente le nuore”.

Lei stessa, confusa per quello che è accaduto, vorrebbe sapere che cosa abbia spinto Filumena a scappare, non ne sa il motivo e si ostina a esclamare: “Povera me, che non ho la più pallida idea di quello di cui mi si accusa! …In futuro scoprirai di avermi accusata ingiustamente, lo so”. Il giudizio del marito contro di lei, però, è senza appello come appare dalle parole non prive di misoginia che le rivolge: “È il tuo brutto carattere la sua malattia, nient’altro, ne sono convinto; e come potrebbe essere altrimenti? Non ce n’è una di voi che non desideri che il proprio figlio prenda moglie, siete voi a trovare il partito che vi va a genio, ma come su vostra istigazione l’hanno presa, così su vostra istigazione la rimandano indietro”.

La situazione appare sempre più complicata quando Fidippo, il padre di Filumena, riferisce l’ostinazione della figlia a non volere tornare nella casa con Sostrata in assenza di Panfilo, ma ribadisce l’amicizia che lo lega a Lachete con cui, per esigenze sceniche, si reca al foro lasciando sola Sostrata che, in un accorato monologo, cerca così di discolparsi e di smentire l’immagine negativa che della suocera si è imposta universalmente: “ …Ma gli dei mi siano testimoni: rispetto all’accusa di mio marito sono innocente! Discolparsi, però, non è così facile, visto che hanno fatto di tutto per far credere che tutte le suocere sono malvagie; in verità non lo possono dire di me, visto che ho sempre trattato mia nuora come se fosse mia figlia…”.

Ritorna Panfilo e viene avvisato del contrasto tra la moglie e la madre. Intanto l’intreccio della fabula si complica ulteriormente e si dipana poi con colpi di scena che si ritiene più giusto non svelare qui, ma va detto che Panfilo, deluso poi per avere scoperto qual era la ragione che ha allontanato da casa Filumena, prende una decisione che sicuramente turberà la muliebre sensibilità di tutti i tempi: sceglie di vivere con la madre invece che con la moglie.

Sostrata, però, mostrando una maturità vicina a più moderni tempi, preferisce lasciare liberi i due giovani e ritirarsi in campagna insieme a Lachete e con amorevoli parole così si rivolge al figlio: “So bene, figlio mio, che tua moglie se ne sia andata a causa del mio caratteraccio, sebbene tu ti sforzi di non darlo a vedere; ma gli dei mi assistano e possa avere da te quello che più desidero, se è vero che non le feci mai nulla per cui dovessi meritare il suo odio. Se già prima ero sicura del tuo amore per me, adesso me ne hai dato la prova: poco fa, infatti, tuo padre mi ha raccontato come tu abbia dimostrato di preferire me a tua moglie. Ora sono decisa a ricambiare il tuo affetto per farti vedere che non ami un’ingrata… Ho preso la decisione di andarmene a vivere in campagna con tuo padre, in modo che la mia presenza non dia noia e non ci sia alcuna ragione che impedisca alla tua Filumena di ritornare da te … “.

Consapevole della necessità che i due giovani debbano da soli recuperare un equilibrio che inspiegabilmente ai suoi occhi era stato interrotto del quale lei ingiustamente era stata ritenuta responsabile e, temendo che l’ostilità della nuora possa alimentarsi della sua presenza, preferisce uscire di scena anche a costo di andare a vivere in campagna, luogo da lei non amato.

Con la rara virtù della delicata discrezione di cui è capace sa dire: È tempo che io mi metta da parte”.

(continua…)

 

“gli esami non finiscono mai”

scansione-2<Lo sai che tracce hanno dato alla maturità?> chiese la ormai familiare #mamma con velleità didattico-letterarie, appena rientrata.

Non appena la figlia webconnessa iniziò a elencare le vare tracce relative a robotica e lavoro, miracolo economico e… la interruppe precisando che per lei la vera prova di italiano era quella che una volta era di letteratura e che adesso si presenta come analisi del testo.

<L’analisi del testo riguarda una poesia di Caproni tratta dalla raccolta Res amissa>   l’accontentò senza scomporsi la figlia dall’agile pensiero.

In quel momento Caproni e la sua raccolta furono degni compagni del Carneade di manzoniana memoria che da diversi secoli inutilmente si aggira, senza trovarvi la giusta collocazione, nella sbiadita memoria del povero don Abbondio.

A dover essere sinceri, l’eco di Caproni tra i poeti del Novecento la #mamma filoletteraria la risentiva, ma inquadrare la raccolta, collocarvi la poesia e sintetizzare la poetica di Caproni non fu mnemonico passaggio immediato.

Allora, quasi per giustificare la nebulosa reminiscenza novecentesca, la letteraturewoman inveì contro il Ministero che si ostina a scegliere autori che non si riesce mai a inserire nel programma quasi divertendosi a mettere in difficoltà i poveri ragazzi che…

<Ma non è così difficile> la placò la figlia e iniziò a leggere vari punti da sviluppare come la traccia richiedeva.

Quando la didascalica mater osservò sull’Ipad la pagina Web con l’immagine della prova preparata dal Miur ebbe un nostalgico sussulto e, dimenticando i non pochi anni che la separavano dalla sua prova di maturità, immaginò di dover svolgere l’analisi testuale richiesta che poteva essere svolta seguendo le indicazioni ministeriali date.

Scoprì che il titolo della lirica era Versicoli quasi ecologici e poi lesse con attenzione il testo per poter passare così all’analisi richiesta secondo i vari punti guida.

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

La lirica sembra nascere dal bisogno prepotente del poeta di sottrarre la natura alla distruzione che l’uomo vi continua a portare per poi approdare alla convinzione paradossale che non c’è possibilità di salvezza per l’uomo al di fuori della natura, mentre la natura può sperare di recuperare la sua bellezza soltanto lontano dall’uomo. Questi due momenti della lirica sono anche caratterizzati dalla prevalenza di modi verbali differenti.

Nella parte in cui il poeta vuole allontanare le minacce dell’uomo contro la natura troviamo il modo imperativo che così risuona nei versi poetici

Non uccidete il mare,

Non soffocate il lamento

e lo ritroviamo anche nella condanna sociale di riconoscimenti istituzionalizzati che premiano chi per un suo guadagno materiale viola l’equilibrio della natura.

Qui la perentorietà del modo imperativo trova una maggiore tensione nella frattura dell’enjambement:

… non fatelo cavaliere

del lavoro.

Il modo indicativo prevale nella seconda parte che è quella in cui il poeta confida l’amara consapevolezza che l’uomo, non sapendo più rispettare il filo d’erba né l’acqua fonte di vita,   non è capace di amare se stesso: infatti egli fuori da questa “ bella d’erbe famiglia e d’animali” è destinato a morire.

La certezza ideologica che è proprio l’amore, la “res amissa” cui allude il poeta e che viene tradotta con una precisa scelta lessicale, acquista una maggiore forza con la sfumatura del modo condizionale che sembra solo apparentemente alleggerirne la perentorietà, ma in realtà esprime il desiderio di una rinascita estetica ed estatica della natura a patto che se ne verifichi  necessariamente un’altra.

Come
 potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

A leggerli bene questi versi sembrano dire che l’uomo potrà restituire una possibilità di salvezza alla natura che egli ha reso un “ paese guasto ” soltanto a condizione che egli

se ne allontani e questa speranza di salvezza incompiuta ma non impossibile è racchiusa in quell’azione del sospirare in cui viene fissata dal poeta l’immagine di chi resta,

figura indefinita, ma parte integrata di una una natura che senza l’uomo, però, si è tentati a immaginare come un luogo deserto.

Questo in sintesi appare il messaggio della lirica che è affidato a scelte lessicali che ne confermano l’esiguità del respiro poetico. Versi brevi che vanno dai senari usati in prevalenza, ai decasillabi, frammentati da diversi enjambement e collegati da un gioco di alcune rime autentiche (2° verso vento/3° lamento; 4° lamantino/pino; 13° foresta /14° resta), una al mezzo ( vasto/ guasto tra il penultimo e l’ultimo verso), da una piena assonanza negli ultimi due versi (bella/ terra ) e da un accenno di consonanza lamento/ lamanti (no) tra il 3° e il 4° verso), mentre nell’ultima parte la linea fonetica dei versi sembra guidata dall’allitterazione della s che sicuramente avrà un suo significato fonosimbolico che in questo momento sfugge alla conoscenza di chi scrive.

Questa sarebbe stata l’analisi testuale di una lirica che non sarà mai poesia, come probabilmente lo stesso autore temeva o sapeva: la definizione, infatti, di versicoli data ai suoi versi che rimanda a una forma alternativa del suffisso – ucolo con cui si rende la sfumatura di dispregiativo del nome alterato, sembra confermarlo.

 

giuri e spergiuri

orbodilucchi_stesicoro

Chi ha avuto la ventura di leggere tra i libri di Andrea Camilleri anche Il birraio di Preston avrà notato che Gegè Bufalino, uno dei personaggi del romanzo, per dare credibilità alla notizia dell’incendio che stava annunziando giura dicendo “Orbu di l’occhi!” che vuol dire “Possa essere privo della vista!”.

Questa non è un’espressione dialettale da attribuire alla fecondissima fantasia del maestro, ma si tratta di una vera e rituale formula siciliana di giuramento e, considerando l’eco che ha anche negli altri dialetti meridionali, si può ben immaginare diffusa nei territori della Magna Grecia. Nel Salento, infatti, la formula oscilla tra l’augurio della cecità di un solo occhio, invocata con la frase “ Orbu de nn’occhiu!”, e quella, invece, di tutti e due affidata alle parole “Orbu de tutti ddoi l’occhi”, probabilmente per conferire maggiore solennità al giuramento e alla verità di cui ci si sta rendendo garanti. In ogni caso è una formula solenne, accompagnata   anche dal particolare gesto di coprirsi gli occhi con la mano, che pone come prova della verità che si sta assicurando l’augurio di divenire cieco in caso di menzogna.

Il motivo di questo minaccioso e fatale augurio è da cercare ancora una volta nel mito greco di cui le pagine di letteratura diventano intrepreti nel momento in cui ci raccontano un aspetto leggendario della vita del poeta Stesicoro.

Nato nel 620 a. C. a Matauro, l’odierna Gioia Tauro, o a Imera in Sicilia, morì nel 550 a.C. e venne sepolto a Catania, che gli ha dedicato una famosa piazza e gli ha eretto un busto nella non meno conosciuta Villa Bellini.

Forse il suo vero nome era Tisia e fu chiamato Stesicoro, che significa “ordinatore di cori”, per la sua attività poetica. Incluso tra i lirici corali, infatti, gli venne attribuita la sistemazione metrica della poesia corale e venne descritto come citarodo, ossia un poeta che si accompagnava con la cetra mentre recitava le sue composizioni.

La leggenda che avvolge le vicende del poeta catanese d’adozione ci dice che per avere scritto qualcosa di poco gradito agli dei egli divenne cieco, ma che successivamente riacquistò la vista.

L’opera incriminata era un carme su Elena, la bellissima moglie di Menelao che, per seguire Paride, figlio del re di Troia Priamo, aveva lasciato nella sua reggia di Micene il marito e la figlia Ermione. Nelle sue parole il poeta la raffigurava come donna funesta e perversa, probabilmente avendo come modello l’Elena del III libro dell’Iliade in cui lei, per quanto bella, prima è definita dagli anziani di Ilio rovina dei Troiani e poi si autodefinisce “faccia di cagna”.

L’errore fatale di Stesicoro fu quello di fermarsi all’Omero dell’Iliade sottovalutando l’importanza dell’altro aspetto che della bella Elena il poeta di Chio aveva cantato.

Se nei versi dell’Iliade Omero era stato abbastanza severo con Elena, già nell’Odissea aveva riscattato la moglie di Menelao presentandola nel libro IV al verso145 nella reggia di Micene accanto al marito. Qui la bella e devota Elena accogliendo Telemaco, il figlio di Ulisse che cercava notizie del padre, appare consapevole della sua colpa che ha causato la guerra tra Greci e Troiani ma ne prende le distanze e, grazie alle parole che Omero le suggerisce, ammette di essere stata vittima della “follia di Afrodite“ che l’aveva spinta ad abbandonare la figlia, la casa nuziale e il marito “a nessuno inferiore per il senno e l’aspetto”.

Questa novella figura di Elena regina del focolare tutta reggia e marito era sfuggita all’attenzione di Stesicoro che, non difettando da buon meridionale qual era delle capacità di invettive specie nei confronti delle donne poco morigerate, aveva sicuramente fatto vibrare contro Elena le sicule corde poetiche con una musicalità di ben acuta modulazione.

Ecco, però, dopo qualche accordo della sua cetra apparire i fratelli di Elena: i Dioscuri, ossia Castore e Polluce, i due gemelli che una delle tante fonti mitologiche riconosce come figli Zeus, cioè Diòs kûroi.

Costoro, invece di ammettere che in fondo la loro cara germana avesse dato esempio di eccessiva levità muliebre, probabilmente anche a causa di principi più relativi alla genetica che all’etica, visto che tra le fonti si legge che Leda, la loro madre, nella stessa notte si sarebbe unita con Zeus e con il marito Tìndaro, preferirono punire il povero cantore condannandolo alla cecità.

Perché avessero punito solo lui e non gli altri poeti che come Alceo e Saffo che non elogiarono il comportamento della sorella questo non si saprà mai.

Ciò che si sa è la ritrattazione attraverso forse più di una Palinodia che del racconto su Elena fece poi Stesicoro: non potendo rinnegare i versi da lui composti, ma volendo negare la colpa attribuita a Elena, trovò un escamotage degno della sua arte e segno di alta fantasia.

Inventò l’immagine del fantasma di Elena per affermare che non lei in persona fosse andata a Troia al seguito di Paride, ma solo il suo fantasma, l’eidolon, assicurando che la fedele moglie di Menelao fosse rimasta addirittura a Sparta nella sua casa nuziale.

La ritrattazione, oltre a regalare a Stesicoro una non piccola anche se postuma soddisfazione letteraria ispirando Euripide per la sua tragedia Elena, gli restituì la vista, ricompensa immediata per avere detto la verità su Elena.

Se la ritrattazione spontanea che Omero nell’Odissea fece di Elena gli avesse garantito l’impunità non lo sapremo mai: forse nel tempo intercorso tra un atteggiamento e l’altro verso la bella Elena si può immaginare che ci sia stata la stessa punizione che toccò a Stesicoro, passata inosservata, però, visto che per un intervento anticipato del Fato il nostro poeta era già cieco.

Adesso che è più chiaro il motivo per cui si dice “orbu di l’occhi!” è doveroso un ammonimento a coloro che solo per un’inveterata abitudine ripetono con poca serietà la suddetta formula, mostrando di non temere affatto la divina punizione se si spergiura.

-Dati accura(state attenti) !

Non si sa mai