[II parte] Antonietta Pirandello nata Portolano

Nel 1903 arrivò presto la catastrofe temuta e di quel giorno ho nitidi e chiari ricordi.

Arrivò una lettera da mio suocero ma non indirizzata a me e, non avendo la delicatezza di aspettare mio marito, l’aprii e lessi il disastro che annunziava: si era allagata la grande zolfara di Aragona in cui era stata investita la mia dote e così la mia ricchezza e il vitalizio di cui vivevamo erano andati perduti per sempre.

Rimasi paralizzata nella mia anima e nel corpo. Non riuscii più a camminare e a non avere altra sensazione all’infuori della rabbia contro i Pirandello che mi avevano sfruttato e contro mio marito che non aveva tutelato i miei interessi.

La rabbia divenne la mia malattia: la Portolano che era in me non poteva non impazzire di fronte alla perdita dei soldi, l’unico valore riconosciuto.

Nella mia rabbia folle allora vedevo solo la fine del mio potere, mentre adesso, con questo nuovo sguardo che mi è concesso, vedo che lui si trovò di fronte allo sfacelo della sua vita.

Se avessi amato veramente, avrei saputo sostenerlo e tenere salda la mia famiglia e invece gli rinfacciavo i miei sacrifici che, fatti senza amore, per chi li riceve sono solo condanne senza scampo.

E lui che avrebbe potuto fare di più? Si preparava per il concorso come professore ordinario al Magistero, faceva lezioni private, chiedeva di essere commissario d’esami fuori Roma per avere compensi più alti. Si riscattò con il suo lavoro che gli permetteva di sostenere la famiglia senza il mio aiuto.

Non aveva tempo per la sua Arte eppure riusciva a scrivere mentre mi assisteva di notte alla luce di una lampada attenuata dal paralume per non disturbarmi.

Dal nostro dramma, però, nacque il successo e così arrivò il 1904, l’anno de Il fu Mattia Pascal, il suo primo grande romanzo. Continuò a cercare un senso  ai nostri giorni senza senso nelle storie che la vita gli suggeriva e  così non aveva un attimo di tregua tra il  “vero” lavoro, secondo me, e la  scrittura  per lui vitale.

Stavolta, però, per le novelle che i giornali pubblicavano, veniva pagato e io non potevo più rimproverargli niente. Eppure non ero capace di gioirne: ero immobile nella mente e nella mia anima più che nel corpo.

Ricordo, infatti, la sua felicità per il successo del romanzo che gli veniva riconosciuto  con una serata in suo onore alla Casina Valadier e sento ancora le sue parole con cui mi chiese di accompagnarlo. Era la prima uscita dopo la mia guarigione, ma mi vedevo dimagrita, mi sentivo tanto fragile e mi sentivo fuori posto: non capii quanto per lui fosse importante essere insieme in un ambiente che riconosceva la sua Arte e in un momento che ci ricordava come fossimo riusciti a superare il disastro che ci stava distruggendo. Avrebbe potuto essere l’inizio della nostra nuova vita, indipendente dai nostri genitori, ma io non credevo abbastanza in me né in noi per ricominciare anzi per cominciare a vivere. Quella sera non riuscivo a vedere la vita che rifioriva e sentivo il peso di una vecchiaia invisibile agli occhi degli altri, ma che sentivo dentro di me. Il mio sguardo freddo che quella sera respingeva il suo entusiasmo mi allontanava dalla sua vita che non sarebbe mai stata anche la mia.

Erano già passati dieci anni di matrimonio e io continuavo a non capire che si era veramente innamorato di me e non volevo vedere che l’unico motivo che dava un senso al nostro matrimonio non era, in realtà, la mia dote; anzi  dopo il disastro, non fui capace di dimenticarla non  riuscendo a credere che proprio dal suo essersi dissolta avrei potuto liberare il mio matrimonio dalla catena degli interessi con cui era nato. Sentivo, invece, che perdendo la mia forza economica, non avrei più potuto giustificare l’orgoglio della mia superiorità su di lui: adesso la famiglia non dipendeva dai miei soldi, ma dal guadagno di mio marito.

Ero veramente strana e, se prima lo rimproveravo perché non aveva il ruolo di capofamiglia, ma dipendeva dai miei soldi, accettando di sottomettersi a me, adesso rischiavo di impazzire per non essere più indipendente da lui. E per questo continuavo a essere dura e feroce con lui e farlo sentire in colpa rinfacciandogli i disastrosi investimenti del padre.

Lui mite e umile, versava nelle mie mani tutto lo stipendio, abbassandosi ma con signorilità, a chiedermi i soldi anche per comprare le sigarette. Sapevo amministrare i soldi ma non i sentimenti: come un eterno Minotauro insaziabile non ero contenta mai di niente né di lui, mentre lui sapeva essere grato per quello che avevo potuto permettergli.

Intanto diventava famoso e io, guarendo dalla paralisi del corpo, mi ammalavo di una gelosia maniacale che era una  malattia senza scampo e nella mia pazzia diventavo sempre più aggressiva.

La mia ossessione esplose in una gelosia infernale e obbligai il mio piccolo Stefano a diventarne il paladino : doveva accompagnare il padre quando andava a passeggiare o con gli amici.

Ad un tratto, però, capii che cosa stavo per perdere e proprio per lui si accese una passione irrazionale come ero io e folle fu il mio desiderio di riconquistarlo.

Lui mi riamò, sperando di riportarmi nella normalità, negatami, di donna. Adesso posso dire che fu una pazzia: sì una pazzia credere che il suo amore, anche se immenso, avrebbe potuto salvarmi.

Non fu facile neanche il periodo della tregua. Ero complicata, doppia: fuori gelosa e cattiva, dentro di me paurosa e in attesa di un suo gesto che parlasse di vera intimità.

Lui capì, seppe leggere la mia disperazione come quella di una donna debole e inadeguata e mi riamò cercandomi con tutto se stesso.

Non si stancava di capirmi e cercava sempre di giustificarmi e con delicatezza chiedeva ai figli di assecondarmi, di farmi sentire viva, “ragionando e inventando”, come diceva lui, sintonizzandosi con me e con i miei pensieri. Ma non mi bastava: era sempre un alternarsi di pace e di rabbia e rischiai di farli impazzire.

Sapeva rispondere con dolci pensieri alla mia durezza e provava pietà per me, per la mia giovinezza svanita tra il mio corpo sfiorito dalle gravidanze. Io, invece, posso dire che non gli ho mai dato la possibilità di superare insieme il baratro che inghiottiva la mia mente, anche se lui vi sapeva leggere fino  a dialogare e sapeva ricomporre i miei mille frammenti in una sola persona.

A volte sapevamo essere una coppia. Ricordo una passeggiata, se non sbaglio era il 1906,  come una coppia normale e felice. Il momento felice, però, durava poco: subito, improvvisa e indomabile ritornava l’ossessione della gelosia che mi portava ad avere crisi feroci anche davanti ai miei figli.

Disperato, pensò alla separazione per difenderli e proteggere quella fragile serenità che era rimasta nelle loro vite, ma il pensiero di peggiorare il mio male lo frenava: in fondo mi aveva sempre voluto bene e riusciva a volermene anche dopo le liti.

Ero gelosa della sua Arte come di un’altra donna e trovai un po’ di pace quando, per prepararsi al concorso come professore ordinario al Magistero, tralasciò la sua scrittura.

Così quei “soldi sicuri” che come insegnante riusciva a portare a casa mi resero più serena e tra la tempesta ci fu ancora qualche attimo di pace.

Era il 1908 e ricordo ancora la gioia per la casa più grande di via Palestro in cui ci trasferimmo e dove riuscii a sentirmi serena  con la mia famiglia nonostante fossi a Roma, anzi quell’anno rinunciai alla solita fuga a Girgenti.

Lui riprese a scrivere e ad avere successo ma non riuscivo a esserne felice e mi sentivo ancora  più cupa e gelosa.

La situazione peggiorò quando nel 1909 morì mio padre e io divenni di nuovo ricca della mia eredità ma ancora più povera d’amore.

Antonietta Pirandello nata Portolano

Credo che non ci sia bisogno di una presentazione ufficiale. Il mio nome, legato indissolubilmente alla fama di mio marito, è abbastanza conosciuto anche se accompagnato da considerazioni non lusinghiere, racchiuse in un un’unica e spietata parola: “ pazza”.  Chi sia stata veramente, il male che ho fatto, il bene che ho voluto e quello che non ho voluto lo capisco adesso, riuscendo a leggerlo in questa nuova dimensione senza tempo in cui mi trovo, in quest’attimo che “si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una sospensione d’ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano all’improvviso illuminate e precise le cose essenziali, una volta e per sempre”. In questa nuova dimensione che mi ha avvicinato a ciò che ho sempre fuggito, prendo in prestito le parole di Luigi Pirandello, mio marito, che riescono così bene a dare voce ai miei pensieri e questo nuovo dialogo mi ferisce come il più feroce dei rimorsi, se ripenso a quanto nella vita di un tempo proprio io abbia disprezzato la sua Arte, vantandomi  con vano orgoglio di non avere mai  voluto leggere  niente di ciò che scriveva.

Ma ora ne ho bisogno anche per trovare un senso a questo non essere più; per trovare  le parole capaci di dire la pena di non poter vivere più …senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa…È questo morire”. 

Paradossalmente io che non sono riuscita a vivere quando potevo e dovevo ora non mi arrendo alla morte e vorrei vivere d’altro.  Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco…” 

Se non in un geranio almeno vorrei vivere nelle parole per raccontarmi. Non pretendo di trovare benevolenza, ma chiedo di non essere condannata: ci ha già pensato la vita o ci sono riuscita io, avendo già pagato non vivendo ciò che avevo avuto la fortuna di avere.

La mia storia inizia il 25 febbraio 1872 a Girgenti ed è subito segnata dalla tristezza, legandosi al filo contorto della gelosia. Restai, infatti, presto orfana perché mia madre morì di parto: la gelosia di mio padre, che sapeva renderlo brutale come una bestia, non permise a nessun medico di assisterla.

 Venni chiusa  presto in collegio dove la mia educazione fu affidata alle suore e forse da quegli anni ho portato con me  per sempre l’ostinato disprezzo per la sua Arte, per un’attività che non ha le solide radici concrete e  che – mi dicevano – può non essere morale.

Passarono gli anni rendendo la mia età ormai adatta al matrimonio, l’unico obiettivo per me possibile, dal momento che l’idea di un  lavoro mio non mi sfiorava minimamente.

Ero anche bella allora. Slanciata, con un viso regolare circondato da capelli castani e gli occhi neri come la mia anima malinconica che spesso m’intristiva senza che ne capissi la ragione.

Ero anche un buon partito: portavo in dote 70.000 lire e fu facile per mio padre combinare il mio matrimonio con il figlio di Stefano Pirandello, suo socio nel commercio dello zolfo.

Seppi così che il mio promesso sposo era un giovane scrittore, non adatto al commercio né intenzionato a restare in Sicilia: viveva, infatti, a Roma in cerca di quella sospirata fortuna letteraria che ancora non era arrivata e capii che anche io avrei dovuto trasferirmi lì. La paura di lasciare la mia casa, che all’inizio mi aveva gettato in una grande agitazione sembrò sparire quando vidi la sua foto che, facendomi innamorare subito, mi rese più sicura del mio futuro.

Il fidanzamento fu travagliato per mancati accordi tra mio padre e il futuro sposo, ma io mi ostinavo a volere solo lui e rifiutai altre proposte così che mio padre accettò il matrimonio già promesso.

Iniziò un appassionato corteggiamento epistolare, io non riuscivo a stare dietro al suo ritmo e non solo per il numero di lettere che inviava, ma anche nell’entusiasmo che mostrava. Ero avara di parole e lui se ne rammaricava. Il mio cuore non era di pietra, ma le sue parole mi spaventavano: temevo di non essere all’altezza di ciò che mi chiedeva. Lui sentiva che questo matrimonio, nato come uno dei tanti “ amori senza amore ” per la mia dote che gli avrebbe consentito di scrivere senza dipendere dal padre, diventava importante: s’innamorò veramente di me e amava il suo essersi innamorato, immaginando che io potessi riportarlo fuori dal “ labirinto” in cui si era chiusa la sua esistenza.

Il 27 gennaio 1894 ci sposammo, lui era felice e lo fu anche di fronte agli imprevisti che ci accolsero a Roma: la casa di via Sistina non era riscaldata, mancavano i materassi, i bagagli non erano arrivati. Io non seppi sorridere a ciò, non riuscivo, come del resto ho sempre fatto, a essere felice solo della sua vicinanza e solo adesso capisco che invece avrei dovuto imparare a vivere con più leggerezza.  Il mio difetto più grande era proprio la malinconia, che mi portava a chiudermi al presente: non riuscivo a condividere i suoi sogni artistici e disprezzavo la sua arte; non volevo ricevere in casa i suoi amici con cui amava intrattenersi in incontri letterari. Invece di aprirmi alla sua vita preferivo appartarmi in un’altra stanza dove da sola restavo a cucire e a lamentarmi tra me per quella vita che non mi apparteneva.

Ben presto arrivarono i figli, Stefano, Lietta e Fausto: tre in quattro anni dal 1895 al 1899.  Di quegli anni riesco a isolare dei momenti sereni, anche se non mancavano i miei soliti sbalzi d’umore. Riuscivo anche a trovare il tempo e il piacere di scrivere alle mie cognate. Mi piaceva prendermi cura della casa e sapevo scherzare sulla mancanza di pulizia della domestica. Anche se sembrerà strano, amavo l’Operetta ed è una prova, anche se effimera, che in qualche attimo della mia vita è pur esistito un piccolo spiraglio di luce tra la mia cupezza. Crescere tre figli da sola, però, senza l’aiuto delle grandi famiglie cui siamo abituati noi siciliani, non fu facile e i miei disturbi nervosi ne risentirono.  Tra l’altro i problemi economici che si presentarono mi esasperavano e mi portarono a esasperarlo: i soldi della mia dote, infatti, erano stati investiti nelle miniere di zolfo del padre che avrebbe dovuto versare 7.000 lire ogni mese, cosa che, però, non sempre avveniva con puntualità. Non si viveva agiatamente e  così io non riuscivo a staccarmi dall’idea di  ricchezza e concretezza che mi aveva trasmesso la mia famiglia. Riemergeva la mia fisionomia di donna strana, ritornavano le mie ombre e le mie collere, sentivo in me la forza di ossessioni che m’impedivano di dialogare con lui.

Non riuscivo ad apprezzare la sua sensibilità e la sua signorilità, anzi, mi appariva un segno di debolezza. Che pazzia! Quasi mi arrabbiavo per l’importanza che mi dava: io non ero abituata; ero stata educata a vedere l’uomo come il più forte nella famiglia e lui non era così.  Non sapevo apprezzare il suo lavoro perché non portava “ soldi “, anzi pensavo che non lavorasse per cose serie.

In uno dei miei scatti d’ira, il cui ricordo adesso mi è insopportabile, l’ho definito “ mignatta”, sanguisuga, sputandogli in faccia il mio disprezzo per la sua povertà e per la sua dipendenza dai miei soldi; lui, umiliato, si diede da fare e riuscì a guadagnare poche lire al mese come  professore supplente al Magistero e, anche se solo nei ritagli di tempo,  riuscì a scrivere non poche novelle.

Mi pentivo poi delle mie sfuriate e chiedevo di essere aiutata.

Conobbi un periodo di tregua grazie a una cura medica contro la nevrastenia che si era aggravata dopo il difficile parto di Fausto nel 1899.  In quegli anni ero consapevole del mio malessere, come scrissi in una lettera, e riuscivo anche a essere tenera in famiglia e lo dimostrai.

Nel 1899 andammo in Sicilia per la nostra villeggiatura estiva, ma fummo accolti dalla sconfortante notizia degli affari di Stefano, mio suocero: le cose alla zolfara non andavano per niente bene e i versamenti della mia rendita ne avrebbero risentito. Ritornati a Roma, infatti, ne trovammo la conferma ma, anche se non ricevevamo più i soldi della mia rendita in quei giorni -era il 1901 credo-  fui davvero “ amorosa e coraggiosa” , come disse lui alla sorella. La forza d’animo, però, non era la mia vera virtù e la crisi economica di Stefano che non sembrava risolversi minacciava la mia calma e la mia pace.

Socrus, ovvero la suocera (II parte)

Non così mite e amorevole appare la dea Venere nelle inedite vesti di suocera con cui la troviamo nella favola di Amore e Psiche, inserita da Apuleio nel suo romanzo Le metamorfosi, quando così si rivolge alla nuora: “ Finalmente … ti sei degnata di venire a salutare tua suocera!… Ma sta’ tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te!”.

socrus-suocera-ii-parteIl narratore a questo punto ci informa che Venere, non essendosi limitata all’invettiva verbale, abbia affidato la povera Psiche a due ancelle perché la torturassero.

Per avere un’idea dell’odio verso la nuora, bisogna conoscere l’antefatto e trovarvi Psiche, la più bella delle tre figlie di un re e una regina, che veniva adorata come un’altra Venere. La vera dea, sdegnata fuori misura per questa usurpazione estetico-religiosa, chiese al figlio Cupido di fare innamorare Psiche dell’ultimo degli uomini così da vendicarsi dell’insolenza, ma non aveva considerato che proprio Cupido si sarebbe, invece, innamorato della fanciulla e che l’avrebbe sposata.

Con l’aiuto di Zefiro, Psiche venne condotta nel palazzo di Cupido dove ogni notte incontrava il suo sposo invisibile che lei non conosceva: infatti, non l’aveva mai visto e non avrebbe dovuto vederlo mai, questa era la condizione della felicità posta dallo sconosciuto consorte. Un giorno le sorelle di Psiche, giunte al palazzo e invidiose della sua felicità, la convinsero a scoprire il volto del suo amato e così Psiche, con una lampada a olio in mano raggiunse il suo sposo misterioso che dormiva. Non appena lo vide, se ne innamorò perdutamente e, mentre stava per baciarlo, una goccia d’olio cadde sulla spalla di Cupido ustionandolo. Il dio si svegliò e, sentendosi tradito, fuggì via, lasciando Psiche da sola che iniziò a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo. Venere, non appena seppe dell’accaduto, fece di tutto per riversare la sua ira contro Psiche che, trovata dalla dea, fu costretta a superare una serie di prove prima di potersi riunire a Cupido e ricevere da Giove il dono dell’immortalità.

Delle quattro prove con cui la divina suocera, in un crescendo di difficoltà, vuole mettere sempre più a rischio la vita della fanciulla, l’attenzione di chi legge si sofferma in modo particolare sulla prima che, se anche appare la meno pericolosa, è chiara testimonianza di subdola cattiveria che il tono quasi amichevole con cui è mascherata rende più odiosa.

Si legge nel testo che, dopo essersi fatta portare chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci lenticchie e fave, li mescolò e poi così si rivolse a Psiche: ” …Voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima di sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito”.

La compassione di una formica, che con le altre compagne svolge il lavoro richiesto dalla dea, aiuta Psiche a completare il lavoro e quindi le fa superare la prova.

Questa situazione fa pensare a un’altra richiesta muliebre di uguale cattiveria che circa sedici secoli dopo appare nelle pagine in cui i fratelli Grimm raccontano una delle fiabe più note: Cenerentola.

Alla richiesta da parte della fanciulla di poter partecipare al ballo del principe così risponde la matrigna : “ Ti ho versato nella cenere un piatto di lenticchie; se in due ore le sceglierai tutte, andrai anche tu”.

Anche in questo caso l’intervento di animali compassionevoli, come colombe, tortore e uccellini permette alla malcapitata di superare la prima impossibile prova che però non basta a placare la cattiveria della matrigna la quale raddoppia la difficoltà in quella successiva. Così del resto fa anche Venere, avanzando richieste sempre più difficili che la povera Psiche riuscirà a superare con l’aiuto di piante, animali o cose parlanti.

Nella seconda prova Venere vuole la lana preziosa delle pecore che pascolano nel bosco al di là di un fiume e nella terza prova ordina a Psiche di raccogliere in un’ampolla di cristallo levigato l’acqua della sorgente che si trova sulla cima a strapiombo di un altissimo monte. L’ultima prova si presenta non solo come la più pericolosa, ma anche la più complessa narrativamente: offre, infatti, una dettagliata descrizione del regno dei morti, anticipando personaggi e situazioni che ritroveremo nell’oltretomba dantesco, e mostra anche vari elementi simbolici che aiutano a dare un’interpretazione più profonda dei personaggi e delle loro dinamiche che in una semplice ma efficace sintesi suggerisce questa verità: senza i giusti alleati non si supera la prova della suocera.

In questa prova finale Venere, dopo aver dato a Psiche una scatola, le ordina di scendere fino agli Inferi e di consegnare a Proserpina il cofanetto pregandola di riporvi un po’ della sua bellezza con cui rendersi presentabile prima di andare alla rappresentazione teatrale degli dei.

Psiche, consapevole dell’impossibilità di riuscire nell’impresa, vuole uccidersi; sale su una torre e, mentre sta per gettarsi, la torre le parla e la dissuade dal compiere il gesto. Poi le dà consigli precisi per superare la prova, insistendo sulla necessità di non aprire la scatola per vedere ciò che contiene.

Docilmente la povera fanciulla fa ciò che la torre le raccomanda e porta tutto a compimento, ma, quando ha in mano la scatola è vinta dalla curiosità e la apre. La scatola è vuota, non contiene la bellezza immaginata da Psiche ma solo un sonno che, impadronendosi della fanciulla, la fa cadere immobile sul sentiero che stava percorrendo.

Venere, però, se immaginava che per la sua curiosità Psiche, vinta dal sonno, non avrebbe superato la prova, di certo non aveva previsto il non sopito amore di Cupido per la fanciulla.

Il giovane dio, guarito dalla ferita e volato via dalla finestra, si accorge di Psiche caduta inerme prima di lasciare il regno dei morti. Senza perder tempo, la sveglia, ripone il sonno nella scatola invitandola a completare l’ultima prova.

A questo punto, stanco della cattiveria che la madre aveva mostrato verso Psiche, chiede l’intervento di Giove che convoca l’assemblea degli dei per riconoscere valido il matrimonio dei due giovani. Per poterlo renderlo effettivo, come avviene tra pari e rassicurare così Venere, Giove manda Mercurio a prendere Psiche per portarla in cielo di fronte agli dei e, dopo averle fatto bere l’ambrosia, la rende immortale, sancendo così eterne le sue nozze con Cupido.

Venere in tutto lo svolgersi di questi ultimi avvenimenti appare silenziosa: dalla richiesta dell’ultima prova, infatti, non sembra più aver proferito parole contro Psiche e anche di fronte alle pretese nuziali di Cupido non la sentiamo replicare.

Alla fine viene da pensare che, visto anche Giove in persona offre la sua protezione alla giovane Psiche, la suocera-dea non può che rassegnarsi e prendere parte al banchetto nuziale, ma senza rinunciare al suo ruolo da vera diva.

Così, infatti, si legge: “Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella stessa aveva predisposto”.

Socrus, ovvero la suocera

Tra i ricordi scolastici un posto ben saldo, anche a dispetto dei tanti decenni che sono passati, è occupato dalla coppia Plauto-Terenzio, i commediografi latini più conosciuti del periodo arcaico e sempre citati insieme, anche se diversi per intenti artistici.

Mi sembra di sentire le spiegazioni della mia prof. che cercava di far capire a una classe di studenti anni luce lontani da quel mondo di antiche lettere la differenza fra i due scrittori e, prestando nuove parole a quei ricordi lontani ma vivi, i due autori riemergono dal loro universo letterario in cui hanno avuto la pazienza di aspettare. Di una comicità plateale Plauto che scriveva palliate, le commedie latine “dell’astuzia e della fortuna” ricche di colpi di scena, di agnizioni finali e vivacizzate anche da battute e immagini del linguaggio militaresco, visto che erano destinate a un pubblico di soldati o ex soldati della seconda guerra cartaginese; più riflessivo Terenzio, invece, che al teatro comico plautino ne sostituisce uno più impegnato e che vuole sottrarre i personaggi alla tipizzazione e renderli più veri.

contrari-litterandoTra le fabule che si offrono a questa meditazione, un posto occupa l’Hecyra, la suocera, che è quella in cui l’autore vuole dimostrare che non tutte le suocere sono poi così cattive, cercando di sfatare l’immagine non proprio amorevole che anche il mondo antico aveva istituzionalizzato. Il riscatto delle suocere è affidato da Terenzio allora a Sostrata, moglie di Lachete e madre di Panfilo che, dopo il matrimonio del figlio, era andata ad abitare con i due sposi perché preferiva la vita in città a quella in campagna che le avrebbe potuto offrire il marito. Obbligato per motivi d’eredità a partire per un’altra città, Panfilo lascia la madre e la moglie Filumena da sole. In un primo tempo le due donne vanno d’accordo, ma poi inspiegabilmente Filumena cambia atteggiamento nei confronti di Sostrata e, fingendo di essere stata chiamata dalla madre per un serio motivo, lascia la casa coniugale senza più ritornarvi.

Il suo atteggiamento remissivo e mite Sostrata lo mostra quando, dopo aver ripetutamente e inutilmente mandato a chiamare Filumena, decide lei stessa di andare a trovarla e, nonostante non venga ricevuta, non se ne lamenta. Deve tra l’altro sopportare anche i rimproveri del marito che, ritornato dalla campagna per affrontare la delicata situazione con il padre di Filumena e ritenendo la moglie, come per legge universale, responsabile del contrasto con la nuora, le si rivolge così: “ E così, di comune accordo, tutte le suocere odiano profondamente le nuore”.

Lei stessa, confusa per quello che è accaduto, vorrebbe sapere che cosa abbia spinto Filumena a scappare, non ne sa il motivo e si ostina a esclamare: “Povera me, che non ho la più pallida idea di quello di cui mi si accusa! …In futuro scoprirai di avermi accusata ingiustamente, lo so”. Il giudizio del marito contro di lei, però, è senza appello come appare dalle parole non prive di misoginia che le rivolge: “È il tuo brutto carattere la sua malattia, nient’altro, ne sono convinto; e come potrebbe essere altrimenti? Non ce n’è una di voi che non desideri che il proprio figlio prenda moglie, siete voi a trovare il partito che vi va a genio, ma come su vostra istigazione l’hanno presa, così su vostra istigazione la rimandano indietro”.

La situazione appare sempre più complicata quando Fidippo, il padre di Filumena, riferisce l’ostinazione della figlia a non volere tornare nella casa con Sostrata in assenza di Panfilo, ma ribadisce l’amicizia che lo lega a Lachete con cui, per esigenze sceniche, si reca al foro lasciando sola Sostrata che, in un accorato monologo, cerca così di discolparsi e di smentire l’immagine negativa che della suocera si è imposta universalmente: “ …Ma gli dei mi siano testimoni: rispetto all’accusa di mio marito sono innocente! Discolparsi, però, non è così facile, visto che hanno fatto di tutto per far credere che tutte le suocere sono malvagie; in verità non lo possono dire di me, visto che ho sempre trattato mia nuora come se fosse mia figlia…”.

Ritorna Panfilo e viene avvisato del contrasto tra la moglie e la madre. Intanto l’intreccio della fabula si complica ulteriormente e si dipana poi con colpi di scena che si ritiene più giusto non svelare qui, ma va detto che Panfilo, deluso poi per avere scoperto qual era la ragione che ha allontanato da casa Filumena, prende una decisione che sicuramente turberà la muliebre sensibilità di tutti i tempi: sceglie di vivere con la madre invece che con la moglie.

Sostrata, però, mostrando una maturità vicina a più moderni tempi, preferisce lasciare liberi i due giovani e ritirarsi in campagna insieme a Lachete e con amorevoli parole così si rivolge al figlio: “So bene, figlio mio, che tua moglie se ne sia andata a causa del mio caratteraccio, sebbene tu ti sforzi di non darlo a vedere; ma gli dei mi assistano e possa avere da te quello che più desidero, se è vero che non le feci mai nulla per cui dovessi meritare il suo odio. Se già prima ero sicura del tuo amore per me, adesso me ne hai dato la prova: poco fa, infatti, tuo padre mi ha raccontato come tu abbia dimostrato di preferire me a tua moglie. Ora sono decisa a ricambiare il tuo affetto per farti vedere che non ami un’ingrata… Ho preso la decisione di andarmene a vivere in campagna con tuo padre, in modo che la mia presenza non dia noia e non ci sia alcuna ragione che impedisca alla tua Filumena di ritornare da te … “.

Consapevole della necessità che i due giovani debbano da soli recuperare un equilibrio che inspiegabilmente ai suoi occhi era stato interrotto del quale lei ingiustamente era stata ritenuta responsabile e, temendo che l’ostilità della nuora possa alimentarsi della sua presenza, preferisce uscire di scena anche a costo di andare a vivere in campagna, luogo da lei non amato.

Con la rara virtù della delicata discrezione di cui è capace sa dire: È tempo che io mi metta da parte”.

(continua…)

 

“gli esami non finiscono mai”

scansione-2<Lo sai che tracce hanno dato alla maturità?> chiese la ormai familiare #mamma con velleità didattico-letterarie, appena rientrata.

Non appena la figlia webconnessa iniziò a elencare le vare tracce relative a robotica e lavoro, miracolo economico e… la interruppe precisando che per lei la vera prova di italiano era quella che una volta era di letteratura e che adesso si presenta come analisi del testo.

<L’analisi del testo riguarda una poesia di Caproni tratta dalla raccolta Res amissa>   l’accontentò senza scomporsi la figlia dall’agile pensiero.

In quel momento Caproni e la sua raccolta furono degni compagni del Carneade di manzoniana memoria che da diversi secoli inutilmente si aggira, senza trovarvi la giusta collocazione, nella sbiadita memoria del povero don Abbondio.

A dover essere sinceri, l’eco di Caproni tra i poeti del Novecento la #mamma filoletteraria la risentiva, ma inquadrare la raccolta, collocarvi la poesia e sintetizzare la poetica di Caproni non fu mnemonico passaggio immediato.

Allora, quasi per giustificare la nebulosa reminiscenza novecentesca, la letteraturewoman inveì contro il Ministero che si ostina a scegliere autori che non si riesce mai a inserire nel programma quasi divertendosi a mettere in difficoltà i poveri ragazzi che…

<Ma non è così difficile> la placò la figlia e iniziò a leggere vari punti da sviluppare come la traccia richiedeva.

Quando la didascalica mater osservò sull’Ipad la pagina Web con l’immagine della prova preparata dal Miur ebbe un nostalgico sussulto e, dimenticando i non pochi anni che la separavano dalla sua prova di maturità, immaginò di dover svolgere l’analisi testuale richiesta che poteva essere svolta seguendo le indicazioni ministeriali date.

Scoprì che il titolo della lirica era Versicoli quasi ecologici e poi lesse con attenzione il testo per poter passare così all’analisi richiesta secondo i vari punti guida.

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

La lirica sembra nascere dal bisogno prepotente del poeta di sottrarre la natura alla distruzione che l’uomo vi continua a portare per poi approdare alla convinzione paradossale che non c’è possibilità di salvezza per l’uomo al di fuori della natura, mentre la natura può sperare di recuperare la sua bellezza soltanto lontano dall’uomo. Questi due momenti della lirica sono anche caratterizzati dalla prevalenza di modi verbali differenti.

Nella parte in cui il poeta vuole allontanare le minacce dell’uomo contro la natura troviamo il modo imperativo che così risuona nei versi poetici

Non uccidete il mare,

Non soffocate il lamento

e lo ritroviamo anche nella condanna sociale di riconoscimenti istituzionalizzati che premiano chi per un suo guadagno materiale viola l’equilibrio della natura.

Qui la perentorietà del modo imperativo trova una maggiore tensione nella frattura dell’enjambement:

… non fatelo cavaliere

del lavoro.

Il modo indicativo prevale nella seconda parte che è quella in cui il poeta confida l’amara consapevolezza che l’uomo, non sapendo più rispettare il filo d’erba né l’acqua fonte di vita,   non è capace di amare se stesso: infatti egli fuori da questa “ bella d’erbe famiglia e d’animali” è destinato a morire.

La certezza ideologica che è proprio l’amore, la “res amissa” cui allude il poeta e che viene tradotta con una precisa scelta lessicale, acquista una maggiore forza con la sfumatura del modo condizionale che sembra solo apparentemente alleggerirne la perentorietà, ma in realtà esprime il desiderio di una rinascita estetica ed estatica della natura a patto che se ne verifichi  necessariamente un’altra.

Come
 potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

A leggerli bene questi versi sembrano dire che l’uomo potrà restituire una possibilità di salvezza alla natura che egli ha reso un “ paese guasto ” soltanto a condizione che egli

se ne allontani e questa speranza di salvezza incompiuta ma non impossibile è racchiusa in quell’azione del sospirare in cui viene fissata dal poeta l’immagine di chi resta,

figura indefinita, ma parte integrata di una una natura che senza l’uomo, però, si è tentati a immaginare come un luogo deserto.

Questo in sintesi appare il messaggio della lirica che è affidato a scelte lessicali che ne confermano l’esiguità del respiro poetico. Versi brevi che vanno dai senari usati in prevalenza, ai decasillabi, frammentati da diversi enjambement e collegati da un gioco di alcune rime autentiche (2° verso vento/3° lamento; 4° lamantino/pino; 13° foresta /14° resta), una al mezzo ( vasto/ guasto tra il penultimo e l’ultimo verso), da una piena assonanza negli ultimi due versi (bella/ terra ) e da un accenno di consonanza lamento/ lamanti (no) tra il 3° e il 4° verso), mentre nell’ultima parte la linea fonetica dei versi sembra guidata dall’allitterazione della s che sicuramente avrà un suo significato fonosimbolico che in questo momento sfugge alla conoscenza di chi scrive.

Questa sarebbe stata l’analisi testuale di una lirica che non sarà mai poesia, come probabilmente lo stesso autore temeva o sapeva: la definizione, infatti, di versicoli data ai suoi versi che rimanda a una forma alternativa del suffisso – ucolo con cui si rende la sfumatura di dispregiativo del nome alterato, sembra confermarlo.

 

giuri e spergiuri

orbodilucchi_stesicoro

Chi ha avuto la ventura di leggere tra i libri di Andrea Camilleri anche Il birraio di Preston avrà notato che Gegè Bufalino, uno dei personaggi del romanzo, per dare credibilità alla notizia dell’incendio che stava annunziando giura dicendo “Orbu di l’occhi!” che vuol dire “Possa essere privo della vista!”.

Questa non è un’espressione dialettale da attribuire alla fecondissima fantasia del maestro, ma si tratta di una vera e rituale formula siciliana di giuramento e, considerando l’eco che ha anche negli altri dialetti meridionali, si può ben immaginare diffusa nei territori della Magna Grecia. Nel Salento, infatti, la formula oscilla tra l’augurio della cecità di un solo occhio, invocata con la frase “ Orbu de nn’occhiu!”, e quella, invece, di tutti e due affidata alle parole “Orbu de tutti ddoi l’occhi”, probabilmente per conferire maggiore solennità al giuramento e alla verità di cui ci si sta rendendo garanti. In ogni caso è una formula solenne, accompagnata   anche dal particolare gesto di coprirsi gli occhi con la mano, che pone come prova della verità che si sta assicurando l’augurio di divenire cieco in caso di menzogna.

Il motivo di questo minaccioso e fatale augurio è da cercare ancora una volta nel mito greco di cui le pagine di letteratura diventano intrepreti nel momento in cui ci raccontano un aspetto leggendario della vita del poeta Stesicoro.

Nato nel 620 a. C. a Matauro, l’odierna Gioia Tauro, o a Imera in Sicilia, morì nel 550 a.C. e venne sepolto a Catania, che gli ha dedicato una famosa piazza e gli ha eretto un busto nella non meno conosciuta Villa Bellini.

Forse il suo vero nome era Tisia e fu chiamato Stesicoro, che significa “ordinatore di cori”, per la sua attività poetica. Incluso tra i lirici corali, infatti, gli venne attribuita la sistemazione metrica della poesia corale e venne descritto come citarodo, ossia un poeta che si accompagnava con la cetra mentre recitava le sue composizioni.

La leggenda che avvolge le vicende del poeta catanese d’adozione ci dice che per avere scritto qualcosa di poco gradito agli dei egli divenne cieco, ma che successivamente riacquistò la vista.

L’opera incriminata era un carme su Elena, la bellissima moglie di Menelao che, per seguire Paride, figlio del re di Troia Priamo, aveva lasciato nella sua reggia di Micene il marito e la figlia Ermione. Nelle sue parole il poeta la raffigurava come donna funesta e perversa, probabilmente avendo come modello l’Elena del III libro dell’Iliade in cui lei, per quanto bella, prima è definita dagli anziani di Ilio rovina dei Troiani e poi si autodefinisce “faccia di cagna”.

L’errore fatale di Stesicoro fu quello di fermarsi all’Omero dell’Iliade sottovalutando l’importanza dell’altro aspetto che della bella Elena il poeta di Chio aveva cantato.

Se nei versi dell’Iliade Omero era stato abbastanza severo con Elena, già nell’Odissea aveva riscattato la moglie di Menelao presentandola nel libro IV al verso145 nella reggia di Micene accanto al marito. Qui la bella e devota Elena accogliendo Telemaco, il figlio di Ulisse che cercava notizie del padre, appare consapevole della sua colpa che ha causato la guerra tra Greci e Troiani ma ne prende le distanze e, grazie alle parole che Omero le suggerisce, ammette di essere stata vittima della “follia di Afrodite“ che l’aveva spinta ad abbandonare la figlia, la casa nuziale e il marito “a nessuno inferiore per il senno e l’aspetto”.

Questa novella figura di Elena regina del focolare tutta reggia e marito era sfuggita all’attenzione di Stesicoro che, non difettando da buon meridionale qual era delle capacità di invettive specie nei confronti delle donne poco morigerate, aveva sicuramente fatto vibrare contro Elena le sicule corde poetiche con una musicalità di ben acuta modulazione.

Ecco, però, dopo qualche accordo della sua cetra apparire i fratelli di Elena: i Dioscuri, ossia Castore e Polluce, i due gemelli che una delle tante fonti mitologiche riconosce come figli Zeus, cioè Diòs kûroi.

Costoro, invece di ammettere che in fondo la loro cara germana avesse dato esempio di eccessiva levità muliebre, probabilmente anche a causa di principi più relativi alla genetica che all’etica, visto che tra le fonti si legge che Leda, la loro madre, nella stessa notte si sarebbe unita con Zeus e con il marito Tìndaro, preferirono punire il povero cantore condannandolo alla cecità.

Perché avessero punito solo lui e non gli altri poeti che come Alceo e Saffo che non elogiarono il comportamento della sorella questo non si saprà mai.

Ciò che si sa è la ritrattazione attraverso forse più di una Palinodia che del racconto su Elena fece poi Stesicoro: non potendo rinnegare i versi da lui composti, ma volendo negare la colpa attribuita a Elena, trovò un escamotage degno della sua arte e segno di alta fantasia.

Inventò l’immagine del fantasma di Elena per affermare che non lei in persona fosse andata a Troia al seguito di Paride, ma solo il suo fantasma, l’eidolon, assicurando che la fedele moglie di Menelao fosse rimasta addirittura a Sparta nella sua casa nuziale.

La ritrattazione, oltre a regalare a Stesicoro una non piccola anche se postuma soddisfazione letteraria ispirando Euripide per la sua tragedia Elena, gli restituì la vista, ricompensa immediata per avere detto la verità su Elena.

Se la ritrattazione spontanea che Omero nell’Odissea fece di Elena gli avesse garantito l’impunità non lo sapremo mai: forse nel tempo intercorso tra un atteggiamento e l’altro verso la bella Elena si può immaginare che ci sia stata la stessa punizione che toccò a Stesicoro, passata inosservata, però, visto che per un intervento anticipato del Fato il nostro poeta era già cieco.

Adesso che è più chiaro il motivo per cui si dice “orbu di l’occhi!” è doveroso un ammonimento a coloro che solo per un’inveterata abitudine ripetono con poca serietà la suddetta formula, mostrando di non temere affatto la divina punizione se si spergiura.

-Dati accura(state attenti) !

Non si sa mai

 

 

 

il cassetto dimenticato di vito finocchiaro

Avere anche bisogno di uno spazio in cui nascondere qualcosa di personale, di intimamente e gelosamente personale è verità indiscussa. Spesso si tratta di pagine che docili accolgono ricordi veri o storie inventate, fantasie teatrali o letterarie, scritte senza pretese in un momento di complicità con se stessi e lasciate al riparo da occhi e da commenti estranei. Se adesso ci si serve di un semplice file in cui fermare parole, immagini, impressioni o storie che rimangono sempre a portata del proprio sguardo e della propria attenzione, un tempo questo spazio privato era un piccolo, ma concreto e materiale cassetto che bastava chiudere a chiave per custodirne il contenuto che spesso restava seppellito in un indolente oblio.

Scansione 1Uno di questi cassetti ha custodito alcuni racconti di Vito Finocchiaro, giornalista siciliano e potremmo dire anche scrittore malgrado il suo scetticismo. Si tratta di undici racconti, scritti fra i diciotto e ventisei anni, dalla fine cioè degli anni ’40 e gli inizi dei ‘50, unici superstiti di una più ampia produzione narrativa decimata non solo durante ben due traslochi, momenti particolari della vita di ognuno in cui, per non essere sommersi dall’inopinata quantità di cose accumulatesi negli anni, si è costretti a liberarsi di tutto ciò che è ritenuto inutile, ma anche per una “razionale furia di distruzione” che spinge l’autore a disfarsi dei racconti conservati perché ritenuti “inutili, puerili, scritti male”.

Per fortuna i nostri undici racconti, dimenticati nel cassetto, non solo rimangono indenni alla “smania distruggitrice”, ma riescono anche a trovare una loro pubblicazione. La loro genesi editoriale è casuale e inaspettata, come ci ricorda l’autore. Avendo per caso accennato all’amico ed editore Mario Grasso di alcune occasioni in cui aveva incontrato lo scrittore Ercole Patti, gli offre senza volerlo una ghiotta occasione editoriale: l’editore gli chiede, infatti, di scrivere qualche curiosità sul Patti privato e, letto il lavoro richiesto, non ha bisogno di tanto tempo per capire che Vito Finocchiaro ha una “dimestichezza con la narrativa”. Dopo aver spinto il nostro autore a “disseppellire” qualche lavoro, Mario Grasso gli propone di tirar fuori tutti i racconti scritti e pubblicarli. L’autore accetta, “perché indiscutibilmente non esiste un uomo che sia fatto di legno e che, se a posto con la normalità, non nutra un tantino di legittima ambizione” e così nel 1984 i suoi racconti sono pubblicati su Lunarionuovo con il titolo “I Racconti Verdi”.

Il valore attribuito dall’autore a questi racconti è racchiuso nell’interpretazione che egli stesso dà dell’aggettivo verdi che dalla connotazione cromatica passa all’accezione di “ acerbi”, cioè non ancora maturi, sottolineando il carattere di estemporaneità che egli riconosce alle sue prove di scrittura senza nutrire la consapevolezza del suo talento istintivo e naturale. L’arte, però, non è solo istinto, ma anche disciplina che ha bisogno di tempo per trovare una sua maturazione e di quotidianità per diventare specchio continuo del proprio divenire attraverso il gioco e intreccio di parole. Dopo il 1952 per Vito Finocchiaro inizia un periodo di responsabilità, non solo per il suo matrimonio, ma soprattutto per il declino della fortuna imprenditoriale del padre che gli impone il dovere della concretezza professionale ed economica, mentre scrivere racconti era un vagare in un mondo astratto, per quanto attingesse alla vita.

Così restano solo gli undici Racconti Verdi a parlarci di Vito Finocchiaro giovane scrittore che, ci affida non solo la “testimonianza d’un periodo storico ed il senso di recupero di una cultura, ormai quasi del tutto scomparsa”, ma soprattutto il suo legame senza tempo con la Sicilia che, a leggere tutti i racconti, si sente subito aleggiare in ogni pagina. Se ne sentono, allora, i profumi e i sapori, le contraddizioni e le immutabili verità; se ne tocca con mano l’atavica povertà e la ricchezza, l’indolenza e la forza, la tristezza e l’ironia.

Nelle parole di Vito Finocchiaro attraverso una scrittura che privilegia la semplicità vi si riconoscono le voci degli scrittori che la Sicilia ha generato e che di Sicilia hanno parlato. E non solo.

Nella torrida atmosfera del primo racconto Calura che s’impone all’attenzione del lettore per il ritmo della narrazione e per la ricca e aggettivazione dove proprio la “ calura” traduce la violenza sensuale del protagonista si sente un’eco di Ercole Patti. Più vicino al Verga di Vita dei campi sembra il racconto Turi il cornuto, dove il protagonista un tempo uomo forte e vigoroso, viene presentato in un realismo di particolari come un vecchio senza tempo e senza dignità e che nell’impeto della folle e cieca gelosia sembra avvicinarsi al verghiano Jeli il pastore.

Nella solitudine e disperazione di Oreste, protagonista del racconto Oreste e i morti, che sta per perdere l’unico figliolo, ma è così povero che non può comprare il regalo “ dei morti” al figlio malato c’è un accento pirandelliano così come pirandelliano appare l’impiegatuccio del racconto Natura morta che, per sentirsi qualcuno, ha bisogno di inoltrarsi in un vicolo degradato dove, come negli ambienti di Zola, appare un’umanità diseredata che ha anche il volto di donne senza più orgoglio e bellezza femminile la cui disumanità varca i confini geografici e diventa universale.

La scrittura di Vito Finocchiaro ha soprattutto una voce sua quando ripercorre e racconta l’esperienza della guerra descrivendo gli improvvisi sfollamenti notturni, come nel racconto Quel giorno d’Agosto del 1943 o i bombardamenti ne La lunga notte di Santa Venera , esempi della   Storia che diventa storia locale e precisamente di Acireale, la sua città. È, però, attraverso l’ironia che la voce dell’autore si fa sentire meglio: a volte comica altre amara, è sempre una misura con cui ridimensionare situazioni e personaggi altrimenti troppo drammatici o inverosimili.

Nel racconto La “cosa“ di papà attraverso una comica caratterizzazione del padre, che assumendo nella fantasia di chi legge la faccia dell’attore Saro Urzì lo si immagina imbarazzato mentre non sa come affrontare con il figlio universitario maschili discorsi da adulti, l’autore offre ironicamente il ritratto classico del padre siciliano che non ha superato certi tabù; mentre ne La vecchia gloria, ilare cronaca di storia calcistica locale, l’ironica narrazione del triangolo amoroso che si amplia in un quartetto fa pensare ai pirandelliani Il turno o Tutti e tre.

L’ironia non impedisce all’autore di saper guardare anche con occhi benevoli che sanno vedere il bene anche nel male e riscoprire l’antica umanità perduta in uomini e donne che la vita ha reso “qualcosa e non qualcuno”. La voce narrante di Vito Finocchiaro allora sa anche riabilitare l’odalisca, protagonista dell’omonimo racconto, che proprio esercitando il vecchio e non proprio nobile mestiere, incontra il vero amore da cui si lascia salvare.

La forza dell’amore di una donna è ancora il filo conduttore del racconto Cronaca in cui dalle parole che Clara rivolge al marito, cui è apparsa in sogno per spiegargli il motivo per cui si è uccisa, si sente la forza dell’amore di donna che si baratta per dare vita al marito malato. Qui l’autore, riuscendo a cogliere la gradazione di un amore femminile, sembra rivelare a chi non l’ha conosciuto una delicatezza d’animo e una gentilezza d’altri tempi cui si è portati con assiomatica certezza ad affiancare un’intelligenza brillante e una profonda cultura che si riesce a cogliere da impercettibili e leggere sfumature lessicali o espressive e da costruzioni sintattiche o descrittive e soprattutto dall’ironia del suo narrare.

L’autoironia con cui nella premessa ai racconti Vito Finocchiaro definisce la sua esperienza narrativa ci fa capire quanto, purtroppo, egli fosse modesto per ritenersi scrittore, motivo per cui nascose i suoi racconti in fondo a un cassetto dimenticato per anni. Per fortuna dopo anni di oblio quel cassetto venne aperto.

 

Attenti al Minotauro! (breve guida pratica di sopravvivenza)

I Greci, si sa, hanno scoperto tutto e spesso preferivano raccontare le verità intuite e non dimostrate con i miti, irrazionali narrazioni poetiche, in cui poteva essere creduto possibile ciò che possibile non è.
Che i loro personaggi, eroi o mostri che siano, però dalle pagine d’antiche fole sarebbero passati a popolare rigorosi testi di più scientifiche indagini umane, questo non lo avrebbero mai sospettato.
Di certo Sofocle non avrebbe immaginato che il suo Edipo sarebbe diventato il simbolo di un delicato e spesso insolubile complesso affettivo e neanche Ovidio avrebbe creduto possibile che del suo Narciso non la bellezza sarebbe stata celebrata dai posteri, ma sarebbe stato preso in prestito il dolce nome per chiamare un ego che non sa dare amore.Scansione 2
Oltre a queste antiche figure che i Greci hanno prestato alla scienza c’è anche il Minotauro, l’orrendo mostro dal corpo umano e la testa di toro, che si ciba solo di carne umana evocando una persona insaziabile della vita altrui e non necessariamente identificabile esclusivamente nello junghiano “archetipo dell’immagine materna divorante” .
Per saperne di più bisogna andare allora nella Grecia incantata dai miti e sentirne il racconto. Si narrava, infatti, che in tempi lontanissimi, risalenti al periodo della civiltà minoica (2700-1450 a.C.) quando sull’isola di Creta regnava Minosse, chiuso nel labirinto, costruito da Dedalo, vivesse il Minotauro, un essere mostruoso metà uomo e metà toro nella cui origine era entrata in causa l’ira di Poseidon.
Il dio del mare, infatti, un giorno aveva mandato a Minosse, come segno di benevolenza al suo regno, un toro bianco dallo splendido aspetto, pretendendone il sacrificio.
Il re, però, credendo di poter ingannare gli dei, al momento del sacrificio lo aveva sostituito con un altro, attirando così l’ira di Poseidon che fece nascere in Pasifae una folle passione per il toro bianco da cui fu generato il Minotauro che si cibava solo di carne umana.
Per questo motivo era necessario trovare vittime in un perpetuo quanto inutile sacrificio vista l’insaziabilità del mostro e, quando, per vendicare la morte del figlio Androgeo, ucciso dagli Ateniesi, Minosse conquistò Atene, impose il tributo, annuo secondo alcune fonti o novennale secondo altre, di mandare sette giovani e sette fanciulle in pasto al Minotauro.
Per porre fine a questo supplizio rituale, Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, decise di prender parte alla spedizione alla volta di Creta pronto a uccidere il mostro.
Come re, Egeo riebbe la speranza di libertà che si addice a un sovrano, mentre come padre ebbe la paura di perder il figlio e per questo, al momento di salutarlo, tra le lacrime gli chiese di alzare le vele bianche della sua nave se il ritorno fosse stato da vincitore: se fossero rimaste le vele nere, dal colore avrebbe capito ciò che non avrebbe potuto e voluto sentire.
Giunto a Creta, Teseo doveva pur trovare il modo di riuscire nell’impresa e, per quanto vantasse un ricco curriculum degno di un eroe annoverando, infatti, una caccia al cinghiale caledonio, una guerra contro le Amazzoni, una lotta contro i Centauri e i Lapiti, l’uccisione del toro di Maratona e anche la conquista del Vello d’oro, tuttavia voleva essere più sagace che coraggioso. Per non buttarsi d’impeto contro il mostro nei meandri del labirinto senza possibilità di uscirne era necessario chiedere e trovare aiuto e questo ebbe il nome e il volto di Arianna, la figlia del nemico Minosse, che, innamoratasi dell’eroe si lasciò lusingare dalla promessa di essere fatta sua sposa e non rifiutò di soccorrerlo, anzi. Si recò subito da Dedalo che consigliò di legare all’ingresso del labirinto il filo di un gomitolo da dipanare man mano che Teseo vi s’inoltrasse così da poter ritrovare la via d’uscita. Giunto il momento di sacrificarsi al Minotauro, Teseo entrò nel labirinto, affrontò il mostro e lo uccise ponendo fine alla cruenta sottomissione ateniese. Poi, grazie al filo di Arianna, riuscì a trovare l’uscita e, come aveva promesso, prese con sé l’eroina per sposarla e ritornare insieme ad Atene. L’approdo all’isola di Nasso, però, cambiò i nuziali piani: al risveglio, infatti, Arianna non trovò Teseo che aveva pensato bene di ripartire da solo verso Atene, abbandonandola in Nasso o meglio come si sarebbe poi detto “piantandola in (N)asso”. A spiegarne le ragioni, cercando bene tra le fonti, concorrono diverse tesi: la paura di creare scandalo facendo ritorno con la figlia del nemico come promessa sposa, da una parte; l’ordine avuto in sogno da Dioniso di lasciare a lui il privilegio di amare la fanciulla, dall’altra.
In ogni caso non sembra che l’eroe avesse avuto il minimo rimorso a lasciare Arianna cui, se non per amore, almeno per gratitudine avrebbe dovuto dare qualche spiegazione. Teseo era così: per quanto eroe era un uomo …a distanza di sicurezza e non si faceva coinvolgere tanto nelle altrui situazioni o emozioni. Per questo, durante il suo viaggio di ritorno da Creta, senza ripensare tanto alle parole del padre piangente, dimenticò di issare le bianche vele in segno di vittoria, lasciando che con quelle nere Egeo interpretasse il ritorno del figlio non come avrebbe dovuto. Si uccise, lanciandosi cadere dalla rupe su cui spiava il ritorno di Teseo, sparendo nel mare che da lui prese il nome, senza potersi rallegrare della vittoria contro il Minotauro.
Se è vero che il mito non è solo racconto di fatti ma diviene simbolo di altre verità sottese, allora appare facile interpretare il Minotauro come una sottomissione a un tributo perpetuo verso un mostro invisibile fuori di noi, ma spesso proprio in noi, che si ciba della nostra energia vitale di cui è necessario liberarsi onde evitare il rituale e perpetuo quanto vano sacrificio perché il Minotauro, come è stato detto, non si sazia mai.
Per vincerlo bisognerebbe essere come Teseo che non vuole fare mostra a tutti i costi d’immane sacrificio, ma sa sfruttare insieme alle sue abilità o capacità, anche le risorse intorno a lui. Sa accettare aiuto, senza voler fare l’eroe: fondamentale, infatti, è l’intervento di Arianna che a sua volta chiede aiuto a Dedalo, il quale, in quanto ideatore del labirinto, di solito identificato con il percorso dell’anima verso l’equilibrio del sé, può rimandare alla necessità di una guida.
Bisognerebbe fare come Teseo che è concentrato su sé e non permette di essere ingoiato, anche a costo del sacrificio di altri da cui è amato come Arianna o Egeo.
Per sconfiggere il Minotauro sembrerebbe necessario allora essere semplicemente, un po’ s[***]uperficiali, anche se, in verità, l’aggettivo a cui si pensava era un altro che, però, con quello usato, oltre alla consonante iniziale, condivide anche l’idea di leggerezza che garantisce la capacità di stare sempre … a galla.

una mela al giorno

Nonostante il vecchio proverbio ci assicuri che “una mela al giorno toglie il medico di torno” può capitare che proprio dalla mela qualche fastidio lo si può avere. Forse degli effetti non sempre benefici della mela ne erano consapevoli i Latini che, nel chiamarla “mālum“ volevano suggerire a orecchie maldestre il significato non proprio terapeutico. Che la mela non abbia sempre portato fortuna agli uomini è storia, anzi preistoria, vecchia. I primi a provarlo sulla loro pelle furono proprio Adamo ed Eva che, non contenti di godere della spensierata e oziosa pace dell’Eden in cui avevano avuto la ventura di essere collocati, vollero assaggiarla per ricavarne il dono della Conoscenza del Bene e del Male da cui Il Creatore li aveva messi in guardia. E rimasero senza la Conoscenza e senza il paradiso, probabilmente rammaricati di non avere assaggiato qualche altro frutto magari più appetitoso. Apparentemente frutto semplice e frugale, la mela, però, ha un potere di seduzione che altri frutti ignorano. Fu, infatti, “malum discordiae”, il pomo della discordia, che, stando a quanto racconta il mito, Paride donò ad Afrodite riconoscendola nel confronto con Atena ed Era come la dea più bella e più generosa, visto che gli aveva promesso l’amore della bellissima Elena. Il fatto che Elena fosse moglie del greco Menelao, re di Sparta sembrava un particolare irrilevante nella fuga romantica verso la reggia di Ilio, dove Paride, principe troiano, volle condurla. Alla fine, però, non lo fu. I Greci, con Agamennone in testa, vollero vendicare l’affronto recato a Menelao e così per dieci anni i Troiani dovettero affrontarli per poi assistere inermi alla fine della loro città.

una mela al giornoDi questo potere seducente ne fu vittima anche Atalanta, la mitica eroina figlia di Iasio, re dell’Arcadia. Sebbene contraria al matrimonio per via di un oracolo che non le aveva disegnato un roseo futuro da sposa, predicendole secondo alcune fonti l’immediata trasformazione in animale, secondo altre la perdita delle sue abilità di cacciatrice, alla fine era stata costretta a cedere alle insistenze paterne di accettare una tranquilla sistemazione coniugale. Atalanta dettò le sue condizioni: avrebbe sposato solo il pretendente capace di superarla nella corsa, nel caso contrario avrebbe avuto lei stessa il piacere di ucciderlo ed eliminarlo dalla contesa. Le cose andarono bene per Atalanta fino a quando non fece il suo ingresso nel nuziale agone Melanione   e con lui, visto che nomen omen, anche la mela anzi le mele. Erano, infatti, tre le mele auree che Afrodite, chiamata in aiuto dal giovane innamorato, aveva colto nel Giardino delle Esperidi e che, vantando una ormai nota familiarità con i poteri di questo frutto, gli aveva consigliato di lanciare una alla volta durante la gara. Atalanta, infatti, incapace di resistervi, non poté fare meno di fermarsi per raccoglierle, interrompendo la sua corsa e pregiudicandone la vittoria.

Non sempre foriera di guai la mela, allora, dalle remote e arcaiche pagine del mito passa a quelle di leggende più storicamente verosimili dove, identificandosi prima in una prova da superare, diventa addirittura il pretesto per l’indipendenza politica di una comunità: quella elvetica. La leggenda medievale ci racconta che verso il 1300 d.C. Guglielmo Tell, l’eroe svizzero nazionale, non essendosi inchinato al “cappello imperiale”, simbolo del potere asburgico, fu costretto a superare una non facile prova: colpire una mela posta sul capo del figlioletto. Poiché, se avesse fallito, sarebbe stato condannato a morte insieme al figlio, Tell aveva portato un’altra freccia da scagliare contro Gessler, il rappresentante imperiale. Una volta scoperta la sua intenzione, si decretò la sua condanna alla prigione perpetua per raggiungere la quale, però, era necessario attraversare il lago di Lucerna. La provvida tempesta che si abbatté durante il tragitto, gli permise di fuggire e di poter uccidere Gessler come aveva pensato. E così se è vero che “poca favilla gran fiamma seconda” l’eco della sua impresa spinse la popolazione alla lotta per l’indipendenza. Ancora nella sua veste positiva la mela si fa strada nella storia, per l’esattezza nella scienza e la troviamo nella raffigurazione che la tradizione scolastica ci ha tramandato della newtoniana scoperta della forza di gravità. Il racconto, un tempo ritenuto solo uno scherzoso aneddoto, ma adesso rivalutato nella sua veridicità, ci dice che un giorno nel lontano 1666 lo scienziato, mentre riposava sotto un melo, fu colpito alla testa da una mela caduta dall’albero e, da vero Englishman, invece di arrabbiarsi, fu pronto a chiedersi perché il frutto fosse caduto verso il centro della Terra e non verso l’alto, anticipando così la sua teoria della forza gravitazionale. Dalla scienza la nostra mela non esita a entrare nella magia della fiaba riprendendo i nefasti poteri già mostrati. La troviamo in Biancaneve dei fratelli Grimm del 1812 nel suo accattivante aspetto e irresistibile promessa amatoria cui la protagonista non sa resistere. Con la certezza che riassumerne la trama sarebbe offensivo per i lettori, ci si limita a ricordare le illustrazioni di sempre che raffigurano la bella principessa nel momento in cui cade per terra con la mela morsicata che le rotola accanto. L’accostamento visivo a un noto logo che la tecnologia ci mette ogni giorno sotto gli occhi è immediato. La mela morsicata, “croce e delizia” dell’umano sapere è ormai il simbolo un mondo che non si finisce mai di esplorare e che ci dà l’accesso a infinite conoscenze con cui ci accontentiamo di compensare quella Conoscenza mai raggiunta e che apparve racchiusa in una piccola e semplice mela da cui ha avuto inizio il cammino dell’uomo.

 

 

litterando va a scuola

Nel frattempo che Litterando se ne è stato chiuso nel placido e imperturbato mondo letterario nel quale ha anche ripercorso il muliebre scolastico cammino professionale, la vera scuola, quella attuale quella politicamente controllata e ministerialmente guidata, è divenuta oggetto di interesse di un illuminato DDL, il n.1680, presentato in Senato dalla senatrice Fedeli e da altri lungimiranti colleghi in data ante diem quartum decimum Kalendas Decembres Anno Domini MMXIV e ancora in attesa di approvazione.

La prima immagine del senatorio consesso volto a redigere il testo di legge, bdestrutturazionealzata alla mente di Litterando, la cui deformazione letteraria è ampiamente conosciuta, non ha potuto che suggerire un immediato accostamento al noto Circolo degli Scipioni che, nel lontano II secolo a.C, diffondeva un nuovo ideale di humanitas in cui, con una armonica sintesi tra la cultura greca e quella romana, si celebravano… nobiltà ed eccellenza dell’ingegno, buon gusto, dignità dell’uomo, misura, filantropia., mitezza d’animo, senso della giustizia, in una parola “civiltà”.

Con questa rassicurante idea che la politica potesse preoccuparsi della civiltà, Litterando ha iniziato con interesse a cimentarsi nella lettura della Relazione con cui è stato accompagnato il testo del DDL.

Se, a prima vista, Litterando aveva avuto l’impressione che il suddetto testo mirasse alla soluzione di rapporti conflittuali anche violenti riportati dalla cronaca, a mano a mano, però, che s’inoltrava nei meandri lessicali esposti, notava che al posto di parlare di individui da riappacificare o da rispettare, i legislatori si riferivano a non ben chiare “relazioni di genere” e che l’obiettivo cui educare le “nuove generazioni“ era ora il rispetto della diversità, ora dell’identità di genere.

Quello che appariva chiaro era “riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola”, eco della perentoria richiesta europea rivolta al sistema scolastico di impegnarsi a favorire il superamento di scelte culturali o professionali tradizionalmente individuate come “maschili” o “femminili”, ridisegnando i programmi e rivedendo i testi didattici.

Litterando, allora, non riusciva ad allontanare un certo timore che forse il Gran Consiglio d’Europa con l’Italia ai piedi da lì a poco non avrebbe certamente gradito che si continuasse a presentare ai discenti da (ri)formare uno dei più noti passi del libro VI dell’Iliade di Omero la cui poesia ora, alla luce delle nuove direttive ideologiche, non poteva non apparire secondaria e trascurabile di fronte agli “stereotipi sessisti” che fin troppo impunemente si ostinava a perpetuare.

E nostalgicamente, prima che un nuovo indice ne autorizzasse la distruzione, provava timidamente a rileggerli.

Dopo che(Ettore) disse così, mise in braccio alla sposa

il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,

sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,

l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così.

“ Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!

… Su, torna a casa, e pensa all’opere tue,

telaio e fuso; e alle ancelle comanda

di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini

tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio”.

Lasciati gli amati versi e continuando il cammino di un’ insperata ormai comprensione del testo, Litterando vedeva che alla paura europea le italiche menti aggiungevano il non meno urgente richiamo alla “ decostruzione critica delle forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate”.

L’immediato salto letterario a Pirandello era stato quasi naturale per Litterando nella sua ingenua assimilazione del mondo reale alla letteratura e, senza molta fatica, era riuscito a trovare nel trattato “L’umorismo” le parole di conferma che così risuonavano.

“La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili…”

A superarle sembrava che stesse arrivando ora il senatorio imperativo con l’improrogabile suddetta “decostruzione”. Pensare al superamento del pessimismo pirandelliano per disegno di legge, però, dava l’idea di una situazione ancora più pirandelliana di quelle immaginate dallo scrittore che ben sapeva come l’uomo, per quanto ingannato dalla nascita che ne aveva ingabbiato la vita, “flusso continuo” in una forma immobile, non potesse poi farne a meno per vivere in relazione ad altri e amare.

È quello che Litterando ricordava di Adriano Meis, in cui inutilmente si illudeva di vivere il Mattia Pascal dell’omonimo romanzo pirandelliano, quando, senza un’identità riconosciutagli, non poteva né denunciare il furto subito, né sposare la donna di cui si era innamorato.

E io? Che potevo far io’… Ma niente, niente, niente! Io non potevo far niente! Ancora una volta, niente! Mi sentii atterrato, annichilito… Io mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza la possibilità di rientrarvi….

Senza forma, infatti, c’è una vita fluida, come ricordava Vitangelo Moscarda, altro pirandelliano personaggio, protagonista del romanzo Uno, nessuno e centomila, quando diceva di essere, con commovente umano distacco, ”…Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo”. Quello che è poetico nel mondo delle parole che è la letteratura può rivelarsi pericoloso nella realtà. Per questo Litterando, era rimasto confuso di fronte al concreto e perentorio richiamo di “decostruzione” che veniva rivolto al mondo scolastico, da sempre, invece, impegnato alla costruzione di percorsi didattici e formativi. Non meno amareggiato era stato poi dall’avere il dubbio che forse dietro la proposta di un’educazione di genere e non di individui potesse insinuarsi la tanto discussa teoria gender che già in qualche non sparuto caso aveva avuto modo di entrare nel mondo della scuola, dove giovani e bambini vivono il loro tempo di crescita, e, superba della sua nuova Forza, scardinarvi i familiari equilibri tra il silenzio o il plauso dei presenti.

Litterando allora pensò alla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen; rivide il re vanitoso che, credendo di indossare magnifici vestiti realizzati con la millantata magica stoffa, invisibile agli sciocchi, procedeva invece in semplici brache, tra l’applauso della folla che fingeva di ammirarne l’eleganza; risentì la voce del bambino che con naturalezza gridò: “Il re è nudo!”, rivelando con poche e semplici parole quella che era la verità negata dalla moltitudine.

Sperò che, se fosse mai avvenuto nella realtà che si prospettava per le “nuove generazioni”, non sarebbe stato troppo tardi.