Sputi di letteratura

Allora Carmela, fingendo d’avere la tosse, sputò tre volte dietro a sé, e infilò l’uscio: Crepate!  

Leggendo il finale di Tre colombe e una fava, novella di Luigi Capuana, si resta colpiti dalla volgarità del gesto di Carmela, una delle protagoniste femminili. Per poterlo inquadrare meglio, però, è necessario andare indietro nella narrazione dei fatti e recuperare la trama e le dinamiche dei vari personaggi che prendono vita da un evento tragico: la morte della giovane moglie di compare Nino, il protagonista maschile del racconto. Che fosse Santa di nome e di fatto, lo si capisce  subito dalle prime battute, se,  “quantunque coi dolori del parto, gli aveva preparato la minestra e aveva messo a letto i bambini, bella e florida, allegra come al solito, scherzando coi figliuoli che non volevano addormentarsi”. Proprio il ricordo della moglie così piena di vita rende surreale la scena della sua morte e del vuoto lasciato al punto che il povero Nino farneticava arrivando a desiderare che la sorte della moglie fosse toccata, invece, ai figli.

A fare scudo contro un simile dolore non esitano ad accorrere le vicine di casa che da un indistinto e corale insieme si precisano come una triade di vigorose fanciulle: Nela, Ciccia e Carmela. Come tre Grazie, accomunate dall’unico intento di offrire conforto al selvaggio dolore di compare Nino, entrano nella casa dell’inconsolabile vedovo che ben presto ne sente il benefico aiuto e infatti … “invece d’una, ora aveva tre mogli in casa, l’una meglio dell’altra; senza cattive intenzioni, s’intende, perché egli badava poco a quelle tre ragazze che gli si affaccendavano intorno … Era assai ch’egli già notasse il letto sprimacciato molto meglio di quando viveva la sant’anima; la biancheria più bianca e più odorosa; i bambini più ravvivati e più puliti; il desinare e la cena più saporiti.”.

Com’era prevedibile, l’armoniosa collaborazione delle tre ragazze si sfalda in un crescendo di rivalità e “dopo tre giorni si guardavano in cagnesco, quasi se lo disputassero, facendo a chi meglio potesse servirlo, precorrendone i desideri, cercando ognuna di mostrarsi più attenta, più accorta, più lesta dell’altra.”. Ignaro dei contrasti tra le sue dame di carità il povero compare Nino, “badava a godersi quella grazia di Dio, né parlava più della morta, né sospirava più, quantunque rimanesse sempre in casa, anche dopo che i giorni del lutto erano terminati”. Una mattina quella beatitudine viene incrinata dalla visita della zia Peppa, mamma di Nela, e dello zio Paolo, padre di Ciccia, per un motivo mai sospettato  da compare Nino che sembrava confermare il detto omnia munda mundis. Viene così a sapere che la gente iniziava a sparlare per la quotidiana permanenza  delle ragazze nella sua casa e dalle parole della zia Peppa e dello zio Paolo viene messo di fronte alla necessità di  una scelta: i servizi a patto del matrimonio. L’arrivo di Carmela che, senza intermediari a perorare la sua causa si presenta come al solito per il suo aiuto quotidiano, interrompe la delicata conversazione, ma dà lo spunto allo zio Paolo per  rimarcare le dicerie contro di lei abilmente sintetizzate in un “Ho capito, compare: vi piace mangiare nel piatto dove altri ha mangiato prima di voi. Buon pro vi faccia!”.

Inconsapevolmente lo zio Paolo spiana la strada a Carmela perché, mostrandosi offesa dalle calunnie appena sentite, nel momento in cui sta per lasciare la casa , nonostante il dispiacere di non poter rivedere i bambini, viene pregata da Nino a restare proprio  in nome di “ quelle creaturine”.

Lei resta, ma ritornano anche le altre due vestali del focolare e per il povero Nino inizia un periodo infernale, dal momento che ognuna pretende di svolgere da sola i servizi domestici. La casa perde la tranquillità e il lindore dei giorni passati, mentre compare Nino non ha più pace. Allora si fa coraggio e decide di scegliere una nuova moglie, ma solo per il bene dei bambini, almeno così dice, anche se  in questa scelta è spinto dal ricordo delle braccia di Carmela, “braccia fresche e sode, dalla pelle fina, che gli avevano accarezzato la guancia“. Dopo averle fatto giurare che quelle contro di lei sono solo dicerie infondate, la sposa. Ritornando dalla chiesa Carmela, sentendo ancora lo zio Paolo che con malignità accenna ancora al suo discutibile passato e accorgendosi di Nela e Ciccia che ridono sguaiatamente, “fingendo d’avere la tosse, sputò tre volte dietro a sé, e infilò l’uscio: Crepate!“

A questo punto il gesto di Carmela non appare più solo volgare, ma sembra volere essere un atto di protezione contro l’invidia delle rivali. Grazie agli accostamenti involontari che la nostra memoria sa fare, di quel gesto scopriamo una familiarità letteraria impensata. Il ricordo, nebuloso in un primo momento, diventa più nitido e, grazie al recupero di vecchie e ingiallite fotocopie dell’età dei giovanili studi, può fermarsi su alcuni versi di Teocrito. 

Per passare da Luigi Capuana, scrittore e teorico del verismo, a Teocrito, poeta greco del III a. C. il salto temporale non è piccolo,  ma breve è la distanza dell’aere natio di entrambi. Le loro pagine letterarie, lontane nel tempo, sono state generate da una terra comune: Mineo, terra di nascita dello scrittore verista, e Siracusa, quella del poeta greco, sono, infatti, in Sicilia, un tempo chiamata anche Magna Grecia.  Al poeta siracusano sono attribuiti componimenti poetici, chiamati Idilli, e in alcune parti rivelano versi che colpiscono per l’identica drammatizzazione del gesto scaramantico.

Nel VI idillio, dal titolo I cantori, viene rappresenta una gara fra i due pastori poeti, Dafni e Dameta, che ha come argomento la storia d’amore di Polifemo e Galatea.  Alla fine del componimento si legge che, per fare ingelosire Galatea, Polifemo finge di avere un’altra donna e si compiace della propria bellezza e proprio per allontanare il malocchio contro di lui descrive il rito di scongiuro con questo suono“ mè bascantõ dé, trììs eìs emòn éptusa kólpon” che vuol dire  “Per non essere guardato di malocchio sputai tre volte nel mio petto”.

Nel VII idillio, Le talisie, che prende il nome di una festa agreste, trova posto un’altra gara di canto pastorale che accompagna i protagonisti, Simichida e Licida , mentre attraversano la campagna per recarsi alla festa. Prima di concludere il suo canto, anche Semichida  ci regala parole che confermano la diffusa ritualità  superstiziosa e attraverso un ritmato ”Ámmin d’asuchía te méloi graía te pareíe /ãtis epiftúsdoisa tà mè kalà vósfin erúkoi ci dicono  “Ci sorrida la serenità e ci protegga una vecchia che, spuntando sopra, possa tenere lontano da noi la sventura”.

Insomma che lo sputo sia un forte antidoto al male lo avvalora anche Giuseppe Pitrè, il medico letterato e studioso del folclore siciliano quando dice che “il triplice sputo…in certe occasioni è una vera tavola di salvezza”. Quali siano queste occasioni glielo spiega Salvatore  Salomone-Marino, l’amico medico con cui condivideva la passione per gli studi delle tradizioni popolari siciliane, che così scrive: “Accade sovente…di vedere qualcuno del nostro popolo, che andato a visitare un infermo, sputi tre volte al limitare dell’uscio; di vedere qualche congiunta di una donna in soprapparto, che si affaccia alla finestra e sputa tre volte…; di vedere un uomo che guardato fiso da qualche nota femina impudica, sputa anch’esso; come, viceversa, fa qualche donna che è presa di mira dall’occhio di tale che gode fama di vizioso notturno…”.

A utilizzare ancora il triplice sputo, ma esteso a ogni occasione  ritenuta di malaugurio, interviene il commendatore Gervasio, superstizioso protagonista di “Non è vero…ma ci credo”,  brillante commedia di Peppino De Filippo. Più volte, infatti, seguendone i movimenti in scena, lo si vedeva – è d’obbligo il verbo  al passato purtroppo –  ripetere l’ormai noto gesto scaramantico che testimonia come Napoli avesse la stessa radice culturale della Magna Grecia. Con una condivisione necessariamente virtuale perché quella materiale rischierebbe di avvicinare più mali di quelli che si vorrebbero evitare, ci associamo al suo gesto, sperando di allontanare questa iattura, meglio chiamata camurría nel parlar siciliano, che da troppo tempo ormai tiene lontana la vita dalle scene dei teatri. 

Bibliografia: Luigi Capuana, Le Paesane; Raffaele Cantarella, Letteratura Greca, Società Editrice Dante Alighieri; Dario Del Corno, Letteratura Greca, Principato; Giuseppe Pitrè, Usi e Costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Vol. IV, Clio

*Immagine tratta da internet

C’era una volta il Natale

– Bambini, adesso che avete capito com’è il racconto fantastico, proviamo a inventarne uno sul Natale. Ricordatevi che i personaggi e luoghi non devono essere necessariamente immaginari, ma possono essere anche apparentemente normali: l’importante è che vivano storie fantastiche che non si realizzano nella vita normale.

Non finisco la mia precisazione sull’aspetto fantastico, quasi chimerico, del filo conduttore della narrazione che subito arriva la richiesta di un chiarimento.

Ma allora possiamo raccontare il Natale degli anni passati come se fosse un racconto fantastico? Non possiamo più fare, infatti, tutto quello che facevamo prima. Non ci possiamo abbracciare, né baciare, non possiamo fare lo spettacolo di Natale …

Spiazzata dalla loro acuta osservazione, devo ammettere che il più semplice, il più abitudinario dei nostri Natali passati ha ormai il sapore di un sogno e che tutte le azioni quotidiane appaiono come le più fantastiche vicende.

-Sì, certo, anche parlare adesso dei Natali passati può essere un esempio di racconto fantastico che speriamo di inserire di nuovo tra quelli realistici.

Inizi tu, maestra?

-Va bene.

Resto in silenzio il tempo che mi serve per ripensare al Natale di una volta che oggi  appare lontano, irraggiungibile e irrealizzabile, quindi inizio il mio racconto.

C’era una volta Il Natale, il mio Natale, quello vero, fatto di incontri reali, di abbracci di ritorni nella mia famiglia dove c’era ancora mio padre. Questo Natale era annunciato al telefono dalla sua voce squillante, quando già il primo dicembre iniziava a fare il conto alla rovescia dei giorni che mancavano al nostro arrivo. Dico nostro perché nel Natale dei ricordi, in cui gli attimi, i sapori e le sensazioni sono così intrecciati da non riuscire più a distinguere gli anni che si sono via via sommati, mi rivedo con le mie figlie ancora piccole e abbracciate dalla tenerezza di mio padre.

L’avvento era allora la celebrazione di un’altra attesa: quella del ritorno a casa, dove mio padre ci aspettava. Lo rivedo fermo sul marciapiede davanti al portone di casa, quasi nascosto nel cappotto, con l’immancabile cappello in testa e avvolto nella sciarpa  da cui appariva il suo viso che il freddo colorava di un rosso violaceo. Vedendoci, i suoi occhi brillavano di felicità, come quelli di un bambino che sa vivere in modo assoluto la felicità del momento. Ci abbracciava e prendeva per mano le mie figlie e questa immagine  mi  rendeva felice perché  tra le sue mani vedevo la parte migliore di me.

Se il nostro arrivo a casa avveniva nel tardo pomeriggio, capitava anche di sentire per le vie il suono dei musicanti che restituivano le antiche melodie della novena di Natale,  regalando così al momento del rientro a casa la magica illusione del ritorno alla  mia infanzia.

Tra abbracci con i miei fratelli e mia madre, gli affollati momenti di condivisione del caffè nella cucina e i saluti agli amici, il tempo dell’attesa correva veloce al giorno di Natale, la Grande Festa, aspettata ogni anno con lo stesso infantile entusiasmo e celebrata con una liturgia famigliare. La sua preparazione iniziava settimane prima con un preciso rituale che partiva dall’ideazione del menu e annessa organizzazione della spesa cui mio padre si dedicava con vera dedizione. Nell’uscire di casa per comprare ciò che era necessario, infatti, realizzava la sua vocazione a prendersi cura della famiglia e trovava la gioia di essere ancora capace di accudire noi figli e coccolare le sue nipoti. Se la fase ideativa del Natale gastronomico era prerogativa dei miei genitori, quella della sua realizzazione era condivisa con noi figli, nuore e nipoti e spaziava dall’aiuto in cucina alla preparazione della tavola.  Quest’ultimo era un momento di particolare difficoltà che ogni anno comportava un certosino calcolo matematico tra il numero di quanti saremmo stati a condividere il pranzo di Natale e lo spazio a disposizione. Sistematicamente, visto che il tavolo rimaneva sempre quello, ma cresceva ogni anno il numero dei commensali,  si partiva, non proprio metaforicamente, alla ricerca di tavolinetti da aggiungere al grande tavolo del soggiorno. Prima si bussava alla vicina e, se anche lei ne aveva avuto bisogno per un motivo non molto diverso, allora i miei fratelli li chiedevano in prestito a qualche amico barista. A questo punto si passava ad apparecchiare la tavola, fase che creava delle vere crisi famigliari mettendo il partito dei separatisti con me in testa, che suggeriva di apparecchiare separatamente due tavole per guadagnare più spazio, contro quello degli  unitari, capeggiato tenacemente da mia cognata  Enza, che in nome di un #fare comunità, lottava per una grande unica tavolata.

Dal momento che nei miei ricordi c’è sia la versione separatista che unitaria, credo che negli anni ci sia stata un’alternanza di scelta. Separata o unita, la tavola di Natale alla fine riusciva a sfoggiare sempre le tovaglie rosse, ben stirate e profumate di fresco bucato, mostrava i patti e i bicchieri del servizio buono e risplendeva delle vecchie e solide posate d’argento, pronta per il grande pranzo. Atteso con pazienza, il grande giorno rivelava la sua importanza anche dal numero delle portate e dalla loro quantità immaginata, come accade di solito nelle cucine siciliane, più per un intero esercito che per un pranzo di famiglia. Poi, davanti a un vassoio di picciddati, sigillo delle origini leonfortesi della mia famiglia, e uno di cassatelle, prova di quelle agirine di mio marito, non ci accorgevamo neanche che la giornata finiva, avvolta dall’odore del caffè che si preparava senza sosta per condividere un po’ del calore del Natale con i parenti e gli amici che erano venuti a trovarci per gli auguri. La malinconia del giorno che tramontava era mitigata dall’attesa di un’altra festa, quella del 31 Dicembre, in cui il Natale sfumava, ma non finiva del tutto.

Si ripeteva il rituale preparatorio della festa e si arrivava al brindisi con cui si accoglieva il nuovo anno accompagnando gli auguri che ci si scambiava con la speranza di ritrovarci tutti insieme anche l’anno successivo. Questo era l’augurio che facevo in silenzio mentre baciavo mio padre che mi appariva ogni anno sempre più invecchiato e più fragile.

La fine del Capodanno portava con sé inevitabilmente la nostra partenza che non ci trovava mai pronti.

Mio padre ci salutava sforzandosi di apparire sereno, ma la sua voce era quasi sommessa e gli occhi tristi.  Non ci accompagnava fino alla macchina che mio fratello aveva posteggiato sotto casa, mentre ci aspettava per accompagnarci in aeroporto.

Si affacciava al balcone accanto a mia madre e noi, prima di entrare in macchina, alzavamo lo sguardo sulle loro figure che anche da lontano apparivano tristi e  li salutavamo agitando le mani. Per fortuna la distanza di cinque piani che ci separava non permetteva di scrutare il viso di mio padre che, come mia madre spesso mi ricorda, piangeva come un bambino.

La voce rassicurante di mio fratello, che, coerente al suo nome, è sempre stato il nostro angelo custode, interrompeva il nostro triste silenzio con la sua proposta di salutare il paesello con discesa lungo il corso che finiva proprio con la curva da cui appariva la Matrice. Passandovi davanti, mentre mi facevo il segno della croce, come per un atavico  e istintivo gesto, capivo che mi lasciavo alle spalle il mio paese e il Natale che ancora una volta mi aveva regalato.

C’era una volta il Natale e con lui c’era un tempo anche mio padre.

Come le foglie

Come le foglie

A volte le piccole cose sanno dirci tanto e questo accade alle fragili, tenere, esili e leggere foglie che, sin da quando l’uomo ha saputo esprimere in versi il suo sentire, sono diventate il simbolo di tutta l’esistenza umana.  Sanno essere, infatti, desiderato riparo alla calura delle belle stagioni, quando nel vigore della loro verde forza si stagliano sicure e salde sui rami, quasi orgogliose di sentire l’abbraccio vitale del loro albero, ma devono accettare la loro condizione di una fragilità senza scampo, quando compiuto il loro tempo, diventano rassegnato ostaggio del vento autunnale. Il primo poeta greco ad associare le foglie alla vita dell’uomo è stato Omero che nell’Iliade, VI,145-149, paragona la stirpe degli uomini a quella delle foglie, quando dice: “ Le foglie, alcune il vento le sparge a terra, altre il folto bosco ne fa nascere, quando giunge il tempo della primavera”. Questa dualità vita/morte che le foglie sanno evocare è colta da Mimnermo, poeta greco del VII-VI sec. a.C. che riesce a esprimerla con una precisa similitudine :“Come le foglie che nascono nel tempo rigoglioso della primavera e crescono veloci, noi per un attimo conosciamo i fiori della giovinezza. …

Le nere dee ci stanno accanto portando l’una il segno della triste vecchiaia e l’altra della morte”.

La vecchiaia dell’uomo di solito è rappresentata dalle foglie staccate dai rami e disperse dal vento e proprio all’immagine delle foglie che, fluttuando nel vento, disperdono i responsi ci riporta Virgilio( I sec. a. C.) nel VI libro dell’Eneide, 74 – 76,   quando il suo Enea così chiede alla Sibilla  di non affidare la profezia del futuro alle foglie che ingannano, ma alle parole veritiere:

“ … foliis tantum ne carmina manda, / ne turbata volent rapidis ludibria ventis; / ipsa canas oro”. / “… non affidare alle foglie i versi / affinché  agitati non volino come oggetto di scherno per i venti veloci; / Imploro che tu stessa lo dica con parole”.

Se le foglie disperse nel vento sono ingannevoli e inaffidabili per poter trovare le parole della verità rivelata dall’oracolo, tristi e malinconiche sono quelle evocate sempre da Virgilio nel VI libro, ai versi 309 – 310, quando descrive le anime dell’oltretomba  accalcate sulle rive dell’infernale fiume Acheronte, in attesa di essere traghettate da Caronte:

“quam multa in silvis autumni frigore primo 
lapsa cadunt folia”. “quante foglie nei boschi al primo freddo d’autunno
scosse cadono”.

Il salto da Virgilio a Dante è immediato, nonostante i tredici secoli di distanza cronologica: Dante, infatti, nell‘Inferno III, 112 – 117, riprendendo la similitudine virgiliana, paragona le anime dei dannati in attesa di essere traghettate da Caronte alle foglie che in autunno si staccano dai rami.           

 “Come d’autunno si levan le foglie /  l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, / similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una …”

A questo punto, offuscatosi via via il momento della piena seppur effimera vitalità primaverile, è proprio  l’immagine autunnale delle foglie  fragili, senza più legami né meta che prevale nel malinconico immaginario poetico.

Questo tema ritorna nei leopardiani versi di “Imitazione”, una breve poesia che un tempo si imparava a memoria alle elementari  e che con enfatica cantilena infantile così  si declamava:

“Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, / Dove vai tu? …”. 

La stessa domanda, ma avvolta da minor tristezza, sembra porla Trilussa che riesce a colorare di una leggera vitalità il fluttuare delle foglie staccatesi dai rami, pur nella malinconica immagine autunnale, quando chiede:

“Dove ve ne andate, / povere foglie gialle, / come farfalle spensierate? / …E non sentite la malinconia / del vento stesso che vi porta via?”

Con Pascoli, però, che alla stagione crepuscolare ha dedicato il cosiddetto Diario autunnale in cui raccoglie otto liriche che concludono i canti di Castelvecchio, si fa più forte il senso di tristezza che le foglie cadute evocano:

“Cadono sopra loro foglie morte. / Sono con loro morte foglie sole. / Vanno a guardare l’agonia del sole.(II) “E ancora: “Erano foglie, foglie secche, i passi / cadute ai vecchi tigli, ai vecchi ornelli (III)”.

Non più malinconica nostalgia per una pienezza di vita ormai passata, ma angoscia per il pensiero della morte vicina, sentita dai  soldati come  l’inesorabile destino cui  sono condannati a soccombere come le foglie autunnali, è il grido sommesso ma straziante di Ungaretti  che nella sua lirica  Soldati del 1918 così sussurra: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

Ormai le foglie rappresentano solo il destino di morte e simboleggiano la fine di qualcosa prezioso e amato come la vita o l’amore che di essa è parte fondamentale.

Per meglio piangere sulla fine di un amore, le foglie sono così richiamate alla memoria da Prevert nella sua poesia “ Les  feuilles mortes  che nella traduzione italiana risuonano grosso modo così“: ”Oh, vorrei tanto che tu ricordassi/ i giorni felici del nostro amore/ Com’era più bella la vita/ E com’era più bruciante il sole/ … Le foglie morte cadono a mucchi/ come i ricordi e i rimpianti…”. 

Musicati da Kosma, i versi di Prevert  trovano nella malinconica linea melodica  che si innesta in un susseguirsi di intervalli di quarta – per intenderci sono i passaggi armonici di brani conosciuti come Mi sono innamorato di te o Vedrai vedrai –  la loro naturale espressione musicale e diventano un universale tesoro artistico di cui si sono impossessati gli artisti di ogni epoca. 

In questo sguardo musicale  suggerito dall’incontro di musica e poesia che le foglie morte  hanno saputo creare non si può non iniziare proprio dallo scenario francese  in cui  si impone, affascinante nella voce  calda e nello sguardo  intenso, Yves Montand 

La dolcezza della lingua  francese si dispiega  ancora nella triste voce di Juliette Greco che in un arrangiamento musicale essenziale evoca le atmosfere dell’esistenzialismo di moda e nel marcato vibrato vocale di Mireille Mathieu o di Edith Piaf  che ne acuisce la drammaticità espressiva.

Quando il brano varca i confini d’oltreoceano per approdare negli States, ritrovandosi con il nuovo titolo di “Autumn leaves”, si contamina delle varie e complesse sonorità che il jazz intanto creava e sembra ritrovare la sua  vera e completa  armonia.

Se è impossibile elencare tutte le esecuzioni del brano, appare indispensabile ricordarne alcune.  Tra le interpretazioni swing strumentali pianistiche vale la pena riascoltare le versioni di Erroll Garner , di  Oscar Peterson, di Bill Evans e di Beegie Adair .

Non mancano sublimi interpretazioni anche tra gli strumentisti a fiato come quella  eseguita insieme da Chet Baker alla tromba e da Paul Desmond  al sax, quella di Scott Hamilton Coleman Hawings  al sax, ancora quella di  Miles Davis e di Dizzy Gillespie alla tromba.

Come un ponte tra esecuzioni strumentali e quelle vocali s’impone l’interpretazione che del brano ci dà Eric Clapton  riuscendo ad alternare le limpide note della sua chitarra con quelle sussurrate con una voce mite, distaccata ma mai fredda.

Siamo entrati nel vivo delle interpretazioni canore delle ballad ed è obbligatorio iniziare proprio ricordando quella di Frank Sinatra che con inusuale tristezza così canta: “The falling leaves drift by the  window/ the autumn leaves of red and gold. / I see your lips, the summer kisses/ The sun-burned hands I use to hold … “Se l’interpretazione di Tony Bennet  sa restituire al brano più vivacità, dalla malinconica  espressione non si allontana  la voce di Nat King Cole  .

A confermare il detto  “buon sangue non mente”, giunge l’interpretazione di Natalie Cole che entra nell’anima con la sua voce limpida eppur piena di sfumature rivelando le note più intime di un amore malinconicamente ricordato.

Brusco è il passaggio alla spensierata  e frizzante voce di Sara Vaugham che riesce ad allontanarsi dalla tristezza del brano con il virtuosismo interpretativo del suo canto scat con cui, senza l’utilizzo di parole, imita e improvvisa articolati e veloci fraseggi musicali. Bisogna infine ascoltare la voce di Ledisi che in un soul R&B riesce ad armonizzare le due anime contrastanti che  vivono in Autumn leaves e che sono chiaramente descritte in alcune immagini del testo: “Le foglie che cadono scivolano dalla finestra / La foglie d’autunno rosse e dorate. / Vedo le tue labbra, i baci dell’estate/ Le mani abbronzate che ero solito stringere”.

Se le foglie d’autunno che cadono portano la malinconia di un amore passato, il ricordo della pienezza vissuta proprio nel pieno dell’estate, però, è così forte che diventa immagine presente che nel testo è resa dall’espressione I see, io vedo, più forte di I remember, io ricordo. Proprio la sintesi di questi due momenti prende vita nel brano della cantante di New Orleans che riesce ad affidarla all’intensità espressiva della sua brillante esecuzione vocale e ritmica in cui sa alternare, armonizzandole, malinconia e vitalità.

Questa polarità emotiva e sentimentale ci ricorda che la nostra vita, come le foglie, conosce lo splendore della bella stagione  seguita dal suo lento ma inesorabile tramonto. Diversamente da loro, però, noi non riusciamo a rassegnarci all’inevitabile condizione di fragilità scritta nel nostro destino.

‘Na tazzulella ‘e cafè

“Lo preparo un caffè? “ oppure  “Metti su il caffè!” sono le frasi che  sentiamo o pronunciamo  come preludio all’incontro con il caffè, atteso momento della nostra laica liturgia delle ore che ogni giorno celebriamo tra mattutino e vespri.

Indispensabile al mattino, quando, nel quotidiano rito del risveglio,  ci dà  la forza necessaria per  affrontare l’inizio di ogni giorno che non ci trova mai pronti, meritato  momento di  pausa che ci rinfranca durante le nostre giornate non sempre facili. Se è un momento d’impagabile gratificazione personale che ci concediamo nella tranquillità della solitudine, acquista un gusto particolare se quello del caffè diventa un momento di conviviale condivisione che permette di rinnovare le promesse di amicizia e di affetto con le persone a noi care e rende più leggera l’atmosfera in cui è necessario confrontarsi con chi ha idee diverse dalle nostre. Insomma del caffè non si può fare a meno al punto che si fa fatica a pensare che noi Europei non lo abbiamo conosciuto da sempre. Bisogna aspettare il XVII secolo d. C. quando fa il suo ingresso grazie ai commerci con l’Oriente portando con sé anche la novità di luoghi dove trovarlo e gustarlo. Sorgono e si diffondono le varie botteghe del caffè della cui importanza si ha un’eco nella goldoniana commedia “La Bottega del caffè” del 1750 e si assiste man mano alla loro trasformazione socio-culturale cosicché da luoghi solo per bere caffè, diventano centri di incontri culturali.

Proprio evocandone l’ambiente leggero, diventato luogo di confronto per dibattere di argomenti politico-sociali di fronte a una tazza di buon caffè, nasce nel 1764 la rivista “Il caffè”, un importante strumento di diffusione del pensiero illuminista che ebbe, però, una vita brevissima.

Senza nulla togliere alla sua valenza socio-culturale, nell’immaginario comune il caffè rimanda immediatamente alla gustosa bevanda, delizia per il palato, di cui appare consapevole Giuseppe Parini quando, nel 1765, invitando  il giovin signore  nella  sua non proprio mattutina colazione a preferirlo alla cioccolata, lo chiama la nettarea bevanda.

Se nella descrizione pariniana il suo gusto è dolce come il nettare, il suo profumo penetrante viene sottolineato, invece, da Gozzano che così si rivolge alla Signorina Felicita : “Tosti il caffè e il buon aroma si diffonde intorno”.  Sembra che “ il buon aroma” respirato da Gozzano abbia un potere consolatorio regalando un’immagine di momentanea, ma irrinunciabile felicità proprio come quella ricordata da Edoardo de Filippo nella commedia  Questi fantasmi del 1945 quando dice:  “Vedete quanto ci vuole poco per rendere felice un uomo: una “tazzina di caffè presa, tranquillamente, qui fuori …”.  A questo gioiello domestico, appena decantato da Edoardo, deve il titolo una vecchissima canzone napoletana con cui si passa dall’ambito della letteratura alta a quello della canzone  in cui i testi, anche  se devono adeguare la loro metrica e il loro lessico alle esigenze della partitura musicale, spesso offrono momenti di vera poesia. 

S’intitola A tazza ‘e cafè e risale al 1918, quando Vittorio Fassone musicò il testo di Giuseppe Capaldo, giovane cameriere al caffè Portoricco di Napoli, che, ispirandosi all’algida e scontrosa cassiera del locale, Brigida, così cantava:  “Ma cu sti mode, oje Brìggeta, tazza  ‘e cafè parite: sotto tenite ‘o zuccaro, e ‘ncoppa amara site…”

Fino a qui Napoli appare la città per eccellenza del caffè e questo lo conferma, Domenico Modugno in una sua canzone del 1958, ‘O cafè, che  nel ritornello, con un allegro ritmo di tarantella, ci ricorda “Ah! Che bello ‘o ccafè! Sulo a Napule ‘o ssanno fa’“.

Non bisogna essere grandi critici musicali per non ritrovarne l’eco in Don Raffaè, famosa canzone di Fabrizio De Andrè del 1990, pur nella piccola ma non insignificante variante del testo che dice “Ah che bell’o cafè pure in carcere ‘o sanno fa”. In questo lungo periodo che passa tra le citate canzoni di Modugno e De Andrè, il caffè, intanto, continua il suo cammino nel mondo musicale e nel 1967 lo troviamo in Spaghetti a Detroit  mentre un triste e inappetente Fred Bongusto  tra spaghetti, pollo, patatine e una tazzina di caffè, appunto, rimpiange  Lola e la loro passionale storia a Detroit.

Il caffè vede finire storie d’amore e ne propizia il sorgere di altre, così come crede Riccardo Del Turco, quando nel 1969 chiede alla donna di cui si sta innamorando: “Ma cosa hai messo nel caffè? … perché l’amore che non c’era adesso c’è.”

Il caffè, soprattutto nel rituale mattutino in cui viene preparato, appare garante di amori quotidiani,  di sicuro meno passionali, ma più sereni che si disegnano nelle immagini di un lui che lo aspetta ancora in dormiveglia e di una lei in cucina a prepararlo. In questo rassicurante quadretto casalingo, non sospettando minimamente le reazioni di chi avrebbe potuto vedervi un inaccettabile stereotipo di genere, Lucio Battisti poteva tranquillamente asserire nella sua Anna del 1970 “La mattina c’è chi mi prepara il caffè”, nel 1974 Drupi  gli faceva eco seraficamente cantando “Sereno è rimanere a letto ancora un po’ e sentirti giù in cucina che già prepari il mio caffè” e qualche tempo dopo, nel 1978, Claudio Baglioni nella sua Un po’ di più ne riproduceva l’atmosfera ripetendo “Il frigo russava dalla cucina e tu canticchiavi facendo il caffè”. Passano i decenni, ma la stessa immagine ritorna nei seguenti versi che così cantano: “Resto, resto a letto mentre sento già l’odore del caffè”. Si tratta di Pigro, un brano scritto nel 2004 da Pino Daniele che al caffè aveva dedicato nel 1977 una delle sue canzoni d’esordio: ‘Na tazzulella ‘e cafè.  Qui, però, la tazzina del caffè non evoca il sereno e leggero momento di pace quotidiana, ma, spostandosi in un’atmosfera di pungente denuncia socio-politica, appare come il contentino con cui viene tenuto a bada il  popolo dai potenti di turno.

Nel suo cammino tra le storie di ogni giorno il caffè può essere utilizzato per ingannare il tempo come accade a un’annoiata Fiorella Mannoia che nel suo Caffè nero bollente del 1981grida: “Ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente”, ma può anche accompagnare i sogni e le promesse di Quattro amici al bar cui Gino Paoli nel 1991 dice: “tra un bicchier  di coca e un caffè … tra un bicchier di vino e un caffè … tra un bicchier di whisky e un caffè tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però”.

Il caffè, pur nella sua lunga e complessa strada percorsa, non perde del tutto la sua capacità di regalare attimi di felicità. Lo sa Vasco Rossi quando nella sua Tu vuoi da me qualcosa del 2001 dice: “Per essere felici per te ci vuole un caffè”.Non di uno solo per essere felice ma di Settemila caffè per stare sveglio mentre guida, dice di aver bisogno Alex Britti nel 2007 cantando “Settemila caffè li ho già presi perché sono stanco di stare al volante e vorrei arrivare entro sera da te”.

Non si può concludere questa breve storia del caffè senza accennare al Caffè sospeso.Il nome vago e gentile farebbe pensare al titolo di una poesia crepuscolare o di un brano di musica leggera, ma si tratta di una generosa e discreta usanza che la città di Napoli ha saputo generare e tramandare: quella di lasciare un caffè pagato per chi non può permetterselo. 

In questo semplice gesto in cui si vuole condividere una delle gioie della vita con un altro che, pur non conosciuto, non è considerato estraneo, c’è la spontanea partenopea attuazione di quell’alleanza civile  umanamente necessaria invocata da Leopardi, quando, nella Ginestra, spera che l’uomo, consapevole del comune destino d’infelicità si avvicini agli altri uomini “porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune.”

Che la Ginestra sia stata scritta a Torre del Greco, tra il Vesuvio e il golfo di Napoli, forse non è solo un’insignificante coincidenza.

Non amo che le cose che potevano essere e non sono state. Parte 2

Dalle lettere di questa intensa e complessa corrispondenza emergono dei tratti concreti di Amalia che suggeriscono un immediato confronto con una poetica figura femminile a lei contrastante: La Signorina Felicita, protagonista dell’omonimo poemetto a lei dedicato da Gozzano.

Amalia è bella, di una bellezza che piace a Guido. I capelli che lui immagina divisi “alla foggia antica”, appaiono ondulati sulle tempie e sono raccolti con un nodo dietro la nuca.

Bella e “fresca” la sua bocca, gli occhi “d’una dolcezza quasi servile”. Veste e cammina “con l’eleganza un po’ stracca e trasognata”. È degna del ritratto di un pittore per cui posa indossando “un abito a lungo strascico grigio perla, viola pallido e oro, scollato a rettangolo lungo e stretto che … dà un’aria fra ieratica e maestosa d’imperatrice bizantina”, ma nella realtà lei a volte si sente “un’anima così borghese, vuota, vigliacchetta anche”.

Per Guido la sua immagine può anche essere “dolce e immutabile, fresca … come alla stanchezza del pellegrino il ricordo di una sosta estiva in un giardino ombroso”.  Non così appare Amalia dalle sue autobiografiche parole sia quando si lamenta stancamente della sua pigrizia cittadina dicendo: “Esco a passeggio ogni giorno e m’attardo per le vie, nel sole tiepido, scioccamente, senza pensieri, con la mente svanita e col passo indolente di chi va senza meta”; sia quando,  ammettendo di non essere idilliaca,  si lamenta così della sua vacanza agreste: “Sono qui da tre giorni già annoiata e stanca di questa casa e di questa campagna prima di averne respirato l’aria”. 

Se Amalia conosce la noia di chi può permettersi l’ozio spensierato, la Signorina Felicita, invece, non appare mai inoperosa  e si affaccia dai versi di Gozzano con la sua semplice e rassicurante concretezza quotidiana mentre tosta il caffè, rammenda con  pazienza le lenzuola,  taglie e cuce le camicie del padre e canta nella sua cucina che profuma di basilico. Non è bella come Amalia anzi è “quasi brutta, priva di lusinga nelle … vesti quasi campagnole”, ma ha un’espressione  “buona e casalinga” e biondi capelli intrecciati; non ha la bocca fresca di Amalia ma una bocca rossa, “larga nel ridere e nel bere”;  il suo volto è “quadro senza sopracciglia” con leggere lentiggini in cui spiccano due occhi azzurri che non suggeriscono immagini di eterea eleganza, ma il concreto paragone con “un azzurro di stoviglia”.

Lei, la Signorina Felicita, lo ha amato e nella sua semplicità ha provato a lusingarlo con inesperta ma innata civetteria femminile, senza mai essere capace di trovare quelle raffinate parole che, invece, usava inutilmente Amalia.  Eppure con la sua ignoranza di chi “ha fatto la seconda classe” riesce a piacergli e a regalargli la speranza di renderlo felice più “d’un’intellettuale gemebonda” in cui sembra potersi rispecchiare proprio l’infelice Amalia.

 A lei, però, che è stata l’amante viva, concreta e reale, Guido chiede di diventare “la compagna dei sogni” mentre a Felicita, figura fatta di vaga e indefinita poesia, confessa il suo desiderio  di voler unire le loro vite per sempre sussurrandone la concreta e definita richiesta con “Accetterebbe?”.

Sembra che Guido Gozzano giochi a trasformare in sogno la realtà e a dare concretezza al sogno preferendo amare l’impossibile, l’inesistente, sia esso un ricordo in cui è tramontata la vita vissuta o un’ immagine poetica che può solo sostentarsi d’impalpabile sogno.

Accanto a Felicita, uscendo dalle pagine di un vecchio album di fotografie, si siede Carlotta, l’amica di nonna Speranza, che Guido guarda con malinconica tristezza mentre ne immagina la fresca giovinezza di diciassettenne che vive la  sua vita di un tempo. È proprio l’irrealizzabilità di quell’amore, provato per la giovane amica della nonna, lo spinge a inseguirne il sogno e a dirle, nella malinconica rassegnazione tinta di rosa come il vestito che lei indossa per la foto di quel  28 giugno 1850, lontano nel tempo, ma vicino nell’anima di Guido ,”Ove sei / o sola che – forse – potrei amare, amare d’amore?”. 

Giovane come Carlotta ma contemporanea agli anni di Guido  dalla poesia Le due strade, appare e svanisce  di corsa sulla sua bicicletta la giovane Graziella, “la dolcesorridente, forte e bella” fanciulla, immagine della bellezza  e della vivacità giovanile che lui non ha saputo o voluto cogliere, ma solo rimpiangere  prima di averla potuto amare, mentre la vede scomparire senza che lei  gli avesse detto “una parola sola”. 

Non più giovane, ma evocando il profumo della bellezza passata, in cui Guido si perde per ritrovarsi bambino, mentre lei lo bacia “di tra le sbarre come si bacia un uccellino in gabbia”, avanza Cocotte, protagonista dell’omonima poesia in cui il poeta ha voluto ricordarla. E a lei, che per Guido non fu mai “la cattiva signorina” come ai suoi occhi di bambino, invece, soleva additarla la mamma, proprio a lei  con prepotente dolcezza così parla.

“Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state….!”.

Non Amo che le cose che potevano essere e non sono state.

Nessun’altra frase avrebbe potuto farci conoscere davvero Guido Gozzano. Le biografie ufficiali forniscono date biografiche e riferimenti storico-culturali che ci aiutano a ricavarne una collocazione precisa nel panorama di riferimento. Sappiamo allora che nasce a Torino nel 1883, che si scrive alla Facoltà di legge senza riuscire a laurearsi che è la voce più importante dei poeti crepuscolari, (skuola.net) e che muore a soli trentatré anni di tubercolosi.

 La profonda incompiutezza del suo esistere, però, ci viene rivelata solo dalle sue parole, siano confessioni  affidate alle  lettere  scritte ad Amalia Guglielminetti, amica perché rinnegata amante, siano invece  versi costruiti in “una forma volutamente dimessa” a cui affida le  sue eterne femminili figure poetiche come la Signorina Felicita, Carlotta, la piccola Graziella e Cocotte.

Da una parte allora ci sono le Lettere d’amore che Gozzano e la Guglielminetti si scambiarono dal 1907 al 1912, ma che, in contrasto con il nome affidato loro a partire dagli anni cinquanta dai vari editori, non parlano  solo di una semplice storia d’amore. Anzi.

Dalle lettere di Guido emerge una sofferta e continua ricerca di sé da cui deriva quella perenne insoddisfazione che non gli permette di “cogliere le rose” regalategli dalla vita in qualche attimo di generosità. Tra le parole dell’epistolario si affaccia anche un Guido consapevole della sua grandezza letteraria e per questo non esita a considerare se stesso e la Guglielminetti “grandi artisti”.

La stima per le doti letterarie di Amalia è un atteggiamento costante in Guido e appare più forte e più duraturo dell’amore provato per lei.  I sonetti della raccolta Le vergini folli, considerati superiori a quelli di Gaspara Stampa, lo ammaliano e lo spingono a dire che non ha mai conosciuto nella letteratura femminile italiana opere poetiche paragonabili alle sue, aggiungendo, in una visione letteraria in pieno spirito crociano, che lei non ha rivali fra le donne che “ non sanno scrivere” ma “fra gli ingegni virili di più belle speranze”. Che ad Amalia non fosse mai bastato quest’ amore di Guido per i suoi sonetti  è più che certo: lo avrebbe barattato, infatti, per quell’ amore vero, passionale, vissuto nel respiro di un attimo  da cui, invece, Guido volle poi fuggire.

      Immergendoci nella lettura delle prime lettere, scritte nell’aprile del 1907, si è aiutati a  ricostruire la storia del legame fra Guido e Amalia. Guido ricorda l’antipatia suscitata in Amalia la prima volta che s’incontrarono, quando lei si alzò di scatto senza porgergli la mano. Anche Amalia, però, aveva “delle qualità allontananti”, prima fra tutte la bellezza che è sentita come una minaccia perché può piacergli e  quindi renderlo vulnerabile. “Non già che io temessi d’innamorarmi di Voi (io non sono che innamorato di me stesso;voglio dire: di ciò che succede in me stesso) ma temevo che mi piaceste ecco tutto.” L’aureola letteraria, l’elemento che all’inizio allontanava Amalia da Guido e che gli faceva provare un’avversione per qualsiasi donna scrittrice, diventa, invece, la voce di un richiamo necessario che fa dire a Guido  “il volume delle sue rime mi è caro ed è fra gli altri consolatori di questa mia solitudine”. Si firma ancora “ Suo Gozzano” ed è lontano dall’immaginare il vortice della passione breve ma sconvolgente che li inghiottirà.

Lui, a partire dal 9 dicembre 1907, ne parlerà con  rammarico scrivendo “l’idea di accoppiare una voluttà acre e disperata alla bellezza spirituale di una intelligenza superiore come la vostra mi riusciva umiliante, mostruosa, intollerabile”. Il ricordo della bocca di Amalia sulla sua e l’immagine di lei che scende dalla vettura “disfatta nel vestito nel cappello nei capelli”, fotogrammi del suo sguardo  rievocativo, sentiti come attimi del “ breve spasimo dei  … nervi giovanili”, gli appaiono la profanazione della loro unione spirituale che gli rendono necessario lasciare Torino e  frapporre fra loro una lunga distanza di tempo e di luogo.

Da questo momento in poi le lettere, più che comporre una reale storia d’amore fra loro, appaiono come il tentativo costante di Guido di  trasfigurarla in una “ fraterna amicizia”.

Amalia viene invocata come “compagna di sogni e di tristezza”, rifiutata come donna vera da amare e da cui essere riamato, relegata a vestale di un ricordo “ineffabile e puro”. L’unica strada percorribile insieme è quella del distacco”: il non vedersi – almeno crede Guido – li salverà “dalla sorte comune dei piccoli amanti”.  Lui in questo suo ascetico allontanarsi da Amalia arriva ad augurarle di provare una “passione forte” per un uomo altrettanto “forte”, consapevole che il loro legame fraterno sia in grado di volare su ogni “sentimentalità meschina”. In nome del “fraterno interesse” da cui immagina di essere legato a lei, ripete quel suo continuo “saremo amici” che risuona come un cantilenante rifiuto della  loro passione di cui non vuole più sentir parlare. Guido, però, non sa rinunciare del tutto ad Amalia, sempre sospeso com’è tra ombre e luci, tra sogni e realtà: preferisce proporle una separazione lunga ma non definitiva, immaginando un loro ritrovarsi quando non saranno più giovani e in loro sarà sbiadito il ricordo dell’amore, chiamato “un inganno della giovinezza, un episodio trascurabile in un destino come il mio e il tuo”. Guido non immagina di essere ancora più crudele verso Amalia quando le dice “Io non t’ho mai amata”, affiancandola alla sorte di tutte le altre donne della sua vita. Con feroce sincerità le confessa nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo … Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo”.

Guido, ignorando i sentimenti veri di Amalia, continua a vivere il presente in una perenne celebrazione della loro amicizia che sa dare “una serenità nuova nell’anima” di cui solo lui sembra il sacerdote. Per questo motivo non si limita a chiamarla  “amica buona, compagna necessaria”, ma arriva a dirle “ mio buon amico”, rinnegando così la bellezza femminile di Amalia e il rischio di un coinvolgimento passionale. Imporsi di non desiderarla non basta a far svanire l’esperienza vissuta e a preservarlo dal rinnovarsi del desiderio.

Passeggiando per Ivrea un giorno, l’ha pensata a lungo “male” desiderandola ”acutissimamente“, ma il rientro nella casa di Ronco, nella pace agreste, ha saputo restituirgli “un’anima casta di fanciullo” che lo fa vergognare del desiderio provato per lei. Lo allontana da sé concentrandosi sui successi letterari di Amalia che preferisce a chiamare “mia cara sorella”, confessando a se stesso e poi a lei di aver capito “l’eccezionalità del sentimento“ che li lega.  La fraterna amicizia sognata e la reale passione provata, anche se razionalmente rinnegata, ammette Guido, “è un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa” che lo spinge negli attimi di sincerità  da cui si lascia guidare in alcune sue lettere a chiedere ad Amalia di  baciarlo con la sua

 “ tenerezza pura e impura”.

L’ultima vera lettera di Guido ad Amalia non è la brevissima comunicazione dei suoi spostamenti inviata da Agliè il 4 ottobre 1912, ma quella speditale da Bertesseno il 25 settembre 1909 che Guido ha scritto dopo un lungo periodo di silenzio di cui rimprovera entrambi. Le sue parole restituiscono l’essenza della sua anima perennemente sospesa in una dimensione d’incompiutezza, di sogni irrealizzati  “ Non ti puoi, o ti puoi immaginare di che ombra continua sia avvolta  … la mia giovinezza.  … Io entro ora in una crisi d’ombra e di luce: combattuto da desideri e da doveri, da speranze e da freni accascianti”.  Nel suo commiato da Amalia conferma il desiderio continuo di trasformare l’amore per lei, chiamata “Cara Amica mia”, in una “riposata buona tenerezza“ che trasfigura i loro incontri reali in “sogni lontani”.

In quest’opera continua  d’idealizzazione  e trasfigurazione del loro amore viene sacrificata la vera Amalia che, più che “compagna di sogni e di tristezza”, avrebbe voluto essere la sua compagna di vita, quella vera, piena  di un tempo vissuto insieme e vicini.

Dalle lettere è chiaro che Amalia gli vuole bene, anzi lo ama, soffre nel sentirlo lontano e non riesce ad accettare la proposta di Guido di separarsi e non vivere insieme la loro giovinezza. Lei prova lo stesso sentimento di quando s’innamorò continuandone a sentire “la malia”, consapevole, però, che lui non provi lo stesso “fascino”. Sa che il suo è amore e non può non mettere in dubbio che la loro sia stata solo amicizia, per questo non esita a chiamarlo “Guido molto amato”.

Il suo amore per Guido è senza riserve e per questo lei non appare mai pentita della loro passione, anzi gli scrive “Vorrei avervi amato di più … e quella parte di tenerezza appassionata che mi fece talora vibrare presso di Voi è stata ben spesa”. Non si vergogna dell’amore per Guido, ma si pente talvolta di avere messo da parte ogni orgoglio per lui che è l’unico che non la ama: lei, infatti, la poetessa che godeva di una certa notorietà, l’amica di Sibilla Aleramo, di Ada Negri,  la donna corteggiata da molti , è arrivata a elemosinare il suo affetto,  le sue attenzioni e, pur di potergli stare accanto, non ha esitato a proporglisi come “dama di compagnia” per il suo viaggio che lo avrebbe portato in India alla ricerca di una sognata guarigione. 

Inutili sono i tentativi con cui  cerca di farlo ingelosire raccontandogli di corteggiatori e di flirt. Vorrebbe accontentarsi di pensarlo “con una fraternità un poco aspra” o con “un’amicizia che ha quasi della religiosità”, ma non sempre ci riesce.

In una delle ultime lettere che scrive, sperando di interrompere il continuo silenzio di Guido, accenna a una sua “crisi sentimentale” che l’ha fatta piangere e gli confessa che sente ancora “un fuoco ignorato di passionalità”.

Sa che non è questo il sentimento che la può tenere legata a Guido e nell’ultima lettera scritta a Torino il 3 settembre 1910 ritorna a illudere se stessa chiamandolo “fratello buono” sperando di essere pensata da lui “ fraternamente sempre”.

Tutto il mondo (non) è paese.

Non poco amata è quella rassicurante sensazione di appartenere al luogo in cui  viviamo così da sentirci quasi  cullati, protetti e quotidianamente rassicurati dalle abitudini e consuetudini che finiamo per ritenere i  punti cardinali del nostro vivere. Che il microcosmo di appartenenza di un siciliano, ad esempio, possa essere ritrovato non solo qualche metro più in là del luogo di nascita ma anche oltre lo stretto ci viene suggerito dalla saggezza popolare ricordandoci che “tutto il mondo è paese” cosicché,  in nome di questa universalità umana,  il suddetto siciliano, curioso o intimorito da nuovi orizzonti, ma sicuro di ritrovare un po’ del suo mondo ovunque egli vada, parte.  Ben presto, però, si accorge che il famoso detto ha qualche eccezione che, insomma, non tutto il mondo è paese. 

Una prima incrinatura della sua certezza di sentirsi sempre a casa, il nostro povero siciliano l’avverte quando, credendo che almeno per quanto riguarda l’abitudine al caldo possa essere sufficientemente ben preparato, dichiara di non avere paura di affrontare l’estate in una grande città come Milano, ma viene subito sfiancato da una sensazione mai sperimentata. Infiacchito da un caldo bagnato e tramortito da un olezzo non proprio gradevole, capisce per la prima volta cosa fosse quella “puzza di vernice calda e di segatura bagnata” che in qualche distratto momento aveva letto tra le pagine di Brancati, mentre rimpiange il vento di scirocco che al confronto gli sembra tiepido e quasi rinfrescante.

Tutto il mondo (non) è paese.

Non perdendosi d’animo in questo afoso giorno d’estate e volendo uscire  la sera  con i nuovi amici, nel fissare com’è suo solito, l’incontro in quella vaga ora crepuscolare definita “arrifriscata” ha un’ulteriore prova che il suo paese non coincide con il mondo. La parola rimane incomprensibile innanzitutto perché non esiste il meneghino momento serale rinfrescante, visto che la  città restituisce  di sera con più forza e rabbia il caldo che ha dovuto sopportare durante il giorno e poi perché troppo vaga appare l’ora dell’appuntamento, lontana dalle categorie dello spirito nordico. L’arrifriscata, infatti, evoca quel refrigerante momento di pausa in un lungo giorno di caldo estivo che si avvia al crepuscolo, quella particolare “ora che volge al desio”, quando ci si sente più rinvigoriti, desiderosi di gustare con le nuove energie l’attimo che si sta vivendo e  più inclini ad attendere un nuovo giorno di fatica.  

Così, consapevole che dietro l’incomprensione verbale si nasconda una differenza esistenziale è naturale, allora, che, quando fiuta un altro siciliano come lui, anche se fino a quel momento era un perfetto estraneo, lo elegga come suo fraterno amico. È quello che accade a due “compari” siciliani, la cui amicizia era resa più forte dall’estraneità del mondo in cui si trovavano. In un’estiva, ma non afosa serata milanese, allora, vedendo all’uscita di un locale un giovane musicista, bravo ma non ancora così famoso da avere uno staff tecnico a cui delegare l’operazione di montare e smontare tutta la strumentazione necessaria all’esibizione e credendo di potersi divertire indisturbati alle sue spalle nel loro incomprensibile dialetto, resi alquanto audaci da qualche sorso in più di birra cominciarono a commentare  così: ”Talè: scarrica e carrica!”- “E c…..: ancora n’hai travagghiu!”- “Mih, a valìa!”

Il giovane artista, per quanto dotato di una stoica pazienza, dopo numerosi e poco esaltanti commenti fu costretto a reagire incalzando con ”Auh, ancora c(i)’ati a scassari a …” , completando la frase con l’unico complemento oggetto  che un siciliano verace riesce a pensare dopo il verbo “scassare”. 

Mai voce fu più musicale e mai parole risuonarono più gradevoli rivelando nell’affinità linguistica una profonda fraternità esistenziale che spinse i due compari a chiedere: 

“Ma allura macari tu si…?” “Sugnu, sugnu“ fu la breve ma inequivocabile risposta che, senza aver bisogno di alcuna precisazione geografica, ne dichiarava l’inequivocabile appartenenza ontologica.

Allora, mentre con lo sguardo reso più dolce e fraterno dall’improvvisa Rivelazione i due compari porgevano al nuovo amico la loro bottiglia di birra per  condividere quel momento  di inattesa familiarità,  un gradevole venticello estivo, allontanando alcune nubi, rendeva più chiaro e limpido il cielo e dava la sensazione che tutto il mondo in quell’attimo fosse un po’ più paese

“ … Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria …”

In queste semplici e accorate parole che Francesca da Rimini rivolge a Dante  viene ricordata l’universale verità che non c’è dolore più grande che ripensare i giorni felici quando questi non ci sono più. Questo vivere nel ricordo di un prima che non c’è più sembra più doloroso dell’eterno turbine del vento  da cui è trascinata insieme a Paolo e agli altri “peccator carnali”, così puniti nel V girone infernale.

Nelle parole che Dante poeta  suggerisce a Francesca c’è il dolore che l’uomo Dante conosce  bene perché lo ha vissuto sulla sua carne, sulla sua anima  tesa inutilmente al ritorno verso la terra e la casa di prima. Guardare alla propria storia dal ponte del ricordo nei giorni e nelle terre d’esilio di certo ha reso più pungente la nostalgia, il dolore, cioè, per un ritorno impossibile. 

Ognuno ha un prima a cui rivolge il pensiero con rimpianto e in questi giorni in cui tutti viviamo l’esilio dalla nostra vita di un tempo lo sappiamo bene.

Il prima che rimpiangiamo sono i giorni e i momenti  di qualche mese fa, che  chiamavamo banali, ma ora preziosi perché sembrano irraggiungibili.

Camminare tra la gente e le bancarelle affollate del mercato, entrare in un supermercato per la nostra spesa senza minimamente sospettare che potesse essere una delle più preziose e difficili azioni quotidiane, andare a teatro o al cinema e condividere uno dei braccioli della nostra poltrona, prendere l’aereo non solo per i viaggi turistici, ma per poter riabbracciare i genitori e i familiari da cui ci  si stacca sempre con quel ben noto dolore che si  riesce a mitigare solo al pensiero di poterli rivedere presto. Anche l’odiosa attesa dal nostro medico appare come un lusso che non possiamo più permetterci se si pensa alla vicinanza agli altri pazienti a cui ci siamo disabituati. Distanza di sicurezza e contagio sono le parole che martellano il nostro quotidiano vivere al punto che, non abbracciamo né baciamo i nostri figli e, diventati maniaci della pulizia, laviamo di continuo le nostre case, i nostri oggetti, i nostri vestiti terrorizzati come siamo che gli indumenti che s’indossano fuori possano veicolare il temuto virus da cui siamo ossessionati.  

Allora oggi ricordiamo con rabbia tutte le occasioni perse, quelle in cui ci siamo ostinati a voler restare soli, senza sospettare che saremmo stati condannati a esserlo davvero. L’immagine di piazza San Pietro deserta resta la rappresentazione più chiara di questa nuova e mai immaginata solitudine che toglie il respiro.

Questi sono i giorni in cui si ha paura di stare male perché si sa che si è condannati a soffrire da soli senza stringere le mani di chi ami e di chi ti ama e in cui il pensiero della solitudine rende ancora più pauroso il momento della morte che mai come adesso può vantare un assoluto potere sugli uomini: li priva, infatti, dell’ultimo e pietoso saluto con cui i parenti e gli amici s’illudono di rendere la loro consolatoria compagnia nell’ultimo viaggio terreno.

La vita va avanti nonostante tutto.

Alcuni, per fortuna, possono permettersi il lusso di restare a casa e non da soli riscoprendo la forza dello stare insieme, altri sono soli in case troppo vuote e provano a non lasciarsi inghiottire dal silenzio grazie a vecchi numeri di telefono che non digitavano più, altri ancora devono uscire per il loro lavoro e, nonostante la loro paura, fingere una normalità che non esiste. C’è poi chi è in trincea con armi insufficienti se non scariche addirittura, ma non si sottrae alla dura lotta.

Questi sono i giorni del dopo, i giorni in cui, come un assurdo ossimoro, anche  gli alunni sognano di tornare a scuola perché adesso ha il significato di una normalità ritrovata; i giorni in cui si fanno promesse di una vita più autentica, se si avrà la possibilità di ritornare a viverne una di nuovo; i giorni in cui il silenzio delle città fa paura, opprime e rende più lancinante l’urlo delle sirene delle ambulanze.

Questi giorni ci hanno fatto invecchiare velocemente e, guardandoci allo specchio e guardando negli occhi di chi ci sta accanto, vediamo una nuova velata, ma vera tristezza dove prima c’era uno sguardo vivace.

Non siamo più quelli che eravamo e non ci sono più tutti quelli che conoscevamo. Troppi se ne sono andati. Tra gli amici c’è chi è andata via mentre condivideva con noi  parole  che adesso  sono diventate “troppo gelate per sciogliersi al sole”. 

C’è chi è andato via in attimo così veloce che non ha fatto in tempo a spegnere sul suo volto l’abituale sorriso ancora impresso negli occhi degli amici.

Sono i giorni della nostalgia  che le note  che della Passacaglia in G minore di  Haendel, rendono più pungente mentre diventa il desiderio di un ritorno a ciò che eravamo: felici senza saperlo.

Natale da regalare



Non si è mai pronti per il Natale. Mai. È inutile, infatti, animarsi di buoni propositi per non farsi prendere alla sprovvista, ma, anno dopo anno, è una corsa inutile.  Anche se verso la fine di ottobre i supermercati, mostrando già panettoni o pandori innevati di zucchero a velo, tentano di svegliarci dal torpore dell’estate appena passata per ricordarci che il Natale non è così lontano, noi non cogliamo l’invito e, sorridendo di fronte agli anacronistici dolci, ne rimandiamo l’attesa a giorni e mesi futuri. Abbiamo sempre una sotterranea e mai ammessa paura che il Natale, trovandoci disorientati, ci imponga un cambio di rotta e un nuovo orientamento che, in una forse forzata ma significativa  spiegazione etimologica, ci guidi verso l’oriente, cioè il punto in cui sorge il sole con la sua indispensabile luce. Accettare il Natale significa fare spazio a qualcosa che interrompa la nostra quotidiana fatica per accogliere nuovi progetti. Se si ha la ventura di vivere questa attesa sempre nuova del Natale a scuola allora alla fatica di ogni giorno si aggiunge l’arrovellarsi per trovare qualcosa da far fare ai bambini. Tutto questo in fretta, in una corsa frenetica, nonostante l’anno precedente fosse stata fatta una promessa solenne di avere già in mano il copione per uno spettacolo musicale degno di questo nome almeno già a ottobre, sì proprio ottobre e magari in quei giorni in cui invece nella realtà si derideva la fretta con cui le ferree leggi del mercato avevano imposto di mostrare le già citate leccornie natalizie.

Anche a casa l’arrivo del Natale ci trova disorientati con i cambiamenti  che porta con sé: allora ci si impone di fare le tradizionali pulizie più accurate, ridare lucentezza a quelle carabattole d’argento che la mancanza di tempo rende cupe e tristi e trovare lo spazio per il presepe e l’albero che si traduce in un trasloco di poltrone da una stanza all’altra e in una delicata operazione di accumulare dietro le porte libri e dizionari che occupavano la zona destinata adesso alla rappresentazione della notte santa.

Ciò che mette a dura prova l’equilibrio precario di tempo e idee, però, è l’operazione regali su cui incombe il duplice e contrastante giudizio di inutile perdita di tempo e di soldi, segno di un dispotico consumismo, o momento in cui  per obbligo o per libera scelta si fa spazio all’altro anche solo perdendo qualche minuto del proprio tempo, ormai diventato un bene sempre più raro, per pensare a cosa scegliere.

Un giro nei negozi nel periodo che precede il Natale diventa un interessante momento di osservazione del donatore natalizio, delle sue relazioni, della sua disponibilità a vivere la scelta del regalo con entusiasmo o come un obbligo dettato da una consuetudine di cui non riesce a liberarsi.

Si passa dal “Mi può confezionare questo bracciale?”, richiesta di un giovane innamorato con un non ancora svanito entusiasmo per il regalo importante, a signore indaffarate a completare la loro operazione regali con in mano i  loro cestini stracolmi di orecchini a forma di decorazioni o alberi natalizi, di occhiali luccicanti di paillettes verdi e dorate, di cerchietti rossi e di cappelli da Babbo Natale che fanno immaginare grandi tavolate familiari con consueto scambio di doni. Si vede che c’è chi afferra con fretta gli oggetti dai loro espositori e chi, invece, osserva il regalo scelto, immaginando se può essere adatto al destinatario se può essere apprezzato e così dal tempo impiegato per la scelta dell’oggetto da regalare s’intuisce se si ama  davvero pensare al regalo da donare o lo si vive come una colpa da scontare.

Al momento della scelta dei regali segue quello dedicato a impacchettarli che le persone più maldestre, di solito, affrontano procurandosi pratiche scatole da  riempire e sacchetti colorati da legare con semplici nastri.

Man mano che sono pronti, i pacchetti con i regali affollano lo spazio vuoto intorno all’albero e colorano con il loro scintillio la stanza.  Accanto c’è il presepe con il muschio verde, le rocce scure, il fiume, i pastori e l’essenzialità dei loro gesti, con la cometa sulla grotta che ricorda la necessità di seguirne l’orientamento per giungere alla contemplazione del Bambinello accarezzato dallo sguardo incredulo di Maria e Giuseppe.  Con la sua semplicità sembra stridere con il luccichio dell’albero reso ancora più ricco dei regali ai suoi piedi, sembra richiamare alla profondità dei doni più essenziali che sappiano ancora parlare di pace, di luce che squarcia il buio e di eterno.

Lo sguardo oscilla tra l’albero e il presepe, si sofferma beato sulla grotta illuminata che continua a far vivere il miracolo di un Amore senza tempo e poi si sposta verso l’albero con le sue luci intermittenti e le decorazioni colorate, fermandosi proprio sui pacchi che hanno l’illusione di regalare se non la felicità, almeno un briciolo di quella piccola, effimera gioia umana. Allora in un attimo il semplice sguardo intuisce che i regali, vituperati, biasimati, apprezzati e cercati sono un contraltare ai Doni che il presepe ricorda e che noi non siamo in grado di regalare. Possiamo solo illuderci che con il luccichio dei pacchetti possiamo colorare, anche se per un attimo, la vita di chi ci sta intorno.

per ch’io te sovra te corono e mitrio _ Malinconiche considerazioni dantesche quasi senili

Che la Divina Commedia sia una di quelle grandi opere che s’impara ad amare fuori dai banchi scolastici è una verità indiscussa e che non smetta mai di svelare le innumerevoli facce della verità che racchiude è  un principio altrettanto innegabile. Purtroppo, dal momento che ci è stata consegnata in un linguaggio molto lontano dal nostro e richiede sempre una decifrazione lessicale, la Comedìa dantesca non si prende facilmente  tra le mani nei momenti di distesa lettura che ci possiamo concedere. Insomma se non si è docenti con l’obbligo ministeriale di insegnarla o poveri alunni con lo stesso obbligo di studiarla, non la sfioriamo minimamente, pur consapevoli della grandezza.

Per fortuna ci sono i figli che ancora la studiano a dare l’occasione a qualche genitore o genitrice di riaccostarsi a quelle pagine tanto difficili quanto profonde. È facile immaginare che cosa può accadere in un periodo di fine maggio se una mamma, che non è riuscita a lasciarsi alle spalle il “giovenile” amore  per la letteratura, vede che la propria figlia sta studiando gli ultimi canti del purgatorio per la verifica finale. Per naturale empatia si offre a far ripetere i canti danteschi assegnati,  e, insistendo di fronte ai ripetuti cortesi rifiuti della figlia, riesce a ottenerne il consenso,  estortole più per sfinimento che per necessario bisogno.

Trovato un sacrosanto motivo per accostarsi a Dante, s’immerge nello studio dei canti in questione che sono quelli in cui si conclude il viaggio  nel Purgatorio e, senza  la paura di interrogazioni o la responsabilità di spiegazioni,  si inoltra in una lettura più distesa.

Tra i versi incontrati in questo letterario ritorno di fiamma, ritrova quelli che aveva imparato a memoria e che aveva amato di più per la dolce  e tenera immagine che riuscivano a disegnare e a occhi chiusi li ripete:

 

“Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio.”

(Purgatorio, XXVII, vv. 139 – 142)

 

La loro contestualizzazione riconduce al XXVII canto del Purgatorio, al momento in cui Virgilio, Dante e con loro il poeta Stazio, giungono in cima alla montagna del Purgatorio dopo essere passati attraverso le fiamme, ultima prova che Dante deve superare per liberarsi di tutto il peso del suo limite umano,  vero ostacolo  all’incontro con la Rivelazione verso cui lo accompagnerà Beatrice.

Una parafrasi articolata dei versi che restituisce nel messaggio dantesco tutta la intensità del sentimento di Virgilio così allora risuona: “Non aspettare più una mia parola o un gesto, un accenno a darti la sicurezza che fino a ora hai cercato nel tuo cammino verso la vita. La tua capacità di discernimento è ormai matura, libera dagli ostacoli della tua giovanile immaturità e sarebbe un grave errore non seguirla per ciò io ti nomino signore di te stesso, libero e indipendente dal giudizio degli altri.

Qui Virgilio, in sintesi, riconosce la maturazione di Dante e ne decreta la libertà e l’autonomia di pensiero e di scelta.

Adesso, però, il significato racchiuso dal dolce suono di questi versi appare diverso e svela un’altra faccia della verità che era riuscita a cogliere fino a quel momento. Se quei versi, infatti, erano il sigillo della libertà riconosciuta a Dante, adesso rivelavano anche la voce sommessa ma ferma di Virgilio che, esaurito il suo compito, sa tirarsi indietro.

Con la consapevolezza acquisita da tempo che quello della Divina Commedia è il meno letterario dei mondi evocati,  la mamma con il rigo della lettera cerca subito di tradurre le immagini  suggerite da quei versi in universali  ritratti di vita comune.

L’immagine immediata che prende forma è quella del distacco, necessario per i figli che possono così vivere la loro vita e volare lontano, ma doloroso per chi resta a guardare la loro partenza. Virgilio diventa allora il volto e la voce di padri e madri che a un tratto capiscono che il loro compito non è più quello di guidare i figli, di proteggerli camminando al loro fianco e tenendoli per mano, perché sono già diventati autonomi e sanno camminare da soli. La grandezza di Virgilio appare proprio nel riconoscere la conclusione del suo ruolo e nella consapevolezza non rinnegata di ammettere che Dante non ha più bisogno di una guida e per questo lo nomina signore di se stesso. Con la solennità di un rito sacro Virgilio celebra l’autonomo pensare di Dante,  cioè la sua nuova libertà, conquistata  attraverso un faticoso cammino di crescita e, mentre pronunzia le parole di questa ufficiale investitura, la sua voce sembra forte senza alcuna incrinatura che possa rivelare il sotterraneo  ma non meno forte dolore che prova all’idea dell’imminente e inevitabile separazione da Dante.

Il tempo del suo viaggio alla guida di questo figlio improvvisamente trovato gli ha regalato il prezioso e inestimabile senso della vita che l’essere genitori sa regalare agli uomini e che consiste nell’avere il chiaro e improrogabile obiettivo quotidiano di pensare alla felicità dei figli.

Virgilio non tentenna, non esita anche se che cosa lo attende. Esaurito il suo compito, infatti, dovrà ritornare nel Limbo, monotona e uniforme inesistenza senza tempo da cui era uscito per vivere inattesi giorni di vita da padre. Vi ritornerà cambiato: la sua paternità, infatti, non può essere stata una condizione temporanea, ma una nuova e perenne dimensione esistenziale e per questo la separazione dal figlio gli lascia un vuoto dentro di sé, ma proprio la speranza che Dante, figlio, possa trovare la strada che cercava gli regala un frammento  di felicità da portare con sé nella sua solitudine di sempre.

È doveroso precisare che, mentre la madre filodantesca si perdeva in queste malinconiche considerazioni, la di lei figlia si preparava da sola per la verifica d’italiano per superarla poi brillantemente.